CONVERGE – Dietro il sipario

Pubblicato il 13/02/2026 da

Kurt Ballou, chitarrista e fondatore dei Converge, è da tempo uno dei punti di riferimento dei moderni mondi metal e hardcore. Con una carriera che attraversa oltre trent’anni di innovazione sonora, il musicista originario di Salem non è solo il principale motore creativo dietro le chitarre e la scrittura dei brani, ma anche la mente tecnica che plasma il suono della band statunitense in studio, rendendolo immediatamente riconoscibile.
In questa intervista, Ballou ci guida attraverso il processo creativo dietro il nuovo album “Love Is Not Enough”, un lavoro che segna un ritorno a sonorità più aggressive e dirette per il gruppo, dopo l’esperimento più cinematografico e orchestrale di “BloodMoon”. Tra riflessioni sulla scrittura collettiva dei pezzi, la gestione delle dinamiche interne della band e la creazione di un suono autentico in studio, il chitarrista e produttore offre uno sguardo approfondito e personale sulla vita e sull’evoluzione di una realtà che continua a reinventarsi senza mai tradire le proprie radici.
Dai dettagli tecnici sulle registrazioni agli approcci ai tour più sostenibili con il passare degli anni, la conversazione mette in luce la passione, la dedizione e la costante ricerca di autenticità che continuano a rendere i Converge un punto di riferimento imprescindibile nella scena internazionale.

LA PUBBLICAZIONE DI UN NUOVO ALBUM È SENZA DUBBIO UN TRAGUARDO. TU COME VIVI QUESTI MOMENTI? SEI PIÙ CONTENTO O PIÙ ANSIOSO?
– Devo dire entrambe le cose: sono contento e sorpreso dal risultato finale, ma poi ragiono anche sulle mie aspettative e su come abbiamo lavorato al disco. Ci sono stati momenti in cui sentivo che stavamo facendo qualcosa di diverso, e alla fine il disco è venuto fuori esattamente come volevamo, ma con un elemento di sorpresa per noi stessi.

“LOVE IS NOT ENOUGH” MI SEMBRA UN PASSO MOLTO DELIBERATO LONTANO DALL’ATMOSFERA PIÙ CINEMATOGRAFICA DI “BLOODMOON”. PENSI CHE SIA NATO ANCHE COME UNA SORTA DI REAZIONE O RISPOSTA A QUELL’ALBUM?
– Sì, assolutamente. È stato intenzionale. “BloodMoon” è stato un disco che abbiamo amato fare, è stato molto creativo, e ci siamo davvero divertiti a sperimentare con atmosfere più orchestrali, con un approccio quasi cinematografico. Ma allo stesso tempo sentivamo che non potevamo continuare a fare solo quello, andando avanti.
Dopo quel capitolo, per noi era fondamentale dimostrare, anche a noi stessi, che possiamo ancora fare il tipo di musica che ha definito i Converge sin dall’inizio. Ci piace sperimentare con entrambe le cose, ma con questo disco volevamo tornare al nucleo essenziale della band, a quello che siamo come gruppo dal vivo e alla nostra storia.

QUINDI IN UN CERTO SENSO, QUESTO DISCO È PIÙ DIRETTO, PIÙ IMMEDIATO, MA CON LA CONSAPEVOLEZZA MATURATA IN TANTISSIMI ANNI DI ESPERIENZA?
– Esatto. È stato importante per noi avere questa volta qualcosa di aggressivo e autentico, che rispecchiasse il modo in cui da sempre suoniamo dal vivo, ma che allo stesso tempo non cancellasse tutto quello che abbiamo imparato sperimentando con “BloodMoon”. Siamo sicuri che faremo ancora musica strutturata e pseudo cinematografica in futuro, perché quel tipo di approccio per noi è ancora relativamente nuovo e ci piace davvero, ma sentivamo che era il momento giusto per fare qualcosa di più crudo, diretto, che rispecchiasse l’energia e l’urgenza dei nostri live.

QUESTO DISCO SUONA IN EFFETTI MOLTO CRUDO E AGGRESSIVO. E, ASCOLTANDOLO, HO AVUTO L’IMPRESSIONE CHE QUESTA VOLTA NON ABBIATE CERCATO DI NASCONDERE LE INFLUENZE: SENTO CHIARI RIMANDI A ENTOMBED, A SLAYER… È MOLTO DIRETTO, MA ALLO STESSO TEMPO LE CANZONI HANNO UNA STRUTTURA SOLIDA, CON MOMENTI MOLTO MEMORABILI.
– Sì, questa volta ci siamo permessi di essere più trasparenti riguardo alle nostre influenze. Negli anni, forse eravamo diventati troppo ossessionati dall’originalità, cercando di mascherare con continue deviazioni ciò che ci ha formato come musicisti. Stavolta, in un certo senso, abbiamo voluto essere più onesti, più sinceri: se ascolti una traccia, puoi sentire da dove veniamo, senza che questo diventi un plagio o un omaggio pedissequo.

Artista: Converge | Fotografo: Enrico Dal Boni | Data: 17 giugno 2018 | Venue: Zona Roveri | Città: Bologna

IL DISCO HA COMUNQUE UNA STRUTTURA INTERESSANTE: LA PRIMA METÀ È MOLTO AGGRESSIVA E DIRETTA, MENTRE IL FINALE SEMBRA INTRODURRE ALCUNI STRATI IN PIÙ, RALLENTANDO IL RITMO.
– Esatto. Abbiamo voluto fare un album che potesse essere ascoltato dall’inizio alla fine senza diventare pesante. Se fosse stato solo aggressivo, densissimo come i primi brani ripetuti per mezz’ora o quaranta minuti, sarebbe stato difficile da reggere. Così abbiamo inserito alcune variazioni, cambi di tempo, profondità nella seconda metà, senza però snaturare il suono che volevamo per questo disco. È stato un equilibrio delicato tra urgenza e dinamica, tra aggressività e spazio per respirare.
Volendo tornare sulle influenze più evidenti di cui parlavamo prima: non è una questione di omaggio o imitazione, ma credo che col tempo ci siamo liberati un po’ della paura di mostrare le nostre radici musicali. Questo è stato un esperimento anche per noi: lasciar trasparire da dove veniamo senza sentirci obbligati a mascherarlo. Penso che questo renda il disco diverso dai precedenti: ci siamo permessi di essere meno ‘ovviamente originali’ in favore del creare le migliori canzoni possibili.

L’HO NOTATO SUBITO ASCOLTANDO UN PEZZO COME “BAD FAITH”. MI HA FATTO PENSARE IMMEDIATAMENTE A “WOLVERINE BLUES” DEGLI ENTOMBED.
– Sì, è vero. Ha proprio quella vibrazione lì, e io la adoro. “Wolverine Blues” è un disco che amo, e quando abbiamo iniziato a comporre questo brano ci è venuta voglia di catturare quell’energia, senza copiare nulla. È uno dei miei pezzi preferiti del nuovo disco, e ogni volta che lo suono sento un legame diretto con quella tradizione sonora, ma sempre reinterpretata a modo nostro.

TORNANDO A “BLOODMOON”: IN CHE MODO QUELL’ALBUM HA CAMBIATO O SFIDATO LE DINAMICHE INTERNE DELLA BAND, CONSIDERANDO CHE POI SIETE TORNATI A SCRIVERE COME QUARTETTO?
– “BloodMoon” è stato un disco completamente diverso dal solito. È stato quasi come una nuova relazione tra noi, come se fossimo una band nuova. Abbiamo dovuto imparare a mettere da parte le nostre abitudini, a collaborare in modo diverso, a dare spazio agli altri senza imporre sempre le nostre idee. Su quel disco molte persone hanno scritto i testi, mentre di solito è Jake (Jacob Bannon, cantante, ndr) a occuparsene da solo.
Tutto questo ha reso il processo molto più collaborativo e diverso dal classico modo in cui operiamo come Converge. Con questo nuovo disco siamo tornati nella nostra comfort zone, al metodo di lavoro a cui siamo abituati da anni. È stato un ritorno a ciò che funziona da sempre per noi, al nostro modo naturale di scrivere e collaborare.

MI SEMBRA COMUNQUE CHE CON IL TEMPO IL SONGWRITING DEI CONVERGE SIA DIVENTATO SEMPRE PIÙ COLLABORATIVO. ALL’INIZIO ERI TU A SCRIVERE TUTTO O QUASI, MENTRE ORA MI SEMBRA UN LAVORO DAVVERO CONDIVISO TRA I QUATTRO.
– Sì, è vero. Ognuno porta il suo contributo, sia nelle idee musicali che nell’arrangiamento. Credo che questo renda il processo molto più ricco e interessante, anche se a volte ci costringe a prendere più tempo per arrivare al risultato finale.

QUANDO LAVORATE A UN NUOVO ALBUM, SENTITE ANCORA DI AVERE QUALCOSA DA DIMOSTRARE?
– Sì, direi di sì, soprattutto a noi stessi. È una questione di dimostrare che possiamo ancora farlo, che la band ha ancora energia e idee nuove da offrire, anche dopo tanti anni. Certo, ci sono anche gli occhi e le orecchie del pubblico, ma soprattutto vogliamo dimostrare a noi stessi di essere ancora in grado di fare un buon lavoro.

E OGNI DISCO È ANCORA COME UNA PAGINA BIANCA, OPPURE SENTITE IL PESO DELLA STORIA DEI CONVERGE?
– Direi che oggi siamo più influenzati da ciò che abbiamo fatto insieme in passato che da stimoli esterni. Non inseguiamo nuove mode o suoni: siamo interessati, ovviamente, alla musica contemporanea, ma non cambiamo direzione in base a quello che succede fuori. La nostra storia è importante, vogliamo che ci sia un filo conduttore tra i dischi, che l’evoluzione sia naturale, senza mai perdere l’identità dei Converge. Se vogliamo esplorare territori completamente diversi, possiamo sempre farlo con un progetto parallelo.

SECONDO TE COSA VI HA PERMESSO DI EVITARE QUEL SENSO DI DECLINO CREATIVO CHE COLPISCE MOLTE BAND CON TRENTA ANNI DI CARRIERA?
– Beh, una delle ragioni principali è che noi non siamo una ‘career band’. Nessuno di noi vive solo della band, tutti abbiamo lavori al di fuori della musica. Questo ci permette di non essere costretti a pubblicare dischi o fare tour solo per guadagnarci da vivere, cosa che purtroppo molte formazioni finiscono per fare, e che può diventare una trappola.
La vita col tempo diventa più complessa: hai partner, figli, lavori esterni, responsabilità di ogni tipo. Tutto questo può rallentare il processo creativo, e in effetti per noi serve più tempo per fare le cose bene. Se fossimo costretti a pubblicare un disco ogni diciotto mesi, non credo che avremmo abbastanza idee fresche per mantenere alta la qualità.
Sono passati sei o sette anni dall’ultimo vero album dei Converge. A volte ci vuole tutto quel tempo: suonare le nuove canzoni, testarle dal vivo, stancarsene un po’, ritrovare l’ispirazione e scrivere pezzi nuovi. Non so quanto ci vorrà prima di essere pronti per il prossimo disco, ma sono molto grato di poter fare ancora musica con questi ragazzi. Sono miei amici, ci divertiamo insieme e finché l’ispirazione è lì continueremo a creare dischi.

ESSENDO SIA MUSICISTA CHE PRODUTTORE, COME FAI A ‘STACCARE’ LA MENTALITÀ DA PRODUTTORE E CONCENTRARTI SOLO SUL RUOLO DI MEMBRO DELLA BAND QUANDO SCRIVETE?
– Durante la scrittura, in realtà, non penso quasi per niente alla registrazione. Il mio unico focus è fare in modo che la canzone funzioni al meglio, che abbia energia, che suoni bene dal vivo. Poi, dopo, posso pensare a come catturare tutto in registrazione. Certo, la mia esperienza da produttore influenza naturalmente alcuni aspetti, come l’arrangiamento o le dinamiche, ma non mi impongo di pensare già a microfoni, EQ o compressori mentre scrivo.
Il termine ‘produttore’ è spesso frainteso. Per me, un produttore è più simile a un project manager: qualcuno che fa ciò che serve per portare un progetto a termine. Può essere un musicista, un ingegnere del suono, un autore, un manager… può ricoprire tanti ruoli o nessuno di questi. È una figura flessibile. In questo senso, quando scriviamo canzoni, tutti noi facciamo anche un po’ i produttori. Io sono l’ingegnere del suono, ma la band nel suo insieme è il produttore. Tutti contribuiscono a capire cosa funziona e cosa no.

GLI ALTRI MEMBRI DELLA BAND HANNO VOCE IN CAPITOLO SUL SUONO DELL’ALBUM?
– Certo. Non scelgono i microfoni o girano le manopole del mixer, ma contribuiscono in maniera sostanziale. La parte più importante del suono avviene alla fonte: Nate (Newton, ndr) regola il suo amplificatore, cambia il modo in cui suona il basso. Ben (Koller, ndr) sceglie i piatti, decide come suonare la batteria e come farla suonare. Ogni strumento ha la sua identità, e ogni musicista lavora per ottenere il suono migliore possibile direttamente sul proprio strumento.
Io poi gestisco i microfoni, i preamplificatori, gli EQ e tutti gli strumenti tecnici necessari a catturare tutto in registrazione.

AVENDO REGISTRATO COSÌ TANTE BAND, COSA TI ENTUSIASMA DI PIÙ QUANDO LAVORI SUI CONVERGE RISPETTO AD ALTRI PROGETTI?
– Con i Converge la posta in gioco è molto più alta. Ogni disco che faccio per altri artisti è importante, ma quando registro la mia band è una cosa completamente diversa. Voglio che tutto sia perfetto, ma allo stesso tempo devo lasciare che l’energia e l’urgenza della band emergano. Con gli altri artisti posso permettermi di essere più distaccato: se una performance non è perfetta, va bene. Con i Converge, no. Ogni dettaglio conta e devo trovare il giusto equilibrio tra perfezione tecnica e sentimento live.
Questo porta anche a un certo livello di autocritica. Ci sono momenti in cui rischio di fare troppo, di cercare una perfezione diversa da quella che cercherei per qualsiasi altro cliente. Col tempo ho imparato a lasciar andare di più e a dare priorità all’energia della band, alla sensazione dal vivo, più che a un controllo ossessivo di ogni dettaglio.

LE TUE PRODUZIONI HANNO SPESSO UN SUONO MOLTO ORGANICO E ‘LIVE’. QUANDO HAI INIZIATO A REGISTRARE ALTRI ARTISTI, AVEVI DEI PRODUTTORI DI RIFERIMENTO?
– In realtà, sono abbastanza pessimo nel leggere i liner notes sui dischi. Ogni tanto lo faccio, ma non sono mai stato ossessionato dai nomi dei produttori. Ovviamente amo il suono dei primi dischi degli Entombed, prodotti da Tomas Skogsberg: quel suono è stato fondamentale per me, ma la mia ispirazione principale viene dai concerti dal vivo.
Mi affascina cercare di catturare su disco l’energia di una performance reale. Mi piacciono anche i dischi costruiti in studio, molto elaborati e manipolati, ma per me è difficile scrivere una canzone e poi pensare alla produzione in un secondo momento. Voglio che la canzone funzioni già nella stanza, suonata dai musicisti, con energia reale. Poi, una volta che funziona così, possiamo pensare a come registrarla al meglio.
La sfida è capire quando usare certe tecniche di produzione e quando invece evitarle, per non sterilizzare il materiale. Fare in modo che una registrazione suoni ‘live’ non significa necessariamente che debba essere registrata dal vivo senza alcuna manipolazione: può comunque essere molto curata, digitale ed elaborata, ma deve mantenere quella sensazione di energia.

OGGI MOLTE BAND REGISTRANO A CASA. PENSI CHE STUDI E PRODUTTORI SIANO ANCORA NECESSARI, ALMENO NEL METAL E NELL’HARDCORE?
– Dipende da cosa vuoi ottenere. Gli studi stanno diventando forse più boutique, ma ci sarà sempre bisogno di ingegneri del mix e del mastering. Registrare a casa richiede competenze tecniche e molta disciplina: devi sapere cosa è una buona take, cosa no, e come tutti i pezzi si combinano tra loro.
Uno dei problemi principali del workflow completamente digitale è che se tutto è modificabile in ogni momento, diventa difficile prendere decisioni definitive. Se puoi cambiare ogni elemento, dal suono dell’ampli al beat della batteria, come fai a dire: “Ok, questa canzone è finita”? Ci sono persone bravissime a lavorare così, ma non è il mio metodo né quello che mi interessa.
Uso comunque spesso strumenti digitali e simulatori, perché sono incredibili e utilissimi per costruire il suono, ma credo fermamente che fare musica in una stanza con altre persone sia fondamentale. È più divertente, più diretto, e conferisce al disco un’identità unica. I progetti fatti da soli, o a distanza, tendono ad essere più lenti e spesso meno originali.

VI INCONTRATE ANCORA REGOLARMENTE PER SUONARE E COMPORRE INSIEME?
– Sì, anche se adesso è più complicato. Ben, il nostro batterista, vive in California, quindi non siamo più una band che prova ogni settimana come una volta. Ci vediamo per scrivere, per preparare i tour, per suonare insieme. È anche per questo che il processo creativo è più lento rispetto al passato, ma ogni incontro è molto produttivo e intenso.

I CONCERTI SONO SEMPRE STATI CENTRALI NELLA STORIA DEI CONVERGE. LI AFFRONTATE IN MODO DIVERSO OGGI?
– Sì, cerchiamo di fare tutto in modo sostenibile. Dobbiamo assicurarci di dormire bene, mangiare bene, prenderci cura dei nostri corpi che invecchiano. Anche il tempo lontano da casa, dalla famiglia e dai lavori esterni diventa più complicato.
Non possiamo più fare tour lunghi due mesi in Europa o suonare in ogni piccola città. Ci concentriamo sulle grandi città e sui festival, cercando di permettere anche a chi vive lontano di venirci a vedere. Dieci giorni di concerti in Europa, con festival e date selezionate, sono sostenibili e ci divertiamo molto.

CON COSÌ TANTI ALBUM ALLE SPALLE, È DIFFICILE METTERE INSIEME UNA SCALETTA?
– È sempre una sfida. Tendiamo a mantenere la stessa scaletta per un po’, perché alcune canzoni funzionano bene insieme dal vivo, ma ogni nuovo album è un’ottima occasione per rinnovare la setlist. All’inizio suoneremo molti pezzi nuovi, poi col tempo resteranno solo quelli che funzionano meglio dal vivo, mentre i brani meno adatti all’esibizione live lasceranno spazio ai classici.

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