D-A-D – Nel nome del blues

Pubblicato il 14/11/2019 da

Nella percezione comune gruppo di divertimento e disimpegno, i D-A-D hanno in verità messo assieme una discografia ben più dettagliata e camaleontica di quel che si potrebbe pensare a un’analisi superficiale. Dal country e il cosiddetto cowpunk dei primi due album, i quattro danesi hanno sposato la causa del rock’n’roll, sono stati sporadicamente accostati al glam nel periodo di massimo fulgore commerciale, hanno assimilato nuovi modi di fare con gli Anni ’90, si sono illanguiditi coi primi 2000 e sono quindi tornati a picchiar duro da “Scare Yourself” in avanti. “A Prayer For The Loud”, l’ultimo full-length uscito a fine maggio, sta nei piani altri della discografia dei Nostri, ottimo pretesto per condurre una panoramica sull’avventurosa storia vissuta dalla formazione direttamente con il frontman, quella sagoma di Jesper Binzer, in attesa di poter rivedere i D-A-D dal vivo tra meno di un mese, il 4 dicembre a Milano e il 5 dicembre a Bologna.

SONO INTERCORSI OTTO ANNI FRA “DIC.NII.LAN.DAFT.ERD.ARK” E “A PRAYER FOR THE LOUD”. COME MAI CI È VOLUTO COSÌ TANTO TEMPO PER UN NUOVO ALBUM? QUANDO AVETE INIZIATO A SCRIVERE IL NUOVO MATERIALE?
– Per molto tempo ci siamo concentrati sui concerti, abbiamo suonato tanto in giro, c’era sempre qualcuno che ci chiamava per vedere i D-A-D live e abbiamo cercato di accontentare tutti. Non è solo questo, però. Cinque anni fa avevamo iniziato a pensare a un nuovo album, avevamo preparato un paio di canzoni, realizzato qualche demo, soltanto che al momento di mettersi d’impegno a scrivere un disco intero, rimandavamo la cosa. Bastava poco, una canzone su cui ci fermavamo e non ci convinceva, la casa discografica che si dimostrava indecisa sul da farsi, cose così. Avevamo bisogno di far scoccare di nuovo la scintilla, di sentire dentro di noi quel tipo di eccitazione che ti porta ad aver voglia di realizzare nuova musica. E finalmente questa spinta è arrivata e da lì ci siamo mossi abbastanza fretta, registrando le migliori canzoni che ci siano venuti in mente negli ultimi cinque anni.

UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI CARATTERISTICHE DELL’ULTIMO DISCO È LA FORTE PRESENZA DEL BLUES. PERCHÉ CE N’È COSÌ TANTO IN “A PRAYER FOR THE LOUD”?
– Quando veniamo chiamati a suonare in grossi festival, spesso siamo circondati da moltissimo metal: doom, thrash, death, black metal band rappresentano il grosso del bill, noi siamo quasi sempre fra i gruppi più leggeri in scaletta. Siamo nella minoranza di chi suona hard rock in quei festival, figurarsi se parliamo delle nostre influenze blues! Il blues fa parte della nostra identità, è ben radicato dentro di noi, lo sentiamo come qualcosa di nostro. In questo caso abbiamo voluto proprio riscoprirlo e metterlo bene in evidenza. Il blues alla fine sta alla base di tutto quello che facciamo, non ci potrebbero essere i D-A-D senza il blues. Quando scriviamo la parte strumentale, i testi, quando parliamo delle emozioni, del feeling, di ciò che passa attraverso la mente umana, è tutta una contrapposizione fra bianco e nero, yin e yang, morte e vita: ragioniamo per contrapposizioni, per opposti, il blues per me rappresenta un modo di descrivere e interpretare lo yin e lo yang che regolano le nostre vite.

UNA DELLE CANZONI CHE HO PREFERITO DELL’ULTIMO È “MUSICAL CHAIRS”, PER ALCUNI ASPETTI VA A RICHIAMARE IL VOSTRO COWPUNK DEGLI ESORDI. COSA PUOI DIRCI SU QUESTO BRANO?
– È una canzone che parla della necessità che sentiamo di muoverci, di fare qualcosa, di andare da qualche parte, e del bisogno che ci viene a un certo punto di avere dei punti fermi, una sedia su cui appoggiarci. Facciamo riferimento al gioco della sedia che fanno i bambini, come metafora per quello che un po’ tutti noi sentiamo in alcuni momenti della vita.

QUALE PENSI SIA STATA L’EVOLUZIONE PIÙ IMPORTANTE VISSUTA NEL VOSTRO SOUND? NELLE ULTIME PUBBLICAZIONI AVETE RISCOPERTO LA VOSTRA ANIMA SCHIETTAMENTE ROCK’N’ROLL E PUNK, IN “A PRAYER FOR THE LOUD” SI SENTE TANTO IL BLUES, PENSI CHE ABBIATE VISSUTO DEI GRANDI CAMBIAMENTI NEL SUONO DURANTE LA VOSTRA CARRIERA?
– Per quest’ultimo disco abbiamo deliberatamente cercato di immedesimarci nuovamente in quello che percepivamo agli inizi, siamo andati alla ricerca dell’indole che ci dominava in epoca punk, quando stavamo cercando di modellare il nostro stile. Per la prima volta ci siamo proprio detti: “Cerchiamo di essere i D-A-D, cerchiamo di far capire la nostra identità!”. Sappiamo come veniamo percepiti, cosa i fan si aspettano da noi, perché conoscono la nostra storia e quello che abbiamo fatto. Allora abbiamo cercato di suonare qualcosa in cui le persone che ci seguono potessero riconoscersi. Abbiamo consapevolmente scritto musica che comunicasse in modo lampante chi siamo, che facesse emergere in ogni aspetto la pura identità dei D-A-D.

IN QUESTO PERIODO STAVO RIASCOLTANDO IN LUNGO E IN LARGO LA VOSTRA DISCOGRAFIA E MI STAVO CONCENTRANDO SU QUELLO CHE DEFINIREI IL VOSTRO ‘PERIODO MALINCONICO’, OVVERO “EVERYTHING GLOWS” E “SOFT DOGS”. QUALI FURONO LE RAGIONI CHE VI PORTARONO A SCRIVERE QUEL TIPO DI ALBUM, PIENI DI CANZONI LIEVEMENTE INTRISTITE COME “SOMETHING GOOD” E “AS COMMON AS”?
– Un certo tocco di malinconia ha sempre fatto parte del nostro essere. Come fa parte di noi il blues. Negli ultimi anni, però, suonando spesso dal vivo, ci siamo accorti che per quanto le canzoni citate siano molto buone, ultimamente preferiamo concentrarci su materiale più energico e vitale, perché è in fondo quello che suoniamo dal vivo. La malinconia che abbiamo dentro di noi può ancora diffondersi in qualche maniera, ma la facciamo filtrare attraverso brani molto più movimentati di una “Something Good” o “As Common As”. Nelle liriche, possiamo ancora affrontare tematiche simili a quelle dei dischi che hai menzionato, nel sound invece mettiamo in luce il nostro lato rock’n’roll.

ANDANDO INVECE SUI PEZZI ROMANTICI DEL VOSTRO REPERTORIO, COSA HA ISPIRATO IL TESTO DI “A DRUG FOR THE HEART”, CHE PUÒ GIÀ ESSERE INSERITA FRA LE BALLAD MIGLIORI CHE ABBIATE MAI SCRITTO?
– Il testo si concentra sulla percezione di cosa accade quando sei innamorato, come riuscire a confrontarsi con questo sentimento, a capire cosa sia l’amore e quali siano le emozioni più profonde che sa far scaturire in una persona. Cosa succede quando arriva la chiamata dell’amore? Cerchiamo di dare una risposta a questa domanda, quando entra una persona così importante nella tua vita da sconvolgere il tuo equilibrio. “A Drug For The Heart” è uno sguardo indagatore su quello che provoca l’amore, a come guardi la persona che ti sta causando questi sentimenti, cosa accade quando due persone si incontrano e si accende qualcosa tra di loro.

GUARDANDO A QUELLA PARTE DELLA VOSTRA DISCOGRAFIA MENO NOTA, A QUEI PEZZI CHE NON SUONATE SPESSO DAL VIVO E NON SONO CONSIDERATI TRA I VOSTRI CLASSICI, CE N’È QUALCUNO A CUI SEI PARTICOLARMENTE LEGATO PER QUALCHE MOTIVO?
– Ce ne sarebbero parecchie, una delle prime che mi viene in mente è proprio “Something Good”, di cui abbiamo già parlato. Funziona bene soprattutto nei tipici concerti nelle grandi arene che teniamo qui in Scandinavia. Sai, è una canzone che da queste parti i nostri fan conoscono benissimo e si presta ad essere quella ballad che tutti sono in grado di cantare all’unisono. In generale, però, tendiamo a suonare poco le ballad, i brani soft. Molte di queste, semplicemente, live funzionano poco, non si adattano all’atmosfera che si crea durante i nostri concerti. Alcune di esse richiederebbero un’intimità, un raccoglimento, che di fronte ad ampie audience non riesce mai a ottenere. Potremmo suonarle fedelmente al disco, ma si perderebbe tutta l’atmosfera.

UNO DEI TRATTI CARATTERISTICI DEI VOSTRI LIVE SHOW SONO I BASSI DI STIG. FORME E COLORI DEI SUOI BASSI SONO LE PIÙ DISPARATE E A OGNI TOUR SE NE AGGIUNGE UNO NUOVO. MI SONO SPESSO CHIESTO QUANDO HA DECISO DI UTILIZZARE TALE BIZZARRA STRUMENTAZIONE E CHI SI OCCUPA DI COSTRUIRE I SUOI BASSI.
– Ha iniziato presto a pensare a dei bassi fatti su misura per le sue esigenze, perché coi bassi da mancino non si trovava a suo agio, lo impacciavano nelle regolazioni di volume e doveva adattarsi a suonare con dei bassi per chi suona con la destra. A quel punto ha cercato un’alternativa che rispondesse alle sue specifiche necessità. Non si accontentava di avere un Fender o un BC Rich di forma normale, voleva avere qualcosa che possedesse solo lui. Saranno trentacinque anni ormai che ha dei bassi tutti suoi, con quelle forme bizzarre che si possono vedere dal vivo. L’ultimo aggiunto alla collezione è un basso a forma di iphone, è ingombrante da portarsi dietro in tour.

IL VOSTRO NOME DERIVA DA DISNEYLAND. VOLEVO SAPERE QUANTE VOLTE AVETE VISITATO I VARI PARCHI DELLA DYSNEY E SE ANCORA OGGI PERCEPITE IL FASCINO CHE QUESTO TIPO DI ATTRAZIONI EMANAVANO PER VOI QUANDO AVETE SCELTO IL MONICKER DELLA BAND.
– Tutte le volte che siamo in tour in Francia, non mi perdo un giro con la mia famiglia a Disneyland Paris. Eh sì, quando penso a Disneyland e quando ci entro, riesco ancora a percepire la magia che sentivamo quando pensavamo a questi luoghi in gioventù. Anche se, analizzando a mente più fredda questi posti, devo ammettere che non hanno poi addosso tutta questa magia, è più un’idea che uno ha in testa che la realtà vera di questi parchi di divertimento.

RIGUARDO INVECE AI RAPPORTI CON TUO FRATELLO JACOB, CHE TIPO DI RELAZIONE HAI CON LUI E QUALI SONO LE VOSTRE DIFFERENZE COME MUSICISTI E PERSONE?
– Io sono quello più ciarliero dei due, dal vivo mi piace stare in prima linea a parlare col pubblico, Jacob lo senti cantare, per il resto non dice nulla. Io sono quello che fa la prima mossa, che si propone, sono espansivo, di Jacob noti soprattutto la calma e la gentilezza. Sul piano musicale, tra i due lui è quello che è più musicista e chitarrista, io sono più un performer, un comunicatore. Tengo il grosso delle relazioni col pubblico, Jacob rimane maggiormente concentrato su quanto sta suonando. Queste sono grosso modo le principali differenze tra noi due.

NEL 2016 AVETE AFFRONTATO UN TOUR DOVE SUONAVATE PER INTERO “NO FUEL LEFT FOR THE PILGRIMS” E “RISKIN’ IT ALL”, OPPURE IN ALTRI SHOW SUONAVATE A SORPRESA UNO DEI DUE DISCHI. COSA VI SIETE PORTATI DIETRO DA QUESTA ESPERIENZA E COSA AVETE RILEVATO DI DIVERSO RISPETTO AI VOSTRI NORMALI SHOW?
– L’idea più importante scaturita da quel tour è che dovevamo realizzare nuova musica. Il tour è andato bene, siamo contenti di averlo organizzato, risuonare quei due album è stato stupendo, ma se ti consideri un artista non ti devi fermare al lavoro già svolto e andare avanti. Il tour ci ha dato la spinta a rimetterci all’opera per poter dare un seguito a “DIC.NII.LAN.DAFT.ERD.ARK”. Proprio il riprendere piena consapevolezza di quello che sono i nostri due dischi di maggior successo ci ha portato ad analizzare noi stessi e a desiderare di ‘essere D-A-D’ e di fra trasparire questa forte identità in “A Prayer For The Loud”.

PENSI CHE IN FUTURO AFFRONTERETE ALTRI TOUR SIMILI, DOVE SE NON UN INTERO DISCO, ANDRETE A TOCCARE ALCUNI PERIODI STORICI BEN PRECISI E SUONERETE CANZONI DA TEMPO FUORI DALLE VOSTRE SETLIST?
– Al momento non è un’idea che abbiamo in testa, non abbiamo tutta questa voglia di reimmergerci nel passato, siamo proiettati al presente e al futuro, a suonare le canzoni nuove in tour, piuttosto che a riprendere in mano quelle vecchie.

NEL VOSTRO SITO UFFICIALE C’È UNA MOLTE IMPRESSIONANTE DI MATERIALE LEGATO ALLA BAND, CON UNA GROSSA SEZIONE ALIMENTATA DIRETTAMENTE DAI FAN. RIGUARDO ALLA SEZIONE DEDICATA AGLI OGGETTI REALIZZATI IN OMAGGIO AI D-A-D, VOLEVO CHIEDERTI SE CE N’È QUALCUNO CHE TI HA COLPITO PARTICOLARMENTE E CHE MAGARI CHI VI SEGUE VI HA PURE REGALATO PERSONALMENTE.
– Mi spiace deluderti, ma è una sezione che non guardo da tempo, so che contiene tantissime foto di oggettistica basata sul gruppo, ma attualmente sono un po’ impreparato, non ho bene idea di cosa contenga.

NONOSTANTE SUONIATE ASSIEME DA UNA VITA E NON ABBIATE CONOSCIUTO GRANDI PAUSE, RIMANETE UN GRUPPO CHE PARE DIVERTIRSI TANTISSIMO, REALMENTE CONTENTO DI SVOLGERE QUESTA ATTIVITÀ E CON ADDOSSO UN GENUINO ENTUSIASMO. IL VOSTRO RAPPORTO COL PUBBLICO È IMPRONTATO A UNA DIALOGO SCHIETTO E VERO, MENTRE MAGARI INVECCHIANDO ALTRI GRUPPI DIVENTANO PIÙ DISTACCATI, O COMUNQUE SI COGLIE UNA CERTA AFFETTAZIONE NEL MODO DI PORSI. COME RIUSCITE A MANTENERE TUTT’OGGI QUESTA GIOIA NEL SUONARE E A FARL PERCEPIRE A CHI VI SEGUE?
– È una questione di gratitudine, sappiamo di essere fortunati a poter essere ancora qui, dopo trentacinque anni, a suonare la nostra musica e ad avere ancora tutte queste persone che hanno delle attenzioni per noi e amano quello che facciamo. Non ci sarebbe alcuna ragione di essere ancora qui a suonare se non ci fosse una relazione forte col nostro pubblico, se non comunicassimo la nostra contentezza per essere lì con loro a divertirci assieme. È bellissimo riuscire ancora a far muovere un audience per te tutte le sere.

GUARDANDO AL PASSATO, QUALE È STATO IL PERIODO PIÙ DIFFICILE DELLA VOSTRA CARRIERA, E QUALE INVECE IL PIÙ FELICE?
– Uno dei momenti più duri lo abbiamo vissuto durante il tour europeo del 2002, quello successivo a “Soft Dogs”. L’album aveva subìto una lavorazione abbastanza tribolata, in quel tour eravamo un po’ stanchi e nervosi e non ce lo godemmo come al solito. Periodi felici, al contrario, ve ne sono stati tanti e pure quello attuale lo posso sicuramente includere tra i momenti migliori dei D-A-D.

QUALCHE TEMPO FA, NEL 2012, È USCITA LA TUA BIOGRAFIA UFFICIALE. PURTROPPO AL MOMENTO LA SI TROVA SOLO IN DANESE. CHE COSA CONTIENE? È IN PREVISIONE UNA SUA VERSIONE IN INGLESE?
– La versione in inglese spero che prima o poi possa essere disponibile, anche se al momento non ci sono piani preciso a riguardo. Sui contenuti, parlo di come guardo al mondo e come si era svolta fino a quel punto la mia vita all’interno dei D-A-D, come musicista, raccontavo delle difficoltà che un musicista deve affrontare, di come non sia tutto facile e bello solo perché fai parte di un’importante rock band. Il libro parla di come si svolge la vita di un artista, artista che a volte è così concentrato su se stesso, da non riuscire a capire le persone che ha accanto, non gli dà la necessaria attenzione e non sa comprendere la direzione che prende il mondo, mentre lui persiste nel pensare alle sue cose personali. In sintesi, ci puoi trovare cosa significhi vivere la propria vita ed essere allo stesso tempo un artista, due attività non sempre così semplici da conciliare.

UN PAIO D’ANNI FA, PASSATO IN SORDINA, MI PARE, FUORI DALLA SCANDINAVIA, È USCITO IL TUO PRIMO ALBUM SOLISTA, “DYING IS EASY”. CHE TIPO DI SUONO HAI ESPLORATO IN QUEL DISCO?
– Più o meno non è nulla di diverso da quanto suono abitualmente nei D-A-D. È interamente scritto da me, riflette quindi soltanto il mio punto di vista e non quello di una vera band, ma è in linea con la discografia del gruppo principale. È sempre quel tipo di rock’n’roll che esprimo, non ci sono sorprese!

COSA TI PIACE ASCOLTARE DI QUESTI TEMPI? COSA TI PIACE DELLA MUSICA DI OGGI?
– Oh, sì, c’è tanta musica moderna che mi piace (lo dice con vero entusiasmo, alzando anche il tono di voce, ndR)! Ultimamente ascolto tantissimo i Dimmu Borgir e in generale sono un accanito fan del black metal norvegese. Seguo le nuove uscite, mi tengo aggiornato, penso ci sia tanta ottima musica in giro e non smetto di cercare nuovi gruppi, non sono uno di quelli che si limita a riascoltare i vecchi classici. La musica va avanti e cerco di seguirne le evoluzioni.

RIGUARDO ALLA VOSTRA CITTÀ, COPENHAGEN, QUANTO C’È DI COPENHAGEN NEI D-A-D, QUANTO PENSI ABBIA PESATO NASCERE E VIVERE IN QUESTA CITTÀ NEL PLASMARE LA VOSTRA IDENTITÀ? SIETE MOLTO LEGATI A COPENHAGEN?
– Viviamo ancora qui ed è una città che continua a proporre tante cose interessanti. Da quando i D-A-D sono nati ad oggi si è trasformati, è passata da essere una città abbastanza periferica e provinciale, a una capitale moderna e internazionale. I cambiamenti sono stati positivi nella maggior parte dei casi e siamo contenti che Copenhagen sia divenuto un luogo così di moda e apprezzato.

A VOLTE NEI VOSTRI TOUR SUONATE A TIVOLI, IL PARCO DI DIVERTIMENTI NEL CENTRO DI COPENHAGEN. È UN POSTO PERFETTO PER UN GRUPPO COME IL VOSTRO, LA COMBINAZIZONE D-A-D-TIVOLI È LA SUMMA DEL DIVERTIMENTO, NELLA MIA PERCEZIONE! PER VOI HA QUALCOSA DI SPECIALE SUONARE A TIVOLI?
– Oh, sì, è un luogo magico, magico tutte le volte ci suoniamo! Ha un unico problema, dobbiamo tenere i volumi bassi, per via di tutte le attività che ci sono vicine, non possiamo utilizzare i normali volumi dei nostri concerti. A parte quello, ti confermo che ha qualcosa di speciale.

CREDI VI SIANO IN GIRO DELLE GIOVANI CHE NELLO SPIRITO E NEL SOUND SI AVVICINO AI D-A-D?
– Qui in Danimarca, direi proprio di no. In Svezia invece ci sono diverse formazioni che hanno un’energia e un approccio non così distante dal nostro e le seguo con piacere. Mi sento però di affermare, con un certo orgoglio, che il nostro modo di suonare rock’n’roll rimane ad oggi unico, nessuno è veramente così simile ai D-A-D!

IN VISTA DEL PROSSIMO TOUR, CHE PASSERÀ IN ITALIA A INIZIO DICEMBRE, COSA CI DOBBIAMO ATTENDERE? C’È QUALCHE NOVITÀ DI RILIEVO PER LA SETLIST E LE SCENOGRAFIE?
– Stiamo definendo i dettagli della setlist in questi giorni (l’intervista si è svolta a fine ottobre, il tour europeo inizierà il 20/11 da Manchester, ndR), posso dirti che toccherà tutte le varie fasi della nostra carriera e sarà uno spettacolo lungo, quasi due ore. Siamo carichi e vogliosi di far sentire quello che abbiamo preparato!

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