DARK LUNACY – Ritorno alla malinconia

Pubblicato il 06/02/2017 da

Nonostante siamo stati fra i pochi a non apprezzare pienamente il nuovo album targato Dark Lunacy, “The Rain After The Snow”, abbiamo comunque voluto dare spazio a una delle realtà più importanti della scena extreme metal nostrana, per spiegarci la genesi di un lavoro molto diverso dal precedente “The Day Of Victory”. Ne è uscita una chiacchierata molto interessante, una di quelle interviste dove i musicisti non si limitano a poche frasi di circostanza, ma spiegano nei dettagli come si sono posti rispetto alla propria musica, e cosa sono riusciti a estrarre dal proprio pozzo di creatività. Nelle parole del leader Mike Lunacy e del principale compositore di “The Rain After The Snow”, Jacopo Rossi, potrete percepire tutta la cura, l’entusiasmo e la dedizione che oggi come agli inizi vengono infuse nella musica e nel concept lirico/concettuale del gruppo.


IL NUOVO ALBUM SEGNA UNA FORTE ROTTURA CON “THE DAY OF VICTORY”: TANTO QUEL DISCO ERA IRRUENTO E VIOLENTO, CON MOLTI MOMENTI PESANTI E BRUTALI, TANTO QUEST’ULTIMO È MALINCONICO E PER CERTI VERSI AVARO DI SOLUZIONI DI IMMEDIATO IMPATTO. A COSA SI DEVE QUESTA STERZATA ABBASTANZA DECISA NEL SONGWRITING?
Mike Lunacy: “La rottura c’è stata ma in maniera opposta: è ‘The Day Of Victory’ ad essere una sterzata nel songwriting rispetto alla storia della band. Mi ha difatti colpito che tu cercassi in un album dei Dark Lunacy (parafrasando la tua frase) ‘irruenza, violenza, momenti pesanti e brutali’, perché fin dagli esordi la band è sempre stata sinonimo di ‘malinconia, passione e trasporto emotivo’. Penso quindi sia normale provare delusione se ci si approccia all’ascolto di un nostro album con i presupposti de te citati. Certo ho apprezzato che tu abbia gradito ‘The Day Of Victory’, ma esso voleva essere un tributo alla mia passione per la Russia e il suo popolo, una parentesi tematicamente vicina a ‘The Diarist’, musicalmente più distante dal caratteristico sound di questa band. Quello del 2014 è un album marziale, nel quale l’incedere della musica marcia al passo della crudezza con la quale è stata scritta una delle pagine più sanguinose del nostro tempo. ‘The Rain After The Snow’ invece è stato scritto nella consapevolezza delle nostre origini: per noi, per il senso di appartenenza ad una storia musicale precisa e di conseguenza per tutti i fan di questa band che nel corso degli anni ci hanno sostenuto ad oltranza, ma che anelavano un ritorno all’emotività dei primi lavori. Non è quindi un caso se il nostro pubblico sta abbracciando con tanto calore questo disco; un calore che non sentivo da anni e che dall’11 novembre, giorno dell’uscita del disco, ho sentito rifiorire. Non è un caso neppure che il commento ‘sono tornati’ sia il più ricorrente che puoi trovare su youtube e sulle nostre pagine”.

NON NASCONDO CHE “THE RAIN AFTER THE SNOW” NON MI ABBIA ENTUSIASMATO COME IL SUO PREDECESSORE, NÉ COME ALTRI VOSTRI DISCHI PASSATI COME “THE DIARIST” E “DEVOID”. PENSI CHE IN GENERALE L’ULTIMO ALBUM POSSA ESSERE UN PO’ PIÙ DIFFICILE DA COMPRENDERE E RICHIEDA PIÙ PAZIENZA DEL SOLITO ALL’ASCOLTATORE?
Jacopo Rossi: “Devo ammettere di aver provato non poco stupore dopo aver letto il tuo parere sull’album. Fino al momento della tua recensione ‘The Rain After The Snow’ aveva riscosso pareri a dir poco entusiastici ovunque: in più d’una recensione è stato definito come il miglior album della storia dei Dark Lunacy e, per chi non sì è esaltato fino a quel punto, è stato quantomeno giudicato come il miglior lavoro da ‘The Diarist’ ad oggi. Sui fan ha sortito un effetto pure migliore, considerando le vendite ed i commenti sui social, però la cosa più eclatante è stato l’apprezzamento pubblico di Enomys, fondatore assieme a Mike della band e creatore del suo sound. Considerando che con Mike non si parlano dal 2008 e che io non ho mai avuto il piacere né di conoscerlo né di parlargli, nonostante fossi un grande estimatore della sua musica, il suo complimento è stato una piacevole sorpresa. Se sommi che oltre ad essergli piaciuto molto ha scritto le parole ‘è il lavoro più Dark Lunacy dal 2006 ad oggi’, puoi capire quanto mi sia sentito onorato ed orgoglioso. Insomma, sebbene sia cosciente dell’impossibilità di piacere a tutti, date queste premesse non mi aspettavo un giudizio così agli antipodi da parte tua. Rispondere alla tua domanda quindi non è così banale, data la differenza di effetto ottenuto tra te e quelli a cui è piaciuto. Non ho mai pensato all’album che stavo scrivendo come a qualcosa di difficile ascolto, sebbene a livello armonico sia molto elaborato, perché ho sempre cercato di inserire una melodia portante cantabile che fungesse da collante con l’ascoltatore. Ho lavorato cercando di creare qualcosa con più livelli di lettura: dei pezzi quindi che piacessero al primo ascolto ma che, se analizzati, riservassero tantissime sorprese. Probabilmente quindi, se l’aspetto melodico non riuscisse ad agganciare l‘ascoltatore fin da subito, allora l’album potrebbe necessitare di più ascolti per essere assimilato”.

C’È UN FILO CONDUTTORE COMUNE CHE LEGA LE SINGOLE TRACCE, PROPRIO PER COME QUESTE SONO CONCEPITE MI SEMBRA CHE SI VOGLIA DARE UNA PARTICOLARE ENFASI AL TESTO, AVENDO CURA DI INCORNICIARE LE LYRICS CON UN CORREDO STRUMENTALE NON INVASIVO. AVEVATE EFFETTIVAMENTE QUESTA NECESSITÀ DI PORRE LE PAROLE IN PRIMO PIANO E AVERE UN REPARTO STRUMENTALE METAL PIÙ ESSENZIALE?
Mike Lunacy: “Costruire un disco intorno ad un concetto, un racconto caratterizzato da un inizio, uno sviluppo ed un epilogo è ormai il nostro marchio di fabbrica. Chiaramente noi siamo una band, produciamo dischi, non scriviamo libri! La scommessa per noi è quindi quella di riuscire a trovare l’equilibrio ideale tra musica e scrittura. La caratteristica principale della mia voce è sempre stata quella della narrazione. Sviluppare quindi, attraverso la recitazione, l’impatto emotivo più adatto per riuscire a trasmettere determinate emozioni. Slanci emozionali che vengono poi affidati alla musica dei Dark Lunacy. In sostanza, l’insieme di tre precisi elementi, che sono dati dalla tematica trattata, dalla musica musica e dalla narrazione, si fondono in un’unica essenza che viene rilasciata sotto forma di canzone. Quest’album è particolarmente introspettivo e l’atteggiamento con il quale esso si mostra all’ascoltatore proviene appunto dal ragionamento di cui sopra. In conclusione, non si tratta di avvantaggiare parti strumentali a discapito di altre, ma della ricerca dell’equilibrio perfetto. Ovviamente il mio pensiero è personale, ma trattandosi dell’album che è stato scritto in base a ragionamenti ponderati dal sottoscritto, sento il dovere di sbilanciarmi in questo senso”.

IL DISCO È STATO COMPOSTO E PRODOTTO DA JACOPO ROSSI, QUINDI DOBBIAMO A LUI L’IMPOSTAZIONE GENERALE. IN QUESTO CONTESTO, COME SI SONO MOSSI I RESTANTI MEMBRI DELLA BAND E QUANTO È STATO MODIFICATO RISPETTO ALLE PRIME VERSIONE DELLE CANZONI?
Jacopo Rossi: “Nel momento dell’entrata in formazione di Marco (Binda, batterista, ndR) e Davide (Rinaldi, chitarrista, ndR) la maggior parte dell’album era stata scritta e quindi ho completato da solo l’intero lavoro. Prima della registrazione ci siamo visti assiduamente in sala prove per suonare le canzoni del full-length, così da riuscire a dare il massimo in fase di incisione, ma i pezzi non hanno subito variazioni rispetto a come glieli avevo presentati. Il loro apporto è stato quindi esecutivo, ma questo non deve sminuire l’importanza che hanno avuto per la riuscita di questo disco. Per ottenere un prodotto naturale avevo necessità di musicisti che si calassero perfettamente nello spirito del lavoro e che suonassero egregiamente e ti assicuro che non è poco”.

CONCENTRANDOCI SULLE SCELTE DI SUONO, MI SEMBRA CHE CHITARRE, BASSO E BATTERIA SIANO UN PO’ PENALIZZATE DALLA SCELTA DI AVERE IN GRANDE RISALTO GLI ARRANGIAMENTI SINFONICI, I CORI E LA VOCE PRINCIPALE. ORA CHE IL DISCO È FUORI, SIETE ANCORA PIENAMENTE CONVINTI DI COME SUONI, OPPURE CAMBIERESTE QUALCOSA?
Jacopo Rossi: “Siamo assolutamente convinti delle scelte fatte e anche orgogliosi di aver voluto prendere decisioni forti in ambito sonoro. Il panorama metal soffre da anni di produzioni con batterie finte, master ipercompressi, editing massiccio e conseguentemente si sentono prodotti che suonano tutti allo stesso modo. Con quest’album abbiamo voluto staccarci da questo trend registrando una batteria completamente acustica, facendo un editing quasi nullo e lasciando respiro dinamico a discapito della potenza di fuoco. La gente è così abituata a sentire suoni finti che ormai non sa più come suona una batteria vera, e quando gliela fai sentire pensa erroneamente che sia di qualità inferiore, ma la plastica rimane plastica, non si scappa. In sintesi la decisione di ricercare un suono autentico è qualcosa che dovevamo in primo luogo alla musica dei Dark Lunacy.  Anche riguardo alla questione del bilanciamento con la parte sinfonica posso dire di essere soddisfatto.  Il punto cardine sta nel fatto che gli elementi classici non sono arrangiamenti sinfonici, non sono pensati come un colore aggiunto per dare una veste di un certo tipo ai pezzi, sono proprio parte imprescindibile della composizione, sono altri membri del gruppo. Ne consegue che il concetto di ‘penalizzato’ in questi termini non trova spazio: ogni elemento, a rotazione, è a supporto di chi in quel momento sta suonando la parte principale e tutti sono al servizio della canzone. Ovviamente l’impossibilità di portare tutto live, per motivi logistici, fa sì che ci appoggiamo a delle sequenze per le esibizioni dal vivo, ma ti posso assicurare che se ci fossero le condizioni, la band girerebbe sempre col quartetto d’archi, col coro e col pianoforte esattamente come gira con un chitarrista, un bassista ed un batterista. Questo è ed è sempre stato il punto di forza della band, la sua particolarità: la maggior parte dei gruppi che hanno inserti sinfonici li usano come supporto della componente metal, mentre nei Dark Lunacy la parte sinfonica suona i temi principali dei pezzi i quali, per definizione stessa, devono stare in primo piano. Se si prova a levare il quartetto d’archi dai brani più celebri del primo corso della band, come ‘Dolls’, ‘Through The Non Time’, ‘Defaced’,’ Stalingrad’, le canzoni perdono completamente identità. Riguardo al fatto che tu percepisca basso, batteria e chitarre come uditivamente sacrificate, nel momento in cui si inseriscono quartetto d’archi e quaranta persone di coro, è assolutamente inevitabile, ma nelle numerose parti in cui gli strumenti classici non sono presenti direi che la componente metal spinge a dovere”.

QUEST’ANNO VI È STATO UN IMPORTANTE CAMBIO DI LINE-UP, SONO USCITI DANIELE GALASSI E ALESSANDRO VAGNONI E SONO ENTRATI AL LORO POSTO DAVIDE RINALDI E MARCO BINDA. COS’È CAMBIATO IN SENO ALLA BAND? QUALI SONO LE PRINCIPALI DIFFERENZE STILISTICHE FRA I MUSICISTI USCENTI E COLORO CHE SONO DA POCO ENTRATI IN LINE-UP?
Mike Lunacy: “Parto facendo un breve accenno storico riguardo alle varie formazioni che si sono avvicendate in questa band. Guardandomi indietro e tirando le somme di tutti questi anni, la cosa che mi inorgoglisce maggiormente è quella di aver avuto la possibilità di lavorare al fianco di musicisti estremamente validi. Va da sé che l’abbandono o l’allontanamento dalla band di una persona, con la quale hai stretto rapporti umani importanti prima ancora che lavorativi, lascia una cicatrice indelebile. Con alcuni si è poi mantenuto un buon rapporto di amicizia, con altri invece si è definitivamente chiusa una storia. Ma – come dicevo – ognuno di loro è rimasto dentro, e il loro ricordo mi rimanda e mi rimanderà sempre alle cose migliori che in una vita meritano di essere ricordate e onorate. Senza di loro, oggi non sarei qui a parlare con te. Detto questo ed entrando nel merito della tua domanda, l’uscita da parte di Daniele e Alessandro è stata volontaria. Quando si è cominciato a parlare del nuovo album io ho espresso il desiderio di tornare alle origini, a quelle sonorità che avevano reso celebri i Dark Lunacy e Jacopo è stato il primo a presentare del materiale in base a quelle linee guida. Quando ho sentito già solo le prime idee mi sono reso conto che non solo aveva capito alla perfezione quello che serviva alla band, ma era riuscito ad interpretare esattamente il mio pensiero e a carpire l’anima dei Dark Lunacy, quell’anima che era ormai sbiadita nei colori e indebolita dal tempo, aveva l’assoluta necessità di essere salvata. A quel punto la mia decisione di affidare la scrittura del lavoro a Jacopo non è stata presa di buon grado e nonostante si sia provato a cercare una mediazione, non siamo riusciti a trovare una soluzione condivisa. Questo è ciò che in sostanza ha portato Davide Rinaldi e Marco Binda nei Dark Lunacy. Fare però il paragone che mi chiedi tra i musicisti uscenti e quelli entranti  penso sia poco corretto nei confronti di chi se ne è andato, quindi esprimerò solo il mio parere sui nuovi membri. Marco e Davide, oltre che delle persone splendide, sono dei fuoriclasse del proprio strumento e, per me, suonare con loro è motivo di grande orgoglio”.

NEGLI ULTIMI ANNI AVETE TENUTO UN’ATTIVITÀ LIVE PIÙ INTENSA SU SUOLO ITALIANO RISPETTO ALLE VOSTRE ABITUDINI. CHE BILANCIO PUOI TRARRE DAI CONCERTI SUONATI SU SUOLO NAZIONALE? SIETE ANCHE PASSATI DAL NOSTRO METALITALIA.COM FESTIVAL PER UNA SPECIALE DATA COL QUARTETTO D’ARCHI, FRA L’ALTRO: PENSI POTRETE RIPROPORRE NUOVAMENTE UN CONCERTO COL QUARTETTO D’ARCHI?
Mike Lunacy: “Parto dal fondo riallacciandomi a ciò che diceva Jacopo poc’anzi. Là dove vi saranno determinate condizioni logistiche, salire sul palco con tutti gli strumenti e i musicisti che hanno contribuito alla realizzazione di quest’album sarà un dovere. Qualcosa che dobbiamo in primo luogo ai nostri fan. L’impatto scenico di un ensemble al completo sarà una dimostrazione concreta di cosa c’è dietro ad un disco dei Dark Lunacy. Un esempio che può rendere almeno in parte ciò che voglio dire è proprio nel ricordare il vostro Metalitalia.com Festival quando salimmo sul palco, appunto, con il quartetto d’archi. Per noi fu un successo, una risonanza che ancora oggi porta beneficio alla band. Palchi di quelle dimensioni, gestiti da una crew di professionisti, permettono di esprimerti al meglio e ti consentono di trasformare una performance musicale in uno spettacolo completo. Questo fa bene a tutti: alla band e al pubblico che si gode uno show al meglio delle sue possibilità. Questo tipo di realtà ai Dark Lunacy è concessa all’estero (soprattutto in Messico) ma in territorio nostrano, poichè ‘nessuno è profeta in patria’, non abbiamo spazi di manovra così ampi. Mi avvalgo di quest’ultima frase per valorizzare ancora una volta l’importanza di eventi com’è appunto il Metalitalia.com Festival, di fronte al quale dobbiamo solo toglierci il cappello. Ci tenevo a dire questo per chiarezza, poiché lungi da me qualsiasi tipo di polemica che argomenti di questo tipo inevitabilmente richiamano. In definitiva, la storia dell’esterofilia la conosciamo un po’ tutti; è una realtà ben radicata che si deve accettare a prescindere, nel momento esatto in cui decidi di rimanere sul campo di battaglia a promuovere la tua arte. È anche per questo che nel corso degli ultimi anni abbiamo cercato di incrementare la nostra presenza sul suolo italiano. Quando vuoi che le cose migliorino, devi insistere”.

L’ASPETTO MIGLIORE DELL’ULTIMO ALBUM CREDO RISIEDA NELLE PARTITURE SINFONICHE E CORALI, CHE ASSUMONO QUASI SEMPRE LA GUIDA DEI BRANI E CONFERISCONO UNA PECULIARE ATMOSFERA MALINCONICA ALL’INTERO “THE RAIN AFTER THE SNOW”. CI PUOI PARLARE DI COME AVETE LAVORATO SU QUESTO ASPETTO E CON QUALI SOGGETTI ESTERNI ALLA BAND AVETE COLLABORATO?
Jacopo Rossi: “Negli anni passati Mike mi aveva spesso parlato di come nascevano i pezzi dei Dark Lunacy quando c’era Enomys e mi raccontava che le idee principali venivano tirate giù al pianoforte e poi arrangiate in una canzone. Per comporre ‘The Rain After The Snow’ ho voluto utilizzare lo stesso metodo e quindi molti dei temi portanti e delle armonie nascono da lì. Successivamente ho deciso quali parti affidare al coro e quali al quartetto d’archi, ho cominciato il lavoro d’arrangiamento degli elementi in gioco e scritto le partiture che sono state eseguite in fase di incisione. Per il quartetto ho scelto dei ragazzi di Genova, mentre per il coro abbiamo ingaggiato due corali di Parma che sono state unite per l’occasione. La parte più bella per me è stata lavorare col coro; sono sempre stato affascinato dagli ensemble di voci umane, li ritengo davvero emozionanti, quindi è stato un po’ come se si avverasse un sogno per me”.

PER “GOLD, RUBIES AND DIAMONDS” AVETE REALIZZATO UN VIDEOCLIP MOLTO CURATO. COME AVETE ARMONIZZATO TESTI, MUSICA ED IMMAGINI PER TRATTEGGIARE UNO SCENARIO ISPIRATO ALLA FAVOLA “IL PRINCIPE FELICE” DI OSCAR WILDE?
Jacopo Rossi: “Video e canzone parlano di due storie completamente differenti ma collegate da un elemento. Per spiegarti il senso del videoclip parto dal fondo e cioè dalla storia/antefatto che si dovrebbe dedurre solo a clip terminato. Il video parla di due sorelle gemelle: una ha avuto un figlio e l’altra invece, una pittrice, non ha voluto farsi una famiglia. Dopo il decesso della madre del bambino alla pittrice è stato affidato il figlio di quest’ultima; lei però non è portata per fare la madre, perché troppo presa dalla sua arte, e prova sentimenti contrastanti per suo nipote. Nel videoclip si vede quindi il bambino che va ripetutamente dalla zia per chiederle di leggergli una fiaba, ma lei, presa dal lavoro, lo manda via. Dopo l’ennesimo tentativo del bambino di richiamare la sua attenzione lei ha un impeto di rabbia e strappa in mille pezzi il libro. Dopo quel raptus si rende conto della reazione spropositata e di stare trascurando il bambino, quindi rimette insieme i pezzi del libro e, prima di riportarglielo, vi inserisce una foto che ritrae loro 3 assieme (le due sorelle ed il bambino) per riconciliarsi. L’elemento di collegamento di cui parlavo all’inizio sarebbe quindi il libro, il quale contiene la fiaba di Oscar Wilde, che, cadendo strappato in pezzi, va figurativamente a comporre il testo della canzone”.

IL 16 MAGGIO 2015 AVETE TENUTO A PARMA UNO SPETTACOLO SPECIALE, DOVE AVETE FUSO LA MUSICA DI “THE DIARIST” CON UNA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE LEGATA APPUNTO A QUANTO NARRATO NEL DISCO. COME È ANDATA QUELLA SERATA? PENSATE DI POTER RIPETERE UN EVENTO DEL GENERE IN FUTURO?
Mike Lunacy: “Mi riallaccio al discorso di cui parlavamo prima. Quando si riesce a portare su un palco elementi che arricchiscono lo spettacolo, ciò che ne esce non può che essere positivo. L’idea di raccontare ‘The Diarist’ sotto forma di rappresentazione teatrale, in alternanza con le musiche dei Dark Lunacy suonate dalla band, si è rivelata un successo. Da qui ne consegue il mio desiderio di dare un seguito ad eventi di questo tipo. Il 2016 ci ha visto impegnati principalmente in attività di studio per realizzare ‘The Rain After The Snow’ e non abbiamo avuto il tempo materiale per lavorare su iniziative di questo tipo, cosa che invece avverrà nell’anno appena iniziato. L’obiettivo del 2017 è appunto quello di pianificare e lavorare su tutto ciò che abbia le caratteristiche, le potenzialità per dare valore aggiunto al mondo Dark Lunacy”.

GUARDANDO AL 2016 PIÙ NELL’OTTICA DELL’ASCOLTATORE CHE IN QUELLA DEL MUSICISTA, CHE IMPRESSIONI TI LASCIA? QUALI SONO GLI ALBUM CHE TI HANNO COLPITO E I CONCERTI CHE TI HANNO AFFASCINATO?
Jacopo Rossi: “Penso sia stato un anno molto florido, con ritorni in grande stile, in cui ho percepito un aumento qualitativo generale rispetto agli anni passati. Sono usciti molti album che meritano di essere ascoltati: nel panorama estero: Devin Townsend ed Ihsahn, per citare i primi due che mi vengono in mente, ma la scena italiana non è stata da meno, con Destrage e Fleshgod Apocalypse su tutti. Sul fronte live metto il concerto dei Gojira all’Alcatraz sulla vetta, anche se avrei gradito una setlist più lunga, ma mi sono piaciuti molto anche i Behemoth a Trezzo (show pazzesco) e gli At The Gates al Fosch Fest (li ho sempre adorati ma mai visti da vivo). Sempre parlando dei live del 2016 vorrei segnalare una band alla quale non avrei dato due lire ma che si è rivelata una sorpresa per tutti i (pochi) presenti: i cinesi Voodoo Kungfu. Erano opener, nessuno sapeva chi fossero, ma a concerto terminato eravamo tutti letteralmente rapiti dall’esibizione a cui avevamo assistito. Dopo i primi minuti ho pensato ‘questi sono i nuovi Rammstein’ (per il tipo di teatralità) e credo che, se se la giocano bene, possano fare un percorso simile. Se capita la possibilità consiglio a tutti di andarli a vedere. Non su youtube, ma dal vivo!”.

 

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