ARCTIC PLATEAU – Perdita E Amore

Pubblicato il 22/04/2012 da

Non si tratta certamente di un progetto metal, ma il sound malinconico e ricercato di Arctic Plateau ha senza dubbio le carte in regola per destare l’interesse di molti cosiddetti “metallari”. Del resto, al di là del contratto con la Prophecy Productions (già casa di Alcest, Klimt 1918 o Les Discrets) e della partecipazione in veste di ospite di Carmelo Orlando dei Novembre nella title track del nuovo “The Enemy Inside”, le trame sognanti, tinte di shoegaze, post rock e dream pop care al leader/compositore Gianluca Divirgilio trovano da tempo terreno fertile anche in realtà con le radici ben salde nel nostro genere musicale preferito, tanto da non rappresentare quasi più una novità per tutti gli ascoltatori più attenti e open-minded. Le due opere pubblicate sinora – il debut “On A Sad Sunny Day” e il succitato “The Enemy Inside” – hanno messo in mostra un compositore talentuoso e istintivo, che non ha paura di svelare le proprie emozioni e i propri ricordi più intimi. Soprattutto l’ultimo capitolo discografico ha inoltre evidenziato una cura per i particolari sempre più distinta e un’ispirazione davvero degna di questo nome. Cercare di conoscere meglio l’artista capitolino tramite un’intervista è stato quindi d’obbligo…

QUAL È IL TUO BACKGROUND DI MUSICISTA E COMPOSITORE? CON CHI HAI SUONATO E IN QUALI PROGETTI SEI STATO COINVOLTO PRIMA DI AVVIARE ARCTIC PLATEAU?
“Ho iniziato a interessarmi di musica grazie a mio fratello maggiore, il quale suonava il basso elettrico e mi portava con sé alle prove quando avevo appena 3 anni di età. Il primo amore è stato la batteria, alla chitarra sono approdato a 13 anni e quasi per caso ho incominciato a prendere lezioni di chitarra classica. Dopo un paio d’anni di classica ho studiato nozioni di armonia con un insegnante jazz d’oltreoceano che purtroppo oggi non c’è più. Ho incominciato a comporre alcune delle idee che ho sviluppato in seguito verso i 16 anni di età e anche negli anni a venire ho cercato di suonare il più possibile, in qualsiasi situazione e con qualunque mezzo, ma non mi ha mai sfiorato l’idea di suonare agganciandomi seriamente ad una band esistente; io volevo fare le mie cose, non avevo nessuna fretta. Semplicemente sapevo che lo avrei fatto”.

CHE IDEA AVEVI IN MENTE RIGUARDO ALLO STILE MUSICALE E AL CONCEPT DI ARCTIC PLATEAU QUANDO HAI FONDATO IL PROGETTO? E QUANTO SEI VICINO O DISTANTE A QUELLA IDEA OGGI?
“Erano anni che ci ero vicino, ma tutto è arrivato in modo naturale; era l’estate di poco meno di una decina di anni fa e capii che tutto quello che avevo fatto fino ad allora non serviva che a scrivere nel modo in cui stavo scrivendo in quel momento. Oggi sono completamente dentro a quello che tanti anni fa cercavo solamente di immaginare”.

ARCTIC PLATEAU È IL NUOVO PUNTO DI PARTENZA DI UN EX “METALLARO” O È LA VALVOLA DI SFOGO PER UNA DELLE PASSIONI DI UN “METALLARO” CHE HA SEMPRE ASCOLTATO TANTA ALTRA MUSICA, AL DI LÀ DEL METAL?
“Il metal per mè è stato una scuola meravigliosa e pur ascoltandone meno che in passato non disdegno affatto le mie radici; analizzare parti di musica metal veloce, riff di chitarra, etc per il sottoscritto è stata un’esperienza altamente formativa; mi ha letteralmente tolto dalla strada, rendendomi consapevole delle mie possibilità e delle mie azioni e, più avanti, in senso strettamente didattico, nel tempo, mi ha fatto riflettere sull’importanza della durata delle pause tra una nota e l’altra. Questa la mia esperienza”.

QUALI BAND O MUSICISTI REPUTI FONDAMENTALI PER LA TUA CRESCITA DI MUSICISTA E, SUCCESSIVAMENTE, PER LA CREAZIONE DEL SOUND DI ARCTIC PLATEAU?
“In ambito rock, ho amato i dischi di Syd Barrett da solista tanto quanto ‘Animals’ dei Pink Floyd, che considero un capolavoro assieme ad ‘Ummagumma’ o altri; ho ascoltato moltissimo ogni cosa dei Doors, di cui conosco praticamente ogni brano. Fondamentali sono stati un paio di album dei Cure, ma penso sia inevitabile, così come inevitabili sono state quelle band gloriose degli anni ’80, per esempio i Talk Talk. Ho ascoltato e ascolto molta musica classica, ‘true norwegian black metal’, Miles Davis e Wes Montgomery. Davvero troppe cose per poterti dire che cosa esattamente è servito per ‘crescere’ come dici tu, a livello di ascolti; certamente il suono e l’attitudine post rock del 2000 mi hanno scosso, ma, se ci penso bene, per certi versi furono ancor più devastanti i Cure di ‘Disintegration’, ai tempi”.

COME SEI SOLITO COMPORRE UN BRANO? INIZI CON UN’IDEA DI COSA VUOI COMPORRE, UN ARPEGGIO, UNA MELODIA…?
“Non ho un reale metodo, solitamente vengo sedotto da un suono specifico che ho costruito o che mi è balzato in mente; da lì potrebbe nascere qualcosa, ma realmente non c’è un metodo. Non riuscirei a farlo meccanicamente come un impiegato che svolge la sua pratica in ufficio, non riuscirei a farlo solo per la ‘pagnotta’. Ho moltissimo rispetto della mia creatività: se non è giornata è inutile ostinarsi, meglio uscire o fare altro”.

I TESTI SEMBRANO ESSERE UN ASPETTO FONDAMENTALE DELLA TUA PROPOSTA. TI CONSIDERI UN BUONO SCRITTORE? DA COSA TRAI ISPIRAZIONE? QUANTO C’È DI AUTOBIOGRAFICO?
“Quasi Tutto quello che scrivo è autobiografico e mi considero un ottimo DE-scrittore delle cose che mi attraversano; l’ispirazione in passato nasceva maggiormente dai ricordi, ma ho scoperto il piacere di osservare il presente e non soltanto il passato. Non puoi essere sempre scisso dal presente a mio modesto parere; chi si ostina a questo tipo di scrittura non sta dicendo tutta la verità. Non puoi essere costantemente altrove, a volte serve molta lucidità per vivere e  mi sentirei un vigliacco se guardassi sempre completamente al passato. L’ultimo disco, ‘The Enemy Inside’, parla in parte anche di questo; è dalle ceneri del nostro passato che possiamo costruire un presente”.

SINORA HA PUBBLICATO DUE FULL-LENGTH, “ON A SAD SUNNY DAY” E APPUNTO IL NUOVO “THE ENEMY INSIDE”. TI ANDREBBE DI SPENDERE QUALCHE COMMENTO SU CIASCUNO DI ESSI? RACCONTACI COME SONO STATI COMPOSTI, LE DIFFERENZE CHE VI RINTRACCI, QUALI SONO I BRANI A CUI TI SENTI PIÙ LEGATO, SE CI SONO DELLE COSE CHE OGGI FARESTI IN MANIERA DIVERSA…
“Rifarei sempre tutto in maniera differente, ma non puoi farlo; arriva il momento nella vita in cui devi chiudere un capitolo. Non è importante come lo avresti ‘semmai’ chiuso; è fondamentale averlo chiuso nel modo in cui lo hai fatto in quel momento. Ho conosciuto gente che non è mai stata neanche capace di voltare pagina nella sua vita. Il mio primo album era stato composto come sempre, senza un reale metodo, ed è ancora vivo in me il ricordo vivo di quelle notti in cui nasceva e prendeva forma; sono molto fiero di aver scritto canzoni come ‘Lepanto’ o ‘Alive’, esse sono manifesti di ciò che realmente è la musica di Arctic Plateau, riferito al primo disco. Non vedo particolari differenze tra il primo ed il secondo album, principalmente perchè un autore non pubblica tutto quel che scrive, quindi vista da me è una visione piuttosto imparziale, se mi chiedi differenze; semplicemente perchè io scrivo in quel modo e scrivo anche in ‘quell’altro’. Come ti ho detto, rifarei alcune cose in maniera diversa, ma questo nasce dal fatto che spesso faccio fatica a pensare ad un solo arrangiamento per una song; io considero quasi un errore incidere un brano in quella maniera e basta, ci sono molti modi di interpretare il colore di un suono, ma la regola vuole che sia così, bisogna chiudere a un certo punto, come ti dicevo. Soltanto i grandi compositori classici hanno avuto meritevolmente questo grande onore; ogni interprete moderno resta sempre strettamente legato alla lettura del brano originale ma la dinamica dell’interpretazione stessa e la pressione emotiva che il Direttore imprime all’orchestra rende il movimento lievemente differente ogni volta, lo rende vivo”.

NELLA TITLE TRACK DEL NUOVO LAVORO COMPARE CARMELO ORLANDO DEI NOVEMBRE. LE SUE SCREAMING VOCALS SOTTOLINEANO IL PASSAGGIO PIÙ RITMATO DEL DISCO. COME È NATA QUESTA COLLABORAZIONE? PENSI CHE TUTTI I TUOI ASCOLTATORI ODIERNI APPREZZERANNO UNA PARTE TANTO BRUTALE? NON HAI PAURA DI DISORIENTARE CHI NON È IN POSSESSO DI UN BACKGROUND METAL? INFINE, HAI IN MENTE DI APRIRTI ULTERIORMENTE A CONTAMINAZIONI DI QUESTO TIPO IN FUTURO?
“Non considero questa cosa una contaminazione e non ho paura di disorientare nessuno, ma una cosa è certa: non so mai a priori cosa farò in futuro e questo mi aspetterei io stesso da un musicista che seguo con rispetto”.

RICOLLEGANDOCI ALLA DOMANDA PRECEDENTE, CHI PENSI CHE SIA L’ASCOLTATORE MEDIO DI ARCTIC PLATEAU?
“Ho conosciuto nel tempo molte persone che apprezzano il progetto Arctic Plateau e devo dire che noto sempre molta attenzione ai dettagli. Ho apprezzato tantissimo il fatto che ricevo continuamente email di persone che mi ringraziano di aver dato loro il piacere di ascoltare questa musica. Non mi chiedo mai chi loro rappresentino all’interno di una scala, per me uno studente ha lo stesso valore di un operaio o impiegato o viceversa, ma il fatto che in quel momento siano là a descrivermi le loro impressioni mi rende consapevole di aver realizzato qualcosa di profondamente utile per qualcun altro, oltre che per me. E questo per un autore non può che essere motivo di grande soddisfazione e incitamento a proseguire nella propria attività”.

L’ATMOSFERA DELLE TUE OPERE È NOTEVOLMENTE MALINCONICA. QUAL È LA CANZONE PIÙ MALINCONICA CHE HAI SENTITO IN VITA TUA E PERCHÈ?
“Il brano è dei Talk Talk sull’album ‘It’s My Life’ e si chiama ‘Renee’. Il perchè è insito nella canzone stessa, prova ad ascoltarla, se già non la conosci…”.

HAI IN PROGRAMMA DI SUONARE DAL VIVO? COME SI PRESTA LA TUA MUSICA A ESSERE RIPROPOSTA IN QUELLA SEDE?
“Ben si presta; sto lavorando a tal fine, ma non è cosa facile perchè, come sai, Arctic Plateau non è una band nel senso stretto del termine. Ho comunque molta voglia di suonare dal vivo, presto”.

GRAZIE MILLE PER AVERCI CONCESSO UN PO’ DEL TUO TEMPO. A TE LE ULTIME PAROLE…
“Grazie dello spazio a voi di Metalitalia.com, è stato un piacere!”.

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