Fra i tanti bei dischi consegnatici dalla Profound Lore nel corso degli ultimi dodici mesi, c’è anche il secondo capitolo della saga “Stygian Bough” intrecciata da Bell Witch e Aerial Ruin.
Un ritorno che segue di tre anni quel “Volume I” rilasciato in piena pandemia e portato poi sul palco in tournée come quella di spalla a Wolves in the Throne Room e Incantation (ricordiamo ancora la data al Legend Club di Milano), in grado – grazie al suo peso specifico – di finire istantaneamente nell’elenco dei dischi doom del 2025.
Musica pressoché perfetta per le giornate fredde e crepuscolari di questa stagione, eco creativo di due entità che – rafforzata ulteriormente la loro unione – hanno saputo dare vita ad un’opera densa, minuziosa a livello di dettagli e persino illuminante nel suo approccio malinconico e fuori dal tempo, tra folk cantautorale e metal ossianico e cinematografico, il quale sembra spesso la diretta emanazione dei paesaggi mozzafiato in cui è stato concepito (quelli del Pacific Northwest americano).
Raggiunti via mail a ridosso dell’uscita del disco, ecco cosa ci hanno raccontato Dylan Desmond (voce, basso), Jesse Shreibman (batteria) e Erik Moggridge (voce, chitarra) sulla nascita, sul concept e sulle ambizioni di questo loro intenso progetto…
SIN DALLA PRIMA PARTE, USCITA NEL 2020, “STYGIAN BOUGH” È STATA PRESENTATA COME UNA COLLABORAZIONE, PIUTTOSTO CHE COME UN NUOVO DISCO DEI BELL WITCH O DEGLI AERIAL RUIN. COME AVETE DIVISO RUOLI CREATIVI E RESPONSABILITÀ DURANTE IL LAVORO?
Jesse: – Il primo disco era più un vero album collaborativo, dove Bell Witch e Aerial Ruin agivano come entità individuali che si incontravano a metà strada e lavoravano insieme. Volevamo intenzionalmente che la presenza di ciascun progetto emergesse in modo distinto.
L’approccio è cambiato drasticamente nel “Vol. 2”. Volevamo che sembrasse molto più come una vera band, senza una presenza così evidente di ‘Bell Witch’ o ‘Aerial Ruin’, ma piuttosto come un trio di musicisti che lavorano insieme su un’espressione condivisa.
PRIMA DI LAVORARE INSIEME A “STYGIAN BOUGH”, ERIK MOGGRIDGE ERA GIÀ APPARSO IN TUTTI GLI ALBUM DEI BELL WITCH. COME VI SIETE CONOSCIUTI E COM’È INIZIATA LA VOSTRA COLLABORAZIONE?
Erik: – Avevo incrociato Dylan in un paio di occasioni precedenti, ma fu nel 2010, quando andai a vederlo suonare con i Samothrace a Portland e gli diedi una copia pre-release del primo album di Aerial Ruin, “Valleys of the Earth”, che ci parlammo. Poco dopo mi scrisse dicendo che lo adorava. Più tardi, quello stesso anno, lo incontrai a un concerto dei Neurosis a Seattle e menzionò che aveva avviato un nuovo gruppo a due chiamato Bell Witch, e io accennai casualmente all’idea di fare un guest vocal.
Amavo i Samothrace e il modo di suonare il basso di Dylan, quindi era naturale essere ispirato da questa idea. Intorno a quel periodo incontrai separatamente anche Adrian Guerra, quando suonava con i Sod Hauler a Portland; conosceva un altro mio progetto, Drift of a Curse, e ci trovammo subito in sintonia parlando di suonare insieme.
Dylan: – Come ha detto Erik, ci eravamo incontrati ed eravamo fan del lavoro reciproco. Erik finì poi per fare un’apparizione vocale sul brano “Rows (of Endless Waves)” del primo album dei Bell Witch, “Longing”. Volevamo continuare quella collaborazione nel disco successivo, “Four Phantoms”, ed Erik ha continuato a lasciarci senza parole.
Su “Mirror Reaper” volevamo che la seconda metà avesse un’atmosfera diversa. Era ovvio che fosse un compito per Erik. A un certo punto, dopo tutto questo, sembrava che la collaborazione stesse diventando qualcosa di più ufficiale, e che dovessimo fare un progetto più grande e coeso.
Abbiamo registrato “Stygian Bough: Volume I” come collaborazione. In quel processo, così come nei tour successivi, il progetto si è trasformato in qualcosa di più simile a un’entità propria. E ora eccoci qui!
IL FUNERAL DOOM RUOTA SPESSO ATTORNO AL TEMA DEL LUTTO, CHE COMPARE ANCHE IN CERTE FORME DI FOLK. COME AVETE IMMAGINATO L’INTERAZIONE TRA LA MUSICA DEI BELL WITCH E QUELLA DEGLI AERIAL RUIN NELLE FASI DI IDEAZIONE DEL PROGETTO?
Erik: – Sul “Volume I” c’era più materiale che suonava come Aerial Ruin con accompagnamenti atmosferici dei Bell Witch, e allo stesso modo materiale che suonava come Bell Witch con le mie voci; mentre ora è una dichiarazione molto più coesa che punta verso il suono di una band unificata, pur mantenendo elementi dei progetti originari.
Jesse: – La presenza di Erik era già radicata nell’universo dei Bell Witch, quindi nel momento in cui si trattava di incorporare il suo modo di suonare la chitarra eravamo entusiasti tanto dei suoi elementi folk quanto dei suoi elementi heavy metal sulla chitarra elettrica. Aggiungere una chitarra ha davvero ampliato la tavolozza sonora in un modo impossibile da replicare come duo.
Dylan: – Concordo sul fatto che funeral doom e folk occidentale condividano molti elementi, ma non in modi ovvi. Per esempio, la struttura dei brani è generalmente diversa. In entrambi c’è qualcosa legato alla perdita, anche se spesso da prospettive diverse.
Al mio orecchio, lo stile di folk degli Aerial Ruin—se vogliamo chiamarlo così—è qualcosa di molto più simile ai Bell Witch rispetto a molte altre band ‘doom’. C’è un senso di qualcosa oltre la portata, qualcosa fuori dal sé. Credo provenga da un luogo molto simile in entrambi i progetti, anche se il risultato finale può suonare diverso a livello di texture. Non so se avessi davvero un’idea precisa di come sarebbe suonato. Forse immaginavo qualcosa più vicino ai Thergothon, ma alla fine credo sia venuto fuori qualcosa più vicino a My Dying Bride, Candlemass e Trouble, con un bel tocco di Thin Lizzy.
IL TITOLO DELL’ALBUM, “STYGIAN BOUGH”, TRAE ISPIRAZIONE DA “IL RAMO D’ORO” DI JAMES GEORGE FRAZER. AVETE ANCHE MENZIONATO CHE – DA UN PUNTO DI VISTA LIRICO – QUESTO NUOVO CAPITOLO ESPLORA UN MONDO IN CUI FORME DIVERSE DI CULTO SI POTENZIANO, SI ECLISSANO E SI ALIMENTANO A VICENDA. COSA VI HA ATTRATTO DI QUESTI TEMI E COME LI AVETE PORTATI IN VITA NEL CONTESTO EMOTIVO E CONCETTUALE DELL’ALBUM?
Erik: – Per anni abbiamo parlato dei temi di Bell Witch e Aerial Ruin e di come si sovrappongono, quindi in un certo senso questo album è una continuazione di quei temi. Ma ogni brano affronta un angolo specifico nell’esplorare il culto e il suo paesaggio circostante: dalla superstizione che combatte nella mente con l’epifania scientifica, al desiderio di un futuro di estinzione umana che permetta la fioritura di altra vita terrestre, al culto del potere e alla tendenza all’autosabotaggio nella sua ricerca.
IN ALTRE INTERVISTE AVETE PARLATO DEI FANTASMI COME DI ELEMENTI DELLA PSICHE UMANA. QUANTO SIETE CONSAPEVOLI DI QUEST’IDEA QUANDO SCRIVETE MUSICA? SENTITE QUEI ‘FANTASMI’ INFLUENZARE IL PROCESSO CREATIVO?
Erik: – C’è una presenza naturale che attraversa tutto il nostro lavoro insieme e si manifesta in un modo che non ha bisogno di essere deliberato: è semplicemente lì.
Jesse: – Per molti versi considero la storia come una presenza spettrale. Come sono arrivato qui? Cosa mi ispira a dedicare il mio tempo a questo? Cosa delle nostre storie condivise ci permette di creare la musica che esce da noi?
Quando penso a questo progetto, alla musica che creiamo e a ciò che significa per me, spesso mi ritrovo a guardare indietro. Morti… nascite… rinascite… amici perduti e ritrovati… sacrifici e compromessi: i fantasmi del passato si insinuano sicuramente nella musica che creiamo insieme.
Dylan: – Jacques Derrida descrive i fantasmi come una sorta di possibilità fallita o futuro perduto. Quante volte nella nostra vita ci chiediamo come sarebbero andate le cose se avessimo fatto qualcosa diversamente… se avessimo saputo qualcosa allora… se avessimo solo detto qualcosa a qualcuno, ecc. Se questi sono i fantasmi, allora li portiamo con noi per tutta la vita, e si moltiplicano esponenzialmente con ogni esperienza. È incalcolabile.
Da questa prospettiva, praticamente ogni emozione sarebbe accompagnata da una sorta di fantasma, se non da una galassia imperscrutabile di essi. Non so come un processo creativo possa esistere senza di loro.
QUESTO NUOVO CAPITOLO NON CONTIENE GROWL: È STATA UNA SCELTA ARTISTICA DELIBERATA? COME PENSATE CHE CAMBI IL TONO EMOTIVO DELLA VOSTRA MUSICA IN QUESTA MANIERA?
Jesse: – È stato assolutamente deliberato. Semplicemente, la voce di Erik è così forte che mi sembrava strano togliergli spazio urlando. Ci sono molti passaggi del disco che avrebbero potuto includere il growl, e che erano stati persino orchestrati in quella direzione come opzione… ma il vero divertimento è stato vedere quanto velocemente Erik riuscisse a creare una linea vocale capace di stenderci. Credo che questa scelta renda il disco un po’ più accessibile per alcuni, ma possa essere un deterrente per altri… tutto ciò che posso dire è che penso abbiamo preso una grande decisione e le voci parlano da sole.
Erik – All’inizio volevo mantenere l’idea che Jesse facesse i growl, ma ho presto accettato l’idea di lasciare che i brani si evolvessero naturalmente e credo che siano arrivati dove dovevano arrivare.
Non abbiamo mai deciso deliberatamente che fossi io l’unico cantante, ma fa parte del modo in cui il paesaggio sonoro dell’album si è naturalmente delineato, ed è forse una delle ragioni per cui sembra un’espressione musicale più coesa rispetto al “Volume I”.
C’è stata così tanta cura in ogni aspetto del suono e della scrittura che il fatto che io gestissi tutte le voci non ha cambiato il fatto che tutti e tre avessimo molto da contribuire, senza fine di idee e opinioni.
L’ALBUM È STATO REGISTRATO SOTTO LA SUPERVISIONE DELLA LEGGENDA BILLY ANDERSON (AGALLOCH, NEUROSIS, SWANS). IN CHE MODO LA SUA PRESENZA E LA SUA ESPERIENZA HANNO PLASMATO IL SUONO O L’ATMOSFERA DEL DISCO?
Erik: – È stato un piacere lavorare con Billy su questo disco; ha un approccio molto creativo e musicale alla registrazione e sa anche come catturare e valorizzare i nostri suoni.
Jesse: – Billy è una forza della natura e ha davvero fatto centro questa volta. Abbiamo lavorato così tanto con lui che, a questo punto, sembra un membro della band. La sua spontaneità e creatività non smettono mai di stupirmi. Favorisce la libera espressione e poi riesce a catturarla nella sua forma più grezza come nessun altro con cui abbia mai lavorato.
Dylan: – Una cosa che amo di Billy è che si prende sempre il tempo per valutare un’idea. Buona o cattiva, cerca di capirla senza lasciare che il suo ego interferisca. Credo che la sua intenzione finale sia ascoltare i musicisti e ciò che vogliono per il loro album. Capisce che è diverso ogni volta — il che dev’essere incredibilmente difficile da affrontare quotidianamente. È una leggenda.
L’ARTWORK DI DENIS FORKAS PORTA CON SÉ UN FORTE PESO SIMBOLICO. POTETE RACCONTARCI QUALCOSA DELLE IMMAGINI CHE CONTIENE E DI COME SI COLLEGANO AI TEMI DELL’ALBUM?
Dylan: – Per me, questo dipinto parla della simbologia della testa mozzata. In un certo senso è universale: rappresenta la morte, la morte dell’ego e la separazione degli organi sensoriali principali dal corpo. Culture diverse, nel corso della storia, hanno avuto idee differenti su dove risieda l’essenza umana, e credo che la testa sia un luogo primario in molte di esse.
Nella nostra cultura, la testa ‘governa’ il corpo. Così, ai miei occhi, il simbolismo di un corpo che tiene una testa dall’interno di una bara parla dell’idea di qualcosa oltre la nostra percezione sensoriale della vita e della morte.
IL PACIFIC NORTHWEST HA UN’ATMOSFERA DISTINTA E UNA SCENA MUSICALE MOLTO RICCA. PENSATE CHE L’AMBIENTE DELLA REGIONE INFLUENZI IL VOSTRO SUONO O IL VOSTRO APPROCCIO CREATIVO?
Jesse: – I lunghi mesi bui e piovosi hanno un modo speciale di generare creatività, se si riesce a incanalarla correttamente… se non puoi stare fuori, tanto vale scrivere musica! Inoltre, è un privilegio essere circondati da così tante persone che creano e supportano arte pesante e interessante.
Dylan: – Sono praticamente un animale notturno, indipendentemente da dove mi trovi, quindi non so quanto possa rispondere. Una cosa che apprezzo è che qui non fa mai così freddo da diventare debilitante. Come ha detto Jesse: la cosa migliore della regione sono le persone che vivono qui e che continuano a creare musica di valore.
LA VOSTRA MUSICA, SPESSO, SEMBRA UNA MEDITAZIONE SULLA PERDITA. CONSIDERATE LA SCRITTURA COME UN MODO PER ELABORARE IL DOLORE O CONFRONTARSI CON LA MORTALITÀ?
Jesse: – Trovo che ogni album a cui partecipo sia una sorta di ‘marcatore del tempo’, pieno di cose buone, cattive e tutto ciò che sta in mezzo… e ogni album pubblicato diventa poi scolpito nella pietra. Quando saremo tutti morti, adoro l’idea che i vinili continueranno a girare e circolare molto oltre i nostri anni.
A ogni album che passa, le ossa sono un po’ più fragili, l’attaccatura dei capelli è più sottile, e le cose fanno un po’ più male: se questo non è la mortalità fatta persona, non so cosa lo sia. Ma non riesco a immaginare un modo migliore di trascorrere il mio tempo. Sfogo dolore e rabbia su quelle povere pelli dei tamburi… e sono per sempre grato per il loro sacrificio.
Dylan: – ‘Confrontarsi con la mortalità’ è un buon modo di dirlo. Forse tutte le forme artistiche sono in parte questo? Forse è qualcosa legato all’ego che cerca di preservarsi riflettendosi nella propria fine inevitabile?
CREDO CHE LE PERSONE CHE INCONTRIAMO — E LE PERDITE CHE VIVIAMO — PLASMINO PROFONDAMENTE IL CAMMINO DELLA NOSTRA VITA. A DIECI ANNI DALLA SUA SCOMPARSA, IN CHE MODO SENTITE CHE LA MORTE DI ADRIAN GUERRA (PRIMO BATTERISTA DELLA BAND DIPARTITO NEL 2016, NDR) ABBIA LASCIATO IL SEGNO NEL VOSTRO PERCORSO UMANO E ARTISTICO?
Jesse – Il segno di Adrian sarà presente per sempre nella mia vita e in questa band. A volte mi passa per la mente: “cosa penserebbe Adrian di questo?”. Era un grande amico, un grande musicista e, soprattutto, una grande persona. Illuminava davvero una stanza.
È folle pensare che siano passati quasi dieci anni… non sembra così tanto tempo. La sua morte ha influenzato profondamente il mio approccio nella band: volevo creare una distinzione molto chiara tra la sua presenza e la mia, per non calpestare la sua eredità.
Il suo approccio alla voce e alla batteria era davvero unico, e mi piace pensare che, continuando, stiamo onorando la sua memoria e i sacrifici che ha fatto per creare i primi dischi dei Bell Witch con Dylan ed Erik.
Dylan: – Come ha detto Jesse, c’è un elemento che onora la sua memoria in ogni uscita. Naturalmente c’è molto di più nel processo, ma questo aspetto è sicuramente presente. Credo che tutti possano relazionarsi a questo, perché tutti perdiamo persone durante la vita e la loro presenza non svanisce. Persiste in certe cose, eventi, istanti, ecc. E sì, come ha detto Jesse, anch’io a volte penso “cosa direbbe Adrian di questo?” e più di una volta ho rivalutato il mio approccio. In questo senso, la sua eredità mantiene la visione creativa della band entro i confini in cui è nata.
Erik – Per quanto tempo sia passato dalla sua scomparsa, i miei ricordi di Adrian sono ancora incredibilmente vividi. Il suo carattere gioviale, la sua risata contagiosa.
Penso con grande affetto alla prima volta che ho suonato “Rows (of Endless Waves)” con Adrian e Dylan, bevendo birra in una sala prove a Capitol Hill, e a quanto eravamo tutti elettrizzati dal modo in cui la mia idea vocale si era quasi istantaneamente fusa con la struttura del brano che avevano. Quel pezzo aveva parti di batteria che spingevano Adrian a suonare in modo piuttosto aggressivo, quasi a un tempo medio, che rappresentava sicuramente un’era diversa, a livello sonoro, per i Bell Witch; e le sue urla — soprattutto quelle acute e laceranti — erano davvero potenti, specie se pensi che provenivano da una persona così piccola e gentile.
Abbiamo suonato quel brano dal vivo diverse volte nei primissimi giorni dei Bell Witch, prima di registrarlo, quando capitava che fossi ai loro concerti o che Aerial Ruin fosse in cartellone.
Lo abbiamo anche eseguito in alcune performance memorabili più avanti, incluso alla festa di compleanno di Dylan nel 2013 o 2014. Quella sera suonarono anche i Transient, la vecchia band di Jesse Shreibman, in uno ‘scontro’ musicale con i Theories: credo sia stata la prima volta che ho incontrato Jesse.
Adrian ha lasciato chiaramente la sua impronta nei Bell Witch, e il contrasto con l’approccio di Jesse è interessante — entrambi potenti, ma in un modo molto diverso. Mi manca Adrian, e so che manca profondamente a tantissime altre persone.


