ATLANTIC RIDGE – Il guardiano del faro

Pubblicato il 10/07/2026 da

Nato dall’incontro tra una forte sensibilità personale e una passione coltivata fin dall’infanzia, Atlantic Ridge è un progetto che trasforma la geografia in materia emotiva. Dietro questa nuova realtà troviamo Giuseppe Emanuele Frisone (Thecodontion, Clactonian e altri progetti dell’underground estremo italiano) e Jacopo Gianmaria Pepe (Bedsore, ex Patristic), impegnati nella costruzione di un universo sonoro dove atmospheric black metal, death-doom e funeral doom diventano strumenti per raccontare luoghi remoti, dimenticati o quasi irreali.
L’omonimo album d’esordio, ora disponibile per Dusktone, nasce come un viaggio attraverso coordinate lontane e sospese: dall’isolamento dell’isola di Tristan da Cunha alla città fantasma di Pyramiden nelle Svalbard, passando per il deserto di Gobi e l’enigmatica Freezeland, terra mai esistita se non sulle antiche mappe. Un percorso in cui spazio, memoria e immaginazione finiscono per fondersi, dando vita a un disco fortemente legato al concetto di utopia e alla distanza tra realtà e percezione.
Abbiamo parlato con Giuseppe Emanuele Frisone della lunga genesi di Atlantic Ridge, delle connessioni tra geografia e musica, del ruolo della dimensione onirica nella scrittura e della volontà di creare un linguaggio personale all’interno del metal estremo atmosferico.

ATLANTIC RIDGE NASCE DA UN’IDEA MOLTO PRECISA, SIA MUSICALMENTE CHE CONCETTUALMENTE. COME HAI SVILUPPATO LA VISIONE INIZIALE DEL PROGETTO E IN CHE MOMENTO HAI CAPITO CHE QUESTO MATERIALE DOVESSE AVERE UNA PROPRIA IDENTITÀ DISTINTA RISPETTO ALLE TUE ALTRE BAND?
– Diciamo che parliamo di un progetto con una fase embrionale veramente lunghissima. Avevo interessi simili addirittura già da bambino. Ma anche musicalmente, il progetto è molto più antico di quanto direbbe la data d’uscita: circa dieci anni fa, più o meno nello stesso periodo della fondazione dei Thecodontion (forse la mia band un po’ più ‘conosciuta’), creai un piccolo progetto chiamato Turdus Eremita, una specie di black metal grezzo con qualche passaggio doom. Realizzammo solo un demo, una via di mezzo tra descrizioni dell’isola di Tristan Da Cunha (che ritroviamo anche nell’album di Atlantic Ridge) e riferimenti filosofici, dovuti anch’essi ai miei interessi personali (ho una laurea magistrale in filosofia). Pur essendo molto diverso da Atlantic Ridge, Turdus Eremita aveva già in sé quei semi che sarebbero poi germogliati nell’album che ascoltate ora – anche se vanno considerate band separate.
Per rispondere brevemente: non saprei quando ho capito che il materiale dovesse avere una sua propria identità distinta rispetto ai miei altri progetti, è una cosa che parte davvero da lontano e l’idea di creare qualcosa con una forte connotazione geografica è sempre stata presente in me. Lo stesso album ha avuto diverse problematiche a livello di realizzazione, cosa che ne ha tardato a dismisura l’uscita (basti pensare che il songwriting fu realizzato tra 2018 e 2019!), ma questo è un altro discorso.

IL DISCO RUOTA ATTORNO A LUOGHI REMOTI, ISOLATI O QUASI IRREALI, TRASFORMATI IN SCENARI EMOTIVI PRIMA ANCORA CHE GEOGRAFICI. DA DOVE NASCE QUESTA FASCINAZIONE PER TERRITORI COSÌ LONTANI E MARGINALI, E QUANTO CONTA PER TE IL RAPPORTO TRA SPAZIO FISICO E IMMAGINAZIONE?
– Sin da bambino, ho sempre amato la geografia, o meglio sono sempre stato affascinato da posti remoti: semplicemente stimolavano la mia fantasia e curiosità. Scendendo più nel dettaglio: quando avevo sei o sette anni, i miei genitori mi comprarono un mappamondo, e in seguito imparai a memoria tutte le capitali del mondo. Il che può sembrare un mero esercizio mnemonico, ma in realtà quel memorizzare nomi di luoghi sconosciuti che mi suonavano così esotici era come se mi mettesse in contatto con una parte del mondo reale che però potevo solo immaginarmi. Chiaramente quando ero bambino non avrei saputo descrivere quella sensazione così dettagliatamente come sto facendo, ma era questo il motivo che scaturì il mio interesse verso la geografia.
Questo preambolo è per spiegare come tali temi abbiano sempre fatto parte del mio bagaglio culturale e personale già dall’infanzia. Il rapporto tra spazio fisico e immaginazione non posso dire semplicemente che conti: è praticamente l’asse portante dell’intero album, se non proprio del progetto. C’è perennemente questa dialettica tra dimensione spazio-temporale e dimensione onirica, che secondo me crea un rapporto inscindibile, come se l’uno nutrisse l’altro.
Penso che sia in un certo senso un disco quasi autobiografico, perché ho voluto tradurre in musica quella sensazione di sospensione tra realtà e immaginazione che provavo nell’infanzia quando sfogliavo un atlante o facevo girare il mappamondo. Ancora più precisamente, direi che un pilastro ancora più fondamentale dell’album sia il concetto di utopia: non tanto inteso nel suo significato comune di ‘ideale irraggiungibile’, quanto nel suo significato greco (la parola deriva infatti da ‘ou’ + ‘topos’ = ‘non luogo’).
Quello che volevo esprimere è come questo dualismo tra realtà e immaginazione vada a fondersi in una terza dimensione, che di fatto diventa un luogo che non esiste davvero, e che è frutto della mia interpretazione personale. Il che equivale anche a essere una sorta di ammissione implicita, ovvero che l’immaginazione in qualche modo finisce col prevalere sulla realtà, perché tutto è mediato dalla dimensione empirica, ma soprattutto da come viviamo noi le singole esperienze.
Aggiungo, e qui chiudo, che probabilmente il vero picco dell’album è rappresentato proprio da “The Non-Existent Island (“Freezeland”), perché è l’unico brano del disco dedicato a un’isola fantasma, ovvero un luogo mai esistito, e quindi quello dove realtà (nel caso specifico, la realtà dell’errore dei due navigatori, eppure diventato verità sulle carte geografiche del tempo) e immaginazione si fondono definitivamente. Eccola qui l’utopia, nel senso greco del termine.

L’ASPETTO INTERESSANTE DELL’ALBUM È CHE IL CONCETTO NON RESTA CONFINATO AI TESTI, MA SEMBRA INFLUENZARE DIRETTAMENTE ANCHE LA STRUTTURA DELLA MUSICA. QUANTO È STATO IMPORTANTE TRADURRE MUSICALMENTE IL SENSO DI ESPLORAZIONE, DISTANZA E SMARRIMENTO CHE ATTRAVERSA IL DISCO?
– Personalmente, quando compongo, cerco di essere sempre abbastanza essenziale: poche idee, ma coerenti e, se possibile, interessanti. Mi piace provare a pensare ‘out-of-the-box’, ma sempre in un contesto comunque legato alla tradizione dei generi estremi. Come a dire che per me è importante il rapporto con il proprio retroterra culturale di riferimento, ma nel mio piccolo vorrei anche dire qualcosa che posso definire come autenticamente mio. Cerco di non copiare nessuno quando scrivo, e spero che questo si senta.
Il black metal (sebbene nella sua forma più atmosferica) e il doom metal (talvolta spesso vicino a soluzioni funeral doom) rappresentano semplicemente questa dimensione di dualità costante tra realtà e immaginazione che attraversa l’intero album. Poi certo, ci sono tanti sottotemi che si ripercorrono nel disco, per cui la dimensione onirica a volte finisce col prevalere: per esempio, le linee melodiche in alcune parti lentissime servono a rendere più pronunciato un determinato aspetto, oppure quando ci sono ripartenze black metal magari punto a rappresentare un paesaggio più selvaggio.
Quindi, in breve: sì, il disco è parecchio influenzato dai temi trattati, e tradurre in musica certe tematiche risulta fondamentale nell’economia dell’album stesso.

ATLANTIC RIDGE ALTERNA APPUNTO MOMENTI DI BLACK METAL PIÙ DINAMICI A SEZIONI DEATH-DOOM SPESSO MOLTO LENTE E SOLENNI. AVETE LAVORATO A QUESTE DUE ANIME COME ELEMENTI SEPARATI DA FAR CONVIVERE, OPPURE L’OBIETTIVO ERA FIN DALL’INIZIO QUELLO DI CREARE UN LINGUAGGIO UNICO E FLUIDO?
– Direi un po’ entrambe le cose. Sono elementi separati tra loro che però finiscono col dialogare, arrivando a unirsi e persino a fondersi tra loro. Quando hai due anime all’interno di un disco, spesso sono percepite come separate all’inizio ma hanno sempre modo di incontrarsi, a un certo punto. Non c’è mai stata comunque una vera pianificazione a tavolino su come far coesistere queste anime, anche perché spesso la composizione dei miei lavori tende a essere istintiva e con pochi ritocchi. Preferisco lavorare in modo istintivo perché mette in risalto quello che è il processo creativo del momento, che poi è forse la parte più divertente della creazione artistica, per quanto mi riguarda.
Poi Jacopo ha compiuto una bella opera di riarrangiamento che ha contribuito a limare certe asperità della mia scrittura; credo quindi che anche questo aspetto abbia contribuito a rendere il linguaggio dell’album più fluido e scorrevole.

PUR MANTENENDO OVVIAMENTE UNA COMPONENTE ESTREMA, L’ALBUM METTE PUNTUALMENTE IN MOSTRA ANCHE UN TAGLIO EVOCATIVO E CINEMATOGRAFICO. CI SONO STATI RIFERIMENTI PARTICOLARI DURANTE LA COMPOSIZIONE OPPURE AVETE CERCATO VOLUTAMENTE DI EVITARE COORDINATE TROPPO DEFINITE?
– No, personalmente non ci sono stati riferimenti troppo specifici. Abbiamo comunque ascolti variegati che pescano da altri generi (ad esempio, nell’elettronica mi piacciono molto artisti come Brian Eno o Jean-Michel Jarre), quindi alcune influenze ambient possono essere presenti, forse in modo anche un po’ inconsapevole.

CONSIDERANDO I VOSTRI BACKGROUND IN REALTÀ ATTIVE DELL’UNDERGROUND ESTREMO, COSA VI HA DATO ATLANTIC RIDGE CHE NON RIUSCIVATE A ESPRIMERE COMPLETAMENTE IN PROGETTI COME THECODONTION, BEDSORE O CLACTONIAN?
– Dal mio punto di vista, Atlantic Ridge più che altro parte da una dimensione diversa, personale e anche quasi autobiografica: è una cosa che in Thecodontion e Clactonian non può essere presente perché sono band con un approccio più narrativo e legato al mondo reale, anche se il filo conduttore tra questi progetti può essere rappresentato da un interesse sempre vivo per i concept.
Non so dire se Atlantic Ridge abbia dato qualcosa che non siamo riusciti a esprimere altrove; penso che più semplicemente questo progetto parta da alcune fondamenta diverse e che quindi, per questo motivo, abbia avuto uno sviluppo differente. Anche se, come detto, secondo me si può avvertire una certa continuità nel modo di raccontare le cose con gli altri nostri progetti, pur essendo totalmente diversi.

QUESTO DEBUTTO DÀ L’IMPRESSIONE DI ESSERE QUASI UNA MAPPA APERTA, UN PUNTO DI PARTENZA PIÙ CHE UN TRAGUARDO DEFINITIVO. PENSI CHE ATLANTIC RIDGE CONTINUERÀ A ESPLORARE QUESTA DIMENSIONE TRA GEOGRAFIA IMMAGINIFICA E METAL ESTREMO ATMOSFERICO, OPPURE TI PIACEREBBE SPINGERVI VERSO TERRITORI ANCORA PIÙ IMPREVEDIBILI IN FUTURO?
– L’album eponimo di Atlantic Ridge è sicuramente una mappa aperta, nel senso più letterale del termine, viste le terre lontane di cui tratta senza soluzione di continuità. Posso anticipare che anni addietro era stato composto un secondo album, che penso riprenderemo, aggiusteremo e pubblicheremo con calma. Possibilmente però senza aspettare altri otto anni (risate, ndr)! Sarà un disco concettuale ma legato a delle geografie più specifiche, però non mi sento di rivelare altro per il momento. Sicuramente, la componente atmosferica resterà sempre una prerogativa di Atlantic Ridge: penso, infatti, che questo approccio sia il migliore per far dialogare le anime del progetto e questa costante tensione tra immaginazione e spazio-tempo reali.
Ovviamente, però, mai dire mai: non sono la stessa persona che aveva composto questo album otto anni fa, e sarò ancora diverso tra altri otto anni, si fanno esperienze diverse e, magari, cambiano anche le modalità con cui si ha bisogno di esprimersi musicalmente. Al di là di questo inciso, comunque, personalmente credo di avere idee abbastanza precise per il futuro del progetto.

UN ASPETTO SPESSO COMPLESSO PER PROGETTI COSÌ FORTEMENTE ATMOSFERICI E STRATIFICATI È LA DIMENSIONE LIVE. AVETE GIÀ INIZIATO A RIFLETTERE SU COME TRADURRE SUL PALCO LA DENSITÀ E LA PROFONDITÀ DI ATLANTIC RIDGE, OPPURE PER ORA IL PROGETTO RESTA PRINCIPALMENTE LEGATO ALLA DIMENSIONE IN STUDIO?
– Sia io che Jacopo abbiamo già parecchi impegni tra band, lavoro e sfera personale, io poi ho parecchi altri side-project, per cui sarebbe dura far conciliare il tutto. Aggiungiamoci anche che dall’ottobre 2024 vivo a Helsinki, in Finlandia, mentre Jacopo è a Roma, per cui la dimensione live è totalmente da escludere, sia ora che in futuro.

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