CARPATHIAN – Poeti Maledetti

Pubblicato il 29/07/2009 da

 

A dispetto delle critiche feroci da parte dei fan della prima ora, “Isolation” dei Carpathian è stato uno dei migliori album hardcore del 2008. Un’opera sentita e ricca di personalità, certamente poco affine a quel mosh-core un po’ trito e monocorde con cui i nostri avevano iniziato la loro avventura. Con buona pace degli hardcore kid che pretendevano breakdown a ripetizione, il gruppo australiano si è lanciato alla scoperta di trame più emozionali (non emo!), lasciandosi anche influenzare da sonorità sulla carta molto lontane da quelle della sua scena di appartenenza. Ci ha spiegato tutto il frontman e leader Martin Kirby in un breve colloquio via email…

 

CHE STORIA SI CELA DIETRO LA SCELTA DEL NOME CARPATHIAN? NON SEMBRA MOLTO ADATTO A UN GRUPPO HARDCORE, PER GIUNTA AUSTRALIANO!
“Ho rubato la parola dal film ‘Donnie Darko’ (Carpathian Ridge)! All’epoca pensavamo che ‘Carpathian’ fosse un buon nome, sicuramente l’ideale per non finire subito catalogati in un determinato filone musicale. Poi abbiamo scoperto una band chiamata Carpathian Forest e ora tutti pensano che indossiamo pantaloni di pelle!”.

HO MOLTO APPREZZATO IL VOSTRO ULTIMO ALBUM, MA SO PER CERTO CHE PARTE DEI FAN E DELLA CRITICA SONO RIMASTI DISORIENTATI DAL VOSTRO CAMBIAMENTO. CHE COSA NE PENSI? E COME VIVETE QUESTA SITUAZIONE?
“Penso che ‘Isolation’ sia un album in grado di crescere nelle persone. Ha davvero colto tutti di sorpresa… la gente spesso pensa che le band debbano dare loro quello che vogliono e non considerano che noi dobbiamo suonare quelle canzoni almeno 180 volte all’anno e che siamo noi a decidere cosa proporre, non loro. Per quanto mi riguarda, i gruppi che non seguono questa formula vogliono solo derubarvi e se ne fregano di prendere rischi e di stimolare la loro scena. Siamo cresciuti parecchio negli ultimi anni e il disco riflette questa nostra evoluzione. Quando lo abbiamo scritto sapevamo che avremmo alienato molti nostri fan, ma, prima di tutto, questo è un album che volevamo scrivere per noi stessi”.

SCENDIAMO NEI DETTAGLI DEL SOUND PROPOSTO SU “ISOLATION”. COME E PER QUALE MOTIVO VI SIETE SPOSTATI SU QUESTE COORDINATE PIU’ MELODICHE E ATMOSFERICHE?
“Prima di tutto, bisogna dire che il disco è stato composto da una lineup del tutto diversa da quella che registrò il debut. Sapevamo quindi in partenza che la nostra prossima opera sarebbe stata differente da quanto offerto agli inizi. Abbiamo iniziato a comporre senza porci alcun limite e tutto quello che puoi sentire è stato creato a casa mia e nel nostro studio. Non siamo mai stati una di quelle band che fregano riff o idee a destra e a manca… una cosa che invece oggi è molto popolare e persino accettata nella scena hardcore. Noi ci siamo rinchiusi in una stanza, siamo rimasti alzati sino a tardi e abbiamo suonato sino a quando stavamo male”.

MI HA MOLTO COLPITO LA MANIERA IN CUI AVETE SVILUPPATO IL VOSTRO LATO MELODICO… DA DOVE AVETE TRATTO CERTE IDEE?
“Ultimamente tutte le nostre band preferite non hanno niente a che fare con l’hardcore. Sto parlando di gruppi come Joy Division, Weezer, Strung Out o U2… quando stavamo scrivendo il disco ascoltavamo queste formazioni ogni giorno, soprattutto perchè ci è sempre piaciuta la loro attitudine… il fatto di scrivere solo per sè stessi! Comunque, penso che nella nostra musica ci sia sempre stata della melodia… credo che la differenza reale tra oggi e il passato risieda nel mio modo di cantare. L’ho cambiato semplicemente perchè ogni volta che portavamo a termine un tour ero completamente distrutto, mentre oggi riesco a gestire la voce decisamente meglio e per periodi più lunghi”.

ALCUNI DEI TITOLI E PARTE DEI TESTI SEMBRANO ISPIRATI AI SUDDETTI JOY DIVISION. CONFERMI? QUANTO E’ IMPORTANTE PER TE LA BAND DI IAN CURTIS?
“Secondo me, i Joy Division sono una delle più importanti rock band di sempre e, di conseguenza, rappresentano un’influenza immensa sul mio modo di scrivere e comporre. Negli ultimi anni sono forse diventati ancora più celebri grazie alla pubblicazione di documentari… questi ultimi mi hanno aiutato molto in un brutto periodo della mia vita. Non ti so dire quante volte li abbia visti, ma è stato importante rifugiarmi in essi e, ovviamente, nella musica della band. La storia e l’eredità lasciata da Ian Curtis e dai Joy Division sono una delle più grandi favole del rock: quattro ragazzi che cercavano disperatamente di realizzarsi, senza avere la più pallida idea di dove sarebbero andati a parare. Crescere in una zona industriale priva di identità, suonare perchè non si aveva altra scelta, rendersi protagonisti di alcuni dei più grandi brani della storia del rock pur non avendo alcuna esperienza alle spalle… per me sarebbe un onore essere paragonato solo di striscio a una leggenda come i Joy Division”.

PUR ESSENDO GENERALMENTE BREVI, LE CANZONI HANNO UN CHE DI CINEMATICO. TI SENTI INFLUENZATO ANCHE DA COLONNE SONORE?
“Le colonne sonore sono senza dubbio una delle mie più grandi influenze, mi fa molto piacere che tu lo abbia notato. Per anni ho cercato di convincere la mia famiglia a comprarmi un violino o un violoncello perchè volevo comporre qualcosa di simile a una colonna sonora! Le mie preferite sono quelle di ‘Edward Scissorhands’, ‘Perfume’ e ‘Amelie’. Mi piacciono anche gruppi che suonano post rock, su tutti Explosions In The Sky e Jakob”.

C’E’ UN BRANO CHE RITIENI IL PIU’ RAPPRESENTATIVO DEL DISCO? QUALI SONO I TUOI EPISODI PREFERITI? INOLTRE, PENSI CHE CONTINUERETE A SUONARE IL VECCHIO MATERIALE IN CONCERTO?
‘Cursed’ è il mio brano preferito… penso che rappresenti al meglio ciò che volevo ottenere con questo album. A dire il vero, non sempre dal vivo funziona bene e non so se agli altri piaccia così tanto, ma personalmente è il pezzo che più mi piace. Per quanto riguarda il vecchio materiale, live suoniamo ancora qualche brano in Australia, mentre all’estero lo facciamo ormai di rado”.

COSA SEI SOLITO SCRIVERE PER PRIMO: TESTI O MUSICA?
“I testi sono molto importanti per me, ma più nei brani di altri che nei miei, dato che non mi considero un grande scrittore di versi. Non a caso, mi sento sempre in imbarazzo quando qualcuno viene a farmi dei complimenti su un testo. Per quanto riguarda l’ordine, non seguo una formula specifica… a volte mi vengono in mente delle parole che trovo azzeccate e inizio subito a lavorarci sopra, mentre in altre occasioni mi trovo più a mio agio a imbracciare la chitarra e suonare qualche riff. Capita che impazzisca a trovare le parole adatte per della musica che ho composto, ma, in generale, è un processo che amo”.

HAI GIA’ DELLE IDEE PER IL PROSSIMO ALBUM?
“Assolutamente. Ho spostato il mio studio in camera mia, in modo da poter suonare e registrare in qualsiasi momento. Ci sono delle idee che penso non siano state completamente sviluppate su ‘Isolation’ e mi sto applicando per far sì che abbiano più spazio sul prossimo album”.

PIANI PER IL FUTURO, A PARTE IL PROSSIMO ALBUM?
“Tour australiani, tour giapponesi, tour europei e forse anche tour americani! Sto anche pensando di trasferirmi in Giappone per qualche mese per viaggiare e magari comporre altra musica. Il mio sogno comunque è quello di seguire le orme del protagonista di ‘Into The Wild’. Vedremo fra cinque anni…”.

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