Gli A Cold Dead Body sono una band che merita attenzione, il loro debut album è una vera e propria perla di quel progressive post metal figlio di band come Isis e Neurosis, dove però i ragazzi fanno di tutto per trovare una propria dimensione artistica. Abbiamo approfondito alcuni concetti riguardanti il concept del disco, l’artwork e altri aspetti in una lunga e bella chiacchierata via mail con i ragazzi della band. Crediamo che sentiremo parlare ancora molto e bene di questo gruppo, e non dite che non eravate stati avvertiti!

CIAO RAGAZZI, BENVENUTI SULLE PAGINE DI METALITALIA.COM. PRIMA DI TUTTO COMPLIMENTI PER LA VOSTRA RELEASE. CHE NE DITE DI UNA BREVE PRESENTAZIONE DELLA BAND AI NOSTRI LETTORI CHE ANCORA NON VI CONOSCONO?
Lorenz: “Gli A Cold Dead Body nascono nel 2005 come sperimentazione noise/industrial del solo Sten che, personalmente, conoscevo già da molti anni. All’inizio il mio apporto collaborativo era prettamente grafico, poi è diventato anche musicale intorno all’ottobre 2007. Il vero incipit della band è stato lo scioglimento degli Zune, band metal-hardcore di Pordenone in cui Sten militava come ultimo cantante mentre Cris come chitarrista sin dagli inizi o quasi. Comunque, Sten aveva voglia di portare live le sue idee così ha tirato dentro anche Cris e, in seguito a vari avvicendamenti, Shizu alla batteria, che suonava con i Varusclis, duo math-core di Genova. Siamo una band molto eterogenea sia per provenienza geografica che per estrazione musicale”.
GLI A COLD DEAD BODY IN REALTA’ SI SONO FORMATI GIA’ DA QUALCHE ANNO, MA IL VOSTRO PRIMO FULL-LENGTH ESCE DOPO DIVERSI ANNI. SICURAMENTE UNA TENDENZA MOLTO DIVERSA RISPETTO ALLA MAGGIOR PARTE DELLE BAND ODIERNE CHE POCHI MESI DOPO ESSERSI FORMATE FANNO GIA’ USCIRE IL LORO PRIMO DISCO.
Cris: “’Harvest Years’ è stato registrato circa un anno e mezzo fa, a dire il vero. Il ritardo sulla sua uscita è stato dettato soprattutto dal bisogno di trovare un’etichetta che venisse incontro alle nostre esigenze, sia da un punto di vista artistico che economico, non doverci rimettere più che guadagnarci. Dopo la fine delle registrazioni abbiamo speso diversi mesi per mettere a punto il mastering con Plotkin ed in seguito per produrre a mano 250 promo in edizione limitata che sono stati divisi tra un ristretto numero di fan ed alcune label che potevano fare al caso nostro. Abbiamo ricevuto diverse offerte, ma ci sono voluti altri mesi prima di ricevere finalmente una proposta che ci convincesse pienamente, questo è stato il caso della Slowburn Records. Aggiungici poi le grafiche, la stampa e la distribuzione del disco, ecc., e fai presto ad impiegare un anno e passa. Credo comunque che i nostri siano tempi fisiologici e usuali per chi pretende il meglio per la propria musica”.
SONO RIMASTO MOLTO AFFASCINATO DAL CONCEPT DI “HARVEST YEARS”, VI ANDREBBE DI PARLARCENE IN MANIERA UN PO’ PIU’ APPROFONDITA?
Sten: “C’è una storia alla base del concept, delle pagine di diario su un viaggio, il viaggio dell’uomo dalla nascita alla morte, il viaggio dell’umanità dalla natura alla tecnologia. Questi due percorsi si intrecciano e vedono il loro nodo fondamentale nella figura della madre, madre che partorisce il figlio e madre terra da cui tutto nasce e in cui tutto muore. La riflessione sul ruolo dell’essere umano nel contesto tecnologico nasce da vari stimoli, soprattutto quelli dati dai mass-media, dai disturbi di personalità causati dall’uso di social-network, dalla distruzione del pianeta che si attua lentamente a casa di ognuno di noi. Anche a casa mia, come a casa vostra, anche in questo momento”.
Lorenz: “Visto che Sten ha parlato del racconto che ha scritto per ‘Harvest Years’, io accennerei rapidamente all’artwork che illustra questo racconto. Mi ha fatto molto piacere che ad un programma radiofonico friulano (Abrasive) uno dei ragazzi che ci intervistava abbia notato un dettaglio importante: sulla copertina del libretto c’è scritto ‘a story by A Cold Dead Body’, su quella del CD ‘music by A Cold Dead Body’. Il concept sta non solo nel fatto che i testi delle canzoni sono estrapolati da un racconto unico, ma anche che questo racconto e le illustrazioni sono inscindibili tra loro”.
QUAL E’ S TATO IL PRIMO BRANO AD ESSERE SCRITTO DI “HARVEST YEARS”? E COME E’ NATA L’IDEA DI UNIRLO A TUTTI GLI ALTRI PEZZI CHE HANNO FORMATO L’ALBUM?
Sten: “’Harvest Years’ non è altro che la trasfigurazione mediata da sei persone di quello che era ‘Chrysaelis’, l’album che scrissi io da solista. Il concept è mutato da quello di crisalide a quello della maternità e della raccolta (harvest), concetti simili ma con sfaccettature diverse. Il primo brano ad essere stato scritto è stato comunque ‘Our Best Years’, che ha subito una serie di rivisitazioni nel tempo. Infatti una prima versione uscì per la compilation ‘Neurosounds’ del forum neuroprison.freeforum.net. Nel disco vi è una versione differente, più nei suoni che non nella struttura d’insieme, mentre dal vivo la canzone ha sicuramente un sapore più elettronico”.
ANCORA UNA DOMANDA SUL VOSTRO MODO DI COMPORRE MUSICA. COME NASCE UNA CANZONE DEGLI A COLD DEAD BODY? C’E’ UNA SOLA MENTE COMPOSITIVA ALL’INTERNO DELLA BAND OPPURE SCRIVETE TUTTO INSIEME IN SALA PROVE?
Cris: “La mente principale dietro tutti i brani è Sten. Come già accennato in altri frangenti, lui stava lavorando da tempo alla maggior parte delle composizioni che sono poi finite su ‘Harvest Years’ già prima che questo progetto diventasse una band a tutti gli effetti. Solitamente i brani vengono portati in sala prove in una forma già ben abbozzata. In seguito, con l’apporto di tutti, si lavora molto sugli arrangiamenti e sui suoni modificando le parti strutturali che non ci risultano convincenti a pelle”.
E QUANDO CAPITE CHE UN BRANO E’ DAVVERO PRONTO?
Cris: “Il lavoro su un brano non si ferma fino a quando non siamo tutti convinti che quello che stiamo suonando sia il massimo che possiamo dare da un punto di vista compositivo e di resa live”.
Lorenz: “Penso sia molto difficile porre la parola fine al processo creativo (questo vale per le canzoni ma non solo), ma a volte tutto s’incastra perfettamente e sentiamo simultaneamente che la canzone è lì, che vive di vita propria. Poi dal vivo ci divertiamo a cambiare un po’ le carte in tavola, le canzoni suonano in maniera diversa, soprattutto dopo il cambio di formazione che ci ha riportato un po’ alle origini verso suoni più elettronici”.
ORA CHE “HARVEST YEARS” E’ NEGLI STORE, POTENDO, C’E’ QUALCOSA CHE CAMBIERESTE?
Cris: “Suonando e confrontandosi anche con realtà decisamente diverse dalla nostra si impara sempre qualcosa di nuovo. Di conseguenza penso che dalle session di ‘Harvest Years’ ad oggi siamo cresciuti sia come musicisti che come ‘manipolatori’ di suoni. Per forza di cose, c’è sempre qualcosa che si vorrebbe cambiare a distanza di tempo: si pensa a tutto quello che poteva essere suonato, arrangiato o prodotto meglio. Credo comunque che quello che sentite su ‘Harvest Years’ sia il massimo che potevamo dare allora, così come credo che quello che faremo in futuro sarà migliore”.
CHI SI E’ OCCUPATO DELL’ARTWORK DEL VOSTRO ALBUM? LA COVER RISPECCHIA DAVVERO MOLTO BENE LA VOSTRA MUSICA.
Lorenz: “Dell’artwork dell’album, come di tutte le grafiche della band mi occupo io, a volte coadiuvato da Cris per flyer e cose del genere. Mi piace però anche far collaborare con la nostra band artisti che stimo: 108nero, che ha curato i poster in edizione limitata di ‘Harvest Years,’ è uno di questi. Ritornando all’artwork di ‘Harvest Years’, non sei la prima persona che mi dice questa cosa e questo mi fa immensamente piacere perché significa che ho fatto bene il mio lavoro, volevo decisamente che l’artwork fosse il ritratto della nostra musica. L’artwork è incentrato sui due pezzi strumentali dell’album: ‘Madre pt.1’ e ‘Madre pt.2′. La prima madre, quella della fecondazione, è presente in copertina, mentre la seconda, quella della generazione, si trova all’interno: entrambe sono difficilmente visibili, in particolare la prima, ma è una cosa voluta. Volevo fare una specie di quadro pseudo-surrealista più che una cosa di facile lettura: teschi, falene, pistole e fiori mi hanno sempre attirato molto poco. Il resto dell’artwork è tutto dedicato ai titoli delle canzoni o ad alcuni passaggi nei testi, con alcuni riferimenti biblici rivisitati in chiave animista. E’ una lettura molto pagana, se vogliamo, dove gli elementi naturali tornano ad essere divinità, prima su tutte Madre Terra, soggiogando l’umanità. E’ una partita che si gioca tra leggi naturali e leggi artificiali, dove l’uomo soccombe ma invece di pagare finendo nell’inferno cristiano ritrova il vero sé divinizzandosi a sua volta”.
COME E’ STATO ACCOLTO DALLA CRITICA IL VOSTRO ALBUM? QUALI SONO STATI I PREGI E I DIFETTI EMERSI PIU’ DI FREQUENTE? E PIU’ IN GENERALE VI INTERESSANO I PARERI DELLE ALTRE PERSONE?
Cris: “Davvero molto bene. Al momento non abbiamo ricevuto nessun giudizio negativo, anzi, i responsi dei vari forum, blog e ‘zines sono più che incoraggianti, è una bella soddisfazione. Ovviamente sono emerse anche riflessioni particolari. Per dirne una, che tutti i brani dell’album sono strettamente collegati tra loro, essendo questo un concept album: talvolta questa cosa è vista come un pregio perché funziona da flusso di coscienza, altre volte come una pecca perché non permette un ascolto casuale dei pezzi. Non saprei quale delle due visioni sia più rispondente alla realtà, a noi sono sempre piaciuti quegli album coesi che suonano come un’opera unica piuttosto che come una collezione di pezzi. Questo era esattamente ciò che volevamo per ‘Harvest Years’, senza la pretesa di poter essere una band di ‘facile ascolto’”.
Lorenz: “Be’, chi non ascolta mai i pareri altrui è tendenzialmente una persona arrogante o semplicemente superficiale. Altra cosa è essere facilmente influenzabili e non avere una chiara visione delle cose che ti faccia comunque tirare dritto come un treno aggiustando di tanto in tanto il tiro. Sentire sì, ascoltare forse, filtrare tutto”.
QUAL E’ IL VOSTRO BACKGROUND MUSICALE? E QUALI SONO I CD CHE ATTUALMENTE GIRANO NEL VOSTRO LETTORE?
Sten: “Mi affascina molto di più comporre musica che ascoltarla. Non sono un gran frequentatore di concerti né un feticista del CD o del vinile anche se a casa qualcosa lo custodisco gelosamente. Personalmente nell’ultimo periodo sono tornato ad ascoltare e comprendere gruppi nostrani, alcuni passati come C.C.C.P. o C.S.I., altri più che attuali ed in continua evoluzione come i Verdena. Gli ascolti più disturbati li ho invece ristretti da qualche tempo”.
Cris: “Ovviamente, all’interno della band, siamo tutti legati ad un modo di concepire il suono rock e metal vicino a band similari quali Neurosis, Breach, Pink Floyd, Black Sabbath, ecc. Poi ognuno ha le proprie passioni. Ascoltiamo davvero di tutto, dal black metal fino all’elettronica. Non ci interessano le etichette, ma le sensazioni che una band riesce a darci. Personalmente in questi giorni nel mio lettore sono in rotazione gli ultimi lavori di Ulcerate, Tim Hecker e Lesbian”.
Shizu: “Amo la musica dalla forte personalità, che sia melodica, violenta, disturbante o anche tutt’e tre assieme! Tra questi troviamo Meshuggah, Dillinger Escape Plan, Melvins, Dredg, Tool, Baroness, Kylesa, Zu, Morkobot, Monolithic; ultimamente mi sto appassionando anche a certo black metal come Wolves in the Throne Room, Liturgy e Twilight”.
Lorenz: “Come musicista sono partito dal punk e dal blues per poi spostarmi su cose più pesanti, mentre come ascoltatore sono sempre stato onnivoro. Al momento in heavy rotation ho Akimbo, Massimo Volume, The Kilimanjaro Darkjazz Ensamble, Dead Elephant, The Secret, Crippled Black Phoenix, Marnero ed altre cose decisamente più sull’elettronica tipo Venetian Snares, Tycho o Nosaj Thing”.
AT THE SOUNDAWN, LAST MINUTE TO JAFFNA, E THREE STEPS TO THE OCEAN SONO SOLTANTO ALCUNE DELLE BAND DAVVERO VALIDE ITALIANE ATTUALMENTE IN CIRCOLAZIONE. CREDETE CHE STIA NASCENDO UNA SORTA DI “SCENA” NOSTRANA DO QUESTO GENERE? VI SENTITE DI CONSIGLIARE AI NOSTRI LETTORI QUALCHE GRUPPO SECONDO VOI MERITEVOLE DI ATTENZIONE?
Cris: “Personalmente dò al concetto di ‘scena’ una connotazione che va ben al di là del riconoscersi nel suonare un determinato genere musicale. Non mi pare che attualmente in Italia ci sia una scena. Vedo piuttosto band che si rispettano, si stimano e si supportano a vicenda. Oltre ai nomi da te citati ci sono sicuramente diverse band che meriterebbero ben più riscontro di quello che attualmente stanno ricevendo. Ultimamente ho apprezzato davvero molto i lavori di Dyskinesia, Vulturum, Dead Elephant, the Secret, Tears|Before, Rotorvator, il giro della Supernaturalcat e chissà quanti altri che non mi vengono in mente. Non voglio fare il paraculo, ma se vuoi sentire un po’ di roba nuova di qualità, ti consiglio di farti un giro sul sito della Frohike Records, che tra l’altro a breve produrrà la versione in vinile di ‘Harvest Years’”.
Lorenz: “Penso che il termine stesso sia piuttosto vuoto, non saprei neanche definirlo, comunque di sicuro non ho vissuto la sensazione di essere calato in una ‘scena’. Credo che ci siano sempre state poche band di grande valore e molte altre di scarso valore, almeno in Italia. Quelle che tu hai citato rientrano nella prima categoria ed il fatto che suonino anche all’estero, spesso più all’estero che in Italia, ne è una dimostrazione. Cris mi ha sicuramente rubato delle chicche notevoli, io aggiungerei Morkobot, Juggernaut, Lili Refrain, Zippo, Si Non Sedes Is, Inferno Sci-fi Grind’n’Roll, Robert of the Square, Lento e i Marnero di cui parlavo prima”.
AVETE APPENA INTRAPRESO UN PICCOLO TOUR APPUNTO CON I THREE STEPS TO THE OCEAN, COME SONO ANDATE LE COSE? CHE PROGRAMMI CI SONO NEL FUTURO DEGLI A COLD DEAD BODY? SUBITO UN NUOVO ALBUM, ALTRI TOUR…?
Cris: “Se i gestori dei locali decideranno di far suonare qualche tribute band in meno e qualche band con pezzi propri in più, manterremo sicuramente l’attività live. Tuttavia credo che dopo questi concerti ci prenderemo una breve pausa per ricaricare le batterie. Quest’ultimo periodo è stato davvero faticoso e stressante. Abbiamo dovuto sopperire all’inaffidabilità di alcune persone precedentemente coinvolte nel progetto riarrangiando parte dei pezzi e provando davvero molto per arrivare al meglio agli appuntamenti live. Ci serve qualche giorno di ‘decompressione’, insomma. Dopodiché di nuovo in sala prove con una buona scorta di birre a lavorare con calma sui pezzi nuovi che sono in realtà già a buon punto”.
Shizu: “Siamo amici e grandi estimatori dei Three Steps To The Ocean, per questo abbiamo voluto proprio loro per accompagnarci al nostro release party del 4 febbraio e per il resto del weekend. Questo mini tour è stato molto positivo: abbiamo incontrato gente meravigliosa che ha apprezzato la nostra musica, e soprattutto ci ha permesso di rodare dal vivo i pezzi di ‘Harvest Years’ riarrangiati con la ‘nuova’ formazione a quattro”.
BENE RAGAZZI, ABBIAMO FINITO CON L’INTERVISTA. GRAZIE MILLE DELLA DISPONIBILITA’, POTETE LASCIARE UN ULTIMO MESSAGGIO AI NOSTRI LETTORI.
“Ringraziamo te e Metalitalia per lo spazio che ci avete dedicato e tutti quelli che ci seguono sia virtualmente che dal vivo. Cogliamo l’occasione per salutare i Three Steps to the Ocean, Gae del No Fun di Udine, Pino del Bahnhof di Montagnana, Dave degli Zippo e Peppe del Mono Spazio Bar di Pescara per le belle serate passate insieme durante il nostro tour invernale”.
