BLUE HOUR GHOSTS – Due è il numero perfetto

Pubblicato il 09/04/2021 da

La band di Modena, foriera di un alt metal elegante e maturo, a dispetto dei soli due dischi all’attivo, è già una realtà consolidata. I ragazzi, dal loro debutto, hanno ricevuto tantissime lodi dalla stampa di settore, grazie alla loro proposta ragionata e ricca di pathos. Con l’ultimo arrivato “Due”, i Nostri continuano il percorso tracciato con lo stesso spirito e la stessa qualità di sempre, e noi abbiamo colto la palla al balzo per poterci fare una lunga ed esaustiva chiacchierata con la band cercando di conoscerli meglio, partendo dal disco in questione fino ad arrivare ai progetti futuri. Enjoy!


CIAO RAGAZZI, BENTROVATI SULLE NOSTRE PAGINE E COMPLIMENTI PER IL VOSTRO SECONDOGENITO “DUE”. COSA HA RAPPRESENTATO QUESTO DISCO PER VOI, E CHE ASPETTATIVE AVEVATE IN FASE DI SCRITTURA?

– Ciao e innanzitutto grazie per l’attenzione, l’apprezzamento e lo spazio che Metalitalia.com ci ha concesso. Siamo molto contenti che “Due” vi sia piaciuto! Per noi questo disco ha avuto un duplice significato: di prosecuzione di un percorso e di ripartenza al tempo stesso. Una volta chiuso il ciclo del nostro debutto omonimo, suggellato a fine 2018 dalla pubblicazione del live EP “Do You Believe in Ghosts?”, abbiamo avuto un importante doppio cambio di line-up, con l’ingresso di Ricky DC (voce, ex Old Man’s Cellar) al posto di Alessandro Guidi, e di Andrew Gunner (batteria, già nei Rain) al posto di Sergio Perna. Con i nuovi membri abbiamo iniziato a scrivere i brani per il nuovo album. Sotto la costante supervisione del nostro produttore Giuseppe ‘Dualized’ Bassi (che noi ormai consideriamo il ‘settimo Ghost’) siamo partiti con l’obiettivo di razionalizzare il nostro songwriting e renderlo più concreto, diretto, coinvolgente e in un certo senso anche radiofonico, mantenendo gli elementi base e la profondità del sound che avevamo proposto nel nostro primo album, e incorporando i contributi dei nuovi elementi. Ciò ci ha portato a lavorare in maniera leggermente diversa dal passato, a focalizzarci di più sulle melodie e sulla globalità dei brani, piuttosto che sul singolo riff o sulla singola parte. Questo approccio ci ha permesso di tenere fede al nostro proposito, e pensiamo che “Due” rappresenti al meglio ciò che i Blue Hour Ghosts vogliono esprimere oggi.

IL VOSTRO SOUND È RIMASTO COERENTE COL PASSATO, ANCHE SE ABBIAMO NOTATO COME ABBIATE PRIVILEGIATO UN APPROCCIO PIÙ RAGIONATO ED OMOGENEO IN QUESTO ULTIMO CAPITOLO. QUALI SONO, SECONDO VOI, LE DIFFERENZE PRINCIPALI TRA I VOSTRI DUE LAVORI?
– Siamo molto d’accordo con l’interpretazione che hai appena proposto. Partiamo dal fatto che la gestazione dei due album è stata molto differente. Il primo disco è nato in sala prove: l’abbiamo suonato, risuonato e infine, dopo un paio d’anni, l’abbiamo messo in forma di demo e passato nelle mani di Giuseppe. Eravamo animati da una grande voglia di fare il nostro ‘primo passo’ e metterci dentro tutti gli ingredienti di quello che volevamo fosse il nostro sound. Per questo ne è venuto fuori un piatto molto ricco, fatto di tanti elementi miscelati insieme, a creare brani talvolta tra loro piuttosto disomogenei. Continuiamo ad amare “Blue Hour Ghosts” e siamo molto legati a quel disco perché ci ha permesso di toglierci diverse soddisfazioni, ma, come detto, con “Due” volevamo portare le composizioni ad un livello di concretezza differente. Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo lavorato molto di più in sinergia con il nostro produttore, e di conseguenza anche il processo compositivo è stato più rapido. Possiamo quindi dire che “Due” è in un certo senso più essenziale: la struttura dei brani è più lineare, ed è sorretta molto spesso dal basso e dalle tastiere. In questo modo si permette alle chitarre di graffiare quando è necessario, e di rifinire nei frangenti più atmosferici. Tutto questo lascia, a nostro avviso, più spazio alla voce, aspetto che in questo disco è stato curato in maniera quasi maniacale, sfruttando la versatilità di Ricky e incorporando molte delle sue influenze tipicamente hard rock e AOR. Di contro, l’aspetto più prettamente ‘prog’ del sound del nostro debutto viene fuori in maniera meno evidente, ma lo si ritrova negli arrangiamenti, che in questo album, ancora più che nel precedente, sono fatti di diversi strati, tutti da sfogliare. A questo scopo, abbiamo sfruttato molto di più l’elettronica, e abbiamo rinunciato quasi totalmente al classico assolo di chitarra per utilizzare la chitarra solista in maniera ornamentale e funzionale all’arrangiamento. Questo ci ha attirato non poche critiche in alcuni casi – ma se si ascolta bene gli assoli ci sono, e non necessariamente sono assoli di chitarra.

QUALI SONO I PEZZI DI “DUE” AI QUALI SIETE PIÙ LEGATI E CHE RAPPRESENTANO MEGLIO LO SPIRITO DELL’ALBUM?
– La risposta a questa domanda sembra facile ma non lo è, un po’ perché se tu la rivolgessi a chiunque di noi riceveresti risposte diverse, un po’ perché noi vediamo i nove brani di “Due” sia come un unicum, sia come nove potenziali singoli. Ne abbiamo dovuti scegliere tre: abbiamo scelto “Walking Backwards” come opener e primo singolo perché rappresenta il trait d’union tra passato e futuro della band, e incorpora tutti gli elementi del BHG sound; il secondo singolo è stato invece “On Black Clouds” che rappresenta il lato in assoluto più radiofonico del disco, e reca anche il marchio della novità in seno alla band, poiché nasce da un’idea di Ricky; il terzo singolo è “Shine”, che per noi rende al massimo l’idea di unione tra arrangiamenti stratificati e melodie impattanti. Poi, ripeto, ciascuno di noi nominerebbe brani diversi… e allora possiamo dire che “Damn Wrong” incarna la propensione della band per le ballad acustiche, “Involved/Bored” richiama il nostro concetto di varietà nella composizione, fatto di improvvisi cambi di umore, “Dead in August” esprime il nostro lato più drammatico e atmosferico, mentre “Fearless”, “Lower the Wires” e “Disheartened” la nostra voglia di scrivere canzoni rock con un tocco di prog. Ecco, le abbiamo dette tutte.

SONO PASSATI CINQUE ANNI DAL VOSTRO DEBUTTO. COSA È ACCADUTO IN CASA BLUE HOUR GHOSTS IN QUESTO LASSO DI TEMPO?
– Beh, sono successe diverse cose, e direi fortunatamente. In primis, abbiamo avuto la possibilità di suonare relativamente di frequente dal vivo, sia in Italia che oltre confine, talvolta in situazioni di tutto rispetto, altre volte in contesti più locali ma non meno stimolanti. Avevamo bisogno di ‘macinare’ e l’abbiamo fatto, a testa bassa e senza stare tanto a guardare il dove e il come. Questo ci ha permesso di conoscerci meglio come persone e musicisti, e di crescere molto dal punto di vista della resa live dei brani e dell’approccio al live stesso, che abbiamo cercato di rendere il più professionale possibile. Da una delle nostre esibizioni, registrata a sorpresa dal fonico presente alla serata, è venuto fuori, in maniera del tutto inattesa, un bell’EP che rimane come testimonianza dell’esperienza fatta durante questi anni. Al momento di iniziare il ciclo successivo, Alessandro e Sergio hanno lasciato la band (in maniera più che amichevole), e siamo stati nuovamente fortunati, perché abbiamo ben presto trovato in Ricky un eccellente frontman e una splendida voce, e abbiamo riaccolto tra le nostre fila Andrew (Rain), batterista di grande esperienza, precisione e tiro, che aveva già suonato in qualche data dal vivo con noi. E il resto, come si suol dire, “è storia”: la scrittura di “Due”, il lockdown (che ne ha ritardato la registrazione), la registrazione durante la finestra estiva, la ricerca dell’etichetta (Rockshots Records, con cui abbiamo firmato in settembre) e, infine, la pubblicazione di “Due”. Ora non ci resta che aspettare la ripresa della musica dal vivo.

COME SI SVOLGE IL PROCESSO COMPOSITIVO ALL’INTERNO DELLA BAND? E’ UN LAVORO CORALE O C’È QUALCUNO CHE CREA LA MAGGIOR PARTE DEL MATERIALE?
– Il processo compositivo dei BHG è un lavoro molto corale, che coinvolge tutti i membri della band. Quando uno di noi porta un’idea la registriamo, e poi iniziamo a svilupparla, portando ciascuno i propri contributi, sia in termini di temi principali che di arrangiamento, fino a costruire un primo demo del brano. Per “Due” abbiamo raccolto qualcosa come una trentina di abbozzi, e solo nove poi sono stati effettivamente sviluppati. Dopo questa fase, assieme al nostro produttore Giuseppe, siamo passati dal demo alla pre-produzione vera e propria dei brani, fase in cui la struttura preliminare viene rivista e razionalizzata, e a volte stravolta anche in maniera radicale. Questo passo è fondamentale, perché il parere di un orecchio esperto, ma esterno e non coinvolto nella composizione, ci permette di estrarre veramente il meglio dalle nostre idee, facendoci capire cosa funziona davvero e cosa no. È qualcosa che un artista da solo in generale non riesce a fare. Le enormi competenze tecniche di Giuseppe e la sua velocità di realizzazione rendono questo processo veramente fluido e immediato. A volte il brano fila liscio da subito, altre volte ci capita di tornare a casa con i ‘compiti’ da fare. Ad esempio, la linea vocale definitiva di “Lower the Wires” l’abbiamo terminata poco prima di registrare, dopo circa quindici/venti tentativi, mentre “On Black Clouds” è uscita fuori al primo colpo. È un processo che ci fa crescere molto come compositori e come musicisti, e anche per questo ci sentiamo molto fortunati.

LA PANDEMIA ATTUALE HA, COME PURTROPPO TUTTI SAPPIAMO, MESSO IN GINOCCHIO L’INDUSTRIA DELLA MUSICA, IN PARTICOLAR MODO LE REALTÀ DI PICCOLO E MEDIO LIVELLO. COME STATE VIVENDO QUESTO PERIODO, SOPRATTUTTO CON L’USCITA DI UN DISCO?
– Quando è iniziata la pandemia, avevamo appena finito la pre-produzione di “Due”, e avevamo già girato tutte le scene per il video di “On Black Clouds” (diretto dalla bravissima Snovonne Drake). Eravamo, insomma, pronti per partire con la registrazione, immaginandoci un’uscita per l’inizio dell’autunno 2020, in tempo per la stagione invernale dei live. Purtroppo è andata come tutti sappiamo. Noi abbiamo cercato di fare di necessità virtù. Il primo lockdown ci ha permesso di soffermarci sulle lyrics e rifinirle ancora meglio, e soprattutto ci ha dato modo di ripensare l’artwork del disco: da una prima idea, basata su un taglio grafico più digitale, siamo passati ad una vera tela, dipinta da Ricky, il cui squarcio rosso centrale, che termina in maniera sfumata da qualche parte in alto nel blu scuro, in un certo senso richiama la ferita profonda che ha messo in ginocchio l’umanità intera in questo anno, e di cui non si scorge ancora la fine. Quando è iniziata la seconda ondata, invece, avevamo già preso accordi precisi per la pubblicazione dell’album e abbiamo deciso di non fermarci nonostante tutto, in primis perché questo disco è “Due”, nel senso inglese di ‘dovuto’, dovuto a noi stessi come nuovo inizio che avevamo bisogno di sancire. Molti amici e colleghi ci hanno etichettato come ‘coraggiosi’, magari intendendo ‘sciagurati’, e sappiamo di band che hanno dischi pronti e stanno attendendo tempi migliori per uscire. Li comprendiamo benissimo. Noi siamo usciti perché da qui vogliamo (ri-)partire e quando si potrà ci faremo trovare pronti. Nel frattempo, stiamo portando avanti la campagna promozionale per “Due” e pianificando le prossime mosse sul fronte della scrittura di nuovo materiale.

QUANDO SI POTRÀ SUONARE DI NUOVO LIVE, CON CHI SOGNATE DI DIVIDERE IL PALCO?
– Bella domanda! Beh, per questo ognuno di noi ha i propri sogni… potremmo farti diversi nomi di nostre ispirazioni musicali e sarebbero tutti dei bei sogni. Ricky direbbe Devin Townsend, Diego e Francesco (chitarre) direbbero Steven Wilson, Simone (tastiere) direbbe Steve Hackett… ma al di là dei sogni ci piacerebbe fare delle esperienze live significative, magari in qualche festival di rilievo, o in un tour di supporto a qualche realtà più grande della nostra, per metterci in gioco e crescere ancora come musicisti e persone.

DI COSA SI OCCUPANO I BLUE HOUR GHOSTS NELLA VITA QUANDO NON FANNO MUSICA?
– Nessuno di noi ‘Ghosts’ è musicista di professione, abbiamo tutti un lavoro full-time, anche se chiaramente da ormai diversi decenni la musica occupa gran parte del nostro tempo libero. Tre di noi (Diego, Simone e Francesco) sono docenti universitari, Ricky gestisce un negozio di giocattoli, Matteo (bassista) è un consulente e progettista meccanico e Andrew è un avvocato. Per non farci mancare nulla, metà di noi ha figli, per cui si può ben dire che non ci annoiamo!

QUALI SONO STATE LE BAND CHE VI HANNO FORMATO MAGGIORMENTE CRESCENDO? QUALI SONO LE REALTÀ CONTEMPORANEE CHE PIÙ APPREZZATE A LIVELLO MUSICALE? AVETE QUALCOSA DA RACCOMANDARE ALL’INTERNO DEL CIRCUITO LOCALE?
– Siamo tutti cresciuti musicalmente a cavallo tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. Abbiamo fatto in tempo a prendere la coda degli anni d’oro dell’hard rock e del metal, abbiamo vissuto l’avvento del grunge e l’ascesa del metal estremo e di tutti i suoi sottogeneri, fino all’arrivo del nu metal e alla rinascita del prog in questi ultimi decenni. Volendo estrarre alcuni gruppi chiave per la nostra crescita musicale, potremmo dire: Metallica, Iron Maiden, Skid Row per la prima epoca, Alice in Chains per la seconda, l’intero movimento gothic e il Gothenburg sound nei ‘90s, e Porcupine Tree/Steven Wilson dal 2000 in poi. I nostri gusti attuali sono estremamente variegati, siamo tutti dei grandi divoratori di musica di ogni genere. Per citare alcune realtà contemporanee che seguiamo con interesse, potremmo nominare il movimento ‘neoprog’ e soprattutto Leprous, Soen e i redivivi Green Carnation, la synthwave e in particolar modo i Dance With The Dead, alcuni ‘veterani’ sempre ad altissimi livelli come Katatonia, Amorphis, Paradise Lost e Anathema (purtroppo da poco in pausa a tempo indeterminato). A livello locale, anzi localissimo, e rimanendo nelle vicinanze del nostro sound, consigliamo di tenere d’occhio le future uscite dei nostri conterranei Onelegman e The Designs (progetto, quest’ultimo, di cui fa parte anche Snovonne, la regista del video di “On Black Clouds”).

IMMAGINIAMO CHE DUE ALBUM ALLE SPALLE CHE HANNO OTTENUTO UN COSÌ SIGNIFICATIVO SUCCESSO DI CRITICA POSSANO FARE AUMENTARE LA PRESSIONE PER UN SEGUITO DI LIVELLO. COSA DOVREMMO ASPETTARCI DAL FUTURO DEI BHG?
– In effetti siamo molto contenti del riscontro positivo che abbiamo ottenuto per entrambi i nostri album. Soprattutto per “Due” stiamo ricevendo riconoscimenti a livello di critica che non potevamo nemmeno immaginarci, e che ci lusingano molto. Non diremmo però che viviamo tutto ciò con pressione. Nessuno di noi è un virtuoso o un fenomeno dello strumento, e men che meno, come detto, un professionista. Nessuno di noi è particolarmente incline a mettere davanti l’immagine alla musica. Forse l’unica capacità che possiamo attribuirci, come band e come singoli, è quella di scrivere canzoni che a noi piacciono e che pensiamo possano piacere a un pubblico vasto. E quindi per noi al centro c’è sempre la musica. Ci ha fatto molto piacere che, ad esempio, Metalitalia.com abbia riconosciuto questo già dalla recensione del nostro album di debutto, dipingendoci come una band che cerca di dire quello che ha da dire “senza grandi proclami”. Questo è l’unico profilo che ci sentiamo di poter tenere e che continueremo a tenere molto serenamente, augurandoci che ci porti sempre a partorire, anche in futuro, musica che noi consideriamo di qualità. Ciò che invece speriamo avvenga è che a questi riscontri positivi corrisponda un allargamento del nostro pubblico e una maggiore possibilità di suonare dal vivo, naturalmente non appena si potrà!

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