ALMANAC – Il suono dell’adrenalina

Pubblicato il 23/03/2020 da

Archiviata ormai da diversi anni l’esperienza con i Rage, il virtuoso chitarrista bielorusso Victor Smolski è completamente dedito al progetto Almanac: una band che, tra numerosi cambi di formazione, è giunta con “Rush Of Death” al terzo album, confermandosi un’ottima realtà nell’ambito del power metal europeo.
Dopo aver affrontato temi principalmente legati a vicende storiche (dagli Zar russi ai regicidi più famosi), in questo album Smolski prova a raccontare la sua peculiare esperienza di pilota professionista. Il mondo del rally e dei motori si fa metafora del valore della vita, e gli Almanac provano a trasporre in musica l’adrenalina che scorre in un corpo lanciato a tutta velocità su strade pericolosissime e insidiose.

CON QUESTO NUOVO ALBUM LO STILE DEGLI ALMANAC SI FA SEMPRE PIÙ RICONOSCIBILE, MA AL CONTEMPO RICCO DI NUOVE IDEE INTERESSANTI: È MERITO DEI SOSTANZIALI CAMBI DI FORMAZIONE?
– Sì, può essere. Gli Almanac hanno una storia di ormai cinque anni ed è una band che si è evoluta anche grazie ai cambi di formazione. Sono stati proprio questi cambiamenti a rendere il progetto così solido, paradossalmente. In questi anni abbiamo fatto molte esperienze, molti tour, partecipando a piccoli show o calcando grandi palchi internazionali, e ultimamente siamo cresciuti anche grazie alla presenza nella band di musicisti con grande esperienza, più tecnici e aggressivi. C’è però da dire che prima di mettermi a comporre un disco ragiono molto sul contributo innovativo che il mio stile potrebbe portare, e lo faccio unendo tutte le mie caratteristiche di musicista: dai solos ai riff che mi porto dietro dal lavoro con i Rage, fino alle orchestrazioni e alle particolari linee vocali che derivano dall’esperienza con la Lingua Mortis Orchestra. Credo che questo “Rush Of Death” sia una sintesi della mia storia musicale. Ed è questo che lo rende un lavoro speciale, sia per me che per i miei fan di lunga data.

I NUOVI BRANI SEMBRANO PIÙ AGGRESSIVI, CARATTERIZZATI DA ARRANGIAMENTI PIÙ LINEARI E DA SONORITÀ PARTICOLARMENTE HEAVY. CI SONO NUOVE INFLUENZE NEL TUO MONDO MUSICALE?
– Credo di aver abituato i miei fan alla mia tendenza a sperimentare sempre, prendendo costantemente ispirazioni nuove, in qualsiasi progetto. È un modo di fare musica soddisfacente, perché ti permette di mantenere la mente davvero sempre aperta a nuove idee: segui i tuoi istinti musicali, senza smettere di divertirti e continuando a rispettare i gusti dei fan. Se fai musica con la mentalità dell’uomo d’affari perdi tutto questo, perché la musica diventa solo un prodotto da vendere, e il mio lavoro non è mai stato questo. “Rush Of Death” risulta più pesante è vero, perché con questa formazione abbiamo suonato in molti club prima di incidere. I club sono luoghi dove riesci a sentire davvero la musica che suoni e senti addosso il contatto con il pubblico: questo ci reso più crudi, energici, alla ricerca di sonorità ‘fisiche’ e pesanti. Per creare questo sound particolarmente aggressivo abbiamo sperimentato molto in studio, scegliendo di affidarci sia al digitale che all’analogico. Quando registro un qualsiasi suono non penso mai a un’idea di ‘qualità’, ma soltanto al risultato che voglio ottenere nell’atmosfera precisa del brano: sono un tizio old-school, non mi piacciono i suoni ‘perfettini’, gli effetti patinati e finti.

PER QUANTO TEMPO AVETE LAVORATO A “RUSH OF DEATH”? E IN CHE MODO?
– Ho lavorato direttamente con la band, stabilendo un costante contatto fisico e personale. Odio i demo, il dover inviare dei file, attendere una risposta… Lavorare a distanza è terribile. Appena ho un’idea mi metto in contatto con i ragazzi e, alla vecchia maniera, ci incontriamo in sala prove. Suoniamo, facciamo prove di arrangiamento, strutturiamo la linea vocale, sperimentiamo. Poi andiamo in studio, svolgiamo diverse session di registrazione. Tutto questo lavoro richiede circa sei mesi. Sia in sala prove che in studio facciamo tantissimi tentativi su ogni pezzo, fino a quando non arriviamo a quella che ci sembra la quadratura perfetta. Con gli Almanac è sempre stato così, anche per i precedenti album.

LA TUA CARRIERA È CARATTERIZZATA DALLE IMPORTANTI CONTAMINAZIONI CON IL MONDO DELLA MUSICA CLASSICA. A OGGI COME TI CONSIDERI? SEMPRE E COMUNQUE UN PURO MUSICISTA METAL?
– Sicuramente, mi sento totalmente un musicista metal. È vero, provengo dalla musica classica, dalla quale ho imparato tante cose dal punto compositivo e tecnico particolarmente complicate. Questo tipo di educazione musicale mi ha dato un background classico che mi ha aiutato davvero tanto. E continuo ad aver bisogno della musica classica come teoria di base, ma non per comporre effettivamente. Compongo ancora come sempre: jammando, cercando un groove sulla chitarra in grado di farmi scuotere la testa. Poi in fase di arrangiamento è molto utile capire cosa stai facendo davvero, e questo lo puoi fare solo grazie alla teoria. La Lingua Mortis Orchestra è un esempio di musica classica unita al metal che non avrei mai potuto realizzare se non fossi stato consapevolmente dotato di tante conoscenze teoriche.

INFATTI LE ORCHESTRAZIONI, RICCHE ED ELABORATE RITORNANO ANCHE IN “RUSH OF DEATH”, DIALOGANDO MOLTO BENE CON LE SCELTE COMPOSITIVE PIÙ SCARNE E DURE. L’EREDITÀ DEL PROGETTO LINGUA MORTIS ORCHESTRA PROSEGUE, CON UN OMAGGIO ANCHE A TUO PADRE, VERO?
– Ai tempi della LMO lavoravo in studio ogni giorno, sia da solo che con i ragazzi dell’orchestra. Mio padre era un importante direttore d’orchestra, e in quel periodo era sempre lì per me, pronto a darmi una mano. Ha partecipato al processo compositivo, mi ha dato un aiuto davvero importante, oltre a ottime idee. Ho tanti bei ricordi legati a tutto questo. I suoi consigli sono preziosi ancora oggi, è per questo che ho deciso di dedicare quest’album a lui.

IN “RUSH OF DEATH” SEMBRA ESSERCI MENO SPAZIO PER I TEMI PRETTAMENTE STORICI, CHE INVECE AVEVANO CARATTERIZZATO GLI ALBUM PRECEDENTI.
– La storia continua a piacermi moltissimo. Dagli eventi storici ho sempre trovato molta ispirazione per i miei testi. In “Rush Of Death” la storia compare più come un insegnamento metaforico. Un esempio: molti pensano che i gladiatori fossero schiavi o persone povere, ma in realtà non era così, perché molti di loro quando combattevano e vincevano potevano ottenere una sorta di libertà, ma la rifiutavano. Volevano continuare a combattere, amavano quello stile di vita fatto di sangue e lotta. Molti di loro amavano l’arena, la consideravano un’esperienza piena di adrenalina: e questo rendeva i gladiatori delle vere star per il popolo. Il brano “Soiled Existence” parla proprio di un gladiatore molto famoso che ogni volta che vinceva un combattimento rifiutava la libertà. Le gare automobilistiche odierne sono molto simili all’esperienza dei gladiatori: la gente è lì che aspetta l’incidente più drammatico possibile. Niki Lauda diceva che quando gareggi non ci sono amici, devi solo combattere. E io so di cosa parla, dato che da venticinque anni sono un pilota professionista.

E INFATTI IN QUESTO ALBUM IL TEMA CENTRALE È PROPRIO QUELLO DELLE GARE AUTOMOBILISTICHE: UN ASPETTO ASSOLUTAMENTE CENTRALE NELLA TUA VITA.
– Esatto. Facendo rally ho imparato che più sei vicino alla morte più riesci a capire il vero valore della vita. In questi anni di gare automobilistiche ho sviluppato una sorta di dipendenza dall’adrenalina. Ho studiato per diventare pilota in Germania, e ho guidato in molte categorie, dalla Formula 3 al Rally, e ogni volta è come venticinque anni fa: quando entro nell’auto è come se spegnessi un interruttore, rendendo la mia mente completamente pulita e libera. Quando prendo la chitarra e salgo sul palco ho la stessa identica adrenalina di quando sto facendo una gara in auto. È per questo che in “Rush Of Death” ho dedicato molti testi a questa realtà, che sento profondamente mia e personale.

SEGUI IL PANORAMA METAL CONTEMPORANEO? COSA NE PENSI?
– Sì, certo. Ci sono molte nuove band che reputo davvero fantastiche. Purtroppo però molte di loro si assomigliano un po’ troppo. Credo che il problema derivi dal fatto che la maggior parte dei nuovi gruppi registri in casa, usando pacchetti di suoni già impostati. Un altro problema che percepisco è la tendenza a copiare qualcosa o qualcuno che ha avuto successo anni fa, provando a riproporre sonorità già sentite. Ci sono tanti grandi musicisti, ma poche belle canzoni, come se ci fosse paura di sperimentare, rimanendo piegati a certe regole del mercato. Se sei un musicista non dovresti pensare ad avere controllo sul business: il successo economico nasce spesso da una serie di incastri fortunati, come ad esempio far uscire il disco giusto al momento giusto con la giusta promozione. Il successo d’altro canto non sempre è sinonimo di qualità. Le giovani band pensano davvero troppo all’autopromozione, mi sembrano completamente assorbite da cose come i social, YouTube e così via. Sarebbe più importante provare a vivere davvero la propria musica, senza considerare la propria arte soltanto un prodotto.

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