BEHEADED – Incubi mediterranei

Pubblicato il 30/08/2025 da

Ascoltando anche solo distrattamente “Għadam”, settimo lavoro in studio dei Beheaded, è evidente come i sei anni intercorsi dal precedente “Only Death Can Save You” siano serviti al gruppo originario di Malta per guardarsi dentro e decidere, dopo tanti anni di carriera, di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, confezionando un’opera ambiziosa che gli consentisse di trovare una voce personale e – per certi versi – unica all’interno della scena death metal contemporanea.
Un disco complesso nella sua soltanto apparente semplicità, in cui la furia di certo metal estremo si fonde in modo peculiare e audace a strutture cinematografiche e soluzioni imbevute di folklore del Mediterraneo, legando indissolubilmente il quintetto (che nel 2025 conta più membri italiani che maltesi) alle tradizioni espressive dell’arcipelago dove tutto ha avuto origine nell’ormai lontano 1991.
A fronte di un ritorno tanto curato e avvolgente, non potevamo quindi esimerci dal contattare la band per un’intervista di rito, con il frontman Frank Calleja a vestire i panni di portavoce e a sviscerare appassionatamente origini e contenuto della raccolta pubblicata lo scorso luglio da Agonia Records…


CON “GĦADAM” AVETE DAVVERO DECISO DI ANDARE ‘ALL IN’. COME HA PRESO VITA LA TRASFORMAZIONE RISCONTRABILE NELL’ALBUM?
– Quando abbiamo iniziato a lavorare al seguito di “Only Death Can Save You”, avevamo già cinque brani pronti, ma non ci convincevano: mancava ispirazione, erano troppo ancorati alla nostra solita formula e non offrivano nulla di nuovo.
La svolta è arrivata grazie a un vecchio libro maltese, “Is Saħħar Malti”, che ho trovato in un mercatino dell’usato. Era un testo degli anni Venti, con illustrazioni inquietanti, e ci ha spinti a intrecciare nella musica la nostra eredità culturale, dandole finalmente un’identità precisa e uno scopo.
Da lì abbiamo iniziato a ragionare sull’uso della lingua maltese e su quanto spingerci oltre. Abbiamo scelto i libri di Anton Grasso come base e abbiamo trasformato quei concetti nei testi e nell’album nel suo insieme.
Oltre alle parole, abbiamo cercato di inserire anche elementi tipici maltesi a livello musicale: certe sonorità, certe scelte di chitarra.
L’uso del maltese non è stato un calcolo strategico, ma una necessità: era l’unico modo per fare di “Għadam” quello che è.

PARLARE DI GĦADAM SIGNIFICA PARLARE DI MALTA. L’ALBUM SEMBRA VOLER INSTAURARE UN LEGAME FORTE CON L’ISOLA E CON LE SUE TRADIZIONI ARTISTICHE, LINGUISTICHE E MUSICALI, DANDO VITA A UNA NARRAZIONE COESA. PUOI RACCONTARCI MEGLIO QUESTO ASPETTO?
– “Għadam” è intimamente legato a Malta. Abbiamo cercato in ogni modo di connetterci con le sue tradizioni artistiche, linguistiche e musicali, così da costruire un racconto unitario. Il disco accompagna l’ascoltatore in un viaggio che parte dal brano “Għadam” (ossa) e si chiude con “Irmied” (cenere), esplorando temi come la morte, la mortalità e la devozione, tutti radicati nella cultura e nel folklore maltese.
Abbiamo inserito riferimenti a preghiere tradizionali, testi religiosi e poesie, stratificandoli all’interno delle canzoni. Più ci si immerge, più si scoprono queste sfumature locali, che rendono la narrazione ancora più profonda. Non è soltanto musica: è un riflesso autentico di chi siamo e delle nostre radici.

SE DOVESSI DESCRIVERE LO STILE DELLA TRACKLIST, I PRIMI AGGETTIVI CHE MI VERREBBERO IN MENTE SAREBBERO ‘CONTROLLATO’ E ‘DENSO’…
– Direi che sono due definizioni perfette. Ogni elemento è stato studiato con precisione, affinché servisse al brano, al concept e all’atmosfera complessiva.
La struttura è essenziale: non c’è nulla di superfluo. La densità nasce dalle trame ricche e dagli arrangiamenti complessi, dove note, accordi e parole hanno sempre un peso. Per esempio, i versi più minimalisti si contrappongono a cori molto ampi, creando una dinamica contenuta ma allo stesso tempo immersiva.
Ci sono poi motivi e dettagli sonori che ritornano, come certe percussioni ovattate o riverberi atmosferici, che rafforzano il mood — introspettivo, cinematografico, cupo.
Tutto questo fa sì che l’album avvolga l’ascoltatore nel suo mondo, rendendo ogni momento indispensabile.

I TESTI SI BASANO SULLE OPERE DELLO SCRITTORE HORROR ANTON GRASSO. COME AVETE LAVORATO ALL’ADATTAMENTO? E PER CHI NON CONOSCE I SUOI LIBRI, COME DESCRIVERESTI IL SUO STILE E IL SUO IMMAGINARIO?
– L’ispirazione è nata quando ho scoperto uno dei suoi libri. Avevo già letto varie sue opere e conoscevo suo figlio Sergio, che a Malta è uno scrittore di culto. Sembrava una scelta naturale.
Il suo stile è molto elaborato e nasce da emozioni forti, positive o negative che siano. Le sue storie intrecciano personaggi sfaccettati, ambientazioni vivide e riflessioni filosofiche, costringendo chi legge a un coinvolgimento totale. È lo stesso approccio che volevamo dare all’album, con testi e arrangiamenti costruiti in modo deliberato e complesso.
Grasso lavora molto sul contrasto tra luce e ombra, speranza e disperazione, e questo ci ha ispirato nelle dinamiche dei brani: passaggi scarnificati che esplodono in crescendo emotivi. Le sue emozioni crude e universali ci hanno dato autenticità, mentre il legame con le radici maltesi ha reso il disco allo stesso tempo intimo e universale.

PARLIAMO DELL’ARTWORK: COSA PUOI DIRCI DELLA FOTOGRAFIA SCELTA PER LA COPERTINA?
– È uno scatto di Raffaele Montepaone, parte di un suo progetto sui centenari calabresi. Ritrae gli ultimi anni della vita, in cui la devozione diventa quasi un’ossessione, una preparazione all’inevitabile, con le preghiere come una sorta di moneta di scambio per il Paradiso. Era perfetta per il concept del disco.
È un’immagine semplice ma potentissima, che trasmette il giusto messaggio e incarna appieno il carattere mediterraneo che avevamo in mente. Abbiamo visto diverse fotografie della serie, ma questa ci ha colpito subito e non abbiamo avuto dubbi.

CHE ASPETTATIVE AVETE PER “GĦADAM”? E COME PENSATE REAGIRANNO I VOSTRI FAN STORICI?
– Pensiamo che “Għadam” rappresenti un’evoluzione coraggiosa: rimaniamo legati alle radici death metal, ma ci apriamo a un territorio atmosferico ed emotivo ispirato a Grasso. Il primo singolo, “Il kittieb”, con i suoi tempi medi, i passaggi lenti, le melodie, è stato un test importante: segna il passaggio dall’aggressività pura a una dimensione più immersiva.
Sappiamo che potrà dividere. I fan più legati al ‘brutal’ death metal potrebbero rimpiangere l’intensità implacabile dei nostri primi lavori, come “Recounts of Disembodiment” o “Ominous Bloodline”.
Ma chi sarà pronto ad accettare la nostra crescita potrà apprezzare l’innovazione, l’atmosfera e la profondità narrativa, trovando in questo disco un nuovo capitolo ricco di significato.

PER ANNI SIETE STATI UNA DELLE BAND DI PUNTA DEL ROSTER UNIQUE LEADER. NEL 2025, COME VEDI QUEL PERIODO DELLA VOSTRA CARRIERA? ASCOLTATE ANCORA QUEL TIPO DI DEATH METAL?
– Abbiamo pubblicato tre album con Unique Leader: “Ominous Bloodline” (2005), perfettamente in linea con lo stile dell’etichetta dell’epoca; “Never to Dawn” (2012), più sperimentale e con due nuovi membri; e “Beast Incarnate” (2017), ancora con cambi di line-up. Oggi l’unico rimasto di quel periodo è David Cachia.
È stato un capitolo molto positivo. Non abbiamo che rispetto per quegli anni e per quello stile. Guardare avanti non significa rinnegare il passato: vogliamo evolverci, non regredire. E sì, ascoltiamo ancora quel tipo di death metal.

TORNIAMO ANCORA PIÙ INDIETRO: COSA SIGNIFICAVA ESSERE UN DEATH METALLER A MALTA NEGLI ANNI ’90?
– Voleva dire affrontare tanti pregiudizi, soprattutto da adolescenti o giovani adulti. Essere metallari comportava sfide personali e difficoltà pratiche, ad esempio per farsi conoscere fuori dall’isola, viste le dimensioni ridotte della scena. Ma era anche un periodo emozionante: la scena era viva e unita, molto più di oggi, quando invece si percepisce una frammentazione che rispecchia quella della società.

E ADESSO? SI PUÒ DIRE CHE ESISTA UNA SCENA METAL MALTESE?
– Sì, c’è sicuramente, ed è viva. Ci sono band di tutti i generi, anche gruppi molto giovani. La scena nel complesso è sana, anche se un po’ più frammentata che in passato.

GRAN PARTE DELLA VOSTRA FORMAZIONE È ORMAI ITALIANA. COME GESTITE PROVE, REGISTRAZIONI E TUTTO IL RESTO?
– Ci prepariamo individualmente prima di incontrarci, così da essere pronti quando serve. Senza Internet non sarebbe stato possibile, ma oggi la tecnologia ci permette di lavorare a distanza in maniera semplice. Certo, ci manca un po’ l’atmosfera delle prove in garage, ma questo sistema funziona bene da anni.
La scelta dei membri, poi, è sempre legata prima di tutto all’affinità musicale e personale.

QUAL È STATO L’ULTIMO ALBUM (ANCHE NON METAL) CHE TI HA DAVVERO COLPITO?
– “Sub Rosa In Æternum” dei Tribulation.

ORA CHE “GĦADAM” È USCITO, QUALI SONO I VOSTRI PROGETTI FUTURI? IN CHE CONTESTI VI PIACEREBBE PORTARLO?
– Per “Għadam”, uscito lo scorso 25 luglio, non vogliamo fare un tour intensivo, ma concentrarci su date selezionate, che ci permettano di valorizzarlo al meglio e di mettere in scena la sua profondità artistica.
Ci stiamo preparando per il Gothoom Open Air Fest in Slovacchia (28-30 agosto 2025) e siamo già confermati per il Dortmund Deathfest il 31 luglio 2026.

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