ARKHETH – Tra favole, meditazione e natura

Pubblicato il 24/05/2018 da

Diluire acidi nel black metal e farlo deragliare verso parvenze grottesche e sospiranti straniamento è operazione ormai usueta. Vi è modo e modo, ovviamente. Gli australiani Arkheth, che poi altro non sono se non una one-man band, capeggiata dal nostro interlocutore Tyrannus, somministrano una fiera dello sberleffo confinante con Solefald, Arcturus e Oranssi Pazuzu, attraverso contaminazioni fra black metal, jazz, psichedelia e inusuali sinfonie. Un mix di sapori dosato con acume, leggerezza se vogliamo, un’attenzione alla coerenza interna nient’affatto scontata e che rende il terzo album della formazione una delle uscite più spiazzanti e inattese della prima parte del 2018. Ci siamo quindi confrontati con Tyrannus sugli orizzonti cui tende la sua adorata creatura.

GLI ARKHETH ESISTONO DA PIÙ DI QUINDICI ANNI, MA FINORA NON HANNO GODUTO DI GRANDE RINOMANZA NEL CIRCUITO METAL INTERNAZIONALE. PUOI RACCONTARCI QUALCOSA DELLA VOSTRA STORIA E DI COME VI SIETE EVOLUTI?
– Io e Skolthorn (nei primi tempi chitarrista e tastierista, ndR) abbiamo registrato un demo quando avevamo entrambi diciassette anni, nel 2002. L’abbiamo registrato in sette ore e mi sono cimentato per la prima volta alla voce proprio in studio, non avevo mai provato prima a cantare! Abbiamo successivamente inviato il demo a una casa discografica indipendente (la Blacktalon Media, ndR), che decise di pubblicare quello che sarebbe diventato il nostro primo album, “Hymns Of A Howling Wind”. Iniziammo ad ottenere una certa attenzione nella scena underground australiana, grazie alla nostra affinità con il black metal sinfonico e per il fatto di essere piuttosto giovani ai tempi. A quel punto ci è sembrato che potessimo progredire abbastanza bene, se avessimo continuato a suonare dal vivo e a realizzare regolarmente nuova musica. Sfortunatamente, le cose sono andate diversamente e tutto si è mosso molto più lentamente di quanto volessimo. Sai, le persone a un certo punto vanno all’università, trovano lavoro, incappano ognuno nei suoi problemi personali, inoltre il nostro isolamento ha reso difficile trovare persone di mentalità aperta e affini a noi, che ci potessero aiutare a suonare dal vivo. Abbiamo suonato meno di dieci show in Australia dal 2001! C’è anche da dire che la relazione artistica tra me e Skolthorn ha conosciuto notevoli alti e bassi, momenti di grande vicinanza e altri di tremenda conflittualità, cosa che ci ha portato ultimamente a separare le nostre strade e non produrre musica o suonare dal vivo assieme.

“TWELVE WINTER MOONS COMES THE WITCHES BREW” È UN TITOLO CHE PRELUDE A UNA STORIA STRANA E SURREALE, COME POSSIAMO PERCEPIRE ANCHE DALL’ARTWORK IN COPERTINA. QUAL È STATA LA TUA FONTE DI ISPIRAZIONE PRINCIPALE? ANCHE NEGLI ALBUM PRECEDENTI C’ERANO DEI RIFERIMENTI NUMERICI, VI È UNA CONNESSIONE TEMATICA CON I PRIMI DUE DISCHI?
– Non vi era intenzione di creare un’interazione numerologica con i due album precedenti, nonostante il tema preponderante nelle pubblicazioni degli Arkheth è collegato ai legami dell’uomo con la natura, l’Universo e la ricerca di una conoscenza che porti alla saggezza, all’illuminazione, alla verità e, infine, alla pace e all’armonia. Ciò mi ispira quando scrivo questo tipo di musica. Ammetto che la musica possa suonare spesso come una stramba storia fantastica, una fiaba, ma non saprei spiegarti perché i miei album finiscano per suonare in questa maniera. Interpreto quello che compongo come qualcosa di molto colorato, ricco e privo di inibizioni: “Twelve Winter Moons Comes The Witches Brew” ne è la conseguenza.

RIGUARDO ALL’ASPETTO STILISTICO, MI PARE CHE ARKHETH COMPENDI IL TOCCO SBERLEFFEGGIANTE DEGLI ARCTURUS, LA TEATRALITÀ DEI SOLEFALD, GLI INPUT PSICHEDELICI DEGLI ORANSSI PAZUZU. TI RICONOSCI IN QUESTI RIFERIMENTI?
– Mi diverte sentire certi paragoni, di fatto io non ho mai nemmeno ascoltato la maggior parte dei gruppi a cui gli Arkheth vengono spesso accostati. In alcuni casi il mio lavoro è stato accostato a quello di Ihsahn, un gran complimento per me, visto che è un mio personale eroe come artista. Non ritengo che quanto creo possa essere comparato a quanto è riuscito a produrre lui, sta su un altro livello rispetto a me. Un’influenza che non nego è quella del black metal sinfonico, che determina la struttura delle canzoni e alcuni arrangiamenti. Con “Twelve Winter Moons…” mi sono in parte distaccato dal black sinfonico, che rimane un punto di riferimento importante, anche se per quest’ultimo disco mi sono sentito più libero nella scrittura, meno ossessionato dall’idea di scrivere qualcosa che fosse più o meno metal. Mi sono lasciato andare completamente, senza stare a guardare fin dove mi sarei potuto spingere. Questo disco è quanto di più onesto abbia mai fatto.

IL RUOLO DEL SAX È PECULIARE NEGLI ARKHETH, COSTITUISCE UNA LINEA GUIDA E NON SOLO UN ELEMENTO DI ARRANGIAMENTO, UNA SEMPLICE ADDIZIONE A UNA STRUTTURA GIÀ BEN DEFINITA. MOLTE VOLTE IL CLIMA DELLA CANZONE, LA SUA IMPRONTA, È DATA PROPRIO DAL SASSOFONO, USANDO CON TONI BRILLENTI, SQUILLANTI DIREI. CHE COSA CI PUOI DIRE DELL’USO DI QUESTO STRUMENTO NEL DISCO?
– Il sax ha risuonato nella mia testa fin dai primi istanti che mi sono approcciato al processo di scrittura. Avevo già sentito il sassofono in pubblicazioni metal, nel mio caso non ho forzato nulla affinché potesse essere introdotto nelle tracce: il suo utilizzo mi è sembrata la cosa più naturale da fare, sentivo che doveva esserci, non se ne poteva proprio fare a meno. Non penso che qualcuno ne sia rimasto così scioccato, dopo tutto, considerata la mole di musica totalmente fuori di testa che si può sentire ai nostri tempi.

ANCHE LE TASTIERE SEGUONO LA VIA DELL’IRREGOLARITÀ, PASSANO DA TONALITÀ FAVOLISTICHE AD ATMOSFERE OSCURE, DIALOGANDO CON LE CHITARRE IN UN CONTINUO SCAMBIO; A VOLTE SONO QUESTE ULTIME A ESSERE MESSE IN PRIMO PIANO, IN ALTRI CASI LE TASTIERE. COME LAVORI PER DARE A OGNI STRUMENTO LO SPAZIO NECESSARIO, SIA IN FASE COMPOSITIVA CHE IN QUELLA DI REGISTRAZIONE?
– La risposta a questa domanda credo stia nel fatto che le canzoni nella loro interezza, nell’insieme, vengano prima di tutto il resto. Il vantaggio di occuparmi di ogni cosa in prima persona è quella che non mi trovo nella situazione di dover competere con qualcun altro per farmi notare all’interno del disco. Il mio scopo ultimo è quello che ogni pezzo racconti una storia e la musica che contiene abbia un senso. Ho speso molto tempo per far sì che le tracce avessero fluidità e coerenza interna, lavorando minuziosamente su strutture e arrangiamenti. Non ho registrato alcun brano prima di essere sicuro che tutto suonasse al meglio e non ci fossero incongruenze. Ciò vuol dire che a volte ho dovuto modificare anche dettagli minimi, il suono di un tasto della tastiera, una voce pulita invece di una malefica, una nota di chitarra, perché l’equilibrio fosse rispettato. A volte modifiche marginali hanno un grosso impatto nel migliorare l’esperienza di ascolto.

CHE PENSIERI E SENSAZIONI HAI QUANDO COMPONI NUOVA MUSICA? QUALI SONO I TRUCCHI MENTALI CHE TI INDIRIZZANO NEL REALIZZARE QUESTA STRANA FORMA DI BLACK METAL?
– L’ambiente che ti circonda è l’elemento che più influenza secondo me la musica che vado a concepire. Ciò che vedo, annuso, il tempo atmosferico, giocano una parte fondamentale in quanto scrivo. Uso anche un sacco di candele profumate per stimolare l’ispirazione (risate, ndR). Intanto che lavoravo al nuovo album degli Arkheth sono rimasto piuttosto isolato dalla società, così mi sono potuto concentrare solamente sulla musica. Mi sono accorto che tanto più sono costretto a stare in mezzo ad altre persone e ad ascoltare le loro opinioni, le mie si distorcono in modo negativo o comunque aderente a un senso comune che non è quello mio personale. L’isolamento mi aiuta a creare qualcosa che è completamente onesto da un punto di vista artistico, ma anche unico, perché non influenzato da idee di altre persone, che mi direbbero di rimanere su formule più semplici e tradizionali. Non posso sopportare una visione del genere, è noiosa e ristretta. Un’idea che in tanti si fanno, completamente sbagliata, è che assuma sostanze psicotrope per arrivare a questo tipo di musica. Nulla di più sbagliato, funziona esattamente all’opposto. Mi piace farmi una bella bevuta ogni tanto, ma quando lavoro sugli Arkheth sono perfettamente sobrio e lucido. Curiosamente, alcune delle migliori idee mi vengono quando sono sotto la doccia (risate, ndR).

ARRIVI DA UNA CITTÀ E UNA NAZIONE MOLTO LONTANE DAI LUOGHI DI MAGGIORE IMPORTANZA PER LA SCENA METAL INTERNAZIONALE. QUEST’ISOLAMENTE È PER FORZA UNO SVANTAGGIO, OPPURE POSSIAMO CONSIDERARLO UNA RAGIONE DEL TUO STILE COSÌ UNICO?
– Fra le persone che conosco all’interno della scena metal locale, molti di noi hanno iniziato ad ascoltare metal attraverso le pubblicazioni di fine anni ’90. Ben presto, ci siamo indirizzati nettamente verso il black metal. Non c’è da stupirsene, visto che il nostro luogo di nascita, Orange, nel Nuovo Galles del Sud, è un posto caratterizzato da clima freddo, circondato da una piccola catena montuosa e nelle vicinanze di un lago artificiale. Nulla di paragonabile agli ambienti europei dove certa musica è nata, ma per un giovane teenager con molta immaginazione tanto bastava. Da giovani, io e Skolthorn odiavamo la città e ce ne stavamo il più possibile in campagna. Adoravamo il suo isolamento e vivevamo il più possibile immersi fra le foreste e le colline. Trascorrevamo ore infinite attorno al fuoco, nella sua fattoria, suonando la chitarra, nel freddo capannone di casa sua. Insomma, ci siamo trovati a crescere in un ambiente ideale per far attecchire e sviluppare il black metal. Sfortunatamente, stare così lontani da tutto comporta anche dei notevoli svantaggi: è quasi impossibile scovare altri musicisti che siano determinati a suonare con te e specialmente quando sei un ragazzo la lontananza dalle grandi città diventa un ostacolo praticamente insormontabile. Pesando i diversi aspetti, stare ad Orange è stato un vantaggio per il discorso sonoro intrapreso.

QUAL È L’AMBITO CULTURALE CHE SENTI PIÙ VICINO AL TUO SENTIRE ARTISTICO, ESCLUDENDO QUELLO DELLA MUSICA METAL?
– Provo molto interesse per lo studio di antichi testi gnostici, e anche alcuni più moderni, oltre al trascorrere quanto più tempo possibile immerso nella natura. Sfortunatamente, le richieste della vita di tutti i giorni non mi consentono di dedicare a queste attività tutto il tempo che vorrei, ma quando posso farlo mi sento veramente a mio agio e completo. Spendo molto del mio tempo, consapevolmente o nel mio subconscio, riflettendo sull’esistenza di ciò che mi circonda e sullo stato del mondo in cui viviamo, attività di per sé che spreme molte delle mie energie. Inoltre, mi piace dipingere, attività che mi consente di esplorare ed esprimere emozioni e storie senza alcun tipo di limitazione.

IL BLACK METAL STA VIVENDO UN PERIODO DI STRAORDINARIA CREATIVITÀ, DA DIVERSE PARTI DEL MONDO MOLTI GRUPPI SPERIMENTANO ED ESTENDONO L’IDEA DI QUELLO CHE PUÒ ESSERE DEFINITO BLACK METAL, ARRIVANDO IN TERRITORI CHE NON PENSAVAMO SI POTESSERO TOCCARE NELLA MUSICA ESTREMA. COME GIUDICHI QUESTA SITUAZIONE E QUALI SONO GLI ARTISTI CHE TI HANNO MAGGIORMENTE COLPITO NEGLI ULTIMI ANNI?
– Penso ci sia un grande fermento nel black metal e nel metal in generale. Da una parte hai i musicisti più ‘trve e kvlt’, che vorrebbero soltanto sentire allo sfinimento i classici degli anni ’80 e ’90 e considerano ogni altra cosa blasfema e inappropriata. Dall’altro lato, ecco tutta una serie di band che spingono allo sviluppo e a incorporare a una sconfinata vastità di suoni e tecniche, per ampliare la definizione di quello che può essere considerato black metal. Posso essere visto come un ipocrita da un certo punto di vista, perché come ascoltatore mi rivolgo in prevalenza a materiale tradizionale e datato, mentre come compositore prediligo materiale sperimentale. Confesso di non essere così aggiornato sulle ultime uscite, anche se ho seguito con interesse le ultime mosse di Ihsahn e ho apprezzato parecchio gli ultimi album di Virus e Dodheimsgard. È una cosa buona che il black metal evolva e non si fermi a quanto già prodotto in passato, altrimenti staremmo sempre ad ascoltare le stesse cose e sarebbe noioso. Poi anch’io finisco spesso per tornare ad ascoltare Obtained Enslavement, Abigor, Gehenna, Summoning, ciò non significa che desideri semplicemente imitarli. Quello che hanno realizzato loro non può essere replicato.

SULLA PAGINA BANDCAMP DEGLI ARKHETH RACCOMANDI ALTRI GRUPPI APPARTENENTI AL ROSTER DELAL TRANSCENDING OBSCURITY RECORDS, LA VOSTRA CASA DISCOGRAFICA. SENTI EFFETTIVAMENTE UN FORTE FEELING CON ALTRE BAND DELLA LABEL? QUALI SONO I PUNTI COMUNI FRA GLI ARKHETH E QUESTE ALTRE COMPAGINI?
– Siamo band piccole e poco conosciute, che portiamo avanti una nostra personale reinterpretazione di generi storici, cercando di farci sentire in uno sterminato oceano di band presenti nel mondo. La Transcending Obscurity fa un lavoro fantastico nel promuovere questi artisti, che vivono spesso in luoghi lontani dai maggiori epicentri del metal contemporaneo. Ci sono tanti ensemble dal sound unico nella nostra casa discografica, un fatto raro di questi tempi, dove si possono sentire molteplici commistioni e tecniche fuse assieme. Sono orgoglioso di essere in questa label, come altri miei colleghi della scena australiana, come Norse e Illimitable Dolor. Mi piace che ci siano musicisti che hanno addosso un forte desiderio di allargare i confini della propria immaginazione.

CHE COSA SIGNIFICA PER TE ESSERE UNA ONE-MAN BAND? È SOLO UNA SCELTA, OPPUR GLI ARKHETH SONO UN SOLO PROJECT PERCHÉ È DIFFICILE TROVARE QUALCUNO CHE ABBIA LE TUE STESSE IDEE?
– Se potessi scegliere, gli Arkheth sarebbero una band a tutti gli effetti, con diversi membri a contribuire. Ed era questa l’idea quando ho iniziato a suonare a quattordici anni suonando cover con gli amici. I primi tempi, le dinamiche tra me e Skolthorn erano ottimali, mentre trovare altre persone con cui suonare dal vivo è sempre stato complicato. Non è facile avere al tuo fianco qualcuno che voglia imparare del materiale così strano nel mezzo del nulla, data la posizione geografica di Orange. All’inizio ci davano una mano dei nostri amici, poi per varie ragioni sono rimasto da solo. L’esperienza si è rivelata liberatoria, ho potuto esplorare liberamente la mia creatività relativamente alle arti oscure del metal, senza dover attenermi per forza alla definizione di black metal novantiana. Può accadere nel mio caso che i riff che provo non li senta nessun’altra persona per molti anni.

QUAL È LA MIGLIORE SODDISFAZIONE CHE HAI OTTENUTO DALL’ATTIVITÀ DI MUSICISTA?
– Realizzare l’ultimo disco, dove mi sono occupato di tutto a eccezione del sax, suonato da Glen Wholohan, e della collaborazione per la registrazione con l’ingegnere del suono Craig Honeysett. Non avrei mai immaginato che sarei riuscito a registrare un album interamente da solo e che il risultato finale fosse così buono.

QUALI SONO I TUOI PRINCIPALI ASCOLTI FUORI DAL METAL?
– Sono profondamente ispirato da “Oxygen” di Jean Michel Jarre, dal periodo psichedelico dei Beatles, “Pet Sounds” dei Beach Boys e l’intero catalogo dei Pink Floyd. Mi appassionano molto anche le colonne sonore. Il genio di Hans Zimmer risuona in me, prova che puoi creare musica epica e che induce un senso di grande movimento, pur ricorrendo a un approccio relativamente semplice e a un tocco finale.

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