In un mondo stravolto da cambiamenti di ogni sorta, fa piacere constatare come vi siano alcuni punti fermi imprescindibili, capaci almeno loro di porre un argine al disorientamento e allo sconforto – tipo gli Armored Saint, per fare un esempio.
E che esempio: la formazione losangelina non ha mai sbagliato un colpo nel corso della sua lunga, veneranda carriera. Il successo ha arriso loro in misura minuscola, rispetto al talento mostrato disco dopo disco, ciò nonostante il numero di fan accaniti sparsi per ogni angolo del globo non è nemmeno così esiguo e ci ricorda che la musica di valore resiste, sopravvive e persiste nel farsi amare.
“Emotion Factory Reset”, nono album sfornato dal quintetto di John Bush, si presenta come un degno successore dei relativamente recenti “Punching The Sky” e “Win Hands Down”; seppure meno esplosivo e concitato rispetto agli ultimi due capitoli discografici, si tratta di un altro concentrato di musica heavy metal di classe, sfaccettata, pensata e interpretata con passione e forza d’animo.
Un disco colmo di finezze, molte delle quali forse non riusciranno a fare breccia nel cuore dei metallari più distratti, mentre chi ama veramente la band, poco per volta, riuscirà a carpirne ogni più intimo segreto.
Ed è proprio a caccia di qualche elemento aggiuntivo per conoscere meglio il gruppo che siamo andati a sentire dal chitarrista Phil Sandoval qualche pensiero sul nuovo album e sulla visione degli Armored Saint.
A COSA SI DEVE IL TITOLO DEL DISCO E COME SI CONNETTE ALLA REALTÀ DEL MONDO DI OGGI?
– Il titolo deriva da quanto avevo sentito riguardo a un fatto di cronaca. Era accaduto che una donna aveva ucciso il marito brutalmente, gli aveva tagliato la testa e messa in un secchio. Questo racconto lo aveva fatto durante il processo per omicidio dove era imputata. Durante il processo, ha iniziato una dura lotta assieme al suo avvocato per difendersi.
Alcuni giornalisti avevano commentato questo comportamento affermando che stesse agendo come se avesse premuto un bottone per resettare le sue emozioni: da qui l’idea del titolo “Emotion Factory Reset” che ho proposto a John.
Mentre, in un senso più ampio e legato alla nostra musica, un titolo simile sta a significare che la nostra musica può servire per riprendere in mano le nostre emozioni e rasserenare gli animi, che spesso sono messi a dura prova dal caos e dal rumore digitale che avvolge le nostre vite. Questo il nostro pensiero sul significato del titolo, mentre la sua origine è appunto da quanto era avvenuto durante un processo per omicidio.
IL NUOVO ALBUM ARRIVA A SEI ANNI DI DISTANZA DAL PRECEDENTE, UN INTERVALLO TEMPORALE ABBASTANZA NORMALE PER VOI IN QUESTA FASE DELLA CARRIERA. VOLEVO SAPERE QUANDO AVETE PERCEPITO CHE FOSSE IL MOMENTO DI INIZIARE A SCRIVERE NUOVA MUSICA E COME È COMINCIATO IL PROCESSO CREATIVO.
– Di solito sono John (Bush, cantante, ndr) e Joey (Vera, bassista, ndr) che iniziano a mettere assieme le prime idee e a occuparsi del processo creativo. Quando loro iniziano a pensare al disco, ci riuniamo anche io e mio fratello Gonzo (batterista, ndr) ed elaboriamo a nostra volta qualche idea.
Alcune di esse poi finiscono sul disco, altre no: in questo caso, abbiamo composto “Throwing Caution To The Wind” e “Ladders And Slides”. Inoltre ho dato qualche idea per i titoli delle singole tracce e alcune idee per i testi. Ci sono alcuni testi miei in “Close To The Bone”, “Hit A Moonshot”, “Not On Your Life”, “It’s A Buzzkill”. Questa cosa mi fa molto piacere, John è sempre molto aperto rispetto al contributo degli altri membri della band.
Questo avviene comunque dopo un po’ di tempo, quando John e Joey hanno già abbozzato diverse idee per il nuovo album.
AVETE FATTO USCIRE DUE SINGOLI PRIMA DELLA PUBBLICAZIONE DI “EMOTION FACTORY RESET”. SI TRATTA DI “CLOSE TO THE BONE” E “HIT A MOONSHOT”. DI QUEST’ULTIMA HO LETTO CHE FA RIFERIMENTO AL BASEBALL, VOLEVO QUINDI SAPERE IN PARTICOLARE DI COSA PARLA.
– Mi spiace ma non riesco a essere molto d’aiuto, è un testo scritto interamente da John, che è appunto un grande appassionato di baseball. Non saprei spiegarti il vero significato delle parole utilizzate. Mi pare che l’espressione usata nel titolo sia la metafora per qualcos’altro, ma qui mi fermo.
PER QUANTO RIGUARDA L’ALTRO SINGOLO, “CLOSE TO THE BONE”, VOLEVO SAPERE COME AVETE DECISO DI METTERLA COME OPENER. SCELTA A MIO AVVISO EFFICACE, PERCHÉ SI TRATTA DI UN PEZZO VELOCE E DIRETTO, IDEALE PER APRIRE LA TRACKLIST.
– Abbiamo messo la scelta ai voti. Io e mio fratello pensavamo potesse starci “Hit A Moonshot” all’inizio, ma la maggioranza ha votato per “Close To The Bone”. E adesso, riascoltando l’album, ritengo sia stata la scelta più corretta.
DOPO TANTI ANNI DI ATTIVITÀ, VOLEVO SAPERE SE SENTIATE ANCORA PARTICOLARE EMOZIONE QUANDO CREATE NUOVA MUSICA E LA PUBBLICATE. SI AVVERTE A VOLTE UN SENSO DI ROUTINE IN QUELLO CHE FATE, OPPURE RIUSCITE AD AVERE SEMPRE GENUINO ENTUSIASMO PER TUTTO IL PROCESSO DI REALIZZAZIONE DI UN DISCO?
– C’è sempre grande emozione quando realizzi un nuovo disco. Certo, il lavoro che c’è dietro è notevole: scrivere le canzoni, impararle, registrarle… Speriamo che ne sia valsa la pena, che le persone apprezzino quello che abbiamo fatto, comprino il disco e vengano ai nostri concerti.
La sensazione data dall’avere creato un nuovo album rimane molto bella anche dopo tanti anni che facciamo questo mestiere, “Emotion Factory Reset” rappresenta un ulteriore passo della nostra storia, aggiorna quello che siamo e il nostro linguaggio musicale.
COME IN OGNI ALBUM DEGLI ARMORED SAINT, “EMOTION FACTORY RESET” HA CONTINUITÀ STILISTICA CON I CAPITOLI PRECEDENTI DELLA VOSTRA DISCOGRAFIA, MA PRESENTA PURE QUALCHE PICCOLO ESPERIMENTO.
IN QUESTO DISCO MI PARE CI SIANO PIÙ MIDTEMPO E PEZZI LEGATI ALL’HARD ROCK RISPETTO A “WIN HANDS DOWN” E “PUNCHING THE SKY”, RICORDANDOMI PER ALCUNI ASPETTI QUANTO AVEVATE IN “LA RAZA”.
VOLEVO CHIEDERTI QUALI SONO, A TUO PARERE, LE CANZONI DOVE AVETE SUONATO IN MODO UN PO’ DIVERSO DAL SOLITO E AVETE TENTATO QUALCHE LEGGERO ESPERIMENTO.
– In “Buckeye” ci sono delle chitarre slide, qualcosa che non avevano mai utilizzato in precedenza nei dischi degli Armored Saint. Joey ha suonato la chitarra slide all’inizio, Jeff (Duncan, il secondo chitarrista, ndr) ha suonato l’assolo e infine io ho suonato la slide per la parte finale del brano.
Quindi sì, “Buckeye” la possiamo definire un esperimento, perché contiene elementi inediti per noi. Fa parte della nostra identità, il provare a suonare qualcosa di diverso all’interno di un album, provare delle variazioni all’interno del nostro stile. Poi ci sono anche alcune sfumature blues, qualcosa che ci piace sempre inserire qua e là e che caratterizza il nostro suono.
C’È UNA CANZONE CHE SI FA NOTARE PER DEGLI INCROCI STRUMENTALI PIUTTOSTO TECNICI E FUNAMBOLICI, STO PARLANDO DI “EVERY MAN, ANY MAN”, DOVE JOEY VERA SI DIVERTE A ELABORARE LINEE DI BASSO PARTICOLARMENTE FUORI DI TESTA. PER TE CHE SEI UNO DEI CHITARRISTI, COME RIESCI A DIALOGARE CON TUO STRUMENTO ASSIEME A UN BASSISTA COSÌ ESTROSO COME JOEY?
– Provo semplicemente a fare quello che mi riesce meglio, a trovare la miglior melodia possibile per la canzone, per renderla memorabile. Cerco di migliorare sempre in questo senso, non fermarmi a ciò che ho già fatto e penso che in “Emotion Factory Reset” si senta bene come si è evoluto il mio stile.
I TUOI ASSOLI SONO UN FATTORE IMPORTANTE PER LA MUSICA DEGLI ARMORED SAINT, SONO SEMPRE STATI MOLTO CARATTERISTICI E DISTINTIVI DEL TUO STILE. HA PROVATO A FARE QUALCOSA DI DIVERSO PER QUEST’ALBUM, OPPURE HAI SOLO CERCATO DI ESSERE IL PIÙ SPONTANEO POSSIBILE?
– Ho cercato di imparare cose nuove, di far confluire nella musica qualche influenza che prima non si notava. Ad esempio, in “Not On Your Life” c’è l’influenza dello stile di Guthrie Govan, un chitarrista inglese che ho studiato di recente (chitarrista degli The Aristocrats, in passato ha collaborato con Asia, GPS, Steven Wilson, ndr).
Stavo suonando alcune sue linee di chitarra e, a forza di suonare e provare quelle parti, mi sono reso conto che qualcosa di simile poteva starci bene in “Not On Your Life”. Altrove, c’è qualche spunto venutomi in mente ascoltando e suonando musica di altri chitarristi. Cerco costantemente di imparare, aggiornarmi, non fossilizzarmi su quello che già conosco.
L’ARTWORK DI COPERTINA È ABBASTANZA CLASSICO, RAPPRESENTA LA FIGURA IN ARMATURA CHE VI ACCOMPAGNA FIN DA “MARCH OF THE SAINT”. COSA RAPPRESENTA L’IMMAGINE IN COPERTINA, DAL VOSTRO PUNTO DI VISTA?
– Gli do una valenza positiva, penso al Santo Armato come un’entità che cerca di fare qualcosa di buono in mezzo a tutte le circostanze negative che accadono nel mondo, tutte le guerre e le scelte politiche ci minacciano, le differenze di opinione che ci avvelenano.
Riuscire a restare sereni e a vivere bene, lavorare in maniera corretta mentre tutto attorno sembra spingere verso la negatività, è qualcosa di importante, che ci riguarda come collettività e soprattutto come singoli individui. Non puoi avere il controllo di quanto avviene nel mondo, puoi avere il controllo solo su te stesso e mantenere per quanto possibile la tua pace interiore, a prescindere da quanto accade all’esterno.
SE TU DOVESSI PARAGONARE “EMOTION FACTORY RESET” AD ALTRI VOSTRI ALBUM, QUALE SAREBBE QUELLO CON LE MAGGIORI SIMILITUDINI?
– Ci stiamo ancora evolvendo, ogni album ci rappresenta in quel preciso momento della nostra esistenza. “Emotion Factory Reset” è soltanto un altro passo della nostra storia e ci dice dove siamo approdati attualmente. Se dovessimo registrare un altro album in futuro, sarà ancora diverso da oggi.
Adesso siamo nel posto giusto, “Emotion Factory Reset” ci rappresenta appieno per quello che siamo nel 2026 e penso sia un bel momento quello che stiamo vivendo come band.
QUINDI COME DEFINIRESTI IL MOMENTO CHE STATE VIVENDO, INTENDO VOI ARMORED SAINT COME PERSONE E MUSICISTI?
– Credo che siamo ancora in un percorso di crescita, nella musica come nella vita, sto scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo su me stesso e su quello che ho attorno. Cerco anche di trovare la mia pace interiore, il mio equilibrio e di essere molto responsabile nelle mie scelte, quelle che coinvolgono direttamente e hanno conseguenze sulle persone a me vicine.
QUALI PENSI SIANO LE RAGIONI CHE DETERMINANO L’UNICITÀ DEGLI ARMORED SAINT ALL’INTERNO DELLA SCENA METAL?
– Penso dipenda dalle nostre influenze blues, molto più evidenti e importanti che per altri gruppi heavy metal. Negli anni ’80, quando abbiamo iniziato a suonare, molte band si sono spostate nel giro di poco tempo su sonorità sempre dure, finendo per diventare thrash metal. Noi eravamo come loro? No, ci siamo sempre tenuti stretti le influenze di formazioni come Aerosmith e Judas Priest, combinate al metal americano e a un senso del groove tipico della musica statunitense.
La nostra diversità, come dicevo prima, è poi rappresentata da questo forte influsso blues, che abbiamo incorporato nel metal ed è una cosa a cui teniamo molto. Certo, questa unicità ci ha probabilmente portato meno successo che per altri gruppi più facile da catalogare e comprendere, ma pazienza.
PROPRIO PARLANDO IN TERMINI DI POPOLARITÀ, C’È STATO UN MOMENTO IN CUI AVETE PENSATO CHE AVRESTE POTUTO DIVENTARE UNA BAND VERAMENTE DI SUCCESSO?
– Sai, tanti gruppi avrebbero meritato di ottenere maggiore popolarità di quella effettivamente ricevuta. Il mondo della musica è estremamente volubile, difficile capire perché qualcuno riesca ad essere più apprezzato ed altri no.
Agli inizi, sicuramente abbiamo commesso molti errori: uno di questi è stato registrare i nostri primi album in studi di registrazione molto costosi, abbiamo perso molti soldi, è qualcosa che non avremmo dovuto fare. Ma eravamo giovani, non sapevamo bene come muoverci, avevamo una comprensione del music business limitata. Alla fine, come in tutti i settori, tutto ruota attorno ai soldi, c’è poco da fare. Che tu venda petrolio, operi in borsa o in qualsiasi altro settore economico, i conti devono tornare, non puoi permetterti di buttare denaro.
Mentre noi all’epoca eravamo giovani e poco consapevoli di certi aspetti; non so dirti se questo abbia direttamente pesato nel non farci diventare più di tanto famosi, ma certamente alcune mosse avrebbero potute essere ponderate meglio. Poi, certo, il nostro tipo di musica non è mai riuscito a intercettare larghe fasce di pubblico. Speriamo che il nuovo album possa essere più apprezzato di quello appena precedente.
CAPITOLO CONCERTI: PENSO SIATE UNA DELLE MIGLIORI LIVE BAND IN CIRCOLAZIONE, DAL VIVO SIETE MICIDIALI E LE CANZONI SUONANO SE POSSIBILE ANCORA MEGLIO CHE SU DISCO. C’È QUALCHE ASPETTO CHE CURATE PARTICOLARMENTE PER ESSERE COSÌ EFFICACI DAL VIVO?
– Dipende dai molti anni che suoniamo assieme, dal nostro affiatamento. Abbiamo molto rispetto gli uni degli altri all’intero del gruppo e nutriamo il medesimo rispetto per la nostra musica. Questo ci aiuta a suonare la nostra musica con grande energia ogni volta che teniamo un concerto.
Ci sentiamo ancora in una fase di crescita e questo finisce per influenzare il modo in cui suoniamo, che è diverso rispetto a quando avevamo poco più di vent’anni. Negli anni la chimica tra di noi si è rafforzata ed è il principale motivo per cui ancora oggi siamo così energici e vitali dal vivo.
HO UNA CURIOSITÀ RISPETTO AL VOSTRO PASSATO, LEGATO ALLA COPERTINA DI “LA RAZA”. LA FOTO CHE VI COMPARE, COME QUELLE NEL BOOKLET, IN QUALE STRADA DI LOS ANGELES SONO STATE SCATTATE?
– Le foto erano state scattate nella downtown di Los Angeles, una zona purtroppo molto cambiata da allora (“La Raza” è uscito nel 2010, ndr), ci vivono molti senzatetto. Avevamo scelto quella parte di città per l’artwork perché volevamo far vedere da dove provenivamo. “La Raza” è un modo di dire dello slang messicano: io e mio fratello abbiamo origini messicane. Sappiamo anche parlare un po’ di spagnolo.
Downtown Los Angeles è una parte fondamentale della nostra vita e desideravamo mostrarla a tutti.
SEMPRE RIMANENDO SUL PASSATO, FAMMI IL NOME DI TRE CANZONI CHE NON SONO TRA QUELLE PIÙ FAMOSE DEGLI ARMORED SAINT, MA SONO IMPORTANTI PER TE.
– La prima che mi viene in mente è “Take A Turn”, mi piace tantissimo. Poi ti nomino “On The Way” e infine “No Reason To Live”. Sono legato a questi tre brani perchè rappresentano gli Armored Saint sotto diversi aspetti nei nostri primi anni.
È un peccato che alcune di queste vecchie canzoni non le suoniamo praticamente mai dal vivo. Può darsi che in futuro cercheremo di dare spazio a qualche pezzo che non compare abitualmente nelle nostre setlist. Prossimamente, al Rock Hard Festival tedesco (data appena tenutasi, l’intervista è stata raccolta negli scorsi mesi, ndr) suoneremo qualcosa che non presentiamo live da molto tempo, tipo “Human Vulture” e “Creepy Feelings”.
A PROPOSITO DEI CONCERTO, VOLEVO SAPERE DAL TUO PUNTO DI VISTA SE CI SONO REALI DIFFERENZE TRA IL PUBBLICO AMERICANO E QUELLO EUROPEO.
– Il pubblico europeo è tendenzialmente più fedele, più affezionato ai gruppi. Non che possa dire qualcosa di negativo a riguardo sul pubblico americano, ci mancherebbe, anche da noi i fan si affezionano ai loro gruppi preferiti, ma te lo dimostrano in maniera diversa.
Gli europei amano un gruppo, è per sempre, a meno che non abbia proprio degli scadimenti qualitativi clamorosi. Anche il pubblico americano sa mostrare affetto per le band che preferisce, ma è più umorale, più incostante.
Ma ho un’ottima opinione sia dell’audience europea che di quella americana, spero che entrambe siano conquistate da “Emotion Factory Reset”.
ULTIMA DOMANDA: SE PENSI ALLA BAND OGGI E A COME ERAVATE NEI VOSTRI ANNI GIOVANLI, COSA È RIMASTO UGUALE?
– L’amore per la musica: anzi, continua a crescere. Come cresce l’amore per la vita, il voler essere in pace con noi stessi, accettando il mondo per quello che è e non quello che vorremmo che fosse. Ci piace l’idea che stiamo continuando a progredire, come persone e musicisti, diventando persone migliori di quelle che eravamo da giovani.

