BATHSHEBA – Entità senza volto

Pubblicato il 31/05/2017 da

L’album di esordio dei Bathsheba è riuscito a colpirci positivamente, con la sua efficace commistione tra doom, eteree voci femminili ed un approccio libero da ogni restrizione, che permette alla band di lasciarsi trasportare dall’ispirazione, descrivendo con la propria musica quel mondo cupo e ossessivo che i Bathsheba vogliono evocare. Ancora una volta gli opposti si attraggono, pesantezza monolitica e leggiadria, luce ed ombra, inferno e paradiso si incontrano e si abbracciano. Di fronte ad un debutto così interessante, era doveroso contattare la band per una chiacchierata con Michelle Nocon, affascinante strega che si mostra giustamente entusiasta della sua opera prima e desiderosa di far conoscere la sua musica.

 

CIAO MICHELLE, COMPLIMENTI PER IL VOSTRO OTTIMO ALBUM, “SERVUS”! TI VA DI PRESENTARE LA BAND AI NOSTRI LETTORI?
“Ciao, grazie a voi per l’ospitalità! Certamente: Jelle Stevens è il nostro batterista, che forse conoscerai per la sua precedente band, i Sardonis. Dwight Goossens suona nei Disinterrated e ora anche nei Torturerama assieme al nostro bassista Raf Meukens. Io invece sono Michelle, la cantante, e prima avevo un’altra band, i Serpentcult, e ho anche un altro progetto che si chiama Leviathan Speaks”.

CHE COSA VOLETE ESPRIMERE CON LA VOSTRA MUSICA? CHE TIPO DI MESSAGGIO?
“Prima di tutto voglio ringraziarvi per darci la possibilità di parlare della nostra musica. Quello che vorrei dire ai nostri ascoltatori è che sono felice che la nostra musica arrivi a toccarli, che ‘Servus’ riesca ad arrivare nel profondo della loro anima. E’ un album che si può apprezzare e amare, ma che sa essere anche molto profondo, da un punto di vista musicale, vocale e lirico. Abbiamo messo così tanto in quest’opera che quando qualcuno riesce a coglierne il senso per noi significa moltissimo e, allo stesso tempo, questa consapevolezza può significare molto anche per l’ascoltatore. ‘Servus’ è un viaggio pesante, attraverso argomenti di grande intensità. La cosa più importante per noi era esprimere il più liberamente possibile quei pensieri e quelle sensazioni che ci hanno catturati e che hanno vissuto dentro di noi in quel periodo”.

L’ARTWORK DELL’ALBUM E’ DAVVERO AFFASCINANTE, VUOI PARLARCENE?
“Dunque, volevo fortemente l’immagine di qualcuno che implorasse e pregasse, come schiacciato da un peso opprimente. Inoltre volevo qualcuno che avesse il viso distorto, oppure un’immagine senza volto. Ero in contatto con un mio buon amico, Olivier Lomer, che si è offerto di realizzare la copertina. Sapevo che i suoi lavori erano eccezionali, quindi sono stata felice che abbia voluto occuparsene: gli ho solo dato l’idea di fondo e qualche suggerimento sui colori che avrei voluto, dopodiché gli ho lasciato carta bianca. Ha fatto un lavoro eccezionale ed è una persona davvero creativa. Puoi trovare altri suoi lavori su questo sito”.

PERSONALMENTE SE DOVESSI SCEGLIERE UN BRANO DA “SERVUS”, SAREBBE “AIN SOPH”…
“Scelta interessante! Da un punto di vista tematico è un pezzo molto duro, che parla di quanto possa essere profondo l’abisso di ciascuno di noi. Qualcosa che ti lacera quando sai di esserti spinto troppo in là e che fa sì che tu non possa più essere lo stesso da quel momento in poi. Eppure in un certo senso anche questa sensazione ti attrae, come una sorta di rapporto di amore e odio. E’ curioso, ma i ragazzi avevano dato a questo brano il titolo temporaneo di ‘Throne’, che è davvero un buon titolo per l’atmosfera del pezzo. C’è un significato molto potente in questa canzone, parla di come si possa andare oltre l’esperienza umana, con il proprio ego che quasi scompare, facendo sì che non ti importi più nulla di questa vita. Abbiamo anche realizzato un ‘lyric video’ per questo brano, con del materiale di Olivier De Sagazan e la sua ‘trasfigurazione’. E’ perfetta: un’entità senza volto o un volto dalle molte facce… Una trasformazione che sa essere tanto bella quanto oscura”.

E POI C’E’ L’ECCELLENTE USO DEL SAX, CHE DA’ UN TOCCO DAVVERO PARTICOLARE AL BRANO.
“Questa è stata forse la canzone che abbiamo finito più in fretta, almeno per quanto riguarda la sua struttura di base, ma in un certo senso ci abbiamo messo molto a definire i dettagli. La parte in cui puoi sentire il sax aveva bisogno di qualcosa di più, sebbene giù in studio fosse già migliorata: io cercavo dei sample di free jazz da inserire in quel passaggio ma Jelle ha avuto l’idea di inserire un vero sassofono. Così ho contattato Peter Verdonck dei Wound Collector che è stato davvero entusiasta di occuparsene: lo conoscevo dai tempi dei Serpentcult e ci eravamo sempre promessi di fare qualcosa assieme. E’ venuto in studio e ha registrato tre diverse versioni del solo, tanto da metterci in difficoltà nel dover scegliere quale usare. E’ un ottimo musicista e ti consiglio assolutamente di ascoltare i Wound Collector, la sua band death metal dove canta e suona il sax!”.

UN ALTRO BRANO CHE VORREI CI PRESENTASSI E’ “MANIFEST”, CHE E’ ANCHE IL PEZZO PIU’ LUNGO DELL’ALBUM.
“Quello è stato il primo pezzo che abbiamo composto ed è presente anche nel demo che abbiamo registrato su nastro. Conteneva quattro canzoni, ‘The Sleepless Gods’, ‘Daughter Of The Oath’, ‘Manifest’ e un brano chiamato ‘Ashes’. La composizione che citi ha avuto bisogno di un po’ di tempo per crescere, ma pian piano si è evoluta, diventando progressivamente più dinamica e organica. Ha qualcosa di maestoso e Dwight ha aggiunto un assolo eccezionale. I ragazzi hanno avuto uno spazio tutto per loro: ho pensato che non ci fosse bisogno di molti passaggi cantati e sono felice che la canzone abbia questa lunga parte strumentale. In questo modo, facendo arretrare il cantato, si è evoluta ulteriormente diventando ancora più lunga, come una sorta di viaggio verso la fine. Sostanzialmente, quindi, grazie a delle jam strumentali e alla ricerca di alcune strutture al loro interno, ‘Manifest’ è diventata quello che è oggi”.

IL DOOM METAL SEMBRA ESSERE UN GENERE CHE SI SPOSA PERFETTAMENTE CON IL CANTATO FEMMINILE, COSA NE PENSI?
“Sì, capisco perfettamente come i riff ribassati e lenti del doom si adattino bene con la voce da strega che si può sentire nella musica doom. Ma penso che ci sia anche una fregatura, perché quando una formula si rivela efficace, questo porta ad avere un pubblico più vasto e tante band iniziano a dedicarsi a quello stesso stile. Un sacco di band pessime, alcune OK e pochissime ottime. Non sono molto attratta dal doom metal, specialmente quello con le voci femminili, perché mi sembrano fatte tutte con lo stampino, come un film della Disney o qualcosa del genere. Quindi preferisco il doom più spigoloso, qualcosa che non mi capita spesso di incontrare nelle band con una cantante femminile”.

QUALI SONO LE VOSTRE INFLUENZE A LIVELLO MUSICALE?
“Jelle è uno che può andare dai Wounded Kings a Sulfjan Stevens, Dwight ama cose tipo i Pallbearer o i Primitive Man, Raf ha più affinità col black e il death, come Entombed o Mayhem. Per quanto mi riguarda non mi sento particolarmente influenzata da altri, perché non riuscirei ad integrare un’altra persona in ciò che faccio. Non ho una tecnica così spiccata, si tratta più che altro di emotività, che rende tutto più personale. Ma credo comunque di avere avuto un’influenza indiretta. Ad esempio Dawn Crosby, la sua libertà nel canto ha aperto qualcosa dentro di me. Posso citarne altri: PJ Harvey, Tom Waits, Lana Del Rey, Björk, Carl-Michael Eide dei Ved Buens Ende e Virus, Thom Yorke, Dave Gahan…”.

NEI TESTI INVECE CHE ARGOMENTI TRATTI?
“I testi trattano principalmente della desolazione della vita. Ci sono giorni in cui ti svegli e il martello della realtà ti colpisce dritto in faccia, la stanza in cui ti trovi diventa troppo piccola e il mondo troppo grande, ti rendi conto del nulla che pervade tutto quanto. Ti chiedi se questo è tutto ciò che sei, fuori posto in un luogo a cui non appartieni. Tutto il dolore ti ha reso insensibile finché non esisti più, eppure i fatti di tutti i giorni continuano a perseguitarti. Una vita così non ha un senso e ti chiedi se non ci sia qualcosa di più, perché puoi percepirlo, nel sole, nel sussurrare del vento. A volte è leggero come una brezza, a volte ti sembra di entrare in una caverna, vai sempre più a fondo, non c’è una fine all’oscurità che ti circonda, eppure questa ti attrae. Vivi questa oscurità ogni giorno e ti chiedi fino a che punto potrai arrivare. Dolore e sofferenza sono coerenti, non falliscono mai”.

SE VOLESSI ACCOSTARE “SERVUS” AD UN’ALTRA OPERA ARTISTICA, UN QUADRO, UN FILM, UN LIBRO, QUELLO CHE VUOI… COSA SCEGLIERESTI?
“Questa è davvero una domanda interessante. Direi che sarebbe una versione più oscura di un libro che si chiama ‘La Storia Del Mio Cuore’ di Richard Jefferies (1883). Era uno scrittore naturalista inglese, saggista e giornalista. Il libro può essere descritto come un’autobiografia spirituale. Le sue emozioni ritornano alla natura, ponendosi domande sull’esistenza e sulla vita. Mi ha ispirata molto e mi ha aiutata a vedere le cose in una luce più chiara. E’ un lavoro naturalistico, ovviamente, ma dà anche un cenno a ciò che c’è dietro a tutto questo. Anche ‘Servus’ è estremamente autobiografico e anche spirituale in un certo senso. I Bathsheba sono una band che ha bisogno della natura e anche in questo incrociamo il percorso tracciato dalle storie di Jefferies. Anche l’artista Olivier De Sagazan ha fatto qualcosa per me, soprattutto la sua performance intitolata ‘Transfiguration’ che abbiamo usato per il lyric video. Potremmo considerarla una sorta di traduzione visiva di ‘Servus’, i numerosi volti che le esperienze ti donano e come la vita ti trasformi, ti faccia ritornare al tuo vero io, per poi portarti via, distruggerti, renderti goffo e distante dalla realtà che ti circonda. Che magnifico artista! Così crudo e reale”.

QUANTO E’ IMPORTANTE SUONARE DAL VIVO PER I BATHSHEBA?
“Moltissimo. Lavori sulle canzoni così a lungo, le registri perché vuoi donarle al mondo, in un certo senso, e suonare dal vivo è la ciliegina sulla torta. E’ la più sincera forma di espressione di ciò che hai fatto nel tempo. Stiamo già lavorando sui nuovi brani, ma è come se non potessi continuare finché non avremo suonato queste dal vivo. E’ come se volessi dire qualcosa di importante a qualcuno e ti stessi preparando per dirla, e suonare dal vivo è riuscire finalmente a dire questa cosa. Abbiamo bisogno di tirarla fuori, prima di poter aprire un nuovo capitolo. Inoltre adoro suonare dal vivo, do così tanta energia che quando il concerto finisce mi sento completamente svuotata, perché ho dato tanto di me stessa. Ha qualcosa di terapeutico, di intrinseco, che non sai esprimere ma che viene fuori di fronte a tutte le persone del pubblico. Anche se c’è molta rabbia e frustrazione dentro di me, la pressione necessaria a tenermi tutto questo dentro esce lentamente fuori quando suono dal vivo. Sono me stessa. Quando sei in studio sei focalizzato su tante cose, mentre dal vivo è tutto lì di fronte a te in quel momento. Anche i ragazzi non vedono l’ora di salire sul palco e di fare ciò che ci si aspetta da noi: suonare!”.

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