CORMORANT – Musica e significato

Pubblicato il 30/11/2017 da

Autori di un disco estremamente apprezzato su queste pagine, “Diaspora”, gli americani Cormorant sono un esempio di extreme metal band intelligente e attenta ai tempi in cui viviamo senza però perdersi in modernismi stucchevoli od occhiolini a chicchessia. Anzi, il link con il passato, con gli ascolti del gruppo e con tutto quello che hanno rappresentato gli anni d’oro del metal estremo per chi è nato negli anni ‘80, quindi tardi per vivere appieno l’epoca d’oro ma ancora in tempo per poterne apprezzare le conseguenze, è vivido quanto mai nel loro black metal venato di doom, post-rock e progressive; e la cosa non solo si sente egregiamente su disco quanto dalle parole entusiaste di Matt Solis, chitarrista del combo nonché ‘collega’ redattore per la rivista americana Decibel e, soprattutto, fan dell’heavy metal a tutto tondo. E’ con lui che abbiamo fatto questa interessante chiaccherata sul disco, sulla musica, sulla politica americana e sui progetti futuri di una delle più interessanti extreme band in circolazione.

COME DESCRIVERESTE “DIASPORA” AI NOSTRI LETTORI CHE NON VI CONOSCONO ANCORA?
– “Diaspora” è il nostro quarto LP e quinta pubblicazione in toto. Musicalmente, ha elementi di black metal, death metal, doom e progressive rock, tutto combinato in quattro canzoni per sessantun minuti. Per molti aspetti è una naturale progressione del nostro precedente “Earth Diver”, che è stato il primo disco che abbiamo fatto col nostro bassista/cantante Marcus Luscombe. C’è un’influenza doom pesante in quest’album, più di quanta ce ne fosse mai stata in passato, particolarmente riguardo toni e atmosfere del funeral doom. Questo potrebbe spiegare perché contiene due delle più lunghe canzoni che abbiamo mai registrato!

CON “DIASPORA”, ANCORA UNA VOLTA, AVETE OPTATO PER AUTOPRODURRE LA VOSTRA MUSICA, COME MAI QUESTA SCELTA?
– A questo punto è diventata una questione meramente logistica. Eravamo in contatto con una label per pubblicare “Diaspora” ma, alla fine, abbiamo deciso che ci fossero più pro nell’autoprodurcelo, e così abbiam fatto. Di sicuro c’è tanto lavoro nell’autoprodursi un album – abbiamo registrato “Diaspora” a novembre 2016 e, tra post-produzione, dettagli tecnici, promozione e distribuzione, ci abbiamo messo quasi dieci mesi per averlo fuori – ma, alla fine, abbiamo preferito avere il pieno controllo sulla nostra musica e su qualsiasi accordo contrattuale, il tutto nei termini che più ci aggradano. Detto questo, abbiamo avuto ottimi rapporti lavorativi nel passato, in particolare con Blood Music e la pubblicazione dei nostri primi tre LP in vinile, quindi non è che siamo assolutamente contrari alla pubblicazione con etichetta, ma la situazione giusta non si è semplicemente ancora presentata.

CHI O COSA VI HA ISPIRATO PER QUEST’ALBUM?
– Direi che tutti e quattro siamo ispirati dalla musica e dall’arte di cui ci cibiamo quotidianamente, quindi non c’è una cosa vera e propria che potrei dirti. Ultimamente, a dire il vero, siamo ispirati dal fatto stesso di creare musica; il poter prendere il germe di un’idea musicale ed espanderla finché non assume vita propria. Adoriamo improvvisare tutti assieme e creare suoni che ci sembrino interessanti, e quando uno di noi porta un buon riff o una linea melodica, questa viene smembrata in tutti modi per vedere cos’altro ha da dire. In termini di sonorità potrei dire che siamo stati ispirati da “Värähtelijä” degli Oranssi Pazuzu per alcune parti, come il finale di “Preserved in Ash” o “The Devourer”. Adoriamo il bilancio che riescono ad ottenere tra black metal e psichedelia, e abbiamo provato ad ottenere un suono simile in alcune sezioni del disco.

DA QUELLO CHE POSSO SENTIRE, CI SONO DOZZINE DI DIVERSE CORRENTI MUSICALI, DAL BLACK ALL’HEAVY CLASSICO. QUANTO RITIENI IMPORTANTE IL VOSTRO BACKGROUND E, ALLO STESSO TEMPO, L’ESPLORARE COSE A VOI COMPLETAMENTE NUOVE?
– Per il tipo di musica che componiamo penso che sia estremamamente importante essere sia aperti a qualsiasi nuovo tipo di musica che avere conoscenza del dove questi nuovi stili abbiano a loro volta preso ispirazione. Avere una mente aperta e permettersi diverse influenze per ‘colorare’ i nostri riff ci da la libertà di essere quanto ‘progressivi’ vogliamo, senza preoccuparci di come la cosa sarà recepita. L’unica cosa di cui dobbiamo preoccuparci è che le varie parti non cozzino troppo fra loro: tutto il resto è fondamentalmente un gioco in bilanciamento, cosa che è davvero liberatoria per un musicista. Finché è heavy, interessante o bello, a noi va bene. Trovo davvero noioso ascoltare solo un genere, in ogni caso. A volte sono dell’umore per cui voglio ascoltare solo black, ma molto più spesso faccio ascolti a trecentosessanta gradi.

C’E’ UN CONCEPT TEMATICO IN “DIASPORA”?
– Tematicamente “Diaspora” è, largamente, sulla tracotante natura dell’essere umano e ciò che, positivo o negativo che sia, viene prodotte da tale tracotanza (hybris, in originale NdR). Come in tutti i nostri dischi, i testi sono scritti in stile narrativo, così che ogni brano racconti una storia e abbia a che fare con un concetto differente, ma centralmente il disco è, essenzialmente, sulla costante battaglia dell’uomo con la sua stessa arroganza. “Preserved In Ash”, ad esempio, è un buon esempio di tale tema: parla dell’eruzione del Vesuvio e conseguente distruzione della città di Pompei, e il testo è scritto con il punto di vista di uno degli abitanti costretti a fuggire, che si lamenta della decisione della sua gente di aver costruito una società letteralmente ai piedi di un ‘mostro’. Questo il nucleo del testo: anche di fronte all’inevitabilità del destino, l’umanità ha l’impellente bisogno di piegare le situazioni al loro volere, che sembra la ragione per cui siamo così incasinati eppure così adattabili e pieni di risorse.

COME SCRIVETE LA VOSTRA MUSICA, E IN PARTICOLARE COME VIENE FUORI UNA CANZONE LUNGA COME “MIGRATION”?
– Tutto nasce in sala prove, con noi quatro a jammare e scambiarci idee. Spesso qualcuno viene fuori con un riff e lo presenta al gruppo, e allora tutti ci improvvisiamo sopra abbastanza da familiarizzare col suono e farci un’idea sul dove andare da lì in poi. E’ un processo che richiede tempo, perché raramente uno di noi porta una canzone già fatta e composta, ma questo sistema funziona per noi, così continuiamo in questa maniera. “Migration” è stata la prima canzone che abbiamo scritto dopo che tutto il processo di “Earth Diver” era concluso. Abbiamo cominciato con alcuni riff e gradualmente abbiamo aggiunto parti, finché non è diventato chiaro che sarebbe diventato un pezzo lungo. A quel punto, abbiamo semplicemente deciso di andare avanti e aggiungere quello che volevamo invece di tagliare, e siamo finiti con un brano da ventisei minuti! Credo che la ragione per cui funzioni bene anche a livello di ascolto sia perché scritta come una sorta di viaggio sonoro, con molti movimenti e diversi richiami al tema principale, quindi sembra sempre andare da qualche parte. Abbiamo sicuramente sfidato i Rush e gli Yes che albergano dentro di noi per questo brano!

E’ VOSTRA INTENZIONE VEICOLARE MESSAGGI CON LA VOSTRA MUSICA?
– Non credo di vedere la nostra musica in tali termini, almeno per i testi, che sono più che altro pensieri miei e di Marcus sulla natura dell’esistenza umana. Ma indirettamente credo che sia nostra intenzione enfatizzare l’imporanza di un ascolto attivo in tutto quello che facciamo. Le nostre canzoni sono dense, intense, e investiamo molto tempo nello scriverle e riempirle di dettagli, quindi appreziamo davvero tanto quando la gente si prende del tempo per ascoltare con attenzione. Credo che oggi come oggi questa sia la cosa che manchi di più nel modo in cui la maggior parte della gente ‘consuma’ musica.

LE CANZONI DEL DISCO SONO CONNESSE UNA ALL’ALTRA O LE VEDI DI PIU’ COME DELLE MINI-SUITE FINI A LORO STESSE?
– Per certi aspetti sono sicuramente connesse, come nel caso dei testi o di alcuni passaggi nei brani stessi, ma allo stesso tempo vivono di loro stesse, così come sono state scritte idealmente; quindi direi che dipende da come ascolti l’album: se dall’inizio alla fine o viceversa, una canzone alla volta… Sarebbe interessante fare un album in cui ogni brano sia connesso all’altro in termini di fraseggi musicali e testi… Magari ci proviamo una volta!

– CHE STAI ASCOLTANDO AL MOMENTO?
– Mi piace davvero molto il nuovo degli Enslaved, “E”. Scrivo per Decibel, e sono stato abbastanza fortunato da avere una copia qualche mese fa, e da allora è nella mia testa. Credo loro siano la mia extreme metal band preferita di tutti i tempi – ogni album è meglio del precedente! Sto ascoltando anche “Heartless” dei Pallbearer, sicuramente il mio disco del 2017. “Reflections of a Floating World” degli Elder è pure in heavy rotation. Questa band scrive alcuni dei migliori riff in circolazione. Il nuovo Ruins of Beverast è anche un gran disco, e il nuovo Dreadnought. E Ufomammut, Spectral Voice e Volur. Un sacco di roba buona quest’anno!

QUALE CREDI CHE SIA IL MIGLIOR BRANO PER DESCRIVERE I CORMORANT AL MOMENTO?
– Se hai ventisei minuti, direi che “Migration” ha tutto quello che ti occorre! C’è doom, black metal, death metal, post-rock, prog, violini, tastiere, cantati puliti, assoli… La summa di dieci anni di musica assieme!

LA SITUAZIONE NEGLI STATI UNITI E’ OVVIAMENTE QUALCOSA CHE SEGUIAMO ANCHE IN EUROPA, COME STANNO ANDANDO LE COSE?
– Come sono sicuro tu sappia, qui le cose sono messe piuttosto male (il ‘pretty fucked up’, della versione originale rende meglio, NdR). Da una parte ci ritroviamo uno scherzo di presidente/governo e un costante senso di divisione tra cittadini. Dall’altra, abbiamo questi incredibili eventi naturali che stanno accadendo uno dietro l’altro, tra cui recentemente anche qui in Sonoma County, dove noi quattro viviamo (l’intervista è stata raccolta dopo la scorsa estate, quando diversi eventi naturali hanno flagellato gli USA, NdR). L’intera area è stata decimata da incendi, e molti nostri amici e famiglie sono stati sfollati o hanno perso la casa. Può sembrare davvero troppo da reggere a volte, ma da musicista mi conforta il fatto di poter processare le mie emozioni e distrarmi attraverso un lavoro creativo e che significa qualcosa. Spero solo che questo momento cambi prima che sia troppo tardi e si riesca a trovare una pace apparente in questo paese. Diventa sempre meno probabile ogni giorno che passa, ma ci spero ancora.

I TRE ALBUM CHE TI HANNO FATTO DIVENTARE UN MUSICISTA E I TRE ALBUM SENZA I QUALI NON AVREMMO I CORMORANT.
– Gli album che mi hanno fatto venir voglia di essere il chitarrista di un gruppo metal sono “Master of Puppets”, “Far Beyond Driven” dei Pantera e “The Number of The Beast” degli Iron Maiden. Sono del 1983, quindi un po’ tardi per l’era d’oro di Maiden e Metallica quando ho iniziato ad ascoltare metal, ma ricordo distintamente di aver preso quei dischi quando avevo dieci anni perché il commesso di Blockbuster Music insisteva sul fatto che dovevo ascoltarli. Aveva ragione. Il mio amico Scotty mi ha passato “Far Beyond Driven” quando ero in seventh grade (12-13 anni, NdR) e mi ha fatto esplodere la testa. Era la cosa più pesante avessi mai ascoltato, e non potevo averne abbastanza. Per quanto riguarda i Cormorant, direi che se non fosse stato per “Isa” degli Enslaved, “Ashes Against the Grain” degli Agalloch e “Blackwater Park” degli Opeth avremmo preso strade molto diverse dal punto di vista sonoro. I riff degli Enslaved, le atmosfere degli Agalloch e la natura progressive degli Opeth ci hanno influenzato tantissimo quando eravamo giovani musicisti, e suppongo continueranno a farlo.

VERRETE IN EUROPA CON UN TOUR A SUPPORTO DEL DISCO?
– Lo vorremmo tantissimo! Sfortunatamente però essere una band indipendente significa anche doversi sbrigare la logistica di queste cose da soli, ma se qualche occasione di un tour in Europa dovesse mai presentarsi la coglieremmo in un batter d’occhio. E’ uno dei nostri obiettivi sin dalla fondazione della band.

CON CHI VI PIACEREBBE FARE TOUR IN CASO?
– Credo che faremmo una bella accoppiata con gli Enslaved dal punto di vista live. Anche con i Ne Obliviscaris – abbiamo suonato alcuni show con loro ed è andata alla grande, quindi credo che un intero tour sarebbe spettacolare. E perché non i Metallica stessi? Troppo in alto?

CHE PIANI AVETE PER IL FUTURO? CI FARETE ASCOLTARE QUALCOSA DI NUOVO PRESTO?
– Abbiamo alcuni show nella Bay Area, e probabilmente faremo un piccolo tour degli States ad un certo punto del 2018, quindi non credo ci metteremo a lavorare a roba nuova troppo presto. Ma chi lo sa, Nick potrebbe portare un riff in studio anche la prossima settimana da trasformare in nuovo brano!

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