Non c’è molto che si possa ancora scrivere sui Darkthrone nell’introdurre una loro intervista, anche perché – se conoscete a sufficienza il personaggio Fenriz – sapete bene come non si risparmi quanto a espansività, quando ha modo – o piuttosto l’obbligo, come sottolineato più volte – di promuovere i suoi dischi.
“Pre-historic Metal”, l’ultima fatica del duo norvegese, è un disco che ci è parso più focalizzato di diversi ultimi episodi discografici, e probabilmente, da quanto ci ha raccontato nel corso dell’intervista stessa, Gylve e Ted (rispettivamente, Gylve Fenris Nagell, Fenriz, appunto, e Ted Arvid Skjellum, Nocturno Culto) sono tra i primi ad essere perfettamente consapevoli che le apprezzabili sperimentazioni degli ultimi anni sono state anche un elemento di perplessità per molto fan.
O quantomeno di attesa per capire appieno in che direzione i Darkthrone stessero andando. La risposta?
Forse, semplicemente, sempre la stessa: in direzione ostinata e contraria, se ci passate la citazione, con il passato più glorioso e underground come stella polare.
CIAO GYLVE, INIZIAMO DAL NUOVO ALBUM, OVVIAMENTE: ABBIAMO QUALCHE SUGGESTIONE CHE HAI PROPOSTO SULLE NOTE PROMOZIONALI DEL DISCO, MA TI ANDREBBE DI SPIEGARE AI NOSTRI LETTORI COSA SIGNIFICA “PRE-HISTORIC METAL” PER I DARKTHRONE NEL 2026?
– Niente metronomo, niente click track, niente grancasse rumorose, ma per noi è sempre stato così: mi piace dare i titoli! E ne ho molti che mi piacciono, come “Build Your Weapons” dei Voivod, ma questo significa anche che ho una mia personale interpretazione di quel titolo, non vorrei MAI che me lo spiegasse nessuno. E lo stesso vale per i titoli che creo io. Se “Pre-historic Metal” ti suscita una sensazione, bene. Se non te la suscita, pazienza.
Per trovare ispirazione ascoltavo molto “The Barbarian” dei Manninnya Blade nel periodo in cui abbiamo realizzato l’album e, come sempre, la versione Steamhammer dell’LP dei Sodom “Obsessed by Cruelty” e roba come i demo dei Minotaur che ordinai all’inizio dell’87 e così via, in un’epoca in cui tutto era molto più primitivo di adesso; ma possiamo anche risalire alle nostre fonti di ispirazione degli anni ’60 e ’70. Non ci occupiamo molto di modernità (ride, ndr)!
Il metal preistorico è tale anche perché manteniamo su disco molti degli errori che facciamo, non ci sediamo a tavolino dopo averlo registrato, cercando di renderlo perfetto usando programmi digitali o simile: deve suonare vivo e come se fosse stato suonato da esseri umani. O da uomini delle caverne, per la precisione.
RISPETTO AGLI ALBUM PRECEDENTI, LE CHITARRE SONO TORNATE PROTAGONISTE, CON RIFF DECISAMENTE PESANTI. È UNA SCELTA FATTA VOLUTAMENTE?
– L’unico vero cambiamento rispetto ai tre album precedenti è stato quello di stringere i ponti, per così dire, inserendo più canzoni e più riff, quindi meno brani lunghi e complessi, con un sound più compatto ed efficace.
Infine, Ted ha riportato in studio il suo vecchio pedale fuzz, che ci ha restituito il suono di chitarra che avevamo negli album “The Underground Resistance”, “Arctic Thunder” e “Old Star”.
Sì, le chitarre sono incredibilmente potenti!
SEI ANCHE TORNATO AL MICROFONO DOPO UN PO’ DI TEMPO…
– Ted voleva una maggiore collaborazione in studio. Per la prima volta dal 2004 abbiamo realizzato una canzone insieme, abbiamo suonato di più sui brani di altre volte (ho fatto molte parti di basso e alcune di chitarra, molto più del solito) e Ted voleva anche che cantassi di più.
Voglio dire, ho cantato più del solito in tutti e quattro gli album registrati al Chaka Khan, ma non così tanto come in questo. In studio sono un vero e proprio pazzo quando canto, cosa che sono sicuro Ted possa confermare: lui è il tipo calmo dietro il microfono, mentre io sono completamente fuori di testa sia vocalmente che fisicamente (ride nuovamente, ndr). È perché scrivo io i testi, quindi ci sono un sacco di emozioni legate a essi quando li canto.
OLTRE AI RIFF POTENTI DI CUI SOPRA, HO APPREZZATO PARTICOLARMENTE “SO I MARCHED TO THE SUNKEN EMPIRE”. CREDO CHE QUESTA ATMOSFERA DOOM – O, COME HO SCRITTO NELLA MIA RECENSIONE, “UN’ATMOSFERA ALLA ‘TALES FROM THE CRYPT'” – SIA UNO DEGLI ELEMENTI PIÙ INTERESSANTI DEL VOSTRO SOUND RECENTE. SO CHE IL DOOM È SEMPRE STATA UNA DELLE VOSTRE PIÙ GRANDI PASSIONI, PENSATE CHE SARÀ UNA PARTE CENTRALE DEL VOSTRO SOUND ANCHE IN FUTURO?
– Sì, c’è stato molto doom nei nostri brani nel corso degli anni, è sempre stato con noi, perché sono sempre stato un fan del genere, anche negli anni in cui le fanzine underground scrivevano sempre “zzzzzzzz” quando recensivano demo o album doom metal e io pensavo “cosa c’è che non va nella gente?”.
Ma a parte le battute, questo brano è interamente opera di Ted e non mi era stato presentato affatto come un brano doom. Prima di entrare in studio, quando stavamo ancora componendo canzoni, Ted mi disse: “Ho questa traccia che probabilmente sarà fatta solo di sintetizzatori e batteria”, e io ho risposto: “Ok, nessun problema”. Ma poi, una volta in studio, ho visto che aveva comunque aggiunto la chitarra alla seconda parte del brano. Quindi, nella mia mente, è più adatta alla colonna sonora di un film epico o qualcosa del genere, potrebbe persino ricordare un po’ i Goblin degli anni Settanta… forse.
I riff doom sono presenti nella band da prima ancora che adottassimo il nome Darkthrone; inoltre, in uno dei primi loghi che ho creato per Darkthrone c’era un banner, nel logo, con scritto ‘Death Doom Metal’ (ride, ndr). Ma non ho in programma molti riff doom metal per il prossimo album.
Però vi darò qui l’esempio per eccellenza del perché ci piace il doom, ovvero i quattro minuti e dieci secondi di “A Dangerous Meeting” dei Mercyful Fate: entrambi abbiamo adorato l’album “Don’t Break the Oath” fin da quando eravamo bambini. Ecco il punto. Credo che quando l’abbiamo sentita entrambi, ognuno per conto suo, senza nemmeno conoscerci ancora, abbiamo pensato “È proprio quello che vogliamo fare!”.
PER GLI ULTIMI ALBUM, I DARKTHRONE HANNO LAVORATO AI CHAKA KHAN STUDIOS. CHE, SE HO CAPITO BENE, È PRATICAMENTE IL VOSTRO STUDIO CASALINGO. COSA SIGNIFICA IN TERMINI DI METODO DI LAVORO E QUANTO È LEGATA LA SCELTA DI AVERE UN SUONO “PREISTORICO” E PARTICOLARE?
– No, no: è estremamente sbagliato! Chaka Khan è uno studio gestito da Ole Øvstedal a Oslo. La tua è un’ottima intervista, ma questa cosa potevi controllarla facilmente su Google! (Ci pare corretto riportare lo scambio originale, anche per sottolineare la spontaneità di Fenriz, nel frattempo ci cospargiamo il capo di cenere, ndr)
Tuttavia, abbiamo realizzato effettivamente sette album nel nostro studio casalingo Necrohell 2 tra il 2005 e il 2018. Quindi siamo stati preistorici per la maggior parte dei nostri album, molti dei quali registrati da noi stessi, ma finalmente per gli ultimi quattro album abbiamo potuto lavorare in un normale studio, molto costoso, e incorporare molte idee e spirito avventuroso, che era il nostro scopo fin dall’inizio, negli anni ’80.
Un processo molto creativo, ma la maggior parte degli album degli anni 2000 e 2010 sono stati registrati in modo molto più primitivo. Ma a noi piace così!
I TITOLI DELLE VOSTRE CANZONI SONO MOLTO PARTICOLARI E DIVENTANO SEMPRE PIÙ BIZZARRI COL PASSARE DEGLI ANNI. A VOLTE HO LA SENSAZIONE CHE SIANO DEGL INNER JOKE TRA VOI. TI ANDREBBE DI PARLARNE?
– Non parlo mai dei testi, ma ci sono molti giochi di parole amari, pungenti, parlano molto di paura e terrore, e anche di calci presi da ogni direzione; e a volte di prendersi cura degli animali, cosa che gli umani sembrano non saper fare. Il motivo per cui gli umani non possono avere cose belle? Gli umani stessi.
Ma grazie per aver notato che stiamo prendendo una direzione sempre più strana, per noi sarebbe strano se succedesse il contrario, tipo intitolare le canzoni “Metal Man” o “Rocking The Night”… non è esattamente da noi e non lo è mai stato; anche se abbiamo avuto una canzone intitolata “Raised on Rock” (ride, ndr).
Ma, ehi, forse diventiamo totalmente primitivi anche nei titoli delle canzoni, ad esempio dieci anni fa avevamo una canzone intitolata “Alp Man”. A proposito, ora scrivo i testi principalmente con il metodo del patchwork, come ho fatto per gli album “Hate Them” e “Sardonic Wrath”, ovvero prendo spunti qua e là o penso a un titolo o a una frase, e praticamente tutti potrebbero diventare titoli di album o di canzoni; ma li salvo su carta e quando si avvicina l’uscita di un nuovo album cerco di ricucirli insieme per ottenere un testo compiuto e il titolo che scelgo effettivamente per una canzone.
A volte è come lanciare spaghetti contro un muro e vedere cosa si attacca – proprio come fanno le etichette discografiche con le loro uscite (risate, ndr).
I DARKTHRONE NON HANNO NULLA DA DIMOSTRARE: LO HAI ANCHE DETTO CHIARAMENTE IN UN TESTO (“TOO OLD, TOO COLD”, NDR). MA COSA PENSI CHE I DARKTHRONE POSSANO ANCORA DARE ALLA SCENA METAL?
– Adoro quando le nuove band suonano secondo stili del passato, soprattutto se riescono anche a ricreare il sound o il paesaggio sonoro di un tempo, ma noi non lo facciamo. Non cerchiamo di restaurare una vecchia auto per farla tornare come era una volta, piuttosto, mettiamo insieme pezzi di diverse auto d’epoca per crearne qualcosa di nuovo (ride, ndr).
Anche i ragazzi di oggi si accorgono di quanto molto metal moderno suoni esattamente uguale, a livello sonoro, ma noi non cadremo mai in questa trappola. Molte band più vecchie giocano sul sicuro, puntando solo a un prodotto professionale al 100% con pochissima anima. Noi mettiamo la nostra anima nel mondo del metal, anche se siamo anime torturate (una voluta citazione dagli Slaughter).
E, A PROPOSITO: COSA NE PENSI DELL’UNDERGROUND E DEL BLACK METAL OGGI? SONO ANCORA DEFINIZIONI SIGNIFICATIVE?
– Assolutamente, basta guardare i Sadismo dalla Spagna, gli Apogeion dalla Finlandia, i Malokarpatan o i Keres. E ancora, i Black Magic o i Faustcoven dalla Norvegia, ecc. ecc.
Mi sembra che siano già stati presi in considerazione centinaia di modi di declinare il black metal, ma io personalmente ho già nella mia collezione di dischi quello che mi ha fatto percepire il black metal negli anni Ottanta, quindi non è che mi ispiri molto, visto che suoniamo molti stili vecchi diversi. Ad esempio, nessuno dei miei pezzi in questo album suona come qualcosa di successivo al 1986, il che per me è abbastanza normale.
Ma quando si tratta di roba nuova nell’underground o cose del genere, puoi sentire, anche solo prendendoti la briga di cercare le band su Google, che è quasi l’esatto opposto del black metal tipico degli anni Novanta che mi piace. Quando i generi vengono semplificati, per me diventa un po’ noioso.
RESTANDO IN TEMA DI UNDERGROUND, QUELLA CHE ERA “RADIO FENRIZ” (IL BLOG ONLINE DA TE CURATO) STA CRESCENDO SEMPRE DI PIÙ, ULTIMAMENTE HA CAMBIATO NOME ED È APPRODATO ANCHE SU PATREON. QUANTO È IMPORTANTE PER TE MANTENERE VIVA QUESTA PASSIONE, LA FIAMMA DEL PURO METAL? DIRESTI CHE FENRIZ CONTRIBUISCE ALLA SCENA TANTO QUANTO LA BAND?
– Beh, mi occupo di questo fin dai tempi del tape trading, tra l’87 e il ‘90, quindi per me è naturale condividere musica, ma sto invecchiando e ho anche altri interessi (che di solito cambiano di volta in volta, quindi non ha senso parlarne qui).
Il Patreon Fenriz Metal Pact non punta a diventare un grande podcast, è solo qualcosa che faccio come gli altri podcast che ho realizzato. Comunque, ho quasi trecento episodi di podcast metal, contando i centoquattordici che ho fatto su Spotify e i primi cinquanta su SoundCloud. Prima facevo il DJ, e quindici anni fa ho anche avuto la rubrica ‘Band della settimana’ su Facebook.
Prima ancora, per chi se lo ricorda, davo una mano alla scena musicale su MySpace. Ecco perché sono diventato un ‘influencer’, ma prima di avere un computer nel 2005, partecipavo a molte trasmissioni radiofoniche qui in Norvegia come ospite, e la gente sapeva che ero un metallaro sfegatato. Credo di aver anche dato il via alla scena dei DJ metal qui in Norvegia, in realtà. Ma non importa se l’ho iniziata io o meno.
Comunque, patisco la fama, quindi non faccio interviste in Norvegia da molti anni e voglio solo tornare a essere come quando ero piccolo, giocare nella sabbiera da solo, e avere un podcast su Patreon si addice perfettamente a questo stato d’animo. E anno dopo anno mi allontano sempre di più dal genere umano, diventando sempre più un eremita isolato.
HAI PROGRAMMI A BREVE GIRO PER GLI ALTRI PROGETTI A CUI HAI COLLABORATO, AD ESEMPIO I COFFIN STORM?
– Non al momento! Apollyon degli Aura Noir è molto impegnato e ho sicuramente realizzato abbastanza album nel corso degli anni. Vorrei prendermela con più calma possibile, nei prossimi.
ULTIMA DOMANDA, CHE IMMAGINO NON ABBIA RISPOSTA FINCHÉ CONTINUERAI A GODERTI TUTTO QUESTO, MA… TU E TED AVETE MAI PENSATO DI METTERE FINE AI DARKTHRONE? C’È UN OBIETTIVO PARTICOLARE CHE VOLETE RAGGIUNGERE E POI… ADDIO?
– Ah, il segreto dei Darkthrone è che abbiamo sempre avuto un solo obiettivo: ottenere un contratto discografico decente, e ci siamo riusciti tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990. Quindi da allora, nessuna ambizione, nessuna pressione – solo METAL quando ne abbiamo voglia.
Penso ogni giorno di mettere fine a tutto questo, ma d’altra parte non riesco a immaginare una fine, perché non conosco altra realtà se non quella di essere sempre nei Darkthrone.
La cosa peggiore sarebbe probabilmente iniziare a registrare un album ogni anno, diventerebbe troppo per il pubblico e inoltre non bisogna lasciare che i propri progetti musicali vengano rovinati dall’inflazione, pubblicando semplicemente troppa roba. È una questione di equilibrio.

