Dopo aver rilasciato a cavallo degli anni Dieci di una manciata di album di discreta fattura utili a piantare la bandiera svedese nella scena Core, gli Adept erano ormai spariti dalle scene da quasi un decennio, lasciando presagire l’ennesima vittima musicale della pandemia.
A sorpresa invece si sono ripresentati ora con “Blood Covenant”, quinto disco che riprende là dove li avevamo lasciati, quindi un ottimo esempio di metalcore melodico con qualche venatura emo, avulsa dai dettami produttivi moderni (e del famigerato algoritmo) che tendono a far suonare le band di genere sì potentissime ma fin troppo simili fra loro.
Il segreto di questo ritorno di fiamnma è proprio il più semplice e al tempo stesso il più potente degli ingredienti: la passione che ha riportato in pista questi cinque ragazzi, evidente anche negli occhi del cantante Robert durante questa piacevole chiacchierata in videocall.
In attesa di rivederli da queste parti, a voi il resoconto della nostra conversazione!
SIETE TORNATI DOPO UN’ASSENZA DI QUASI DIECI ANNI..
– Dal nostro primo album, “Another Year Of Disaster”, nel 2009, fino all’uscita di “Sleepless”, nel 2016, abbiamo seguito il classico ciclo disco-tour-disco-tour, ed ovviamente per una band come la nostra l’unica possibilità di sopravvivere era quella di essere costantemente in tour, e anche così riesci a malapena ad arrivare a fine mese ma senza poter mettere via niente.
La situazione era diventata stressante al punto che dopo l’uscita di “Sleepless” due membri fondatori, Jerry e Gabriel, decisero di lasciare la band, e questa cosa ammetto ha avuto un forte impatto anche su di me. Nei due anni successivi quindi abbiamo fatto ancora qualche data ma stavamo quasi pensando di smettere, finché a fine 2018 non è tornato Gabriel portando una nuova ondata di entusiasmo.
Il 2019 è stato forse il nostro anno migliore dal punto di vista live, ma poi è arrivata la pandemia a cambiare di nuovo le cose, facendoci perdere definitivamente la motivazione.
A quel punto ognuno è andato per la sua strada, e anche se abbiamo continuato a vederci di tanto in tanto era a livello personale e non come band.
COSA E’ CAMBIATO ORA?
– Nel frattempo ognuno di noi ha trovato un lavoro normale – io ad esempio sono impiegato nelle relazioni per la Coca Cola – quindi ora la band è ancora importante ma con meno pressione: qualche anno fa il numero di copie vendute o di stream su Spotify erano la nostra preoccupazione principale, mentre ora per ognuno di noi la musica è prima di tutto una passione, un fantastico hobby ma non la cosa più importante del mondo.
LA SCENA METALCORE E’ CAMBIATA PARECCHIO, CON BAND COME LORNA SHORE, SLEEP TOKEN O BRING ME THE HORIZON A RISCRIVERE LE REGOLE DEL GIOCO, MENTRE VOI SIETE RIMASTI GLI STESSI…
– Credo siamo cambiati molto come persone, mentre dal punto di vista musicale abbiamo ripreso da dove avevamo lasciato. Voglio dire, le band che hai citato sono grandiose, i Bring Me The Horizon sanno come cambiare ad ogni disco, ma noi non siamo così: credo siamo abbastanza bravi a suonare un certo tipo di musica, fatto di riff veloci e ritmiche di batteria quasi punk rock, per cui non avrebbe senso per noi cambiare.
Anche a livello di produzione qualcuno ci ha definito ‘vintage metalcore’: sulle prime mi è sembrato strano, ma in effetti anche da questo punto di vista molte cose sono cambiate, ma a noi fa piacere avere ancora il sound degli anni Dieci.
C’E’ ANCHE UNA FORTE COMPONENTE EMO NEI VOSTRI PEZZI: SEI TU L’EMO KID?
– Sì, sono un grande fan della scena emo d’inizio secolo: The Used, Underoath, Taking Back Sunday, Bayside e Glassjaw erano e sono tuttora tra i miei gruppi preferiti, e anche oggi che ho passato i quaranta continuo ad ascoltare queste band, quindi ci sta in qualche modo si rifletta nella nostra musica.
LA SVEZIA ESPORTA UN SACCO DI GRUPPI METAL, MA MOLTO MENO NEL VOSTRO GENERE…
– Non saprei dire come mai ci siano così tanti musicisti qui, forse è qualcosa legato al clima freddo o qualche sostanza nell’acqua (risate, ndr). Quando abbiamo cominciato negli anni Dieci in effetti non c’erano molte band che suonavano il nostro genere, ora abbiamo gruppi molto affermati come gli Imminence o i Thrown, anche se loro sono più vicini all’hardcore.
“BLOOD COVENANT” RICORDA I LAVORI PRECEDENTI FIN DALL’ARTWORK…
– Effettivamente volevamo ci fosse qualche somiglianza con i nostro ultimi album, come ad esempio il concetto del cerchio che c’era anche in “Sleepless” e in “Silence The World”, ma al tempo stesso se guardi con attenzione puoi vedere che l’immagine non è perfettamente a fuoco, perchè il cerchio non si è ancora chiuso così come noi come band sentiamo ancora di avere qualcosa da dare per arrivare alla quadratura definitiva.
VEDENDO ALCUNI VIDEO SU INSTAGRAM IL VOSTRO BENCHMARK SEMBRANO I PARKWAY DRIVE…
– Sarebbe fantastico, ma purtroppo non abbiamo il loro budget, anche se se lo sono meritato fino all’ultimo centesimo e dal vivo sono fantastici! Al giorno d’oggi comunque puoi veramente fare diverse cose a livello di produzione e scenografia, tra schermi led, fuoco e fiamme, coriandoli, e via discorrendo.
Sono davvero eccitato per il nostro prossimo tour da headliner perchè sarà indoor quindi finalmente potremo suonare al buio, dato che d’estate ci capita spesso di suonare ai festival ma in genere siamo tra le prime band, quindi quando ancora splende alto il sole.
VI VEDREMO IN ITALIA?
– Spero proprio di sì! So che il nostro manager sta parlando con dei promoter ma ancora nulla di certo all’orizzonte, anche perchè è passato un sacco di tempo dall’ultima volta che abbiamo suonato in Italia, credo fosse a Cesena con gli A Day To Remember nel 2011.
COME CONCILIATE LAVORO E TOUR?
– Non è facile: diciamo che ci giochiamo tutte le giornate di ferie per suonare dal vivo, e a volte dobbiamo prenderci un paio di mesi di aspettativa. Inoltre tutti noi abbiamo delle famiglie, quindi c’è da gestire anche questo aspetto: personalmente mi piacerebbe moltissimo poter portare mia figlia con me sul tour bus e farla studiare da remoto per un mese o due, e credo sarebbe una bella esperienza anche per lei, ma poi pensandoci bene forse è meglio che vada in classe come tutti i bambini della sua età.
I SOCIAL ORMAI SONO PARTE FONDAMENTALE PER UNA BAND: CURATE TUTTO DA VOI?
– Come dicevo ormai per noi la musica è una passione, quindi ora cerco di godermi tutti gli aspetti che ci girano intorno: riprendere i nostri show e postarli sui social è uno di questi, così come adoro anche disegnare il nostro merch e poter parlare con persone di tutto il mondo durante le interviste, lo considero un privilegio.
VENITE DA UNA PICCOLA CITTA’ DELLA SVEZIA, TORSO: VIVETE ANCORA LI?
– Al momento solo il nostro batterista è ancora lì, ma siamo tutti cresciuti in quella zona e ci conosciamo fin da quando siamo piccoli, così come le nostre famiglie. Direi che è un posto molto tranquillo e piacevole in cui stare anche se un po’ noioso, ma di sicuro lì puoi vivere serenamente. Per chi non la conosce consiglio di visitarla: per nove mesi è una città morta, ma durante l’estate diventa un po’ la Saint Tropez della Svezia (risate, ndr).
QUAL E’ IL TRAGUARDO DI CUI SEI PIU’ ORGOGLIOSO?
– Sicuramente il fatto di essere ancora in giro dopo ventun’anni, un traguardo non così scontato per tante band soprattutto nel nostro genere.
Se dovessi guardarmi indietro invece direi di seguire più il nostro istinto e meno quello che ci dicono gli altri, dato che alla fine in questo mondo tutto o quasi gira intorno ai soldi quindi è difficile avere dei consigli disinteressati. Se ad esempio è più redditizio fare un tour in Europa che in America ci diranno di suonare qui, ma non vogliamo fare quello che ci piace e provare nuove esperienze, non solo quello che ci conviene dal punto di vista economico.
A PROPOSITO DI TOUR, SIETE ARRIVATI A SUONARE FINO IN CINA…
– Sì, abbiamo suonato un paio di volte in Cina, e non solo a Pechino ma in una decina di città di cui non saprei pronunciare il nome.
E’ stato davvero un’esperienza da ricordare, e mi piacerebbe tornare.
Allo stesso modo il mio sogno del cassetto è un tour americano: abbiamo suonato soltanto una volta a New York con i Blindside, quando hanno riproposto “Silence” per intero, ma sarebbe bello tornare per un vero e proprio tour.
PIANI PER IL FUTURO?
– Per prima cosa dobbiamo finire questo tour, poi l’idea è vedere come siamo messi e se le motivazioni saranno le stese di adesso non ho motivo di pensare non andremo avanti a comporre musica e suonare insieme come fatto finora.

