BAD WOLVES – Nella tana del lupo

Pubblicato il 07/02/2018 da

Si è sentito molto parlare di Tommy Vext negli ultimi mesi. Il suo nome è salito agli onori della cronaca quando, nel giugno del 2017, si è ritrovato a dover sostituire Ivan Moody dei Five Finger Death Punch per buona parte delle date europee del quintetto di di Las Vegas. Sebbene in Europa fosse a molti sconosciuto, Vext si è fatto un nome nella scena americana militando in diversi gruppi e viene soprattutto ricordato per essere stato il cantante dei Divine Heresy di Dino Cazares e come voce degli Snot. Adesso Tommy è pronto a tornare con una band tutta sua, i Bad Wolves, che hanno di recente firmato con Eleven Seven e si apprestano a pubblicare il loro primo disco. Ad accompagnarlo in questa avventura, fra gli altri, John Boecklin (ex Devildriver) e Doc Coyle (ex God Forbid). Attraverso la sua voce ci siamo fatti raccontare di più sul nuovo progetto, imparando a conoscere meglio questo personaggio di cui in molti parlano non solo per meriti musicali, ma anche per la sua affermata carriera in qualità di sober companion, ovvero quella figura professionale che si adopera per aiutare coloro che soffrono di dipendenza.

CIAO TOMMY, NEGLI SCORSI MESI HAI PRESENTATO I BAD WOLVES, UNA NUOVA BAND CHE VEDE COINVOLTI JOHN BOECKLIN (EX DEVILDRIVER), DOC COYLE (VAGUS NERVE, EX GOD FORBID), CHRIS CAIN (BURY YOUR DEAD) E KYLE KONKIEL (EX IN THIS MOMENT). IL PRIMO SINGOLO “LEARN TO LIVE” È USCITO LO SCORSO APRILE, “TOAST TO THE GHOST” AGLI INIZI DI NOVEMBRE INSIME ALLA NOTIZIA DEL VOSTRO ACCORDO CON L’ETICHETTA ELEVEN SEVEN. L’ALBUM DI DEBUTTO È ATTESO IN PRIMAVERA. COSA DOBBIAMO ASPETTARCI DA QUESTO DISCO?
– Questa band è nata un po’ come un side project. Tutti noi siamo prima di tutto amici. John (Boecklin, ndR) mi inviò alcuni dei brani, erano dei b-sides, in quel momento stava lavorando per altro e non era certo di usarli. Quando ci ritrovammo in studio e ci cantai su, ci rendemmo conto che funzionavano così bene che avremmo dovuto mettere in piedi una band. Dal un punto di vista vocale, scrivere questo album è stato un delle più interessanti sfide della mia carriera. I ragazzi non si pongono davvero limiti, fra le loro influenze ci sono band come Meshuggah, per il tipo di tuning, ma si può anche ritrovare qualcosa dei Tool o tanta roba progressive, o, ancora, i classici e il metal degli anni Novanta, come Pantera, Fear Factory, Sepultura. C’è anche tanta melodia. Spesso sono stato paragonato a Howard Jones o a Jesse Leach, perché ho una voce simile alla loro, ma credo che ciò che stiamo facendo sia qualcosa di davvero differente e ciò su cui stiamo lavorando è qualcosa decisamente nuovo. Musicalmente è davvero un album a tutto tondo. Immagina di ascoltare “Nothing” dei Meshuggah e “White Pony” dei Deftones, il nostro è qualcosa che sta nel mezzo. Lo definirei un interessante ibrido.

TUTTI VOI MEMBRI DELLA BAND NON SIATE DI CERTO NOVELLINI DELLA SCENA. COME VI SIETE TROVATI E COME AVETE DECISO DI DAR VITA A QUESTO PROGETTO?
– Quando John si separò dai Devildriver iniziò a lavorare su nuovo materiale, incontrò Chris Cain, erano amici, e iniziarono a fare delle cose insieme. Mi inviarono i brani, ci cantai e subito dopo Doc (Coyle, ndR) fece il suo ingresso. Kyle (Konkiel, ndR) arrivò letteralmente in giorno in cui girammo il video di “Learn To Live”. Non avremmo girato senza un bassista. Gli avevamo già accennato alla possibilità di entrare a far parte della band e lui si era studiato il pezzo. Proprio il giorno in cui dovevamo essere sul set, era in città, provammo insieme e in quel momento capimmo che quella era la band.

CI RACCONTI QUALCOSA IN PIÙ SUI TUOI COMPAGNI?
– Conosco John (Boecklin, ndR) da oltre dieci anni, lui era nei Devildiriver, ci siamo incontrati quando cantavo negli Snot e facemmo un tour insieme. C’è una storia divertente che riguarda me e John. Al tempo, credo fosse il 2007 o il 2008, lui era il campione assoluto di braccio di ferro dell’heavy metal. Non era mai stato battuto da nessuno. Durante il tour tutti gli dicevano: “Riuscirai a battere anche Tommy?”. Eravamo a San Diego, era l’ultima data insieme, ci procurammo un tavolo, con tutti gli altri che nel mentre si affollavano intorno a noi per assistere all’incontro. C’era chi incitava e chi scommetteva su chi sarebbe stato il vincitore (ride, ndR). Sembrava di essere a un combattimento di galli (ride ancora, ndR). Siamo rimasti lì bloccati per un bel po’: lui è davvero molto forte. Alla fine si è stancato e l’ho battuto! Doc, invece, lo conosco da quando avevamo circa venti anni e lui e suo fratello erano nei God Forbid. Forse era il 2002. La mia band, i Vext, una band hardcore di Brooklyn, apriva per loro al Birch Hill in New Jersey. Di recente qualcuno su Instagram mi ha taggato sulla foto del biglietto di quella data, diceva: E-Town Concrete, God Forbid, Candiria e Vext. Sono quindi più di quindici anni che ci conosciamo. Entrambi lavoriamo nel campo della beneficenza e del sociale, di sicuro è uno dei miei migliori amici. È un ragazzo molto intelligente e uno dei migliori chitarristi nel nostro genere.

SI PUÒ DIRE CHE IL 2017 SIA STATO UN ANNO DAVVERO INTENSO PER TE: HAI DATO IL VIA A UNA NUOVA BAND, NE HAI LASCIATA UN’ALTRA, (WESTFIELD MASSACRE), SOSTITUITO IVAN MOODY DEI FIVE FINGER DEATH PUNCH DURANTE IL LORO TOUR ESTIVO IN EUROPA. TUTTAVIA, SEBBENE TU ABBIA FATTO PARTE DELLA SCENA MUSICALE PER OLTRE DIECI ANNI, SPECIALMENTE IN EUROPA, MOLTA GENTE TI HA CONOSCIUTO PROPRIO PER L’ESPERIENZA CON I FIVE FINGER DEATH PUNCH. COME RIASSUMERESTI LA TUA CARRIERA?– Sono stato in tantissime band, ma da quando ho cantato con i Divine Heresy, che posso dire fosse il gruppo più vicino al mio genere, a ciò che davvero volevo fare, almeno a quell’età, in realtà ho sempre suonato in band di altri. Anche i Divine Heresy non erano un mio progetto, ma di Dino (Cazares, ndR). Poi ho cantato negli Snot, che ovviamente da parte mia era un tributo a Lynn Strait. Ho sempre cercato di portare avanti le mie cose. Quando ero a New York ho cercato di rimettere in piedi i Vext. Nella mia carriera ho sempre suonato con musicisti eccellenti. L’album dei Westfield Massacre è stato scritto con Bill (Hudson, ndR) dei Trans-Siberian Orchestra, Tim Yeung dei Divine Heresy e Morbid Angel e Kris Norris dei Darkest Hour. Questo è il gruppo che ha composto il disco, per il tour, poi, ho chiamato dei ragazzi di Los Angeles, Ira (Black, ndR), Stephen (Brewer, ndR), Erik (Tisinger, ndR) e Dio (Britto, ndR). Dopo tutti quegli anni nella musica e in diverse band, mi sono reso conto che, in realtà, non riuscivo a fare il musicista professionista al 100%, semplicemente perché non ci pagavo le bollette. Ho portato, quindi, avanti la mia carriera di counselor nell’ambito delle dipendenze da droga e alcol, operando soprattutto nell’area di Los Angeles. Ho lavorato con diversi personaggi ottenendo tante soddisfazioni nel campo. Lo scorso aprile, poi, ho ricevuto una chiamata da questi ragazzi che mi chiedevano se potevo dar loro una mano. È stato tutto pazzesco. Credo che proprio la mia esperienza nella riabilitazione mi abbia permesso di capire cosa stesse accadendo e di provare sincera empatia per la situazione. Nonostante tutti mi dicessero: “Che figata!”, in realtà a me dispiaceva vedere il mio amico così malato. Mi è stato chiesto dalla band e da lui stesso (Ivan Moody, ndR) di aiutarli a offrire ai fan il concerto per cui avevano pagato, lo show che lui stesso avrebbe messo in piedi. Ho davvero dato il massimo, cercando di fare il miglior lavoro che potessi. I Five Finger Death Punch sono tra le band più grosse che ci sono in giro in questo momento e i loro fan hanno compreso perfettamente la situazione e l’hanno accettata. È stata una cosa immensa. In seguito, sono stato in diversi paesi, mi è capitato di essere fermato da gente in Russia o in Norvegia che mi chiedeva una foto o l’autografo e voleva saperne di più sui Bad Wolves. È incredibile. I Five Finger Death Punch hanno la fan base più affezionata e leale che io abbia mai visto. Ciò accade perché la stessa band dà tantissimo ai propri fan. Se dovessi riassumere la mia carriera direi che ciò che mi interessa è fare dell’ottima musica. I Bad Wolves sono una band pericolosa sotto molti aspetti: parliamo di tanti argomenti che si potrebbero definire scomodi, siamo davvero tanto heavy, alcune etichette avevano paura di sputtanarsi con noi. Uno dei motivi per cui sono stato io a sostituire Ivan, quando ce n’è stato bisogno, è che Zoltan Bathory è il manager dei Bad Wolves. È stato fondamentale per noi poter vedere un artista del suo calibro porre fiducia in noi, così come poi vedere molti dei suoi fan credere in noi. Significa davvero molto per me.

COM’È COLLABORARE CON ZOLTAN BATHORY IN VESTI DI MANAGER? QUANTO LA SUA PRESENZA È STATA D’AIUTO AI BAD WOLVES?
– Siamo amici e nutro profondo rispetto e ammirazione per il modo in cui Zoltan porta avanti i suoi progetti. Ho davvero tanto da imparare da lui. A volte, penso di fare le cose in un certo modo, ma Zoltan interviene con la sua esperienza e mi suggerisce di provare in un altro. Da un punto di vista manageriale, quando ci consiglia una direzione da prendere è perché sa qual è quella che si rivelerà la migliore per noi. Automaticamente sono accresciute anche le aspettative su questa band, grazie all’influenza di Zoltan.

ZOLTAN BATHORY PRENDE ANCHE PARTE AL PROCESSO CREATIVO?
– Certo, come tutti i manager professionisti dovrebbero fare. Credevamo di avere il disco pronto, ma poi ci ha dato alcune dritte, così siamo tornati in studio con nuove idee, nate proprio grazie ai suoi consigli. È una gran cosa avere per manager un musicista, una persona che è anche un artista. Molto spesso, il motivo per cui le band si scontrano con i propri manager è perché i manager sono per la maggior parte unicamente specializzati in business, ma non sono artisti. Zoltan ha esperienza in entrambi i campi e, pertanto, ciò è vantaggioso per tutti.

SONO ANCORA POCHI I DETTAGLI EMERSI SUL VOSTRO DISCO. PUOI RACCONTARCI QUALCOSA IN PIÙ?
– Abbiamo registrato ventuno brani. Abbiamo lavorato con diverse persone. Con Mark Lewis, che si è occupato di gran parte del mix dell’album e poi anche con Joseph McQueen a Los Angeles. Con quest’ultimo avevo già collaborato molto in passato e in questa occasione si è occupato di alcuni selezionati brani. Alcune delle canzoni le ho scritte con con Drew Fulk, un ottimo produttore, che mi è stato presentato da Zoltan. Ha lavorato con i Motionless In White, i Failure Anthem, giusto per citare solo alcune delle tante band con cui collabora. Vogliamo davvero riuscire a creare un disco che sia perfetto, pertanto stiamo rifinendo ogni dettaglio. Mark Lewis è ottimo sui pezzi più heavy, mentre se si parla di melodia o di quei momenti in cui la voce richiede una certa estensione, preferisco il mixing di Joseph McQueen. Non abbiamo ancora una data esatta di pubblicazione del disco, ma sarà in primavera.

AVETE GIÀ IN PROGRAMMA DELLE DATE? VI VEDREMO IN EUROPA?
– Sicuramente saremo presenti in un po’ di festival. Siamo stati aggiunti da poco al Las Rageous che si terrà a Las Vegas, saremo con i Five Finger Death Punch, Judas Priest e un sacco di altre band super fighe. Suoneremo in Florida al Welcome To Rockville e altri festival su cui stiamo lavorando. Vorremmo comunque fare un vero e proprio tour a partire dalla prossima primavera da aggiungere alle date nei festival. Inoltre, stiamo programmando anche un tour estivo. Se tutto va bene faremo primavera ed estate negli Stati Uniti e poi, in autunno, qualche data nei club e sarebbe decisamente figo se riuscissimo a venire in Europa tra novembre e dicembre. Sai, siamo ancora una band piccola, quindi dipende da chi ci prende. Accogliamo ciò che viene in maniera molto umile, ma c’è tanta energia in noi cinque, quindi per il 2018 siamo pronti a partire.

‘HATERS GONNA HATE’. CIÒ CHE I TUOI DETRATTORI TI RIMPROVERANO, SPECIALMENTE ON LINE, È CHE NON SEI MAI RIMASTO IN UNA BAND PER PIÙ DI UN ANNO. COME RISPONDERESTI A QUESTE PERSONE?
– Una band è come un matrimonio. È un business, certo, ma è anche un matrimonio. Ho suonato con super musicisti sin dall’età di ventidue anni. Ho sempre lavorato duro per essere scoperto, per essere notato. Ho sempre cercato una band che volesse davvero impegnarsi per avere successo e che al tempo stesso fosse tecnicamente impeccabile e in grado di dedicare la sua vita a questo. Credo di averla trovata con i Bad Wolves. Tutti i ragazzi che ci suonano sono superstar, vengono da grosse band e nel gruppo sento di essere quello con meno talento. È così che deve essere, loro mi spronano a fare sempre meglio. Con tutti i membri della band, l’etichetta, il management, la posta in gioco si è decisamente alzata, e il mio impegno è dare sempre il meglio che possa, in modo che da rimanere tutti sulla stessa lunghezza d’onda. È la prima volta, da quando sono stato nei Divine Heresy, che in una band mi sento a casa.

COSA SI ASPETTANO I VOSTRI FAN DA QUESTA NUOVA FORMAZIONE?
– Sicuramente ci sono molte attese da parte dei fan di John, essendo lui molto conosciuto. È considerato da molti come uno dei migliori batteristi in circolazione. Qualche tempo fa a Los Angeles, io e John abbiamo incontrato Joey Jordison e lui ha iniziato a dire: “Hey, il miglior batterista vivente!”. Stessa cosa per Doc Coyle. Tutti noi abbiamo lavorato tanto per arrivare qui dove siamo. Non posso dire alla gente cosa aspettarsi, ma sicuramente qui facciamo sul serio. Se alle persone piacerà il disco va benissimo, se invece non dovesse piacere è ok lo stesso. Siamo qui per soddisfare noi stessi come musicisti e se il disco verrà capito e recepito da chi lo ascolta allora sarà fantastico. Abbiamo un messaggio, abbiamo affrontato temi scomodi, con riferimenti alla società. Tutti gli occhi sono spesso puntati sugli Stati Uniti, ma in questo momento il nostro paese è completamente diviso e la musica ha bisogno di prendere una posizione. Durante gli anni Sessanta, Settanta la musica ha unito ed è proprio quell’unione dettata dalla musica che va recuperata.

AL GIORNO D’OGGI MOLTI FEEDBACK PER UNA BAND ARRIVANO ANCHE DAI SOCIAL MEDIA. QUANT’È IMPORTANTE PER TE LEGGERE I COMMENTI ON LINE E QUANTO TENDONO A INFLUENZARE LA TUA MUSICA E LE TUE SCELTE?
– Onestamente, non leggo tantissimo i commenti on line. Preferisco guardare i numeri. Spesso mi capita di leggere cose come: “Il cantato pulito è gay”. (ride, ndR) Non capisco neanche cosa possa voler dire. In che senso è gay? Cioè, non è neanche un insulto. Capiamoci, Rob Halford dei Judas Priest è gay ed è uno è uno dei più grandi e influenti cantanti della musica heavy metal. O, per esempio, guarda i Queen, Freddy Mercury è probabilmente la più bella voce del rock di tutti i tempi. Non può essere un insulto. È come quando la gente mi chiama n word (sta per nigga o nigger, utilizzate con intenti razzisti, ndR), ovvero è essere razzisti, omofobi, ignoranti, non sto neanche ad ascoltare. Finora, devo dire, che non abbiamo ricevuto commenti d’odio veri e propri, ma tanto supporto. Anche dai fan di cose più estreme. Quello che davvero ci importa è fare delle ottime canzoni, il conto in banca non cambia in base ai like su Facebook.

SAPPIAMO CHE SPESSO SEI STATO OSPITE SUL PALCO DI DIVERSE BAND, COME DEFTONES E SEVENDUST. CHI È UN MUSICISTA CON CUI TI PIACEREBBE COLLABORARE?
– Ci saranno dei guest nel nostro album, ma non posso ancora rivelare nulla (in seguito si è saputo che uno degli ospiti previsti sarebbe dovuta essere Dolores O’Riordan dei The Cranberries, scomparsa prematuramente proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto registrare la voce per la cover dei Bad Wolves di “Zombie”, ndR). In studio, mi piacerebbe fare qualcosa con Chino (Moreno) dei Deftones o con Maynard (Keenan, Tool). Al di fuori del genere, direi che mi piacerebbe fare una canzone con Lady Gaga o con Busta Rhymes. Gente come loro mi spingerebbe ogni giorno ad andare oltre i miei limiti. Preferisco poter far pratica con i grandi, quei professionisti che possano farmi il culo, perché è così che si migliora, è così che si impara. Quindi, mi piacerebbe provare con dei grandissimi talenti, per imparare le tecniche vocali, ma anche il loro approccio mentale ed emozionale alla musica.

CHI TI CONOSCE SE CHE SEI ANCHE UN ‘SOBER COMPANION’. SFORTUNATAMENTE, MOLTI MUSICISTI SONO AFFETTI DA DIPENDENZE, SEBBENE, NEGLI ULTIMI ANNI ABBIAMO VISTO ANCHE UN COSTANTE EMERGERE DI BAND CHE SI AUTODEFFINISCONO STRAIGHT EDGE. QUAL È LA SITUAZIONE ATTUALE NELLA SCENA METAL? CREDI CHE ANCORA LA DIPENDENZA DA ALCOL E DROGHE ABBIA UN CERTO IMPATTO NELL’INDUSTRIA MUSICALE? C’È, SECONDO TE, QUALCOSA DA FARE E CHE POSSA AIUTARE IN MANIERA CONCRETA?
– Onestamente, credo che ci sarà sempre un problema di abuso di alcol, sostanze o droghe fra i creativi. Alla base della dipendenza c’è una malattia, non importa cosa fai, chi tu sia, quale sia la tua razza o la tua religione o quanti soldi hai, se sei predisposto alla dipendenza lo sei e basta, non hai scelta. In particolar modo, gli artisti e i creativi hanno un sensibilità diversa, più profonda e molti musicisti, non tutti, ma buona parte, usano la loro arte, i propri strumenti per farsi accettare, in qualche modo abbracciare, far capire il proprio dolore proprio attraverso la musica. Tuttavia, credo che l’idealizzazione che sta alla base dell’assioma ‘sex, drugs and rock n roll’ stia pian piano svanendo. Corey Taylor ha detto una cosa molto significativa in occasione dell’ultimo Rock to Recovery, andando a scardinare un vero e proprio preconcetto: “È ok essere sobri”. Se sei astemio non passi da sfigato. Io mi diverto tantissimo in tour e non bevo, non ho bisogno di bere per farlo. Se far festa vuol dire farti finché non vomiti o fino al punto da mettere in imbarazzo i tuoi compagni di band o finché non ti trovi in hotel da solo a piangere perché hai finito le droghe, quello per me non è un party. In tutta sincerità, il miglior esempio di ciò che la gente nell’industria musicale potrebbe fare per gestire questo problema arriva proprio dai Death Punch. Ivan si è ammalato e ha avuto bisogno di aiuto e i suoi compagni hanno agito come hanno agito e adesso lui è tornato migliore che mai. Questo è successo perché la sua band gli ha dato il tempo di rimettersi. Per quanto riguarda Scott Weiland, per esempio, il suo management, la sua etichetta, l’hanno spinto sul palco ogni sera, pur sapendo che si stava sputtanando e l’hanno guardato morire e alla fine, così è stato: è morto. Si può uscire dalle dipendenze, si può stare meglio, ma bisogna mettere da parte il proprio ego e mettere davanti a tutto la vita di una persona, è così che poi accadono delle vere e proprie magie. Quando, invece, sono gli interessi e il denaro a essere messi sopra tutto, quando si continua a spremere l’arancia fino alla sua ultimissima goccia, la gente muore. Tutti, poi, sono tristi, ma il circolo vizioso continua.

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