ANGUSTA TAURINORUM – Vomito Ergo Sum

Pubblicato il 17/03/2009 da
 
In un panorama musicale in cui anche gli ultimi arrivati sul carrozzone del momento sembrano volersi atteggiare alla stregua di rockstar annoiate, è un vero piacere imbattersi in personaggi come il qui presente Alessandro, cantante e chitarrista dell’hardcore band torinese Angusta Taurinorum, nonché nostro affabile interlocutore in questa tanto lunga quanto piacevole chiacchierata: senza rubare nulla alle sue parole, spazio dunque al loquace e capace Ale…

 
C’ERANO UNA VOLTA I TORQUEMADA, CRUST BAND TORINESE DALLE CUI CENERI SONO POI NATI GLI ANGUSTA TAURINORUM…CHE NE DICI DI PARTIRE DALL’INIZIO, RACCONTANDOCI LA STORIA PER FILO E PER SEGNO?
“Quando i Torquemada si sono formati eravamo poco più che bambini, ai primi live andavamo con la macchina rubata ai genitori e senza patente. Eravamo totalmente immersi nell’ideologia e nella prassi del cosidetto movimento ‘anarco-crust’, occupavamo le case, organizzavamo masse critiche, controinformazione, ecc. ecc…. Facevamo della politica passando anche attraverso la musica e, con la scusa, andavamo in giro a fare i cazzoni. Come i politici veri insomma, ma in mezzo ai punk e nella zozzeria più sublime invece che con le soubrette tettorute; ed anche gli stupefacenti erano più spartani ed economici, ma non per questo meno sfiziosi! Col passare del tempo abbiamo sentito però sempre più stretto quell’abito mentale (uniforme?) e il suo contesto, e quindi, sebbene rimanendo molto legati, abbiamo sentito l’esigenza di sciogliere il gruppo per fare esperienze diverse. Era il 2001 e io smettevo di suonare la chitarra per dedicarmi al pianoforte ed alle arti marziali, lavorando e finendo gli studi. Metello, il batterista, migrava in Spagna per fare il pirata ed il DJ, ora ha pure il brevetto nautico quindi è a posto. Poi, dopo anni passati a suon di Nyman e letture edificanti, m’è tornata la voglia di sudare sbraitando inni al demonio, ed ecco che dopo non poche peripezie e scleri dovuti alla mancanza di musicisti seri in città (ed alludo non tanto alla tecnica quanto alla qualità umana e all’affidabilità), ho messo su gli Angusta. Dopo altri due soffertissimi anni, ecco il CD ‘Giochi Fatui’ che ho cantato improvvisando in studio, visto che l’allora cantante s’è defilato tramite SMS ad un mese dalla registrazione, e suonato studiandomi all’ultimo pure le seconde chitarre visto che l’altro chitarrista s’è, diciamo così, ‘spaventato’ a pochi giorni dalla registrazione. In origine eravamo in cinque, nel disco tre e in futuro quattro, considerato che ho deciso di rimanere alla voce oltre che alla chitarra. Giocateli sulla ruota di Torino!”.

AUGUSTA CHE DIVENTA ANGUSTA, I FUOCHI TRAMUTATI IN GIOCHI, IL VOMITO AL POSTO DEL COGITO E LE CREATURE MUTATE IN BRUTTURE… POSSIAMO DIRE CHE L’UTILIZZO DEI GIOCHI DI PAROLE RAPPRESENTI UN TRATTO DISTINTIVO DELLA VOSTRA PROPOSTA CHE PORTERETE AVANTI ANCHE IN FUTURO? 
“Ho scritto la maggior parte dei testi del CD in un periodo nel quale pativo per vicende sconfortanti, il fatto che siano nati in versi è probabilmente dovuto al bisogno di sublimare così la nera prosaicità di quello che mi capitava. I più recenti si avvalgono ancora di figure evocative (il pezzo che dà il titolo al disco, ad esempio), ma sono sicuramente meno melodrammatici di un ‘cantico delle brutture’. Sono comunque molto attento a forma e contenuto dei testi, visto che spesso rimango deluso leggendoli nei libretti dei dischi; in più son cresciuto con mia madre che mi leggeva le sue poesie quindi son sicuramente stimolato in quella direzione. Per il futuro non so cosa e come m’ispirerà, quindi non è detto che la forma rimanga immutata”.

SE I TITOLI DELLE CANZONI POSSONO SEMBRARE SCHERZOSI, NON ALTRETTANTO PUO’ DIRSI DEI TESTI: LI HO TROVATI DAVVERO CRIPTICI PER NON DIRE POETICI, IL CHE COLPISCE ANCOR DI PIU’ IN UN CONTESTO MUSICALE QUALE QUELLO HARDCORE, NON PARTICOLARMENTE INCLINE ALLA POESIA…
“E’ fondamentale che quello che scrivo sia onesto, viene da sé che ci siano da parte mia molta attenzione e spirito critico. Nell’hardcore, come in altri generi affini, spesso si pecca forse di pigrizia e ci si accontenta di rispettare i cliché nei testi così come negli arrangiamenti. Si rischia però di risultare noiosi, accontentando chi si fa bastare la prevedibilità ma annoiando chi cerca stimoli sinceri, chi ha voglia di lasciarsi intrigare. Non per forza un testo deve avere le quattro solite parole chiave per risultare sofferto e ‘ganzo’, soprattutto non sempre ci si deve accontentare di esprimere i concetti che il genere esige per poter essere così etichettati e riconosciuti più o meno ‘veri’ degli altri”.

VENITE TUTTI DA TORINO, CITTA’ ASSURTA IN PASSATO AGLI ONORI DELLE CRONACHE COME PRIMA CAPITALE D’ITALIA E COME POLO INDUSTRIALE DEL DOPO GUERRA, MA POI SCALZATA AI MARGINI DEL PODIO TRICOLORE E ORMAI RIDOTTA, PER USARE LE VOSTRE PAROLE, A “LUOGO D’INCONTRO ACCIDENTALE DELLA DISPERAZIONE MONDIALE”… 
“Torino è una città provinciale. Tornando da vere metropoli come Berlino, ad esempio, ti senti il fiato puzzolente della sfiga sul collo. E’ una città implosa, crollata sulle sue fragili fondamenta e oramai in tanti si spostano altrove per ritagliarsi la propria meritata nicchia esistenziale. La povertà non è diminuita negli ultimi decenni, la criminalità di conseguenza neppure, e se anche non ci sia affatto bisogno di girare con la katana per difendersi dall’uomo nero, come tenta di farci credere il peggior quotidiano d’Italia, Torino Cronaca appunto (che non a caso ha avuto natali qui e non altrove), la disperazione è il prodotto locale di maggior consumo. Poi, ovviamente, la bellezza è ovunque e basta avere la pazienza ed il coraggio di cercarla, scoprendo magari che puoi batterci il muso dentro quando meno te l’aspetti. Io sono letteralmente innamorato del mercato di Porta Palazzo e andarci è per me sempre un’epifania di energie, oltre ovviamente che di lingue, colori e sapori. Un aforisma orientale recita: ‘Dove ci sono uomini troverai mosche e Budda’”. 

LA SCELTA DI CANTARE IN ITALIANO SICURAMENTE VI PERMETTE UNA MAGGIORE LIBERTA’ ESPRESSIVA, MA NON CREDI CHE, NEL MOMENTO IN CUI VI DOVESTE PROPORRE ALL’ESTERO, POTREBBE RAPPRESENTARE UN LIMITE? E’ VERO CHE NEL VOSTRO CASO PIU’ CHE DI CANTO SI TRATTA DI GRIDA E CHE NEI BOOKLET DEI CD C’E’ SPAZIO A SUFFICIENZA PER LE TRADUZIONI, MA TEMO CHE LA COMPONENTE LIRICA SI PERDEREBBE NEL PASSAGGIO DALL’ITALIANO ALL’INGLESE, NON TROVI?
“Sono un cosmopolita convinto, parlo quindi tranquillamente l’inglese ma non m’interessa al momento trasformare le mie suggestioni e gli spunti dai quali prendo ispirazione in una modalità di pensiero, una lingua diversa da quella che uso tutti i giorni. Devo anche confessarti che sento così tanta gente riempirsi la bocca di ‘the pen is on the table’ per spersonalizzare ulteriormente questo nostro genere, già così fragile in termini d’identità, che ho forse sviluppato un’idiosincrasia per i gruppi italiani che scrivono pezzi in inglese per poi andare a suonarli nel pub sotto casa. Ma son scelte personali, ed apprezzo gruppi nostrani che cantano in inglese come ad esempio i romani Inferno e i torinesi Origod. Se l’esigenza lo richiedesse, se davvero fosse necessario universalizzare quello che scrivo, lo farei senza rimorso, consapevole però del fatto che diventerebbe qualcosa di diverso da ciò che è adesso perché passerebbe attraverso il setaccio di una lingua, quindi dell’espressione di una cultura e di una modalità di pensiero non radicalmente ma comunque diverse dalla mia. E’ vero che la globalizzazzione è una realtà storica, ma è vero anche che per il testo di ‘Vomito Ergo Sum’ ho sentito l’impellenza di fare mie le parole de ‘O Surdato ‘Nnammurato’ che in inglese suonerebbe piuttosto debolmente!”.

SUONATE UN HARDCORE CON SANE INFLUENZE METAL, EPPURE NON VI SI PUO’ CERTO INCLUDERE NEL SEMPRE PIU’ TRABOCCANTE CALDERONE METAL-CORE: DA OSSERVATORI NEUTRALI, COSA PENSATE DELLA PLETORA DI BAND CHE AFFOLLANO LA SCENA?
“Diciamo che in parte ti ho già risposto. Così come ad un certo punto mi son scocciato di comprare i sette pollici crust, che nove volte su dieci avevano le stesse immagini in copertina e cambiava solo il nome del gruppo (ma non il font usato!), mi è capitato molto frequentemente di appisolarmi ai concerti nei quali prevedibilissimi stopponi e schitarrate dal retrogusto di hamburger e coca cola ti facevano capire subito dove iniziava e finiva tutta la faccenda. Io poi sono odioso, ai concerti mi metto a quattro metri dal palco, al centro tra le due casse, e mi studio il gruppo che suona come il peggiore degli autistici, dando come unico segno di vita il movimento del braccio che porta la birra alla bocca. Magari dovrei lasciarmi andare di più e buttarmi dal palco gagliardamente, tanto gli stacchi so quando arrivano anche senza conoscere il pezzo…”.

NELLA VOSTRA MUSICA NON MANCANO ANCHE ALCUNI SPUNTI ELETTRONICI: D’OBBLIGO QUINDI CHIEDERTI COSA NE PENSI DELLA MUSICA ELETTRONICA IN GENERALE E SE UN DOMANI QUESTI ELEMENTI POTREBBERO TROVARE PIU’ SPAZIO NELLA VOSTRA PROPOSTA…
“Negli anni in cui ho appeso la chitarra al chiodo ho ascoltato di gusto una discreta quantità di elettronica, a partire dalle sperimentazioni di Fripp & Eno fino agli Orbital, passando anche per cose più ballerine ma dal gusto inevitabilmente mitteleuropeo, tipo Little Computer People e Console. La musica elettronica ha un potere evocativo per certi versi superiore a quella rock, attinge a sonorità quasi ultraterrene e la cosa mi diverte e sollazza assai. Ma anche qui, per il futuro non so dirti al momento, visto che per quanto riguarda gli Angusta ho da cercare d’edificare un (finalmente) stabile presente. Certo mi piacerebbe!”.

SO CHE FATE PARTE ANCHE VOI DEL MOVIMENTO D.Y.I. (DO IT YOURSELF): MA COME VI PORRESTE SE DOMANI VI CHIAMASSE LA ROADRUNNER OFFRENDOVI UN CONTRATTO MILIONARIO E LA POSSIBILITA’ DI REGISTRARE IL VOSTRO NUOVO ALBUM CON ADAM DUTKIEWICZ?
“Intanto mi lusingherebbe, ed un po’ di sano narcisismo è più terapeutico della più stoica e talebana ideologia. Un tempo ero fermamente convinto che l’unico modo di divulgare la mia musica potesse essere l’autoproduzione o coproduzione, la solfa è la stessa se si parla di D.I.Y. Ora continuo a credere che sia una pratica attraverso la quale alimentare alcuni preziosi aspetti della collaborazione tra gli individui, che ad altri livelli forse si perdono. Ne riconosco però anche i limiti, e soprattutto posso dirti d’aver trovato negli anni difetti che avrei creduto più tipici di altre modalità discografiche che non di questa, una su tutte la scomparsa dei co-produttori che una volta avute le proprie copie non rispondono manco più alle tue mail. Come se il rapporto lavorativo si fosse estinto insomma, e questo non è romantico come gli intenti invece vorrebbero”.

DOPO VENTI MINUTI DI HARDCORE INFUOCATO IL VOSTRO ALBUM SI CHIUDE CON UN DEMENZIALE STACCHETTO HIP-HOP: COME VI E’ VENUTA L’IDEA E COSA VUOLE RAPPRESENTARE? UNA PRESA IN GIRO DEI VARI RAPPER CHE INFESTANO LE TV MUSICALI O UN SEMPLICE MOMENTO DI CAZZEGGIO IN STUDIO?
“Se un genere non mi piace semplicemente lo ignoro, non mi sento in dovere di ridicolizzarlo più di tanto se non tra amici e per puro divertimento. Farlo su di un disco lo troverei forse poco elegante. Di rap ne ho sempre ascoltato poco ma ‘Conflitto’ degli Assalti Frontali rimane un album pieno di autentica poesia, così come mi piace ‘Ministero dell’Inferno’ dei Truceklan anche se, inevitabilmente, nell’hip hop posso scorgere una componente di folklore un po’ truzzo che a tratti mi diverte ma a volte mi nausea. Ma è tutto relativo, io ho quasi trent’anni e grido come un ossesso mentre il batterista fa la maionese colla bacchetta che strapazza il suo rullante innocente! Ascolto sempre con attenzione e curiosità il modo di giocare con le parole che qui si usa e che a volte risulta decisamente goloso. La ghost track m’è venuta un pomeriggio che ero a casa e volevo farmi una suoneria per il cellulare nuovo che supporta l’MP3…parentesi ludica e decerebratissima insomma, proprio niente di più!”.

A GIUDICARE DAL TESTO DI “LA CARNE E’ DEBOLE (MA IO NO)” SUPPONGO TU SIA VEGETARIANO SE NON VEGANO: E’ COSI’? E SECONDO TE COME MAI IL MOVIMENTO VEGANO HA COSI’ TANTO SUCCESSO NELLA SCENA HARDCORE?
“Ho smesso di mangiare la carne da giovanissimo, quando ancora non sapevo cosa fosse l’hardcore. Son cresciuto in campagna e ho avuto modo da sempre di vedere cosa ci fosse prima della bistecca che mi finiva nel piatto e ad un certo punto mi son chiesto se fossi davvero costretto a nutrirmene, per scoprire con mio sommo gaudio che così non era. Questa è la mia esperienza. E’ innegabile però che nel folklore tipico invece del genere che suoniamo, la faccenda animalista si sia insinuata da tempo, soprattutto in alcune frange tra le quali è più tipica come nell’HC straight-edge. Non c’è motivo per il quale debba dispiacermene, anche se è plausibile che per alcuni possa far parte di quella gamma di atteggiamenti da fare propri per sentirsi integrati. E’ però una questione emblematicamente intima, anche se mi permetto di dire che ci sia un’immensa componente di oggettività nel constatare quanto profondamente ingiusto sia nutrirsi d’altri individui e nelle modalità che questo implica. Ti confesso quindi che, in cuor mio, non mi sento di dirti che possa essere soltanto una moda, così come non so se invece sussitano nell’HC maggiori presupposti per sensibilizzare rispetto ad un argomento che tocca chiunque nel quotidiano. Vero è anche che tra gli amanti del metal la scelta animalista spesso è vista come una mancanza di quella spietatezza che rende accativante l’esistenza, ma viene da sé che farsi ‘na braciola comprata al GS non ha nulla di sabbatico e nessuna implicazione demoniaca. Ma sia chiaro, non c’è davvero malizia nelle mie parole, alcune tra le persone che amo sono onnivore e si son guadagnate un posto nella mia vita anche se in pizzeria prendono la quattro stagioni e io no”.

DOMANDA ESISTENZIALE: COS’E’ PER TE L’HARDCORE? E COME VEDI AL GIORNO D’OGGI LA SCENA HC TORINESE, QUELLA CHE GIRA INTORNO ALLO UNITED CLUB PER INTENDERCI?
“L’hardcore è un genere musicale che sa emozionarmi e nel quale riconosco me stesso ed il mio modo di pulsare quando le membrane vibrano. Ma non è l’unico. Nella scena nostrana, non soltanto in quella torinese, ci sono tanti gruppi che fanno cover senza saperlo, scimmiottando i modelli d’oltreoceano e spersonalizzando un genere che in Italia ha comunque avuto una dignità caratteristica. Torino nello specifico ha dato vita ai Negazione ed ai Nerorgasmo, è vero, ma erano altri tempi. Per fortuna però, posso dire anche qui che la bellezza si trova ovunque, basta saperla riconoscere”.

GIA’ CHE SIAMO IN TEMA: QUALI SONO I CINQUE ALBUM FONDAMENTALI PER LA TUA CRESCITA MUSICALE?
“Domanda fetentissima che mi mette in difficoltà anche perché credo d’avere un po d’Alzheimer e perdo colpi per strada, divoro dischi diversi in periodi diversi, quindi avrei bisogno d’una pagina intera solo per questa risposta. Ma devo allenare la capacità di sintesi, quindi ne approfitto: ‘Monuments to thieves’ degli His Hero Is Gone; ‘A night at the Opera’ dei Queen; ‘Passaggi a livello’ di Battiato; ‘Dog man star’ dei Suede e ‘Through silver in blood’ dei Neurosis”.

PROGETTI FUTURI DAL VIVO E IN STUDIO (IN ATTESA CHE ARRIVI LA CHIAMATA DELLA ROADRUNNER DI CUI SOPRA…)?
“La priorità ora è trovare una degna, stabile ed affidabile formazione, non dico per sempre ma almeno per un po’. Proprio me la son meritata! Mi piacerebbe subito dopo portare in giro il disco live, dedicando una canzone alla mia bella dal palco, visto che pure lei se lo merita. Ci sto lavorando, incrocia le dita!”.

BENE ALE, E’ TUTTO: GRAZIE PER ESSERE STATO CON NOI E A TE L’ONORE DI CHIUDERE CON UN ANGUSTO SALUTOS…
“Grazie a te per lo spazio e per l’interessamento, è stato davvero piacevole e lusinghiero. Un caloroso ‘in culo ai balenieri’ e che ‘mucha mierda’ – allegoricamente e scaramanticamente parlando – scenda dal cielo rendendo radiosa la giornata di tutti quelli che son arrivati fino a quest’ultima riga d’intervista! Così è deciso, l’udienza è tolta”.
 
 
 
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