CRYPTOPSY – Relazioni pericolose

Pubblicato il 23/08/2025 da

A oltre trent’anni dalla formazione, i Cryptopsy continuano a muoversi su un confine sottile: da un lato l’eredità di dischi che hanno lasciato un segno importante nel death metal più tecnico e brutale, dall’altro la volontà di restare una band viva, attuale, capace di rinnovarsi senza perdere identità. Dopo “As Gomorrah Burns” (2023), il gruppo canadese ha di recente pubblicato “An Insatiable Violence”, un lavoro più diretto, strutturato e in certi momenti persino accessibile, senza ovviamente rinunciare alla propria natura estrema.
Ne parliamo con Matt McGachy, alla voce nei Cryptopsy dal 2007. In questi diciotto anni, il cantante di Montreal ha attraversato fasi diverse della storia della band, affrontando aspettative, trasformazioni e un’idea di continuità che non sempre è scontata quando si entra in un gruppo con una fanbase già consolidata. L’impressione, oggi, è che McGachy abbia trovato un proprio equilibrio, anche grazie a un approccio alla scrittura più personale e consapevole, che si riflette sia nei testi che nella struttura dei brani.
In questa conversazione, Matt ci parla del nuovo album come di un disco pensato anche per il palco e per il pubblico, di come la pandemia abbia offerto uno spazio di riflessione sul futuro della band, e di cosa significhi convivere con un passato così ingombrante senza restarne prigionieri. Le sue risposte dirette e asciutte restituiscono l’immagine di un musicista che ha imparato a prendersi il proprio spazio all’interno di un progetto con una storia complessa, mantenendo uno sguardo lucido sul presente.

RISPETTO A “AS GOMORRAH BURNS”, QUESTO NUOVO ALBUM SEMBRA PIÙ STRUTTURATO, PIÙ ORIENTATO AL GROOVE E, FORSE, ANCHE PIÙ DIVERTENTE E ACCESSIBILE. È STATA UNA DECISIONE CONSAPEVOLE FIN DALL’INIZIO DEL PROCESSO DI SCRITTURA?
– Sì, assolutamente. È stata una scelta molto precisa. Gli elementi più pesanti permettono all’ascoltatore – e in particolare a chi non ha mai avuto molta familiarità con i Cryptopsy – di avere qualcosa a cui aggrapparsi, un punto di accesso. Quando suoniamo in maniera estremamente veloce e brutale dall’inizio alla fine, con blast-beat e tecnicismi a raffica, può diventare davvero difficile per molti comprendere cosa stia succedendo musicalmente.
Per questo motivo questa volta abbiamo cercato di comporre un disco dei Cryptopsy più digeribile, più accessibile. Abbiamo inserito sezioni più groovy, momenti melodici e abbiamo lasciato che certi passaggi si ripetessero un po’ di più rispetto al passato. L’obiettivo era mantenere la nostra identità estrema, ma permettere anche una fruizione più immediata.

TI SEMBRA CHE “AS GOMORRAH BURNS” CERCASSE TROPPO DI DIMOSTRARE QUALCOSA, SIA A LIVELLO TECNICO CHE CONCETTUALE? E CHE QUESTO NUOVO DISCO SIA PIÙ FOCALIZZATO SUL SONGWRITING?
– In un certo senso, sì. Abbiamo sempre sentito di dover dimostrare qualcosa. È nella nostra natura come band: raramente ci sentiamo soddisfatti al 100%, e sentiamo il bisogno costante di spingerci oltre, di superare i nostri limiti. È anche una forma di rispetto verso l’eredità della band, che ha avuto un impatto enorme sulla scena death metal. Ma allo stesso tempo, vogliamo restare rilevanti nel presente. Quindi ci troviamo spesso a dover trovare un equilibrio molto delicato tra il rispetto per il nostro passato e il desiderio di evolverci artisticamente. È una sfida continua, e questo disco è il risultato di quel bilanciamento.

I NUOVI BRANI SEMBRANO PENSATI PER RENDERE BENE DAL VIVO, CON SPAZIO PER INTERAGIRE COL PUBBLICO. È STATO UN FATTORE DURANTE LA SCRITTURA E GLI ARRANGIAMENTI?
– Sì, senza dubbio. Siamo una band da live, è lì che diamo il meglio. Passiamo tre o quattro mesi all’anno in tour e ci nutriamo dell’energia che riceviamo dalle persone durante i concerti. Questo ha influenzato direttamente l’approccio vagamente più accessibile che citavo prima: volevamo pezzi che funzionassero immediatamente dal vivo, che potessero far muovere il pubblico e creare un legame diretto con chi ci ascolta. È diventato parte integrante della nostra filosofia compositiva.

IL LAVORO DI CHITARRA DI CHRIS DONALDSON SEMBRA APPUNTO UN PO’ MENO FRENETICO IN QUESTO ALBUM, MA SENZA PERDERE IN AGGRESSIVITÀ. AVETE PARLATO ESPLICITAMENTE DI EQUILIBRIO E CONTRASTO DURANTE LA PRODUZIONE?
– Chris è una persona che non si accontenta mai, è costantemente alla ricerca di nuove idee, nuove sonorità. Non vuole mai ripetersi e questo si riflette nel suo modo di comporre. I suoi riff possono nascere da situazioni quotidiane o persino da sogni.
Un esempio toccante: mentre era in ospedale a visitare suo padre, gravemente malato, ha sentito il suono delle macchine che lo tenevano in vita. Quel ritmo, quel rumore, gli ha ispirato un riff che è finito su questo disco. Questo è il tipo di dedizione e profondità emotiva che porta nella sua musica, e credo si percepisca chiaramente nei nuovi brani.

HAI DICHIARATO CHE I TESTI DI “AN INSATIABLE VIOLENCE” AFFRONTANO ANSIE CONTEMPORANEE, FILTRATE ATTRAVERSO UNA LENTE SURREALE E A TRATTI GROTTESCA. QUANTO È PERSONALE OGGI IL TUO APPROCCIO ALLA SCRITTURA RISPETTO AGLI INIZI CON I CRYPTOPSY?
– Con il tempo credo di essere maturato molto come paroliere. È un processo che è avvenuto in maniera naturale, scrivo testi da tanti anni ormai, ed è inevitabile che si evolva anche il modo in cui ti esprimi. Almeno lo spero!
Il momento in cui ho avuto una vera epifania a livello lirico è stato durante il disco omonimo del 2012: è lì che ho iniziato a scrivere testi concettuali. Questo approccio mi ha dato una struttura, un quadro narrativo entro cui muovermi. Mi ha aiutato tantissimo a concentrarmi e a esprimermi in modo più coerente e profondo.

HAI ANCHE DETTO CHE LA PANDEMIA VI HA PORTATO A RIFLETTERE COME BAND E VI HA CONDOTTO A UNA RINNOVATA ETICA DEL LAVORO. PENSI CHE QUESTO CAMBIAMENTO SIA DURATURO O È STATA SOLO UNA REAZIONE AL CAOS DI QUEL PERIODO?
– La pandemia ci ha obbligati a fermarci. È stata una pausa forzata, ma anche un’opportunità per riflettere. Abbiamo avuto finalmente il tempo di guardarci dentro come band e di chiederci: dove vogliamo andare? Che tipo di gruppo vogliamo essere in futuro?
Durante quegli anni abbiamo preso decisioni molto consapevoli per cambiare rotta. Abbiamo pianificato strategie, ci siamo posti degli obiettivi e li abbiamo realizzati uno a uno. Quel momento di stop ci ha dato una nuova prospettiva. Negli anni appena precedenti alla pandemia invece procedevamo un po’ a caso e alla lunga quella situazione vagamente instabile ci stava frenando come gruppo.

DOVE PENSI CHE SI COLLOCHINO OGGI I CRYPTOPSY NEL PANORAMA DEATH METAL? SIETE VISTI ANCORA COME INNOVATORI, VETERANI O ENTRAMBE LE COSE?
– Credo che i Cryptopsy oggi siano entrambe le cose: una band di culto con una storia importante alle spalle, ma anche un’entità viva, attiva e perfettamente inserita nel presente. Siamo molto grati per questo. I dischi del primo periodo della band hanno definito un genere, e non lo dimentichiamo mai. Il lavoro fatto in quegli anni ha costruito le fondamenta su cui poggiamo ancora oggi, e personalmente provo una grande gratitudine per quell’eredità. Ma vogliamo continuare ad aggiungere nuovi capitoli alla nostra storia.

CANTI NEI CRYPTOPSY DA QUASI VENT’ANNI. SENTI ANCORA IL PESO DELL’EREDITÀ DELLA BAND? QUANDO SEI ENTRATO, AVEVANO GIÀ AVUTO DUE CANTANTI ICONICI. HAI SENTITO LA PRESSIONE DI DOVER ESSERE ALL’ALTEZZA DELLE ASPETTATIVE DEI FAN STORICI? COME L’HAI GESTITA?
– Assolutamente sì, ho sentito moltissima pressione all’inizio. Ero letteralmente terrorizzato. Mi ci sono voluti molti anni per sentirmi davvero a mio agio e, soprattutto, accettato dal pubblico dei Cryptopsy.
Il momento in cui ho avvertito un vero cambiamento è stato al Maryland Deathfest del 2017, quando abbiamo suonato “None So Vile” per intero. Ricordo quella sera perfettamente. Alla fine del set ho ringraziato il pubblico per avermi accolto, per avermi fatto sentire parte della famiglia. È stato un momento molto significativo per me.

GUARDANDO AI TUOI PRIMI DISCHI CON LA BAND E CONFRONTANDOLI CON “AN INSATIABLE VIOLENCE”, DOVE VEDI LA MAGGIORE CRESCITA IN TE STESSO COME CANTANTE E FRONTMAN?
– Beh… diciamo che adesso non faccio più schifo (ride, ndr)! Quando sono entrato nei Cryptopsy non ero un cantante death metal. Venivo dal metalcore: sapevo urlare, certo, ma non nel modo richiesto da un gruppo tecnico ed estremo come questo. Però non mi sono arreso.
Ho studiato, mi sono allenato, ho cercato di migliorare ogni aspetto del mio stile vocale. Ho lavorato duro, e per fortuna la band ha sempre creduto in me, anche nei momenti difficili. Senza quel sostegno, non so se sarei arrivato fin qui.

Artista: Cryptopsy | Fotografa: Benedetta Gaiani | Data: 09 marzo 2024 | Venue: Traffic Club | Città: Roma

TI CAPITA MAI DI ASCOLTARE I VECCHI DISCHI DEI CRYPTOPSY, COME “NONE SO VILE” O “WHISPER SUPREMACY”? CHE RAPPORTO HAI CON QUELL’EPOCA, ORA CHE HAI CONTRIBUITO IN MODO COSÌ SIGNIFICATIVO ALLA DISCOGRAFIA DELLA BAND?
– Il mio è un rapporto professionale con quei dischi. Li ascolto quando dobbiamo prepararci per un tour o per uno show specifico. Sono album incredibili, ma non sono cose che metto su nel tempo libero. Se mi capita che parta un brano dei Cryptopsy – di qualsiasi epoca, anche dei miei dischi – quando ho la musica in shuffle, di solito lo salto. È un po’ come quando il lavoro entra nella tua sfera personale: a volte è troppo.

DOPO TUTTI QUESTI ANNI, COSA TI ENTUSIASMA ANCORA DI PIÙ DELL’ESSERE IL CANTANTE DEI CRYPTOPSY?
– Senza dubbio suonare dal vivo. È la cosa che amo di più. Mi sento incredibilmente fortunato a poter viaggiare, salire su un palco in ogni parte del mondo e condividere la nostra musica con persone di culture diverse. È un onore che non do mai per scontato.

GUARDANDO AL FUTURO, C’È QUALCOSA CHE VUOI ANCORA REALIZZARE CON IL GRUPPO, A LIVELLO ARTISTICO, PERSONALE O COME BAND?
– Ho una piccola lista di desideri da spuntare. Di recente, in realtà, ne abbiamo già realizzato uno: essere sulla copertina di Decibel Magazine. Era un mio sogno da anni, e ce l’abbiamo fatta.
23Tra gli obiettivi che mi restano, ce ne sono alcuni importanti: suonare sul main stage del Wacken Open Air e dell’Hellfest, e tenere un concerto nella più grande arena della nostra città, Montréal, la Place Bell. Sarebbe davvero un traguardo straordinario.

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.