ADDICTION CREW – Crossover…e fieri di esserlo!

Pubblicato il 06/11/2004 da


Freschi del loro recente contratto con l’importante e lungimirante label inglese Earache, gli Addiction Crew hanno da poco iniziato il tour promozionale per lanciare la loro ultima fatica, “Break In Life”, e li incontriamo infatti al Rolling Stone di Milano, subito dopo il soundcheck per il concerto che terranno in serata. Si presentano per l’intervista il simpaticissimo e sudatissimo cantante Yuri, Marta, nuova seconda voce, molto carina pur senza ostentare il trito look da virago metallara, e l’energumenico e sorprendentemente disponibile e competente bassista Andrea.

CIAO RAGAZZI, VI VA DI PRESENTARE AI LETTORI DI METALITALIA.COM  LA VOSTRA CREATURA, “BREAK IN LIFE”: QUALI SONO LE  NOVITÀ PIÙ SALIENTI DI QUESTO NUOVO LAVORO DEGLI ADDICTION CREW?
YURI: “Be’, uno dei cambiamenti più evidenti degli A-Crew salta subito all’occhio: l’inserimento nella nostra lineup di Marta, voce femminile, che sicuramente va a modificare profondamente la nostra musica, non solo nel fatto del suono vero e proprio, ma anche con le sue influenze musicali; infatti proviene da un contesto completamente esterno al metal, essendo di ‘scuola’ r’n’b e hip-hop, ed era inevitabile che il suo contibuto servisse a far crescere il nostro sound verso evoluzioni nuove. Inoltre, questa volta il disco l’abbiamo prodotto interamente noi: Alex (chitarra) e il nostro fonico Fabio Depretis hanno prodotto e missato il tutto, e poi consegnato alla Earache. Nel comporre ‘Break In Life’ ci eravamo messi in testa di lasciare indietro ogni preconcetto e chiusura mentale, e di non avere timore di sperimentare idee ed influenze personali, e il risultato, secondo noi, dimostra tutto questo”.

QUALI GRUPPI INFLUENZANO DI PIÙ LA VOSTRA SENSIBILITÀ MUSICALE, IN PARTICOLARE NEL COMPORRE QUESTO ULTIMO  LAVORO?Y: “Come ti ho già detto, le nostre influenze arrivano da varie fonti: il nostro retaggio crossover permane nel sound, soprattutto nei riff di chitarra, però eravamo stufi di quella triste tendenza tutta italiana, e parlo di pubblico e stampa, di criticare chi fa il ‘grave errore’ di riconoscere la grandezza di chi ha fatto storia e a loro si ispira, e  questa volta, infatti  c’è molta più roba personale: io, ad esempio, ascolto di tutto, da Cannibal Corpse e Suffocation fino ai Depeche Mode, che adoro; Marta, come già detto, ama l’hip-hop, ma anche il rock classico alla Bon Jovi e il pop di classe di Noa. Lo stesso termine crossover, che prima aveva una valenza positiva, oggi è diventato una specie di ennesima etichetta che i benpensanti usano per classificare sommariamente ciò che non vogliono sforzarsi di capire. Prima suonavamo crossover e ci accusavano di scimmiottare i Korn, ora sappiamo che altre scelte che abbiamo fatto ci porteranno altre critiche…”.

ED INFATTI HO ORA PER VOI UNA DOMANDA DOLENTE MA INEVITABILE: COME MAI UN PASSO SIGNIFICATIVO COME L’INSERIMENTO  DI UNA VOCE FEMMINILE? NON TEMETE CHE POSSA DARE VITA AD “INSINUAZIONI” SUL FATTO DI SEGUIRE UNA CERTA MODA  ATTUALE?ANDREA: “Eh si…il paragone con Evanescence e Lacuna Coil, due band balzate al successo una sulla scia dell’altra, ci è già stato sbattuto in faccia più di una volta. In realtà già la domanda è sbagliata in partenza: i Lacuna Coil, band che stimiamo parecchio, hanno proposto la formula della doppia voce maschile/femminile a partire dal 1997, mentre gli Evanescence sono apparsi dal nulla appena l’anno scorso… Ma qui in Italia, si sa, purtroppo siamo ‘terra di conquista’ per tutto ciò che viene da oltreconfine, siamo terra di conquista per la cultura, musicale e non. E’ una magra consolazione per Cristina Scabbia e gli altri ragazzi dei Lacuna Coil pensare che grazie alla fama di quei fantocci degli Evanescence ora anche loro stanno finalmente riscuotendo il meritato successo anche in Italia, mentre nel resto del mondo, almeno, sono loro ad essere giustamente apprezzati. Lo stesso discorso potremmo farlo pure noi: è vero che Marta è al suo primo disco come membro fisso della nostra lineup, ma in realtà collabora con noi dal 2002, avendo lavorato con noi come corista e negli arrangiamenti; so già che la solita folla di benpensanti arriccerà il naso e non cambierà il suo becero preconcetto, ma inserirla in pianta stabile nella formazione degli Addiction Crew è stata un’evoluzione naturale, non certo una scelta ruffiana”.

COSA PENSATE DELLA SCENA MUSICALE ATTUALE? E DI QUELLA ITALIANA IN PARTICOLARE?
A: “A dimostrazione che siamo tutt’altro che la tipica band metallara mentalmente chiusa, non ho problemi a risponderti che, in particolare, sto apprezzando molto l’ondata revival di quella buon musica suonata negli anni settanta, in cui una chitarra, un basso ed una batteria ben suonati bastavano a fare buona musica: i vari Jet, The Hives, Libertines della new wave di rock nudo e crudo, insomma. Sulla scena italiana posso stupirti anche dicendo che apprezzo molto il genio irriverente di un Caparezza, oppure l’indiscutibile bravura dei Subsonica, per me i migliori professionisti in circolazione. E naturalmente non mi vergogno a dire che mi piace molto tutto quello che hanno fatto gli stessi Lacuna Coil: hanno portato nel resto del mondo un ottimo esempio di cosa sappiamo fare noi italiani anche nel campo del metal, dove troppo spesso, e quasi sempre per colpa della nostra stessa stampa nostrana, veniamo visti come dei rozzi imitatori esterofili”.

COME È STATO FARE UN GRANDE PASSO QUALE IL CONTRATTO CON UNA LABEL IMPORTANTE COME EARACHE?
A: “Il salto fra l’essere prodotti da una piccola etichetta e passare alla collaborazione con un colosso come Earache l’abbiamo sentito parecchio, soprattutto all’inizio. Cambia tutto, hai a che fare con professionisti seri, che non si limitano a stampare le copie del tuo cd ed etichettarle, ma che ti seguono per tutte le fasi della creazione di un disco, curando con maniacale pazienza ed attenzione ogni passaggio del processo. Ci siamo resi conto di cosa sia veramente ‘lavorare’ nel mondo della musica. E un’altra cosa molto positiva era che la label stessa ci incoraggiava a produrre quello che sentivamo veramente come nostro, senza forzarci a seguire particolari generi o stili. Qusto ci ha fatto sentire ancora più liberi, paradossalmente, ance se i nostri ritmi di lavoro erano molto più ‘inquadrati’ e rigorosi”.

COM’È, QUINDI, DIVENTARE UNA “ROCK STAR”, CIOÈ, RENDERSI CONTO CHE UNA PASSIONE ORMAI DIVENTA UNA REALTÀ, UN  VERO LAVORO?
Y: “Mah, quando lo scopriremo pure noi te lo verremo a spiegare (ride, nda)!”.
MARTA: “In effetti questo vero e proprio salto di qualità non lo abbiamo ancora sentito, questo più che altro per noi è un momento di transizione, ci stiamo rendendo conto proprio ora che qualcosa sta cambiando”.
A: “Un bell’effetto ce l’ha fatto il confronto con le realtà estere, vedere che al di fuori del nostro provinciale ‘bel paese’ musicisti di ogni genere vengono guardati con un rispetto che qui in Italia ci sogniamo. Qui da noi al massimo la stampa specializzata si limita a cercare pettegolezzi tipo rivalità fra band, o critiche di imitazione e simili. All’estero quando ci hanno intervistati ci chiedevano veramente della nostra musica, delle nostre storie; questo è vero professionismo, che da noi manca, visto che basta un’inezia come avere un fonico e dei roadies per essere accusati di ‘tirarcela’, e ci è successo, credimi, suonando insieme a band hardcore di ‘duri e puri’. Invece noi pensiamo che la cosa più importante sia essere grati al pubblico, che è il pane di chi suona, e regalargli professionalità è proprio la forma migliore di rispetto che possiamo”.

BENE, PARLIAMO QUINDI PROPRIO DELLA VOSTRA MUSICA, PRIMA DI PASSARE IO STESSO PER CACCIATORE DI PETTEGOLEZZI!…  COME NASCONO I BRANI  DEGLI ADDICTION  CREW?  IN PARTICOLARE, C’È UN TEMA O DISCORSO PORTANTE CHE LEGA I BRANI   DI “BREAK IN LIFE”? CHE COSA VI PIACE ESPRIMERE CON I VOSTRI TESTI?
M: “La parte musicale vera e propria è praticamente tutta frutto del lavoro di Alex, il nostro chitarrista, ma ‘Break In Life’ è stato ‘partorito’ durante un lungo periodo in cui tutti noi abbiamo vissuto episodi forti che hanno cambiato le nostre vite, momenti a volte difficili. Ma è proprio nella forza di riemergere da simili abissi che è nata molta della forza ispiratrice di questo disco: ogni brano ha dentro di sè un pezzo di vita di ognuno di noi, con la sua caduta e la sua ritrovata forza di riaffermarsi, di tornare alla vita..appunto, ‘Break In Life’!”.
Y: “Esatto, siamo riusciti a convogliare la negatività e trasformarla in energia…e da energia in musica!”.

COME CI SI SENTE ORA, AL LANCIO DI UNA NUOVA “CREATURA” E CON UN LUNGO TOUR DI PRESENTAZIONE DAVANTI?
A: “Be’, innanzitutto, abbiamo imparato che un ingrediente importante della cosidetta ‘professionalità’ è la pazienza, la calma, che ti portano ad essere più preciso, più rispettoso del tuo stesso lavoro. Sono cose che proprio l’atteggiamento dei ragazzi della Earache ci hanno insegnato, essendo ben chiari nel farci capire che potevamo prenderci tutto il tempo necessario per creare per bene il nostro ‘capolavoro’. E infatti siamo diventati pignoli e severi con noi stessi come non ci eravamo neanche mai sognati (ride di gusto, nda)!”.
Y: “E’ stato strano e brutto, lo ammettiamo, vedere una parte del nostro pubblico voltarci le spalle, rivolgerci contro critiche sempre pesanti, spesso immotivate, magari proprio quella parte di pubblico che ci seguiva ancora da quando non eravamo proprio la band di oggi, quando alcuni di noi suonavano in gruppi death metal estremi che hanno creato un po’ le basi della scena italiana. E’ vero che era qualcosa che avevamo messo in preventivo, però viverlo sulla propria pelle fa sempre male…d’altronde, fortunatamente, per un centinaio di fan, magari immeritevoli, perduti, ne abbiamo guadagnati molti altri!”.

COSA VOLETE DIRE, QUINDI, A QUESTI FAN, ATTUALI E POTENZIALI? 
A: “Guarda, ancora più che ai fan comunque vogliamo rivolgerci agli ascoltatori, più in generale: dobbiamo tutti quanti imparare ad ‘uscire dalla provincia”! E’ ora di smetterla con il solito gioco di cercare l’influenza di una band, a chi si ispira, o peggio, chi imita. E’ una forma di critica sterile e prevenuta che, purtoppo e per fortuna, esiste solo in Italia! All’estero l’essere derivativi, l’ispirarsi ed omaggiare altre band, altri generi musicali che magari hanno fatto scuola, hanno inventato un genere, non è visto come un semplice difetto, e soprattutto, la critica musicale non dovrebbe fare solo questo, cercare questo ‘pelo nell’uovo’. E poi basta anche con l’essere elitari e prevenuti! In Italia, festival ‘multigenere’ come il Dynamo in Olanda o anche manifestazioni ancor più varie sono improponibili, basta vedere cosa succede a band un po’ diverse che si azzardanoi a suonare ai vari Gods Of Metal o simili qui da noi, che finiscono fischiati come minimo, presi a bottigliate in faccia nei casi peggiori…”.
Y: “La musica è emozione! Se un certo tipo di musica non vi piace, non vi emoziona, semplicemente non ascoltatela, e trovate quella che le fa provare a voi!”.

E IN PARTICOLARE A QUELLI CHE SUONANO?
Y: “La dote fondamentale che si deve imparare ad avere è la pazienza. Tenere sempre ‘botta’! Soprattutto all’inizio, quando sembra che il processo diventi sempre più lento e difficile. Continuate a fare quello che è importante per voi: proprio perchè la musica è emozione, non ha senso provare ad esprimere qualcosa che non sentiamo come nostro. Bruciarsi forzandosi a suonare qualcosa che ci fa schifo, ma che a livello di mercato ‘promette bene’, ti porta solo a diventare sempre meno convinto e onesto con te stesso, e quindi meno bravo. Se si è davvero bravi, e onesti, il successo arriva: che esso significhi arrivare a diventare rockstar miliardarie che animano milioni di fan in tutto il mondo, o bravi musicisti, capaci, nel loro piccolo, di emozionare  anche solo dieci persone in un concertino in un piccolo club”.
M: “Il successo, in questo senso, è un mezzo, non un fine, che ti permette di parlare al cuore di sempre più persone”.
A: “Fare musica è un modo per far stare bene gli altri, e quindi anche sè stessi. E’ far ballare e cantare anche solo il barista del locale dove suoni e una decina di suoi avventori…e a noi è successo mooolte volte di fare simili esperienze (ride di gusto, nda). E se sei stato benedetto da un talento, non arrivare mai a tirartela, a sederti sugli allori, perchè è proprio il pubblico al quale hai regalato emozioni che ti ripaga con la stessa moneta!”.

C’È UNA CANZONE DEL DISCO A CUI SIETE PARTICOLARMENTE LEGATI, PER QUALCHE MOTIVO?
M e Y (in coro): “‘Damn Speaker’!”.
M: “Ci sono dei momenti in cui veramente ponendomi la stessa domanda proprio non saprei come rispondere…mi piacciono talmente tanto tutti quanti… Però in questo periodo è proprio qul pezzo che appena ne sento le prime note mi provoca subito un’esplosione di adrenalina, e so che se mi riesce bene, anche per tutto il resto del concerto sarò nel ‘feeling’ giusto…”.
A: “Sono perfettamente d’accordo con Marta…è un po’ come avere una dispensa tutta bella piena di golosità, dei tuoi piatti preferiti, però in ogni momento particolare, quando ti prende una voglia praticolare è di un certo piatto specifico che hai voglia… Ad esempio, ora come ora sono molto legato a ‘Crack File’, la canzone in cui suona con noi il batterista degli Extrema, Cristiano: è il brano più metal, più pesante del disco, e mi ricorda sempre le mie radici da metallaro ‘doc’…”.

GRAZIE A TUTTI DELLA BELLA INTERVISTA, RAGAZZI! UN SALUTO AI LETTORI DI METALITALIA.COM?A: “Grazie a voi! E’ raro trovare nella stampa italiana, come già ti ho detto, qualcuno che ti fa domande competenti e non le solite ricerche di pettegolezzi, e per noi è un onore avere qualcuno che ci dia retta e ci dia lo spazio per comunicare in questo modo. Ciao, ragazzi, ascoltate il nostro nuovo album con mente aperta e senza pregiudizi, e ve lo godrete! ‘Break In Life’ è un augurio che facciamo a tutti voi!”.

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