Ci sono interviste che, molto semplicemente, non hanno quasi una ragione di esistere. Non perché l’interlocutore dall’altra parte del microfono (o dello schermo, come in questo caso) non abbia nulla da dire, ma perché arrivano fuori tempo massimo, in un momento dove la cosa migliore – oltre che più spontanea – sarebbe lasciare posto al silenzio e al raccoglimento personale.
Quella di qualche settimana fa con Anders Björler, chitarrista e membro fondatore degli At the Gates, rientrato in line-up nel 2022 dopo l’allontanamento di Jonas Stålhammar, è stata esattamente questo: un colloquio amaro, organizzato più come ultimo atto dovuto all’arte di Tomas Lindberg (scomparso prima che “The Ghost of a Future Dead” vedesse la luce su Century Media), che come attività promozionale in senso stretto.
Uno scambio fatto di silenzi, lunghe pause e – in generale – un clima di lutto tangibile, che ha ribadito quanto fragile e precaria sia la condizione umana.
IMMAGINO CHE GLI ULTIMI MESI SIANO STATI TUTT’ALTRO CHE SEMPLICI E CHE DISCUTERE DI UN NUOVO ALBUM DEGLI AT THE GATES SENZA TOMPA SIA MOLTO TRISTE E ALIENANTE. COME STAI AFFRONTANDO QUESTO MOMENTO?
– Credo che il nostro modo di metabolizzare il dolore sia stato finalizzare l’album esattamente come Tomas avrebbe desiderato. È stato coinvolto attivamente fin dal momento della diagnosi.
Il materiale era già pronto; avevamo lo studio prenotato e, confrontandoci con lui, abbiamo concluso che la cosa migliore fosse incidere comunque le parti strumentali, per poi valutare come procedere con le voci. Fortunatamente, i demo registrati durante la fase di songwriting erano di ottima qualità.
COM’È STATO IL LAVORO IN STUDIO IN UNA SITUAZIONE COSÌ DELICATA?
– In studio si respirava un’atmosfera quasi live. Dopo l’intervento, che fortunatamente era andato per il meglio, lo tenevamo aggiornato quotidianamente con foto e video per farlo sentire parte del processo creativo, anche se non poteva essere lì fisicamente.
Abbiamo ultimato il mixaggio a maggio 2024, circa un anno e mezzo fa, lasciandogli poi il tempo necessario per le cure tra farmaci e radioterapia.
È stato un periodo provante, ma nel 2025 ha iniziato a sentirsi meglio e ha iniziato a lavorare all’artwork insieme al suo amico Robert (Samsonowitz, ndr), definendo la tracklist e i dettagli finali. Onorarlo pubblicando questo lavoro, rendendolo il migliore possibile, è il nostro unico modo di reagire.
IL DISCO SUONA MOLTO PIÙ DIRETTO E COMPATTO RISPETTO AI DUE LAVORI PRECEDENTI. IN UN CERTO SENSO, RECUPERA QUELL’ANIMA DEATH/THRASH CHE È SEMPRE STATA PARTE INTEGRANTE DEL TUO STILE. È STATA UNA SCELTA DELIBERATA SIN DALL’INIZIO DEL PROCESSO DI SCRITTURA?
– Indubbiamente il mio approccio chitarristico è più orientato al thrash, il che riporta inevitabilmente il sound verso territori vicini a “At War with Reality” o “Slaughter of the Soul”. Anche Tomas desiderava un approccio più d’impatto, con canzoni che colpissero duro.
I lavori precedenti erano validi, ciascuno a modo suo, ma forse erano un po’ più progressivi e avventurosi; con il mio rientro, il ritorno a certe sonorità è stato spontaneo, non abbiamo nemmeno dovuto parlarne. Io e Jonas (Björler, bassista e fratello di Anders, ndr) abbiamo ritrovato subito un’alchimia naturale, puntando su brani incisivi, melodie efficaci e ritornelli memorabili.
DAL TITOLO ALL’ARTWORK, L’ALBUM HA UN FEELING MOLTO OSCURO E MALINCONICO. QUESTO SENTIMENTO ERA GIÀ PRESENTE QUANDO AVETE INIZIATO A SCRIVERE LE CANZONI?
– Amo la musica oscura ed emotiva, quindi credo che il mood sarebbe stato cupo a prescindere: fa parte del mio stile. Detto questo, penso che gli At The Gates si siano evoluti ulteriormente. Se “Slaughter of the Soul” era costruito su melodie quasi heavy metal, in questo nuovo disco Jonas ha inserito molta dissonanza, influenzato dai compositori classici russi.
Abbiamo giocato molto con le tonalità e gli arrangiamenti; ad esempio, laddove un brano come “Slaughter of the Soul” è quasi interamente in si minore, qui ci sono strutture potenti ma più ricercate. È una combinazione interessante.
GUARDANDO A TOMPA COME UOMO E COME ARTISTA, QUALE CREDI SIA L’EREDITÀ PIÙ IMPORTANTE CHE LASCIA AGLI AT THE GATES E ALLA SCENA METAL IN GENERALE?
– La scena ha perso un frontman eccezionale e una costante fonte d’ispirazione. Era una persona carismatica, socievole, conosceva chiunque nel settore: band, organizzatori, giornalisti… molti addetti ai lavori con cui parlo si commuovono ricordandolo.
Per noi, però, era molto più di questo: era un fratello, un membro della famiglia. Sin dai primi giorni è stato una scintilla per tutti: spingeva chiunque a fondare band o fanzine, a essere parte attiva della scena. La sua importanza è stata incommensurabile.
RICORDO DI AVERLO INCONTRATO IN UN PUB DI TILBURG NEL WEEKEND DEL NEUROTIC DEATHFEST 2011…
– Quel concerto fu un disastro! Non avevamo i monitor durante l’esecuzione di “Blinded by Fear”, fu il caos totale. Ricordo diversi errori, anche se dal secondo brano in poi riuscimmo a raddrizzare il tiro. Resta comunque un ottimo festival e una bella location.
AVETE ACCENNATO ALLA POSSIBILITÀ DI SUONARE DEGLI SHOW TRIBUTO, UN PO’ COME FATTO DAI MEMBRI DEI FIRESPAWN PER LG PETROV. AVETE GIÀ RIFLETTUTO SU COME POTREBBE STRUTTURARSI UN EVENTO SIMILE PER GLI AT THE GATES?
– Jonas ne ha accennato in quell’intervista, ma la verità è che non ne abbiamo ancora discusso seriamente.
Personalmente, non sono ancora pronto. Ora il focus è l’album ed è ancora troppo presto per parlarne; fa male. Tomas non era solo un membro del gruppo, era un frontman colossale e insostituibile. Siamo ancora sotto shock.
Al momento il nostro modo di elaborare la cosa è concentrarci sulla pubblicazione dei singoli, dei video e dell’artwork: questa sarà la sua vera, grande eredità.
AVETE INIZIATO A SUONARE INSIEME DA GIOVANISSIMI. C’È QUALCHE RICORDO DELLA VOSTRA ADOLESCENZA O DEI PRIMI TEMPI CHE RIAFFIORA CON PARTICOLARE FORZA IN QUESTO PERIODO?
– Ricordo tutto dei primi tempi. La cosa più importante era la persona che Tomas sapeva essere: estremamente accogliente e motivante.
Ricordo quando andavo in camera sua: le pareti erano letteralmente tappezzate di poster, copertine di demo e ritagli di fanzine. Per un ragazzo di sedici o diciassette anni come me, era un mondo affascinante in cui immergersi, un’esperienza che mi ha segnato profondamente.
E poi, a sedici anni aveva già la barba ed era l’unico che riusciva a comprare alcolici per tutti, il che era piuttosto divertente! Un altro ricordo vivido è quando ci riunivamo a casa sua nel 1990 per guardare insieme la serie di “Twin Peaks” con sua madre, ogni domenica sera.
DAL PUNTO DI VISTA DELLA COMPOSIZIONE, IL TUO APPROCCIO È CAMBIATO QUANDO È DIVENTATO CHIARO CHE TOMPA NON AVREBBE POTUTO PARTECIPARE ATTIVAMENTE COME IN PASSATO?
– No, perché l’album era già ultimato prima della diagnosi. Forse non siamo stati chiarissimi nei comunicati stampa, ma la scrittura è iniziata nell’estate del 2023, i demo sono stati registrati a ottobre e il lavoro era concluso a dicembre. Tomas ci ha comunicato la notizia proprio sotto Natale. Registrare il disco senza di lui fisicamente presente è stato il periodo più duro, ma il materiale era già tutto lì.
CONFERMI PERÒ CHE TOMPA HA AVUTO MODO DI ASCOLTARE IL RISULTATO FINALE?
– Certamente. Ha partecipato al mixaggio e abbiamo deciso insieme l’ordine delle tracce, una cosa a cui teneva moltissimo, specialmente per la divisione tra lato A e lato B del vinile.
DOPO TUTTO QUELLO CHE È SUCCESSO, COME VIVI IL PESO DI QUESTA PERDITA? CITANDO UNA VECCHIA CANZONE DEGLI ENTOMBED, LA VITA VA AVANTI, MA AFFRONTARE CERTI VUOTI PUÒ ESSERE TERRIBILMENTE DIFFICILE…
– Lo ricorderemo per il resto dei nostri giorni. Una parte di noi se n’è andata, un pezzo fondamentale del puzzle è venuto meno. Tuttavia, i dischi restano: sono impressi per sempre e questa è l’unica vera consolazione. Come cantava LG Petrov, “But life goes on”, ma è faticoso per chi resta.
Il mio pensiero va a sua moglie e ai suoi figli. È un periodo durissimo, ma purtroppo la perdita è un’esperienza che accomuna tutti.



