ALTARS – Varcando il portale

Pubblicato il 07/08/2022 da

Eravamo ormai convinti che il loro destino fosse quello delle meteore, di quelle band autrici di un disco incensato dal pubblico e dalla critica e scomparse prematuramente dal firmamento musicale, e invece – a sorpresa – gli Altars sono di nuovo tra noi. Dopo aver annunciato la loro reunion nella primavera 2021, i death metaller australiani hanno impiegato relativamente poco per trovare una nuova sistemazione e dare alle stampe il seguito sulla lunga distanza di “Paramnesia”, gioiellino underground che nel lontano 2013 ne aveva fatto conoscere la sensibilità al mondo. Pubblicato dalla nostrana Everlasting Spew, “Ascetic Reflection” non ha deluso le aspettative, ripresentandoci una band affiatata, espressiva e del tutto a proprio agio nel maneggiare le soluzioni oblique di titani come Gorguts, Morbid Angel e Deathspell Omega, oltre che desiderosa di recuperare il terreno perduto in questa lunga assenza dal mercato. Contattati via e-mail, il chitarrista Lewis Fischer – vera anima del progetto – e il cantante/bassista Brendan Sloan, assoldato lo scorso anno per ricoprire la posizione, si sono dimostrati degli interlocutori disponibili e vivacissimi; due autentici fiumi di parole da cui sprizzano entusiasmo e consapevolezza di aver dato alle stampe uno degli album death metal del 2022…

FINORA LA VOSTRA CARRIERA NON È STATA DELLE PIÙ LINEARI. COSA ACCADDE DOPO LA PUBBLICAZIONE DI “PARAMNESIA”? RICORDO CHE ALL’EPOCA FU ACCOLTO BENISSIMO, TANTO DA PERMETTERVI DI SUONARE DI SPALLA A GRUPPI COME ULCERATE E DEAD CONGREGATION, MA NEL 2016 VI SCIOGLIESTE IN MANIERA PIUTTOSTO REPENTINA E INASPETTATA…
Lewis: – È una storia complicata e personale, che chi è vicino alla band, o chi ha avuto modo di leggere alcune interviste rilasciate da me in passato, potrebbe già conoscere. All’epoca era praticamente impossibile per noi andare avanti. Il motivo è che Cale Schmidt, il cantante/bassista di “Paramnesia”, soffre di una grave malattia mentale. Per via dei suoi problemi di salute, divenne subito chiaro che non potevamo continuare a fare quello che stavamo facendo, e non era mia intenzione sostituirlo. A livello musicale e personale, avevamo una comprensione molto profonda l’uno dell’altro; è con lui che ho fondato la band quando avevo diciassette anni, e non sarei stato in grado di ricreare quella chimica con chiunque altro.

IL VOSTRO RITORNO È STATO UN ALTRO FULMINE A CIEL SERENO. COSA VI HA SPINTO A RIFORMARVI DOPO QUASI UN DECENNIO DI SILENZIO DISCOGRAFICO?
Lewis: – Oggi più che mai, gli Altars sono un’espressione coerente del mio Io musicale e artistico. Sentivo il bisogno di rilanciare il progetto da tempo, ma probabilmente è stato solo quando mi sono unito ai ragazzi degli Ignivomous, ricominciando a suonare seriamente in giro, che ho realizzato di avere ancora qualcosa da dire e da dare. Il seme ha iniziato a germogliare verso la fine del 2019, una volta tornato dall’Europa e dal Kill-Town Death Fest con la band. Ho tenuto questa cosa per me per un po’, così da riprendere la giusta confidenza con la scrittura, ma nel giro di pochi mesi metà dell’album era già pronta. A quel punto ho contattato Alan (batteria, ndR); non vedeva l’ora di lavorare ad un altro disco insieme, e da lì abbiamo ripreso.
Brendan: – La prima volta che ho parlato con Alan (non a qualche banco del merch per una ventina di secondi) penso fosse in mezzo alla folla, durante un concerto ad Adelaide. Il gruppo si sarebbe dovuto fermare a casa sua, ma l’indomani aveva una visita e doveva per forza ripulire tutto durante la notte (ride, ndR). In quell’occasione, ricordo di avergli chiesto degli Altars. Parecchio tempo dopo, quando mi sono trasferito ad Adelaide per alcune questioni personali, ho inaspettatamente incontrato Lewis al lavoro, pressandolo per tornare sui suoi passi e riavviare il gruppo. Alla fine, si può dire che sia successo per ragioni indipendenti da tutto questo, ma stai pur certo che ho colto ogni occasione per spingere Alan e Lewis verso questa reunion. Felice che sia diventata realtà, anche perché sono stato coinvolto!

A QUANDO RISALE LA MUSICA DI “ASCETIC REFLECTION”? È STATA SCRITTA NELL’ULTIMO ANNO O SI TROVAVA IN UN CASSETTO GIÀ DA UN PO’?
Lewis: – La traccia di apertura, “Slouching Towards Gomorrah”, inizia con uno strano riff sconnesso che scrissi dopo aver completato “Paramnesia”. Ricordo che volevo fosse il primo riff del secondo album, quindi è stata una delle prime cose che ho preso in mano quando ho ricominciato a comporre, due anni fa. Il suono che senti all’inizio del disco, prima che inizi questo riff, è invece il riff finale di “Paramnesia”, suonato al contrario e a velocità dimezzata. Mi sembrava potesse essere un buon collegamento tra le due opere. A causa della pandemia, “Ascetic Reflection” ha avuto un processo di scrittura piuttosto diverso da quello di “Paramnesia”. Principalmente si è basato su di me, a casa, impegnato a scrivere e a perfezionare ossessivamente le idee per la maggior parte del 2020 e del 2021. Nei brevi momenti di tregua dalle limitazioni Covid, ho potuto guidare fino ad Adelaide e provare con Alan, in modo da lavorare insieme e da consentirgli di sviluppare i pattern di di batteria in tempo reale. Di fatto, nuove restrizioni alle frontiere mi avrebbero bloccato là, quindi abbiamo cercato di sfruttare al massimo quei momenti, concentrandoci e lavorando sodo. In quella fase siamo anche riusciti a coinvolgere Brendan, che ha subito dimostrato di comprendere la mia musica ad un livello molto profondo, simile a quello che aveva Cale; ha anche contribuito al disco con il riff portante di “Anhedonia”, che è stato poi sviluppato dando vita alla canzone che puoi sentire. Tutto sommato, credo si tratti di un album molto fresco. Lo vedo come un’evoluzione, ma al tempo stesso non offre un’esperienza completamente alienante a chi aveva amato “Paramnesia”.

LA PROVA DI BRENDAN AL MICROFONO È SICURAMENTE UNO DEI PUNTI DI FORZA DEL DISCO. SO CHE SI È ANCHE OCCUPATO DELL’INTERO PROCESSO DI REGISTRAZIONE E PRODUZIONE…
Lewis: – Ha fatto un lavoro incredibile, con diversi passaggi che scuotono le viscere, tanto sono intensi. Conoscevo già Brendan e sapevo quanto gli piacessero gli Altars, avendo tra l’altro potuto sentire dei rimandi di “Paramnesia” nella musica dei Convulsing (altra band del cantante/bassista australiano, ndR). Ero convintissimo del fatto che non solo fosse in grado di suonare certa musica, ma che potesse anche assumerne il controllo, facendo sue le parti assegnate. Ciò che rese tanto forte la collaborazione tra me e Cale, fu proprio la capacità di trasmutare le mie idee nelle sue, e viceversa. Con Brendan sento di avere lo stesso tipo di connessione, e sono entusiasta all’idea di vedere come si svilupperà la band in futuro. Le prime volte gli diedi qualche input per iniziare a far girare la palla, che lui capì al volo ed elaborò a modo suo. Per me è fondamentale che, all’interno di un piccolo gruppo a tre elementi come il nostro, ognuno scriva e lavori alle proprie parti. Avere questa confidenza è essenziale per la chimica di una band, perché è da lì che poi nasce la magia. Parlando della produzione, avevo delle idee molto precise su come dovesse suonare il disco e su come quest’ultimo dovesse essere registrato e prodotto per ottenere quel suono. La scelta e il posizionamento dei microfoni, l’elaborazione dei dati per ottenere determinati effetti nelle fasi di mixing e mastering… ancor prima di iniziare, c’era una sorta di piano. Prima di quel momento, io e Brendan avevamo scherzato sull’idea di aprire uno studio di registrazione insieme, quindi si può dire che l’intero processo sia stato come un gioco da ragazzi. Ha un grande orecchio per i dettagli, e abbiamo un’etica simile in materia di registrazione. Penso sia stato fatto un buon lavoro di squadra; personalmente, non sono molto interessato ad applicarmici in prima persona, motivo per cui, quando mi ha detto di volersene occupare, sono stato contento di lasciargli le redini della situazione. In questa maniera ho potuto concentrarmi sul layout e sul design del disco. Ha preso in considerazione anche le mie idee più radicali, senza dimenticarsi di portare in studio il suo bagaglio di esperienze passate. Ciò che puoi sentire è quindi il frutto di questo nostro approccio collaborativo. Avevamo un sacco di altre idee che, purtroppo, sono state scartate a causa dei limiti di tempo (per dirtene una, volevamo prendere un piccolo cabinet per chitarra, dargli fuoco e registrarlo). Ad ogni modo, è stata un’impresa gigantesca; da solo non ce l’avrei mai fatta.
Brendan: – Sono contento che ti sia piaciuta la mia performance! Da fan, prima di tutto, era importante per me rendere giustizia all’eredità di Cale, per quanto io non sia appunto lui. Ci tenevo a versare il mio sangue nel calderone degli Altars, ma in un modo che non snaturasse il passato della band. Lewis ha già detto tutto sul mio coinvolgimento; posso solo aggiungere che credo di essermi sentito come Jason Newsted al momento di entrare nei Metallica (ride, ndR). Ero tra il pubblico durante il loro show di Sydney nel 2015, l’ultimo che tennero lontano da Adelaide. Se vai sulla pagina Bandcamp dei Convulsing, nella foto mi vedrai indossare una felpa degli Altars. Su “Errata” (disco dei Convulsing del 2016, ndR) c’è una canzone intitolata “Altered”, che è un omaggio alla band. Ora, sette anni dopo, abbiamo ripreso insieme dal punto in cui tutto si era interrotto. Per quanto riguarda la produzione di “Ascetic Reflection”, non credo sarebbe giusto, nei confronti di Lewis, dire che mi sia occupato dell’intera faccenda. In termini di energia, il compito è stato praticamente diviso a metà. Come musicisti, condividiamo abilità, obiettivi e desideri molto simili, quindi lavorare insieme è stato un processo indolore. Vista la mia familiarità con la DAW (un sistema elettronico progettato per la registrazione, il montaggio e la riproduzione dell’audio digitale, ndR), ho fatto molte delle modifiche principali e del lavoro di ProTools (Lewis lavora principalmente con Logic). Le fasi del mixing sono state un po’ un passaggio di testimone: la maggior parte del lavoro è stata fatta nel mio studio, ma il tutto è stato rivisto da Lewis per alcuni plugin, per i dettagli di post-produzione (intro/outro di “Black Light Upon Us”, ad esempio) e per i ritocchi finali. Del mastering, invece, me ne sono preso cura io, dato che non ho problemi con l’ascolto supercritico che questo passaggio richiede. In mancanza di altri termini, si può dire che abbia un’ossessione autistica per i dettagli e le minuzie. In fondo, è importante sfruttare i propri punti di forza! Penso sia una delle cose migliori a cui abbia mai lavorato. Di certo, il fatto di essere molto allineati nell’approccio alla musica e all’arte ha semplificato di molto le cose. Sono davvero contento del risultato finale.

ESISTE UN CONCEPT ALLA BASE DEL DISCO?
Lewis: – Tutti i testi sono correlati tra loro. Non c’è una storia, ma appartengono allo stesso mondo e fanno riferimento alle stesse idee. Un ciclo perpetuo di creazione e distruzione. Le tracce stanno in piedi da sole, ma sono state progettate per essere ascoltate tutte insieme. I primi quattro brani esprimono il loro massimo potenziale se ascoltati di seguito; lo stesso vale per gli ultimi quattro e, ovviamente, per tutte e otto le tracce insieme. L’album funziona anche se riprodotto in ordine inverso, o in un loop che si ripete all’infinito. L’album si divide in due parti che si completano a vicenda, o che possono essere viste come un riflesso l’una dell’altra. Puoi intendere la prima metà del disco come le figure incappucciate della copertina, immerse fino alla vita in una pozza d’acqua, estasiate da una sorta di sfera di energia. La seconda metà, invece, potrebbe essere vista come l’inverso di questi individui, che guardano nella stessa sfera da un mondo capovolto, nelle profondità di questa pozza d’acqua. Insieme, formano una sorta di allegoria applicabile e interpretabile in diversi modi.
Brendan: – Nella maggior parte dei casi, le canzoni sono state composte e intitolate prima che i testi fossero delineati. Questo è abbastanza simile al modo in cui gestisco le cose nei Convulsing; assegno il titolo alla canzone una volta scritte le prime note, e di solito quello rimane così fino alla fine. Lewis aveva stabilito tutto in questa maniera prima del mio coinvolgimento (a parte “Anhedonia”). Come musicista, è come se dipingessi con le emozioni e i pensieri molto prima di poterli effettivamente articolare, quindi penso che queste canzoni sarebbero state comunque associate ai titoli che ora hanno. Precognizione. I vaghi temi e concetti implicati dai titoli, oltre che dal ‘movimento’ della musica, si sono rivelati pienamente, e ad un certo punto abbiamo notato che, per puro caso, il concept era molto più grande e dettagliato di quanto ci aspettassimo inizialmente. Ci sono quattro brani per lato, e la ‘sensazione’ di ogni brano è più o meno un’immagine speculare (1 rispecchia 8, 2 rispecchia 7, ecc.) In termini di durata, intensità e concept narrativo, la “Perverse Entity” della traccia 2 può essere ritrovata nel “Manifest Eidolon” della traccia 7. Anche “Anhedonia” rispecchia abbastanza letteralmente il tema di “Luminous Jar”. L’idea dell’uroboro tratteggiata in “Paramnesia” ritorna anche qui, sebbene sia usata in modo diverso. “Ascetic Reflection” è una raccolta di indagini sull’Io (Io mortale VS. Io divino, puro VS. impuro, ecc.), e su come gli stessi fallimenti si ripetano più e più volte nel corso dell’esistenza, perché è nella natura umana lottare in cerca di una cosiddetta ‘illuminazione’. Ottieni il potere e quest’ultimo ti distruggerà. La ‘purezza’ genera impurità. L’edonismo genera autodistruzione. L’autodistruzione genera ricreazione e rinascita, e così via. L’opera è un incoraggiamento a riflettere sempre sul proprio posto nell’universo e, in definitiva, a capire che siamo insignificanti di fronte a un grande sistema cosmico. Non è un album strettamente religioso, ma prende in prestito alcuni concetti della religione per discutere dei concetti di altruismo, consapevolezza e distruzione dell’ego.

PER L’ARTWORK VI SIETE AFFIDATI AD UNO DEGLI ARTISTI PIÙ RICHIESTI DEL MOMENTO. COM’È STATO LAVORARE CON ADAM BURKE? GLI AVETE DATO DELLE INDICAZIONI PRECISE O GLI AVETE LASCIATO CARTA BIANCA?
Lewis: – Ad Adam ho girato un semplice riassunto delle tematiche del disco. È tornato da me poco tempo dopo con alcuni schizzi e idee per il dipinto. Credo di poter dire che avesse colto perfettamente il senso di quelle poche righe. È il primo fan del risultato finale dell’artwork, e anche noi ovviamente lo apprezziamo tantissimo. È il frutto di un perfetto scambio di idee, e non potremmo essere più soddisfatti di così.

COME SIETE ENTRATI IN CONTATTO CON LA ‘NOSTRA’ EVERLASTING SPEW?
Lewis: – È stata l’Everlasting Spew a contattarci, a dire il vero. Una volta annunciato il nostro ritorno, i ragazzi si sono subito dimostrati ansiosi di averci nel loro roster. Ho dovuto ritardare un po’ le cose nell’attesa di avere Brendan a bordo e di arrivare al completamento del disco, ma anche in quel lasso di tempo non abbiamo mai smesso di tenerci in contatto. Quando ho capito che, finalmente, era arrivato il momento giusto, abbiamo iniziato a discutere dei vari aspetti legati alla pubblicazione dell’album, e da subito è stato evidente che quella era la scelta da intraprendere. Stanno pubblicando tanti ottimi dischi, compiendo di giorno in giorno dei grossi passi in avanti. Fin qui, è stato davvero fantastico lavorare con Giorgio e Tito.

COSA SIGNIFICA PER VOI ‘DEATH METAL’?
Lewis: – È una condizione fisica, che diventa tangibile nel momento in cui il suono emesso da una cassa, o dalla pelle di una percussione, crea delle specie di forme selvagge che vengono poi assorbite dal corpo. È una sensazione molto chiara e definita quella che provo quando ascolto della musica che suona in questo modo, e quella sensazione per me è ‘death metal’. Ma la sento ovunque, da gente come The Necks, Kayo Dot, Penderecki e Xenakis, a vere death metal band. Quando ci esibiamo, cerco sempre di catturare e sintetizzare questo particolare stato fisico primordiale.
Brendan: – Come puoi leggere dalla risposta di Lewis, ‘death metal’ non è un insieme di parametri, riff in stile Suffocation o altro. Il motivo per cui in gioventù mi sono innamorato del metal, e di questo genere in particolare, è perché parliamo di un’espressione emotiva estrema. Quella stessa energia, ovunque si trovi, rappresenta un richiamo irresistibile per me. Di recente, con due amici, ho avuto una discussione simile sull’idea di una ‘logica cristallina’ presente ovunque; alla possibilità di attingere qualcosa al di là della mente cosciente, un’essenza universale. Ben Monder — uno straordinario musicista jazz contemporaneo, famoso per i suoi costrutti armonici alieni — può essere trovato ad uno show dei Brodequin o dei Defeated Sanity, e viceversa… il death metal è solo il vertice di un dodecaedro formatosi intorno alla stessa fonte di energia.

MOLTI VI PARAGONANO AGLI ULCERATE. PERSONALMENTE – PUR RICONOSCENDO ALCUNE SIMILITUDINI – TROVO CHE IL VOSTRO APPROCCIO SIA GENERALMENTE PIÙ AGGRESSIVO E DIRETTO, CON UN FORTE ECO DALLA SCUOLA DEATH METAL DEGLI ANNI NOVANTA…
Lewis: – Mi capita spesso di sentirlo, e sinceramente trovo il confronto un po’ pigro e riduttivo. Conosco i ragazzi degli Ulcerate da molto tempo ormai; sono persone fantastiche, abbiamo condiviso spesso il palco e c’è un forte rispetto tra noi, ma non credo affatto che suoniamo nello stesso modo. Qua e là ci sono degli accordi e delle soluzioni simili, è vero, ma ho l’impressione che, non appena al giorno d’oggi si suoni qualcosa di lontanamente dissonante, scatti subito il raffronto. Potrebbe essere utile per descrivere gli Altars a chi non ci conosce, ma sto cercando di fare le cose a modo mio, anche se gli Ulcerate hanno lavorato duramente per ottenere quello status e si meritano tutto ciò che stanno raccogliendo. Amo molto il death metal degli anni ’90, ma credo di essere più interessato a ciò che sta accadendo ora e al modo in cui il genere potrebbe evolvere in futuro. Altars è come un tentativo di rompere il death metal, per poi riassemblarlo prima che si spinga troppo oltre. Nella nostra musica, ci sono una tensione e un rilascio costanti tra le parti più esplorative e quelle invece più dirette e brutali. In fondo, gruppi come Gorguts e Morbid Angel non sono diventati quello che sono facendo le stesse cose degli altri. Senza correre questo tipo di rischi, cercando la tua strada, non aggiungerai nulla di rilevante da un punto di vista culturale e della progressione dell’Arte.
Brendan: – I confronti tornano senza dubbio utili, per quanto siano quasi sempre delle scelte convenzionali e nei fatti non reggano molto. Davvero, parliamoci chiaro: un arpeggio dilatato di due minuti non fa i Deathspell Omega, così come una poliritmia non fa i Meshuggah. Ciò che spesso le persone chiamano ‘dissonanza’ non è dissonante, e neppure diatonico. I Voivod sono dissonanti? Secondo me no, perché si tratta di un contesto intrinsecamente consonante. Gli Ulcerate vengono presi come termine di paragone per un certo tipo di soluzioni, principalmente a causa del puro impatto del loro suono. È innegabile che la Terra si sia spostata quando è uscito “Everything Is Fire”, tuttavia non descriverei mai la musica degli Ulcerate come ‘dissonante’. Il senso di armonia e melodia è così forte, specialmente negli ultimi dischi… comunque sto divagando, forse dovremmo inserire il riff di “Immortal Rites” in una canzone per spostare l’attenzione altrove.

RICORDATE COME SIETE ENTRATI IN CONTATTO CON QUESTA MUSICA?
Lewis: – Al liceo ero solito scambiare cassette e dischi con un amico. In quel periodo ero già parecchio addentro cose tipo gli Slayer, frequentavo i concerti locali e iniziavo a scoprire le basi del metal estremo. Un giorno mi passò una copia di “Domination” dei Morbid Angel, e poco tempo dopo vidi il video di “Where the Slime Live”, pensando che fosse una delle cose più belle che avessi mai visto. Trovai una Ibanez Universe bianca del 1991 in vendita a buon mercato, come quella che Erik (Rutan, ndR) suona nel video, e decisi di acquistarla. Ce l’ho ancora, la suono, e ogni canzone degli Altars è stata scritta su quella chitarra. Quindi immagino che quel momento abbia segnato il mio destino.
Brendan: – È stato un lungo, strano viaggio, e ti risparmierò la maggior parte dei dettagli, ma ecco un breve riassunto:
Quando ero davvero piccolo, in casa si ascoltavano Rush/Black Sabbath/Iron Maiden, ma all’epoca li odiavo.
A dieci anni scoprii i The Chemical Brothers e altri gruppi EDM, e provai a suonare quella musica grazie ad una demo di Fruityloops.
A undici iniziai a suonare gli strumenti a fiato in un’orchestra.
A tredici qualcuno mi passò “Iowa” e l’esordio omonimo degli Slipknot, e divenni ossessionato dal nu metal e dai gruppi Roadrunner.
A quattordici smisi di suonare nell’orchestra per passare alla chitarra (volevo una Kelly, come Marty Friedman dei Megadeth).
A quindici sentii “Enshrined by Grace” su un CD/playlist, scoprendo quindi i Morbid Angel.
A sedici ero ormai occupato a divorare spasmodicamente ogni album metal su cui riuscivo a mettere le mani: dai dischi degli Spawn of Possession a “Nightfall In Middle-Earth”, da “Darkness Descends” a “Transcendence Into The Peripheral”. Alla fine, comunque, non sarei qui senza “Iowa”. Morirò difendendolo e sostenendo quanto sia fottutamente pesante. Oltre a ciò, il modello di riferimento per il tipo di musicista che sono (o almeno, che spero di essere) è Dan Swanö. Chissà, forse un giorno, da grande…

PENSATE CHE IL VIVERE IN AUSTRALIA ABBIA IN QUALCHE MODO INFLUENZATO IL VOSTRO MODO DI CONCEPIRE LA MUSICA? IN EFFETTI, MOLTI DEI GRUPPI ESTREMI DEL VOSTRO PAESE HANNO UN TOCCO CARATTERISTICO CHE RENDE SUBITO RICONOSCIBILE LA LORO ORIGINE GEOGRAFICA…
Lewis: – Esiste sicuramente un tipo di suono ‘australiano’, ma non so se questo sia un fenomeno effettivamente applicabile o se il tutto derivi dal fatto che delle persone hanno lavorato insieme in modo coerente, contribuendo a portare la musica underground australiana sotto i riflettori. Se pensi ai Martire e alla musica che facevano tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, sentirai come elementi specifici di quel suono abbiano influenzato un gruppo come gli StarGazer. Sia Denny Blake che Damon Good degli StarGazer hanno suonato nei Martire, ad un certo punto della loro carriera, e Good ha anche formato i Mournful Congregation, che sono forse diventati la band funeral doom per eccellenza. E ancora, sia Blake che Good hanno suonato su “Outre” dei Portal. La scena qui è relativamente piccola e, guarda caso, il nostro Alan ora suona la batteria negli StarGazer. Quando sono nati gli Altars, eravamo gli ultimi arrivati. Frequentavo i concerti da anni, e avevo familiarità con molte della realtà che ho citato, oltre ad esserne influenzato. Stavo comunque cercando di trovare il mio suono, e alla fine ci sono riuscito con “Paramnesia”. Questi gruppi/musicisti hanno dato vita ad un’eredità incredibile. Non mi è mai interessato emulare il loro lavoro, ma mi hanno sicuramente ispirato in altri modi. Prendi ad esempio il tono di chitarra di Blake negli StarGazer: suona con una quantità minima di gain, attraverso un amplificatore combo Fender. Nello sviluppare il mio stile, questo mi ha ispirato a suonare la chitarra con meno gain e pickup in uscita. Ecco da dove arrivano il suono, lo stile e le tecniche, soprattutto in termini di dinamiche esecutive, che oggi sono una parte determinante degli Altars. Questa ovviamente è solo una piccola cerchia di individui, unici e incredibilmente talentuosi, che hanno contribuito a definire e sviluppare ciò che le persone associano alla musica underground australiana, ma l’elenco potrebbe continuare, magari spostandosi nei circuiti locali di città più piccole.

PER ANNI, PHILLIP KUSABS È STATO UN MEMBRO DI SPICCO DELLA SCENA UNDERGROUND DELL’OCEANIA, E PURTROPPO SAPPIAMO DI QUALI CRIMINI, OGGI, È ACCUSATO. UN EVENTO CHE SI PUÒ DIRE ABBIA RIAPERTO L’ANNOSO DIBATTITO SULLA NECESSITÀ DI SEPARARE L’UOMO DALL’ARTISTA…
Lewis: – Fai una domanda difficile. Non perché sia in conflitto con la risposta da dare, ma perché mi capita di essere vicino a persone che suonavano nelle sue band o che un tempo ammiravano il soggetto in questione. Quindi, per me, non si tratta di sapere se sia giusto o meno ascoltare questo o quel gruppo. È irrilevante, ed è l’ultima cosa a cui penso. Quando ho letto per la prima volta la notizia, mi sono subito messo in contatto con degli amici che sapevo sarebbero stati influenzati dal fatto, per sapere se stessero bene. Il mondo è più grande dei contenuti di Metal Archives.
Brendan: – Lewis e io ne abbiamo discusso un po’, quando abbiamo visto la domanda, e sono d’accordo con quanto sopra: non dovremmo discutere di questo argomento per sport. Chi se ne frega? La vita di persone reali è stata influenzata irrevocabilmente dalle gesta di un terribile crimine, quindi non commenterò direttamente quel particolare evento, al di là di questo. Mi è già stata chiesta la mia opinione sul fatto che il comportamento di un autore influenzi o meno l’esperienza della sua arte, quindi sarò breve: lo fa. Dovrebbe. Come può non farlo? Una creazione richiede un creatore. Come creatore, la mia arte sono io. Siamo una cosa sola. Le mie opinioni su me stesso, sul mondo, eccetera, sono contenute in varia misura nella mia musica. È impossibile evitarlo. L’arte è un’espressione della vita, un mezzo per comprenderla ed elaborarla. Ci può essere separazione solo se le parti vengono criticate allo stesso modo. Non posso pensare di approcciarmi ad una forma d’arte, di qualsiasi tipo si tratti, senza pensare, riflettere e criticare il suo creatore, il suo contesto personale e le sue intenzioni. Dobbiamo farlo. Sicuramente ci sono limiti che, una volta superati, rendono molto impegnativo rivivere un’opera alla stessa maniera di prima, ma l’ignoranza è troppo comoda. È un argomento complesso, ma questo è quanto di meglio posso dire al riguardo. Se vuoi ‘separarli’, criticali completamente. Sii abbastanza maturo per farlo e accetta il risultato. Qualsiasi altra cosa è codardia, e cosa fare dopo è una scelta che devi fare per te stesso.

QUALI SONO I CINQUE DISCHI CHE PORTERESTE CON VOI SU UN’ISOLA DESERTA?
Lewis: – Crazy Doberman – “Hypnagogic Relapse and Other Penumberal Phenomena”
Miles Davis – “Bitches Brew”
Dead Congregation – “Graves of the Archangels”
Sunn O))) – “Black One”
Krzysztof Penderecki/Jonny Greenwood – “Threnody For The Victims Of Hiroshima”/”Popcorn Superhet Receiver”/”Polymorphia”/”48 Responses To Polymorphia”
Brendan: – Una domanda impossibile, ma proviamoci:
Allan Holdsworth – “Live in Warsaw ‘98”
Kurt Rosenwinkel – “The Next Step”
Infernal Coil – “Within A World Forgotten”
Dan Swanö – “Moontower”
Krallice – “Diotima”

AVREMO MAI LA POSSIBILITÀ DI VEDERVI SUONARE IN EUROPA?
Lewis: – Lo spero! Siamo stati molto impegnati a registrare e a pubblicare il nuovo album, ma è qualcosa a cui, da ora, inizieremo a lavorare in vista del 2023. Ci piacerebbe davvero fare un tour come si deve a supporto del disco, e suonare in quanti più posti possibili. Se qualche promotore desidera mettersi in contatto, può inviarmi un’e-mail. Prenotateci e noi verremo.

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