Giovanissimi e squisitamente underground, i Büddah sono una band polacca dedita ad un death metal senza tanti fronzoli, fortemente anni ’90, con giusto un’allure tecnica e progressive che ricorda tanto gli anni Novanta e nomi quali Edge Of Sanity o Pestilence dell’epoca d’oro.
Ci è piaciuta molto l’aria disillusa che traspare tanto dalla musica, raffinata nella sua ruvidezza, quanto dalle parole dei due protagonisti di questa band, ma sia dalle canzoni che dalle risposte alle nostre domande, sembra venire fuori anche una scintilla di follia, un barlume di disordine vulcanico che rende complesso inquadrare il progetto – e il loro unico full-length, “Amyotrophy” – in un’unica categoria di genere, sebbene stiamo parlando chiaramente di death metal.
È bello ogni tanto riuscire a dare risalto a band ‘piccole’, senza particolari ambizioni di successo – per quello che voglia dire questa parola – o di progetti a lungo termine veri e propri se non il fatto stesso di essere una band.
Tra genesi di suono e un malcelato disincanto, vediamo cosa ci hanno raccontato Julian, voce, e Marek, chitarra e basso.
PARTIAMO DALL’INIZIO: COME SONO NATI I BÜDDAH E QUAL ERA L’IDEA INIZIALE DIETRO IL PROGETTO?
Julian: – Non mi piace molto parlarne, dato che ci sono già state molte interviste con la stessa domanda. E la storia in sé è lunga e per me spiacevole.
Per essere rispettoso e onesto posso solo dire: nessuna idea dietro il progetto, tantissime persone coinvolte, tantissimo rimorso e tanti miei errori. Nel 2023 Marek si è unito alla band e le ha dato nuova vita.
NELLA MIA RECENSIONE SU METALITALIA.COM HO DESCRITTO “AMYOTROPHY” COME UN DISCO CHE BILANCIA UNA FORTE AGGRESSIVITÀ CON UN TANGIBILE SENSO DI STRUTTURA E DINAMICA. ERA UN EQUILIBRIO CHE CERCAVATE CONSAPEVOLMENTE DURANTE LA SCRITTURA?
Julian: – Era necessario. Poiché voglio sempre suonare come le band più aggressive che conosco ed esserne ispirato, questo verrà sempre fuori in un modo o nell’altro, anche se non sono il principale autore. Spesso abbiamo avuto piccole discussioni su alcune parti dei nostri brani e abbiamo dovuto costruire un equilibrio, affinché potesse ancora essere chiamata musica.
“AMYOTROPHY” È MOLTO DIRETTO E VIOLENTO, MA ANCHE CURATO NELLA COMPOSIZIONE. COME AFFRONTATE DI SOLITO LA SCRITTURA: PRIMA L’ISTINTO O PRIMA LA STRUTTURA?
Marek: – La maggior parte delle volte, tutto parte da un turbine spontaneo di idee non correlate, e la vera sfida sta nel creare un ambiente perfetto in cui possano coesistere. È un po’ come risolvere un puzzle, ma l’immagine che cerchi di comporre è un quadrato completamente nero formato da mille elementi che non vogliono collaborare. A volte riuscirci richiede di cambiare drasticamente un’idea o — più spesso — scartarla del tutto.
Con questi cambiamenti drastici arriva la consapevolezza che le nostre aspettative e supposizioni — cioè l’istinto — sono spesso i principali ostacoli. La maggior parte degli hook presenti su “Amyotrophy” nasceva come parti destinate a tutt’altro. Una melodia acustica perfetta per un intro? Peccato che non riuscivamo a inserirla senza forzarla, quindi è finita come lead di sottofondo nel pre-chorus di “Fiend”. Una sezione tribale per creare tensione? Mettiamola a metà del brano di apertura.
È sempre meglio fare qualcosa di non ovvio, anche rischioso, piuttosto che forzato. Per rispondere alla domanda: ci affidiamo all’istinto per poi combatterlo.
L’ALBUM SEMBRA RADICATO NEL DEATH METAL CLASSICO, MA CON UNA FORTE COMPONENTE TECNICA. QUALI SONO LE VOSTRE PRINCIPALI INFLUENZE? PERSONALMENTE HO SENTITO ECHI DI PESTILENCE, DEATH E ATHEIST — VI SENTITE VICINI A QUELLA TRADIZIONE?
Marek: – Aggiungi Edge of Sanity a quella lista e hai fatto centro. I nostri gusti musicali non potrebbero essere più diversi, ma questo death metal semi-progressivo delle origini è sempre stato un terreno comune per entrambi, dove possiamo soddisfare sia il bisogno di brutalità che quello di composizioni stratificate.
PARLANDO DI TECNICA, IL LIVELLO DI MUSICISTI — ANCHE GRAZIE ALL’USO PROMINENTE DEL BASSO — È NOTEVOLE. QUALI SONO LE VOSTRE ESPERIENZE PRECEDENTI E COME HANNO INFLUENZATO IL SUONO DI BÜDDAH?
Julian: – I musicisti precedenti, oltre a lasciarci una desolazione molto rock’n’roll fatta di disorganizzazione, ci hanno lasciato anche, per fortuna, qualche riff e canzoni già abbozzate. Più che altro uno spazio su cui Marek ha potuto lavorare rendendo tutto più ambizioso (inizialmente con mio disgusto). L’arrivo di Marek è stato come un chirurgo che entra in un mattatoio.
LA PRODUZIONE DI “AMYOTROPHY” È GREZZA MA CHIARA, AGGRESSIVA MA CONTROLLATA. COME AVETE LAVORATO SUL SUONO E CHE ATMOSFERA CERCAVATE?
Marek: – La domanda migliore sarebbe: cosa non abbiamo fatto? Semplicemente non abbiamo interrotto il processo. La chiave per un buon suono è trovare un tecnico/produttore valido e fidarsi. Sono artisti anche loro, che reinterpretano la tua visione. Più insisti per avere ‘più questo, più quello’ o per imitare perfettamente altri dischi, più rischi di ottenere qualcosa di annacquato.
A quel punto tanto vale fare tutto da soli, ma così non elimini la soggettività. Un artista non è mai obiettivo sul proprio lavoro. Dietro ogni buon album c’è qualcuno che ha nascosto i punti deboli, valorizzato i migliori e avuto il coraggio di dire che certe parti fanno schifo. Questo disco non fa eccezione. Martin e Damian hanno avuto un ruolo fondamentale quanto — se non più — del nostro. In sintesi: mettete da parte l’ego e lavorate con persone competenti.
NEL PANORAMA DEATH METAL ATTUALE, A QUALE ‘SCUOLA’ VI SENTITE PIÙ VICINI? VI VEDETE PARTE DI UNA TRADIZIONE O COME UNA SINTESI DI PIÙ INFLUENZE?
Julian: – Mi piacerebbe che la nostra band fosse tra Gatecreeper e Cryptic Shift, ma so che non succederà, perché il nostro processo compositivo è troppo imprevedibile. Io e Marek abbiamo gusti molto diversi, quindi “sintesi di influenze” è la definizione migliore.
QUALI BAND CONSIGLIERESTE PER CAPIRE LE VOSTRE RADICI?
Julian: – Ascoltate Edge of Sanity e As Serenity Fades.
E LE INFLUENZE NON METAL?
Marek: – Quando cerco ispirazione torno sempre alla trilogia ‘colorata’ dei King Crimson — “Discipline”, “Beat” e “Three of a Perfect Pair”. Non sono i loro dischi migliori, ma per me sono la bibbia della composizione. Ogni brano è ricco ma conciso, memorabile e ben arrangiato.
Julian: – Per i testi: Bukowski, Burroughs, Lovecraft, Przybyszewski e Różewicz. Nell’arte visiva non cerco di imitare nessuno, anche se molti citano Beksiński. Musicalmente: punk, crustpunk, powerviolence, hardcore, no-wave… suoni violenti in generale.
L’ALBUM TRASMETTE MOLTA TENSIONE E URGENZA. QUANTO CONTA L’IMPATTO EMOTIVO RISPETTO ALLA BRUTALITÀ O ALLA TECNICA?
Marek: – Una cosa non può esistere senza l’altra. Il collante di una buona canzone è il contrasto interno. Vuoi un momento brutale? Mettilo accanto a qualcosa di calmo. Vuoi un passaggio tecnico che risalti? Circondalo con riff semplicissimi. Altrimenti tutto perde significato.
COSA AVETE ASCOLTATO RECENTEMENTE?
Marek: – L’ultimo disco degli Impureza mi ha colpito molto. E ho comprato “Torment Without Comprehension” dei Pandemic Outbreak.
Julian: – Morrow, Martyrdöd e Discharge come sempre. Ultimamente non posso permettermi molti acquisti, ma vorrei prendere nuovi EP crust/hc/grind in vinile.
DOPO “AMYOTROPHY”, CHE DIREZIONI VORRESTE ESPLORARE?
Julian: -Forse approfondire filosofia e metafisica, ma lo sapremo solo a lavori finiti. Musicalmente vorrei più d-beat, ma non sono il principale autore. E Marek è puro caos, quindi è impossibile prevedere il prossimo disco.
POTREMO VEDERVI IN ITALIA?
Julian: – Mi piacerebbe molto, ma senza un manager è difficile. Gestire la band è già complicato con la vita privata. Forse tra qualche anno… se sarò ancora vivo.


