BETWEEN THE BURIED AND ME – Seppellire i propri demoni

Pubblicato il 30/09/2025 da

Non sono molti i gruppi che hanno raggiunto la popolarità dei Between The Buried And Me a fronte di una proposta altrettanto complessa: il gruppo di Raleigh, che festeggia proprio quest’anno i venticinque anni di carriera, può infatti vantare una formula personale nell’interpretazione del progressive metal, con una commistione di stili che non si era mai sentita prima, ed una manciata di dischi che, a detta di appassionati ed addetti ai lavori, hanno riscritto la storia del genere.
La caratteristica principale degli americani è l’imprevedibilità ed il nuovo album, “The Blue Nowhere”, pubblicato all’inizio di settembre, non fa eccezione, con un’ora e venti minuti di musica intricata e schizofrenica, ma nata da un’esigenza che appare differente rispetto al passato.
Ne parliamo con il cantante Tommy Rogers, in procinto di partire per un lungo tour ma come sempre disponibile ed entusiasta del lavoro svolto.

CIAO TOMMY, COME STAI? SO CHE STATE PER ANDARE IN TOUR PROPRIO IN QUESTI GIORNI…
– Bene, grazie. Esatto, stiamo per intraprendere il tour, in questo momento sono a casa.
Vivo nel sud della California e sto per partire proprio domani, per fare qualche prova ed iniziare il nostro giro di concerti negli Stai Uniti (l’intervista è stata raccolta ad inizio settembre, ndr).

PARTIAMO DAL VOSTRO ALBUM PRECEDENTE, “COLORS II” DEL 2021. SI TRATTAVA DELLA SECONDA PARTE DI “COLORS” DEL 2007, UN DISCO CHE IN QUALCHE MODO E’ CONSIDERATO UNO SPARTIACQUE NEL PROGRESSIVE METAL. DOPO QUATTRO ANNI, COME PENSI SIA ANDATA?
– Sì, più che a scrivere una nuova versione di “Colors” abbiamo pensato a ritrovare nuovamente l’essenza di quel disco e la nostra attitudine di quel momento, intendo quando l’abbiamo registrato.
Era una delle prime volte nella carriera della band in cui abbiamo percepito che dovevamo concentrarci su noi stessi, non su cosa accadeva nel mondo della musica; l’obiettivo era essere veri al cento per cento, scrivere la musica migliore possibile e cercare di catturare l’energia di chi ci ascolta, lavorandoci sia a livello musicale sia a livello dei testi.
Sì, è stato un progetto divertente, un esperimento molto bello, oltre che qualcosa che raramente abbiamo fatto nella nostra carriera. E, guardando in retrospettiva, credo sia una delle cose migliori in tutto il nostro catalogo. Non nutro alcun dubbio al riguardo.

COSA CI DICI INVECE DEL NUOVO ALBUM? SONO TRASCORSI QUATTRO ANNI TRA “COLORS II” E “THE BLUE NOWHERE”, L’ATTESA PIU’ LUNGA IN ASSOLUTO PER UN DISCO DEI BETWEEN THE BURIED AND ME. COSA AVETE FATTO IN QUESTO TEMPO?
– La pandemia di Covid ha giocato un ruolo fondamentale. La vita di tutti è cambiata molto dopo tutto ciò.
Per le band, in generale, i concerti sono stati cancellati per molto tempo e quindi abbiamo in qualche modo dovuto ricominciare tutto da capo. Ci sono stati anni di tour sospesi e riprogrammati e, in quel periodo, noi abbiamo scritto “Colors II”, che poi abbiamo portato sui palchi.
Terminato questo ciclo, siamo partiti per un altro giro degli Stati Uniti, dove abbiamo suonato “Colors I” e “Colors II”, due sere in ogni città. E solo in quell’istante ci siamo detti: “Ok, abbiamo finito“. Non avevamo minimamente pensato che quell’esperienza sarebbe durata così tanto.
Solo allora eravamo pronti a scrivere nuovamente ed eravamo entusiasti di poter ripartire un’altra volta da zero, dopo aver lavorato su qualcosa legato al passato.
Il nostro processo compositivo è molto differente da quello di altre band, noi scriviamo tutti un sacco di musica, praticamente per ogni strumento. Non sempre siamo connessi in questa fase, ma è comunque un’esperienza molto positiva e collaborativa. Il flusso di lavoro è sempre ottimo e, una volta partiti, tutto accade in modo incredibilmente veloce.

I DUE ALBUM SUONANO OVVIAMENTE MOLTO DIVERSI TRA LORO. SO CHE HAI DICHIARATO CHE “THE BLUE NOWHERE” E’ UN DISCO LEGATO AI SENTIMENTI. CI PUOI SPIEGARE COSA INTENDEVI?
– Beh, io stavo parlando dei testi, perché penso la musica sia sempre legata ai sentimenti.
Stiamo sempre cercando di capire la nostra vita e gli album sono come una capsule di tempo che catturano un determinato momento. Dal punto di vista delle liriche, il mio approccio alle canzoni è sempre stato frenetico, mi sono dato degli obiettivi giornalieri, una programmazione serrata, ho cercato di capire gli attimi, e di catturare una sorta di magia senza veramente processarla o analizzarla ed è nato questo album molto bello e concettuale di cui sono molto orgoglioso, per la direzione che ha intrapreso e per come è uscito.
E penso che sia un’opera molto diversa, molto teatrale. Penso che ognuno di noi abbia ricoperto un ruolo importante e che sia stato soprattutto divertente. Puoi sentire quanto ci siamo divertiti a scrivere queste canzoni insieme.

L’IMPRESSIONE E’ CHE, ALBUM DOPO ALBUM, SIATE CRESCIUTI NON SOLO COME MUSICISTI MA ANCHE E SOPRATTUTTO COME COMPOSITORI. IN OGNI DISCO SI POSSONO SCORGERE ARRANGIAMENTI PIU’ RIFINITI, UN’INTEGRAZIONE PIU’ ORGANICA DELLE DIVERSE SEZIONI ALL’INTERNO DEI BRANI E IN UN CERTO SENSO ANCHE PIU’ COMPLESSITA’. SEI D’ACCORDO?
– Penso di sì. Come in ogni forma d’arte, più la si coltiva e meglio riesce.
Abbiamo una grande chimica all’interno del gruppo, abbiamo lavorato insieme per molti anni. Quando sei aperto alla collaborazione, alle idee di tutti, raggiungi traguardi che vanno oltre le attese, si accende una certa magia e penso che, con questo album in particolare, ciò sia accaduto praticamente ogni giorno.
Più musica scriviamo, sia come gruppo sia individualmente, più miglioriamo. Abbiamo un obiettivo comune, le nostre aspettative riguardanti il lavoro di ciascun altro sono molto alte, al fine di raggiungere il nostro scopo. In questo siamo perfettamente allineati ed è così che siamo diventati più confidenti nel nostro lavoro e cerchiamo sempre di spingerci un po’ oltre. E’ normale che ci sia un miglioramento ad ogni nostra uscita.

“THE BLUE NOWHERE” E’ IL NOME DI UN HOTEL DOVE I FATTI CHE RACCONTATE SONO ACCADUTI, CORRETTO?
– Sì, volevo che l’album vivesse in un certo spazio. La mia idea era creare questo hotel dove tutte questi canzoni potessero prendere vita ed essere condivise da un punto di vista comune.
Questo posto è come un’idea della nostra esistenza in tutti i suoi estremi e ti porta in alcuni posti molto bizzarri, in altri tranquilli, scuri, violenti. E’ proprio un viaggio per trovare qualcosa nella tua vita e ho pensato che l’hotel fosse l’ambiente giusto, proprio perché questi luoghi sono pieni di storia, pieni di cose vive.
In un solo spazio succedono così tanti fatti, ogni giorno, i migliori ed i peggiori momenti. E penso che sia interessante, non ci sono più posti come questo nel mondo. Quindi volevo creare un hotel e “The Blue Nowhere” è stato la migliore scelta.

C’E’ UN PEZZO SUL DISCO AL QUALE SEI PIU’ LEGATO?
– Ehm, non lo so, ogni volta che lo ascolto ci leggo qualcosa di nuovo, e ciò mi piace. Ci sono alcune canzoni che, magari, non erano le mie predilette, ma poi lo sono diventate, cambia tutto così velocemente…
Dovessi scegliere, andrei per la title-track, è così inusuale per noi ed è stato divertente lavorarci, non è una tipica canzone dei Between The Buried And Me.
Ma non so, è come scegliere il proprio figlio preferito o qualcosa del genere.
E’ questione di momenti, magari un giorno hai una canzone preferita e il giorno dopo la canzone preferita è un’altra. E, ogni volta che iniziamo a suonare live, penso che questa percezione cambi.
Ci sono pezzi che, riascoltati anni dopo di notte in una stanza, ti danno una certa energia e diventano speciali e magari non avevi questa sensazione mentre li stavi registrando.

LE PRIME CANZONI DELL’ALBUM SONO INTRICATE E PESANTI, MENTRE AVETE LASCIATO IN CHIUSURA I DUE PEZZI PIU’ ATMOSFERICI E LINEARI, “THE BLUE NOWHERE” E “BEAUTIFULLY HUMAN”. COME MAI QUESTA SCELTA?
– Quando stavamo cercando di mettere in sequenza le canzoni dell’album, abbiamo visto questa scelta come una necessità. Ci sono pezzi molto intensi prima di “The Blue Nowhere” e se fossimo andati oltre sarebbe stato troppo.
Abbiamo cercato di far rilassare l’ascoltatore ed arrivare alla fine con una sensazione di conforto e proprio la parte finale è una delle mie parti preferite del disco.
Mi piace il modo in cui questo si sviluppa, da un punto di vista dei testi è molto coeso, perché lo scopo è quello di trovare la pace o qualsiasi altra cosa si cerchi nella propria vita ed è come se accadesse realmente in questa specie di hotel.
E’ una rappresentazione della nostra esistenza, una ricerca costante di queste sensazioni che tutti vogliamo e quando le troviamo ci sentiamo rincuorati. E’ come se ci fossero alcuni episodi felici qua e là, diciamo. Ripeto, sono soddisfatto delle modalità in cui il disco si articola.

I VOSTRI BRANI SONO FATTI DI INCASTRI DI DIVERSE SEZIONI E DIVERSI STILI MUSICALI. C’E’ UNA CANZONE DELL’ALBUM CHE E’ STATO COMPLICATO PORTARE A TERMINE? UN PEZZO PER IL QUALE, ARRIVATI AD UN CERTO PUNTO, VI SIETE CHIESTI: “COME PROSEGUIAMO ORA?”
– In realtà, no. Con questo disco tutto è andato liscio dall’inizio alla fine.
E’ parecchio tempo che non soffriamo del cosiddetto ‘blocco dello scrittore’, probabilmente dal 2006 o giù di lì, vent’anni più o meno. Abbiamo sempre avuto molta musica su cui lavorare con e siamo molto fortunati in questo senso. Le poche volte in cui è successo, non ne abbiamo sofferto molto, è semplicemente una parte del processo di scrittura. Quando sei un musicista, le canzoni si presentano da sole.
A volte, quando lavoro alla voce, mi serve un po’ di tempo per comprendere il mio posto nel brano, ma non è un problema, è semplicemente parte del mio lavoro.

I VOSTRI DISCHI, INCLUSO “THE BLUE NOWHERE”, HANNO UNA DURATA CONSIDEREVOLE, SICURAMENTE NON AL PASSO CON QUESTI TEMPI IN CUI GLI ASCOLTATORI NON SONO ABITUATI A MANTENERE A LUNGO ALTA L’ATTENZIONE. QUALE CONSIGLIO DARESTI AD UN EVENTUALE FRUITORE DELLA TUA MUSICA?
– Oh, sì, è difficile. Ovviamente vorrei che alla mia musica fosse data una possibilità.
Non so, semplicemente:  “Metti su la musica ed ascolta“, non posso prendere per mano nessuno ed obbligarlo ad ascoltare. Non tutti vogliono affrontare un disco di settantadue minuti, posso capirlo.
Ma penso anche che ciascuna di queste canzoni stia in piedi da sola, che ognuna ti trasporti in un posto diverso. Anche se non sei il tipo che si siede e si spara tutto l’album, penso che ogni brano funzioni anche preso singolarmente.

E’ EVIDENTE COME VI PIACCIA SPERIMENTARE CON DIVERSI GENERI MUSICALI E, PROBABILMENTE, PER UNA BAND PROGRESSIVE AL GIORNO D’OGGI E’ ANCHE QUALCOSA DI SCONTATO. CON QUALE GRUPPO, SECONDO TE, QUESTA ATTITUDINE E’ NATA?
– Oh, questa è una domanda veramente difficile.
Anche se solamente pensi ai dischi degli anni ’70, per esempio ai The Beatles, specialmente quando hanno iniziato a prendere droghe, haha (ride, ndr)… Molta della musica degli anni ’60 e ’70 era sperimentale, i primi effetti che stavano arrivando, The Beach Boys e il loro “Pet Sounds”, tutti quei dischi classici e poi, negli anni ’80, con l’introduzione dei sintetizzatori e band come Tears For Fears e Depeche Mode, sempre alla ricerca di soluzioni diverse ed originali…
Peccato che la musica mainstream abbia perso questa attitudine ad andare oltre. L’hip-hop penso lo stia facendo, ma negli altri generi questa tendenza è andata persa, non è più come a quei tempi. Non parlo di suonare esattamente come nei dischi degli anni ’60 e ’70, ma della mentalità che c’era allora, del pensare: “Abbiamo a disposizione tutti questi strumenti, cerchiamo di utilizzarli in un modo differente da chiunque altro“. E’ passato troppo tempo dall’uscita di molti album per così dire ‘classici’.
Nel metal, ovviamente ci sono molti gruppi che hanno sperimentato. Band come Faith No More o Mr. Bungle a livello personale sono state molto importanti, come un’introduzione, e poi, negli anni 2000, nella scena black metal formazioni come Arcturus, Borknagar o Dødheimsgard che hanno preso un genere aggressivo e l’hanno interpretato in modo personale, incorporando elettronica ed altre sonorità ‘strane’.
Tutte queste esperienze sono state eccitanti, poiché non c’erano regole e non c’erano confini, ed era bello vedere come questa attitudine stia diventando la normalità nel metal moderno, i muri stanno cadendo e gli artisti sono più liberi di provare.
Speriamo che le band più giovani continuino su questa strada, così che potremo ascoltare grande musica in futuro.

QUANTO E’ IMPORTANTE LA TECNICA NELL’ECONOMIA DELLA VOSTRA MUSICA?
– All’inizio volevamo suonare canzoni pazzesche ed essere complessi per il gusto di esserlo.
Ma ora, quello che sento è che il feeling è l’unica cosa che conta. Sai, il metal tecnico o la musica tecnica in generale è nel nostro DNA e ci viene naturale scriverlo e suonarlo. Ma non partiamo mai con l’obiettivo di suonare nel modo più tecnico possibile.
Ciò che conta per noi è comporre una canzone interessante, qualcosa che tenga la gente sulle spine e che piaccia anche a noi, ovviamente. Questa è la prima regola.

SIETE ARRIVATI AI VENTICINQUE ANNI DI CARRIERA, COME LA VEDI IN RETROSPETTIVA? QUALI ALTRI OBIETTIVI VI SIETE PREFISSATI PER IL FUTURO?
– Sì, è davvero fantastico, stiamo ancora andando forte, così tanti anni dopo. Ricordo che quando io e Paul abbiamo fondato la band, pensavamo di pubblicare solo un paio di dischi.
Ora possiamo permetterci di andare avanti anno dopo anno, prendere ciò che la vita ci dà e allo stesso tempo dare il meglio di noi stessi. E’ così che ci siamo sempre approcciati al nostro lavoro e in futuro, chissà, non c’è modo di sapere.
Ma siamo ancora molto carichi e motivati, entusiasti grazie ai nostri fan ed ai concerti, siamo estremamente felici di essere ancora qui, circondati da persone che apprezzano la nostra musica.

ALL’INIZIO DEL PROSSIMO ANNO SARETE IN EUROPA PER UN LUNGO TOUR, CHE PASSERA’ DALL’ITALIA A MARZO. COSA CI DOBBIAMO ATTENDERE?
– Non ci siamo ancora seduti a tavolino per decidere cosa suonare, ma penso sarà uno spettacolo simile a quello che stiamo per proporre negli Stati Uniti, con pezzi nuovi ed altri provenienti dal nostro passato.
Stiamo cercando di suonare settanta/settantacinque minuti ogni sera come minimo e sono sicuro che sarà una grande esperienza.
Siamo contenti di tornare in Europa e girare per club. Abbiamo un set molto interessante in questo tour americano e lo stesso accadrà da voi, con canzoni di diverse ere.
Sì, penso che sarà un tour davvero speciale. Siamo entusiasti di tornare.
L’energia negli spettacoli è simile quando suoniamo qua o da voi, anche se negli Stati Uniti abbiamo un seguito maggiore, mentre in Europa siamo ancora in crescita. Da un punto di vista economico, non è facile venire in tour in Europa, perché bisogna far quadrare i conti. Ma le cose vanno meglio di anno in anno e in questo tour avremo anche dei festival, mi auguro che tutto vada bene.
Ci vediamo l’anno prossimo in Italia!

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