DAWN OF A DARK AGE – (Il rito del)la consacrazione

Pubblicato il 25/01/2026 da

Come abbiamo citato nel titolo di questa intervista un brano della band, autocitiamo la prima frase rivolta a Vittorio Sabelli per dare il senso di questo articolo: era tempo di dedicare dello spazio a una delle voci più interessanti della scena italiana, nella figura del suo demiurgo.
Sabelli, appunto: un musicista di formazione – clarinettista, per la precisione e per gli sbadati – che come ci racconta nelle righe più sotto ha avuto a un certo punto una ‘oscura folgorazione’ e ha pensato di unire metal estremo e il suo strumento di elezione; un connubio decisamente atipico, ma che grazie a una cura e un’urgenza comunicativa sincere e forti, hanno fatto giustamente decollare il nome dei Dawn Of The Dark Age, al punto che quello che era un progetto solista nato quasi per svago e per narrare le ataviche storie della sua terra, che sempre lo avevano affascinato, è stato proprio recentemente aperto da Vittorio all’esperienza live.
L’intervista si è svolta esattamente nei giorni immediatamente successivi al primo, breve ma apprezzatissimo, tour della band, e ci ha confermato quanto ci aspettavamo: una persona colta, curiosa, modesta nella misura in cui riesce a far prevalere l’emozione del risultato e dell’essere stato in grado di raggiungere un pubblico inaspettato, rispetto alla potenziale vanagloria per un progetto che rappresenta un unicum di gran pregio.

CIAO VITTORIO, NONOSTANTE IL COSTANTE APPREZZAMENTO PER LA TUA MUSICA, CI ABBIAMO MESSO UN PO’ A TROVARCI PER UN’INTERVISTA, QUINDI TI DIREI DI PARTIRE PARLANDO AI NOSTRI LETTORI DI COM’È NATO IL PROGETTO DAWN OF A DARK AGE.
– Ciao Simone e grazie a Metalitalia per questa opportunità in un momento molto importante per Dawn of a Dark Age. Partirei col dirti che le mie prime esperienze musicali in età adolescenziale sono state la banda e un gruppo folk, che non casualmente si ritroveranno spesso nei miei album.
Poi, grazie a un mio compagno di scuola, scoprii band come Metallica, Black Sabbath, Iron Maiden e Slayer che fino ad allora non erano arrivate ad Agnone, il mio paese natale in Alto Molise. Inutile dirti che rimasi fulminato all’istante, e da quel primo impatto iniziai a cercare un punto di contatto tra lo strumento che suonavo in banda, e che tutt’ora è il mio lavoro, e quella musica estrema che mi dava un’energia unica e allo stesso tempo trasmetteva una straordinaria calma interiore. Intorno ai diciotto anni iniziai a strimpellare la chitarra e ciclicamente provavo a registrare qualcosa su cassetta per poi suonarci il clarinetto, ma niente che mi desse una spinta così forte da continuare in maniera decisa e convincente.
Fino a che, durante un viaggio in Norvegia, mi ritrovai a contemplare la tomba di Euronymous nel cimitero di Ski, e in quel momento accadde qualcosa di inspiegabile che mi spalancò le porte per fare quello che avevo in testa da oltre vent’anni, ovvero coniugare il clarinetto con il metal estremo: fu così, che davanti al padre del black metal, nacque un primordiale Dawn of a Dark Age.

È EVIDENTEMENTE UN PROGETTO CHE NASCE DA TE, DALLE TUE ORIGINI, ANCHE – MI PERMETTO DI IPOTIZZARE – DALLA TUA FORMAZIONE COME CLARINETTISTA, CON IL DESIDERIO DI METTERE UNO STRUMENTO COSÌ ATIPICO AL CENTRO DI UN PROGETTO METAL. COME HAI SCELTO, NEL TEMPO, I TUOI COMPAGNI DI AVVENTURA?
– Assolutamente sì! Il clarinetto è stato l’elemento principale e il black metal la chiave di volta per la nascita di Dawn of a Dark Age. Dal primo album ‘The Six Elements, Vol. 1” ho iniziato a sperimentare nuove strade, e a mano a mano che scrivevo musica cercavo allo stesso tempo di capire chi avrebbe potuto darmi un contributo per registrare determinati strumenti e soprattutto le parti vocali.
Dopo i primi due album registrati con il cantante dei molisani Athanor (Lord of War), ho iniziato a allargare la mia rete di amicizie e mi sono messo in contatto con altre band. In questo modo ho iniziato a scoprire nuovi musicisti e ho iniziato a immaginare se e come avrebbero potuto contribuire con il loro stile a esprimere al meglio le mie idee musicali, in base alle tematiche e in base al mood che avevo in testa per un determinato album.
Questo approccio empatico (direi ‘a sensazione’) è stato fondamentale non solo per Dawn of a Dark Age, ma anche per la nascita degli altri progetti creati negli anni a seguire.

L’ALTRA METÀ DELLA DOMANDA È, OVVIAMENTE, QUANDO E CON QUALI BAND TI SEI AVVICINATO INVECE AL BLACK METAL, ANCHE SE QUALCOSA CI HAI ANTICIPATO CON IL TUO PREZIOSO RICORDO…
– Premetto che quando vivevo in Molise non ho avuto modo di conoscere e apprezzare né la prima e né tantomeno la seconda ondata del black metal, perché in quegli anni ero totalmente assorbito dalla musica jazz e ho messo tutto il resto da parte.
Il black metal è entrato a far parte della mia vita molto tardi, intorno al 2011 e i primi ascolti sono stati i classici Mayhem, Satyricon e Emperor. Ho da subito percepito che quella musica così feroce e allo stesso tempo radicata al territorio poteva essere il collante che mi avrebbe permesso di esprimermi con il clarinetto in maniera del tutto nuova per raccontare usanze, riti e tradizioni dei luoghi che mi appartengono, donando al tutto colori e timbri nuovi e unici.

BLACK METAL, APPUNTO, MA È UNA DEFINIZIONE TUTTO SOMMATO RIDUTTIVA DEL SOUND DI DAWN OF A DARK AGE: C’È RICERCA SU MOLTI FRONTI, COMPLESSITÀ TECNICA E VOCALE, UNA FORTISSIMA COMPONENTE FOLK, NELL’ACCEZIONE PIÙ ELEVATA E CULTURALE DEL TERMINE.
VISTO CHE ANCHE TRA METALLARI C’È UN GRANDE RITORNO DI INTERESSE IN TALE DIREZIONE, MI CHIEDO SE L’IDEA DI INNESTARE CERTE SONORITÀ VENGA PIÙ DALLE PROGRESSIVE COMMISTIONI IN AMBITO ESTREMO O DA UNA PASSIONE E UNA RICERCA PREGRESSA DA PARTE TUA.
– Tutto quello che si può ascoltare in Dawn of a Dark Age è il retaggio delle mie esperienze musicali. Quando ho bisogno di cambiare strada e atmosfera dalle parti tipicamente black metal, cerco di pescare nei miei ricordi e inizio a sperimentare soluzioni nuove per continuare la narrazione in maniera il più naturale possibile. Qualcosa che porti altrove, che lasci un attimo attoniti prima di tornare sulla retta via.
I miei ricordi musicali sono una sorta di calderone pieno di brani di ogni tipo: marcette, gruppi folk, walzer, passi orchestrali, standard jazz e tanti altri elementi che ho interiorizzato negli anni. Credo che questo, insieme alla curiosità e allo studio ossessivo dei riti e usanze del territorio, sia uno dei tratti distintivi che caratterizza in maniera autoctona il sound di Dawn of a Dark Age.

È UN PROGETTO CHE AFFONDA LE SUE RADICI NEL TUO TERRITORIO, NELLE SUE TRADIZIONI, CON UNA PROFONDA RICERCA TESTUALE. E CON, AL MOMENTO, DUE FASI BEN DISTINTE, NELLA DISCOGRAFIA. CI RACCONTI I DUE CONCEPT CHE HAI SEGUITO FINORA E SE HAI GIÀ IN MENTE COME PROCEDERAI?
– Il periodo degli ‘Elementi’ (si riferisce ai primi cinque album della band, ndr) potrei definirlo come una sorta di palestra per entrare a tutto tondo dentro gli stilemi del black metal e cercare di carpirne le varie sfaccettature.
Provenendo dall’orchestra sinfonica e dal jazz è comprensibile che per entrare a trecentosessanta nel mondo dei blast-beat, delle chitarre tremolate, dei muri di suono etc., mi sono dovuto rimboccare le maniche e capire come far quadrare il tutto senza forzature. E questa prima fase è stata utile soprattutto per questo, per iniziare a studiare come portare avanti il discorso nella maniera più personale possibile, e non solo grazie al clarinetto.
Mentre, a partire da “La Tavola Osca” (in realtà già da “The Six Elements, Vol. V, Spirit/Mysteres”), ho iniziato a lavorare con quella che definisco ‘visione aerea’, una sorta di copione cinematografico dentro il quale c’è una storia da narrare che nasce da un concept ben preciso.
E quando ho deciso di intraprendere questo lunghissimo viaggio nella storia dei miei antenati Sanniti, mi sono imposto di raccontare solo ed esclusivamente storie reali: per questo devo ringraziare i tanti storici, scrittori e studiosi del Sannio e delle tradizioni dei Sanniti, i quali mi hanno permesso di scoprire il fascino dei ritrovamenti archeologici e degli studi che hanno portato alla luce tutto ciò che oggi sappiamo sul popolo che fece diventare Roma la grande potenza che tutti conosciamo.
La ‘Tetralogia della Memoria’ cerca di narrare vicende dell’antico Sannio sotto diversi aspetti, ma tutti fortemente uniti tra di loro: da quello spirituale de “La Tavola Osca” a quello guerriero de “Le Forche Caudine”, da quello agricolo/pastorale di “Transumanza” a quello che definirei dove tutto ebbe inizio, ovvero “Ver Sacrum”!

DICEVAMO DELLA TUA FORMAZIONE COME MUSICISTA CLASSICO, PER CUI NON POSSO GLISSARE SU ALTRE DUE DOMANDE: HAI UNA COSTANTE ATTIVITÀ ANCHE IN TAL SENSO, CON ORCHESTRE O FORMAZIONI RIDOTTE?
– Sono ormai quasi dieci anni che l’unica formazione con la quale suono live è il duo Chorando insieme al percussionista Marco Molino, mentre ho chiuso le porte sia all’orchestra sinfonica che alla musica jazz, nonostante siano stati determinanti per il mio arricchimento musicale – ma una volta cambiata pagina, per quanto mi riguarda, non torno più indietro.
Quando inizio a scoprire nuovi generi e nuove soluzioni che mi danno una vibrazione, allora mi tuffo nella nuova avventura a tutto tondo, anche perché mi sentirei ingabbiato non poco a livello espressivo e compositivo in altri generi, mentre la libertà totale che posso avere in Dawn of a Dark Age e negli altri miei progetti è la linfa vitale che continua a darmi forza e ispirazione.

MENTRE, IN TEMA DI ALTRE ATTIVITÀ MUSICALI, È NOTO IL TUO RUOLO IN ALTRE BAND, IN PARTICOLARE CON GLI INCANTVM, CON CUI HAI PUBBLICATO UN DISCO PROPRIO QUEST’ANNO. COSA DIFFERENZIA I TUOI DIVERSI PROGETTI MUSICALI E IL MODO IN CUI LI APPROCCI?
– Sì, quest’anno sono usciti, sempre per My Kingdom Music, sia il secondo album di Incantvm intitolato “Maleficia”, che il secondo album di A.M.E.N. dedicato al Re dell’horror Dario Argento (la cui voce è Erba dei sublimi Ponte del Diavolo). Cerco di far brillare tutti i miei progetti di oscurità propria, nel senso che ognuno di loro ha delle caratteristiche e dei concept completamente distanti tra di loro: Incantvm tratta di stregoneria, inquisizione ed è incentrato su un discorso piuttosto teatrale, con tanto di strega, inquisitore, dialoghi e parti recitate; A.M.E.N. è il mio lato più sperimentale e schizofrenico che prende spunto dal lavoro in ambito jazz-metal di John Zorn, anche se nel secondo album ho voluto cambiare le carte in tavola, incentrando i brani di “Argento” come se fossero suonati live in un jazz club, con J. S. Bach che serve scotch whisky; mentre Notturno, infine, è il mio lato più intimo e paranoico, quello che viene fuori quando spegni la luce e le ombre iniziano a prender forma intorno al tuo letto.
Cerco di mettere dentro ognuno di loro le mie emozioni e le mie sensazioni, ma non ho una routine abitudinaria, anzi, tutt’altro: a seconda del mio umore al risveglio cerco di lavorare a un progetto piuttosto che a un altro cercando di aggiungere piccoli tasselli giorno dopo giorno. So che non potrebbe sembrare, considerando i diversi progetti, ma sono molto disordinato e disorganizzato sotto questo aspetto. Credo allo stesso tempo che la spontaneità dei progetti scaturisca da questo lavorare a ognuno di loro a seconda del mood del momento senza incarognirmi a tutti i costi su uno in particolare se non ne ho voglia o stimoli giusti.

HAI IN PROGRAMMA, INVECE, COLLABORAZIONI CON BAND ALTRUI? O TI PIACEREBBE SUONARE CON QUALCUNO, IN PARTICOLARE?
– Al momento sto registrando i miei fiati per una band svedese e subito dopo devo rituffarmi a capo fitto su alcuni progetti lasciati a decantare mesi fa. Mentre per quanto riguarda il suonare con qualcuno, al momento ti direi Igorrr, perché penso che nei suoi progetti un clarinetto schizofrenico potrebbe apportare un colore nuovo al suo già folle vortice di timbri e idee musicali.

DATO CHE ABBIAMO PROVATO A OFFRIRE UN’IDEA AD AMPIO SPETTRO DEL TUO APPROCCIO E DELLA TUA MUSICA, MI VIENE SCONTATO CHIEDERTI ANCHE QUALCOSA DI EXTRAMUSICALE: COSA STAI LEGGENDO, O QUALI FILM TI HANNO APPASSIONATO, IN QUESTO PERIODO? MI VIENE SCONTATO PENSARE CHE, AL DI LÀ DEL FOCUS SULLA STORIA E LE TRADIZIONI, NEI TUOI DISCHI, TU SIA UNA PERSONA RICETTIVA SU PIÙ FRONTI…
– Hai centrato in pieno il ‘problema’, ossia che sono una persona molto curiosa e sempre attenta: mi basta davvero un piccolo stimolo e la mente inizia a viaggiare per capire se e come trasformarlo in musica. E, paradossalmente, le cose che meno mi ispirano sono libri e film, con le uniche eccezioni dell’album “Strigae” di Incantvm, nato da un libro di Monia Montechiarini e di “Argento”, ispirato ad alcuni dei più celebri lavori cinematografici di Dario Argento.
Sono un divoratore di libri, ma li utilizzo solo per approfondire gli argomenti quando ho centrato i concept da mettere in musica. Al momento sto leggendo un libro su una brigantessa del Centro-Sud, Filomena Pennacchio, alternandolo con il nuovo romanzo di Dan Brown.
Confesso invece che non sono un cultore del grande schermo. Guardo sporadicamente la tv e, anche se ho dei registi e generi preferiti, non sono così influenti da condizionare i miei progetti. In questi giorni sto riguardando la Trilogia de “Il Padrino”, e soprattutto riascoltando quel capolavoro immenso che è la colonna sonora di Nino Rota.

ULTIMA DOMANDA, DICIAMO HIC ET NUNC: PER LA COMPLESSITÀ DEL PROGETTO, NON AVEVI MAI PENSATO, A QUANTO ABBIAMO CAPITO, DI PROPORLO DAL VIVO… E INVECE ECCOCI QUA, CON TRE SHOW PROPOSTI PROPRIO IN QUESTI GIORNI (L’INTERVISTA RISALE AI PRIMI DI DICEMBRE 2025, NDR). COSA CI RACCONTI DELL’ESPERIENZA? HAI DOVUTO RIVEDERE PARTICOLARMENTE ARRANGIAMENTI E SUONI?
– Durante questi anni non avevo mai pensato di portare live Dawn of a Dark Age, soprattutto per la mole di strumenti utilizzati negli arrangiamenti in studio. Anche lo scorso anno mi proposero dei concerti e, come accaduto in precedenza, ho dovuto rifiutare, se non altro perché ri-arrangiare i brani per una formazione ridotta rendendoli allo stesso tempo funzionali, sarebbe stato un dispendio di tempo e energie non da poco, poi l’organizzazione delle prove etc.
E come sempre, quanto meno te l’aspetti lo scorso gennaio mi contatta Michele Ercolano e la Pirate Metal Meeting proponendomi una serie di concerti. Quando l’ho detto a Diego Tasciotti (il mio batterista e fidatissimo braccio destro, e non solo, di Dawn of a Dark Age) mi ha risposto qualcosa del tipo: “Era ora che ti decidessi, quando iniziamo?”. Allora mi sono rimboccato le maniche e, avendo già la voce di Ignazio Cuga dei sardi Kre’u sul nuovo album “Ver Sacrum”, mi sono messo alla ricerca di un chitarrista e di un bassista per definire la line-up.
Non ti nego che ho da sempre una lista, ‘variabile annualmente’, di tre o quattro elementi per strumento per ogni evenienza, ma allo stesso tempo avevo delle prime scelte che avevo avuto modo di ascoltare su disco (come nel caso di Jacopo Pepe, chitarrista dei sorprendenti Bedsore, che mi ha impressionato per la sua classe, dalla ricerca dei suoni all’apertura stilistica a trecentosessanta gradi) e dal vivo (Leonardo Sapio con gli Shores of Null lo scorso anno). Dopo aver ricevuto il loro assenso, ho iniziato a ricostruire i brani che abbiamo scelto di suonare live, smembrandoli e ricucendoli addosso a ognuno di loro per sfruttarne al massimo le caratteristiche individuali e di gruppo.
Avendo avuto a che fare con l’ambiente jazz per moltissimi anni non ho avuto alcuna esitazione sul far suonare i brani in maniera leggermente differente dal disco, fermo restando che il sound risultante ci convincesse al 100%. E dopo questa prima serie di concerti siamo molto soddisfatti della resa live e anche il pubblico presente ha apprezzato le scelte fatte. Quindi, da questo momento, possiamo dire ufficialmente che Dawn of a Dark Age non è più una one-man band studio, ma una vera e propria band che spero potrete seguire dal vivo negli anni a venire!

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