Il rock e il metal tricolore passano anche per Dario Cappanera e la sua incredibile storia. Il chitarrista livornese, che ha scritto dischi con la Strana Officina, Rebeldevil, Cappanera, è da molti anni uno dei punti di riferimento nostrani in materia chitarristica e di songwriting. Oggi, alla luce delle innumerevoli esperienze di vita, il Kappa si mette a nudo per i suoi fan con un disco solista spontaneo, in cui si mette oltremodo alla prova, debuttando anche dietro al microfono e passando in rassegna tutte le sue principali influenze. Sentiamo cosa ha da dirci…
QUANDO E COME E’ NATA L’IDEA DI PUBBLICARE IL TUO PRIMO DISCO SOLISTA, A TITOLO “CODE OF DISCIPLINE”?
“L’idea di pubblicare il disco é nata all’incirca il maggio dello scorso anno, quando mi trovavo tra Livorno, Roma e Lucca per girare il film di Carlo Virzì ‘I Più Grandi Di Tutti’, di cui abbiamo anche composto la colonna sonora con cinque pezzi. Il film, come forse saprai, racconta la storia di una rock band ed abbiamo girato le scene finali, relative ad un concerto di tale formazione il cui nome è Pluto, in un locale a Livorno; e proprio quella sera mi sono ritrovato con tanti vecchi amici che mi hanno in qualche modo trasmesso l’idea del disco. Successivamente infatti, mi son detto ‘perché non provare a fare una cosa tutta mia, dal momento che ho sempre cantato, oltre che suonato la chitarra per la Strana o per i Rebeldevil, sia dal vivo con le seconde voci che in fase compositiva?’. Il passo successivo, dopo essere rientrato a casa dal tour con Vasco Rossi nel mese di agosto, è stato dunque quello di iniziare a scrivere qualcosa. Il tutto è avvenuto godendo della calma e della calura estiva di Livorno, che mi hanno permesso di starmene a casa tranquillo da solo con la mia chitarra, bevendo birra, a comporre le canzoni di ‘Code Of Discipline’, un disco che rispolvera tutte le mie influenze e radici rock, blues, hard rock e southern”.
PER LA PRIMA VOLTA TI SEI CIMENTATO ANCHE IN VESTE DI CANTANTE. E’ STATA DURA?
“Be’, come ti dicevo poc’anzi, io ho sempre scritto per tutti i miei progetti musicali anche parte delle linee vocali, e dunque in sede compositiva mi son trovato anche a cantare pur non avendolo effettivamente mai fatto in maniera professionale. L’idea di occuparmi anche delle vocals del disco é venuta un po’ dalla spinta di amici e per me ha rappresentato una sorta di sfida. Avevo appena superato una bella prova con la mia prima esperienza da attore nel film di cui sopra e il pensiero di una nuova sfida con me stesso mi allettava, perchè amo mettermi in competizione e se non fisso degli obiettivi non mi sento vivo…son fatto così! Dal punto di vista della pronuncia, sapevo di non avere alcun problema dal momento che ho vissuto parecchi anni negli Stati Uniti, mentre sul versante tecnico non mi sono fatto troppe menate: bevo birra e whisky, fumo sigarette, e dunque ho fatto tutto col mio vocione in maniera molto istintiva, seguendo le mie influenze. E’ un’esperienza che mi ha fatto raccontare ancor più e ancor meglio me stesso e che in un certo senso mi ha ripulito”.
TROVO CHE NEL DISCO CI SIA UN BEL MIX DI SONORITA’ HEAVY, SOUTHERN E BLUES. CONCORDI? ERA TUO PRECISO OBIETTIVO INSERIRE QUELLE CHE SONO UN PO’ TUTTE LE TUE INFLUENZE ALL’INTERNO DEL PROGETTO?
“Sì, perché questo rappresenta ciò che è stata tutta l’esperienza di vita del Kappa, dal mio viaggio in Texas con una valigia piena di speranza, al ritorno in Italia, fino alla morte degli zii. Io, come dico sempre, in termini di influenze ho costruito il palazzo dalle fondamenta, partendo dal blues degli anni ’30, passando al rock ’60 e ’70, per arrivare al metal ’80 e ’90, con l’esperienza dei Cappanera e il ritorno della Strana Officina. In questo disco mi sono messo a nudo, è una sorta di ‘Kappa all’ennesima potenza’, ho tirato fuori la mia vera essenza e questo palazzo costruito negli anni è finalmente emerso. Il disco segue quest’ottica anche nell’approccio e nella produzione, essendo stato scritto in un mese e registrato in due settimane. In un’epoca in cui tutti suonano digitale, con Pro Tools, con suoni plastificati e tutti uguali, abbiamo preferito adottare soluzioni più genuine. Pur usufruendo del supporto digitale, infatti, abbiamo ricalcato il rock degli anni ’70 registrando in modalità ‘1, 2, 3, buona la prima!’. Penso che questo approccio si senta ascoltando il disco: io sono nato nel ’73 e nel ’79, grazie all’educazione musicale della mia famiglia, il primo concerto che vidi furono i Motorhead! Sono della generazione di mezzo, ho il compito di portare la qualità degli anni ’70 senza dimenticare le nuove tecnologie, purchè usate nella maniera corretta”.
POTRESTI ENTRARE MAGGIORMENTE NEI DETTAGLI DELLA SCELTA DEL TITOLO “CODE OF DISCIPLINE”? I TEMI TRATTATI ATTRAVERSO LE CANZONI SONO IN QUALCHE MODO LEGATI FRA LORO O VANNO PRESI SINGOLARMENTE?
“Innanzitutto tengo a precisare che anche sul fronte liriche per me è stato un esordio e, come per il cantato, ho adottato la regola del rock n’ roll, mettendomi a nudo senza troppi fronzoli. L’inglese, come ti dicevo, non è un problema per me, perché l’ho imparato molti anni fa quando mi trombavo le ragazze americane della base Nato qui a Livorno, all’età di tredici anni circa; se volevi scopare, dovevi sapere l’inglese e quindi… Tornando alle liriche del disco, le ho composte man mano che scrivevo la musica e proprio il groove o un riff mi ispiravano una determinata argomentazione. Non ho fatto altro che dire chi sono, la chitarra per me è una disciplina come scrivo nel titolo: sono rimasto folgorato dallo strumento all’età di otto anni, è stato subito amore ed è diventata una vera e propria missione. Dal 23 luglio del 1993, quando è morto mio zio Fabio (Cappanera, storico chitarrista della Strana Officina deceduto in tragico incidente, ndR), che per me era idolo e padre, la chitarra è diventata una guerra con me stesso per voler essere uno dei migliori, e questo ha richiesto anni e anni di lavoro, di esercitazioni, pratica, duri allenamenti, insomma. Mi sono messo in discussione e nel ’98 mi sono trasferito a Milano; ho fatto il turnista per la band di Francesco Renga, poi ho mollato perché non potevo suonare in una band pop; quindi è stata la volta di Vasco, poi ho fatto una lunga esperienza on the road in America. Ho vissuto il rock n’ roll in tutte le sue forme, non nascondo che ho fatto uso di droghe e ho bevuto come un pazzo in questi anni, ma tutto ciò non ha mai prevaricato la mia passione per la chitarra e per la musica in generale. Penso che questa passione mi abbia salvato in qualche modo e in pratica, tornando al disco ‘Code Of Discipline’, significa che questa passione va coltivata e vissuta costantemente, mettendosi in discussione con molta umiltà e con grande disciplina; una disciplina militare, in un certo senso, con duri allenamenti tutti i giorni. Entrando maggiormente in alcuni dettagli: ‘Nothing Left To Say’ parla direttamente dei miei zii; ‘Dogs Are Back In Town’ parla della vita da tour, quando la tua famiglia diventano i tuoi compagni di viaggio e avventura; in ‘The Mess’ si parla dei perdenti, che oggi sono più bravi di quelli che ce l’hanno fatta perché magari hanno leccato dei gran culi”.
COME HAI VISSUTO L’ESPERIENZA DI ATTORE NEL FILM DI CARLO VIRZI’ “I PIU’ GRANDI DI TUTTI”? MEGLIO ATTORE O MUSICISTA?
“L’esperienza del film è stata unica e non smetterò mai di ringraziare Carlo Virzì per la splendida opportunità. Questo non è un film che parla di rockstar, questo è un film che tratta di quelli che non ce l’hanno fatta, ovvero di tutte quelle migliaia di persone che hanno avuto una band e l’hanno dovuta lasciare perchè la vita ti impone delle scelte. E’ un film di medio budget con attori di primo piano come la Pandolfi e Roia, che per l’occasione hanno accettato di lavorare ad un quarto delle paghe abituali. E’ impossibile paragonare le due situazioni, ma ti posso dire che nei panni dell’attore mi sono trovato benissimo, ho rotto il ghiaccio alla prima e tutti sono stati molto contenti del mio operato. Inoltre, per la promozione del film mi sono ritrovato in radio, in televisione, ho vissuto momenti di gloria insomma. La pellicola ha avuto anche un ottimo riscontro nelle sale; poi, ovviamente come accade spesso in Italia, quando si parla di qualcosa di diverso come il rock n’ roll c’è poco spazio ed è una merda; odio questo paese e combatterò sempre con tutte le mie forze perché le cose cambino”.
IL TUO STILE E’ MOLTO DIVERSO RISPETTO A QUELLO DI TUO ZIO FABIO. QUALI SONO LE SUE CARATTERISTICHE CHE SENTI PIU’ VICINE E QUELLE INVECE IN CUI NON TI RISPECCHI PER NULLA?
“Io in realtà ho imparato tantissimo da mio zio Fabio, che mi ha introdotto prestissimo al blues, trattandomi ‘a pesci in faccia’ per stimolarmi a migliorare sempre…questa era la scuola Cappanera. In realtà sono vicino allo stile dello zio più di quanto non si possa pensare, però inevitabilmente lui ha vissuto un’altra epoca. Da lui, dunque, credo di aver preso la scuola blues, quella ’70 e quella ’80, mentre poi ho fatto mie alcune cose del metal moderno, ma tutto sommato non credo ci siano così tante differenze tra noi. Poi come detto, appartenendo ad epoche diverse, è normale che lo stile non sia sovrapponibile, però le fondamenta sono le stesse. Non sono religioso, né credo alla vita dopo la morte: purtroppo mio zio Fabio è venuto a mancare e credo che io oggi a livello chitarristico rappresenti la sua figura, come sarebbe stata se fosse ancora in vita”.
COSA SI IMPARA A LAVORARE INSIEME AD UNA STAR CON ENORMI RISORSE DA INVESTIRE IN MUSICA COME VASCO? HAI MAI AVUTO LA POSSIBILITA’ DI FARGLI SENTIRE QUALCOSA DELLA TUA MUSICA?
“Ho iniziato a lavorare con Vasco nel 2003, perché il suo street manager di sempre Diego Spagnoli era il manager degli Extrema, band che stimo particolarmente e reputo una delle uniche, oltre alla Strana Officina e ai Vanadium, in grado di portare avanti un discorso di ‘guerra e combattimento’ tra il vecchio e il nuovo mondo. Con gli Extrema sono tutt’ora in ottimi rapporti e un giorno Diego mi chiamò dicendomi che aveva bisogno di uno con le palle che sapesse tutto del mondo rock, dei Marshall, delle Les Pauls, delle Fender, per gestire un chitarrista come Solieri. E io andai, mettendomi in discussione ancora una volta, accettando la sfida! Da quell’esperienza ho imparato molte cose, come si gestisce una crew di duecento persone, come si lavora negli stadi, come si gestisce la strumentazione. Io non sono mai stato un fan di Vasco Rossi e questo lo sanno tutti, ma lui riesce a comunicare bene con i suoi fan e da lui ho imparato questo, il grande rispetto per i fan. Pensa che l’ho in pratica conosciuto dopo cinque-sei anni che lavoravo per lui. Qualcosa di mio ha sentito, perché c’è stato un momento in cui avrei potuto diventare il suo chitarrista ritmico; non voglio dire per quale tour, per rispetto delle persone coinvolte. Comunque son contento così, son felice del ritorno di Solieri con il quale mi lega un ottimo rapporto di fiducia”.

