BATTLEROAR – Il canto della sopravvivenza

Pubblicato il 11/08/2026 da

Le mode vanno e vengono, l’epic metal resta: colonna portante del sottobosco underground della nostra musica preferita, questo genere è ancora considerato essenziale da numerosissimi ascoltatori affezionati, appassionati di epica, eroismo e fantasy cappa e spada.
La scena ateniese, in particolare, anche grazie ad appuntamenti imperdibili come l’Up The Hammers Legacy, presenta una quantità di band ed etichette che chiunque sia interessato a questo tipo di stilemi dovrebbe scoprire, fra cui si annoverano i mitici Battleroar di Kostas Tzortzis, un musicista che nel corso degli anni è riuscito a costruirsi una reputazione di tutto punto, grazie a album concreti e dritti al punto; tra essi, “Petrichor”, l’ultimo arrivato, è l’ennesimo ottimo tassello nel percorso di una band che ambisce al monte Olimpo.
Ne abbiamo parlato proprio con il chitarrista e leader della band, il quale ci ha raccontato ancora una volta il suo modo di intendere la musica e narrare storie epiche da non dimenticare.

CIAO KOSTAS E BENTORNATO SU METALITALIA. MOLTE COSE SONO CAMBIATE RISPETTO A “CODEX EPICUS”: QUALE È STATO IL CAMBIAMENTO PIÙ IMPORTANTE CHE HA POI PORTATO ALLA COMPOSIZIONE DI “PETRICHOR”?
– Grazie per permettermi di nuovo di parlare al vostro pubblico. Beh, la line-up è completamente diversa, quindi lavorare con altri musicisti ha influenzato il risultato. Aggiungiamoci anche che sono passati un po’ di anni rispetto a “Codex Epicus” (del 2018,ndr), ed ecco perché sembra che il risultato finale sia un po’ diverso.

PUOI DIRCI QUALCOSA DI PIÙ SUL TITOLO DEL DISCO? COSA UNISCE, SECONDO TE, IL CONCETTO DI EPIC METAL E QUELLO DI PETRICORE?
– Il petricore è l’odore della pioggia, al quale l’umanità è molto sensibile sin dall’inizio dei tempi, perché era un elemento importantissimo per la sopravvivenza. Questo istinto è sopravvissuto attraverso le ere… E già solo questa è una cosa epica, secondo me. È qualcosa che ha viaggiato nel tempo per ricordarci chi siamo, con tutti i suoi simboli.

IL VIOLINISTA ALEX PAPADIAMANTIS È TORNATO AD ESSERE UN MEMBRO UFFICIALE DELLA BAND: L’HAI COINVOLTO ANCHE IN FASE DI SCRITTURA?
– Certamente, Alex è stato nella band come membro fisso nella maggior parte dei nostri dischi, mentre per l’album precedente ci siamo presi una pausa. Ora è tornato ed, ovviamente, ha partecipato alla scrittura dei pezzi con il suo violino!

A TAL PROPOSITO, I SUONI DI “PETRICHOR” CI SEMBRANO MOLTO PIÙ OPERISTICI E SOLENNI. IN CHE MODO HA CONTRIBUITO L’AVER INGAGGIATO UN CANTANTE COME MICHALIS KARASOULIS?
– Beh, Michalis è un cantante molto diverso da Gerrit (Muts, in formazione fino al 2019, ndr), e questo ha dato un feeling diverso alle canzoni, ma onestamente non saprei dire se siamo andati in una direzione operistica.

QUANDO ABBIAMO LETTO “WHAT’S BEST IN LIFE” NON ABBIAMO POTUTO NON PENSARE AL CONAN DI SCHWARZNEGGER…
– È proprio così! La canzone è ispirata al film con lui come protagonista. Penso che sia una domanda che ogni uomo dovrebbe farsi, durante sua vita.

CI SEMBRA, COMUNQUE, CHE OGNI CANZONE DI “PETRICHOR” ABBIA UN SIGNIFICATO NASCOSTO: VUOI PARLARCI DELLE ISPIRAZIONI CHE HAI AVUTO SCRIVENDO IL DISCO?
– Al di là delle influenze mitologiche, come su “Legacy Of Suffering”, molto deriva da aspetti della vita di cui decido di parlare… Una specie di codice di sopravvivenza ed esistenza che è stato forgiato dalle mie esperienze.

“PETRICHOR” È INOLTRE IL VOSTRO PRIMO DISCO SU NO REMORSE: IN CHE MODO HA CONTRIBUITO L’AVER FIRMATO CON LORO?
– Al di là della professionalità che questa etichetta ha, ci ha portato soprattutto stabilità, supporto e rispetto.
Beh, conosco Chris Papadatos da quando abbiamo formato la band, ma non avevamo mai lavorato insieme prima. Per me è importantissimo il fatto che gli piaccia la nostra musica e apprezzi la nostra storia.

HAI LAVORATO CON MARS TRIUMPH PER LA COPERTINA DEL DISCO: GLI HAI CHIESTO SPECIFICATAMENTE UN DISEGNO COME QUELLO, O HAI LASCIATO CHE SI DEDICASSE AL PROGETTO CON LA SUA IMMAGINAZIONE?
– In realtà, tutto il concept è nato da una mia idea, e abbiamo passato ore a parlarne insieme. La cosa in cui mi ha davvero aiutato è stato rifinire ciò che nella mia testa era semplicemente un concetto, e trasformarlo nella bellissima immagine che vedi ora!

IL MASTER DEL DISCO È STATO CURATO DA ARTHUR RIZK, CHE SAPPIAMO ESSERE UN GRANDE SUPPORTER DELLA SCENA GRECA: COME VI SIETE INCONTRATI? E COME è STATO LAVORARE CON UNA PERSONA CHE STA DALL’ALTRA PARTE DELL’OCEANO?
– Arthur ha curato missaggio e master di tutto il lavoro, dandomi piccoli consigli qui e lì. Ci siamo incontrati lo scorso settembre ad Atene al Rock Hard Festival dove abbiamo suonato, e ci abbiamo messo pochi minuti a accordarci per la collaborazione. Arthur è un grande, cento per cento professionale e puntualissimo! È stato facilissimo lavorare con lui anche da così lontano.

CI PIACEREBBE FARTI UNA DOMANDA CHE AVEVAMO FATTO ANCHE A LUI: COSA NE PENSI DI QUESTA SCENA DI CUI PARLANO MOLTI, CHIAMANDOLA ‘NEW WAVE OF TRADITIONAL HEAVY METAL’?
– Beh, se le persone sono interessate e continuano a supportare le band, non vedo nulla di male nel riferirsi a una corrente. A volte le cose ritornano e, probabilmente, è tornato il tempo per un’altra ondata di heavy metal. È una questione di gusti, in fondo, ed è una cosa personale per ognuno.

COSA NEL PENSI DEL FATTO CHE, AL DI FUORI DELLA GRECIA E DELLA GERMANIA, È DIFFICILE ORGANIZZARE FESTIVAL CHE SI BASINO SOLAMENTE SU QUESTI GENERI?
– Non saprei dirlo con certezza… Dipende sostanzialmente da quali sono i gusti e le preferenze della persone. In realtà vedo che molte cose hanno iniziato a cambiare anche al di fuori di questi due paesi, quindi staremo a vedere!

PER SALUTARCI, CI PIACEREBBE AVERE UN TUO RICORDO DI MARK SHELTON E DEL PERIODO IN CUI AVETE LAVORATO SU “SWORD OF THE FLAME”, CANZONE DI “CODEX EPICUS”.
– Ho avuto il privilegio di lavorare sulla musica a diretto contatto con Mark, ed è sempre stato un mio caro amico. “Sword Of The Flame” è stata davvero l’ultima cosa che abbia registrato nella sua vita: ha scritto il testo, le linee vocali e l’ultimo assolo del pezzo in appena due settimane, solo per aiutarmi a finire un brano su cui mi ero bloccato.
Cosa posso dire… Mesi dopo è morto, lasciando che quella canzone fosse il suo vero epitaffio. Mark sarà per sempre un esempio per chiunque di noi lo abbia incontrato. All hail Mark Shelton!

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