DEAD ELEPHANT – La Distruzione, Unica Via

Pubblicato il 01/10/2011 da

Dead Elephant: trio post-quello-che-vi-pare, italiano al 100%, ma dedito alla decimazione di timpani su scala globale. La band cuneese ci aveva già mostrato ottime capacità di devastazione musicale con il debutto “Lowest Shared Descent” dell’ormai lontano 2008, e con il nuovo “Thanatology” i nostri – ormai apparentemente ex – noise rockers hanno liberato un urlo inferocito di tutt’altra caratura, che ha travalicato le Alpi, l’Europa continentale tutta, il Canale della Manica, ed è atterrato direttmanete a Londra su una scrivania della poderosa Riot Season, che ha deciso di accogliere con se la scalpitante creatura italica e distribuirne le gesta senza batter ciglio. Dei nostri compatrioti ci ha stupito soprattuto il percorso che per loro sembra essere in atto, e il divario musicale e compositivo che separa gli unici due lavori che la band ha per ora licenziato alle masse. Tra sludge metal, ambient, post-rock e noise, “Thanatology” non è solo vastissimo e altamente mentale e distruttivo, ma è anche senz’altro un lavoro che mostra una interessantissima evoluzione in atto, per una band che era partita dal noise-rock più viscerale e concreto e che ora invece sembra lanciata negli abissi dell’ingnoto musicale più totale. Per cercare di capire meglio il particolare “viaggio” di questa piccola-grande band italiana, abbiamo raggiunto direttamente Enrico e Omar, due dei tre fondatori di questa italianissima impresa di demolizione di padiglioni auricolari.


CIAO RAGAZZI, COME PROCEDE IL 2011? CHE PROGRAMMI AVETE PER IL RESTO DELL’ANNO?
Enrico: “Ciao Mattia, innanzitutto grazie per lo spazio che Metalitalia.com ci sta dedicando. Da qui alla fine dell’anno promuoveremo live il nostro nuovo disco che è in uscita proprio in questi giorni… Per ora abbiamo in programma diverse date in Italia e un tour che toccherà Francia e Inghilterra. Altre news sono in arrivo”.
Omar: “E (the last but not the least) recentemente stiamo ultimando gli ultimi dettagli per quanto riguarda la nostra partecipazione al progetto curato da www.hellcomeshome.com che pubblicherà materiale inedito di ventiquattro band in ambito heavy provenienti da tutto il mondo su una serie di 45 giri”.

COME MAI QUESTA ATTESA PER IL NUOVO ALBUM? E’ PRONTO DA TEMPO, SE NON SBAGLIO…
Enrico: “Dal momento che l’album è stato registrato, i tempi per la sua pubblicazione sono dipesi soprattutto dalle esigenze organizzative delle etichette con cui stiamo collaborando per le diverse edizioni. Spesso nell’ambito indipendente, dietro alla scrivania di un’etichetta, c’è una sola persona che con la dedizione e la passione di un eroico artigiano cura tutti i passaggi della pubblicazione. Il tempo quindi è solo uno dei diversi elementi necessari per potersi organizzare bene e curare l’uscita del disco”.

L’ATTESA PER UN NUOVO LAVORO Eí STATA LUNGA. COSA AVETE FATTO TRA UN ALBUM E L’ALTRO?
Enrico: “Dead Elephant pubblica materiale quando ha qualcosa di necessario da dire. Onestamente guardo con una certa diffidenza chi pubblica in continuazione dischi. Ogni mese escono più dischi di quelli che il mercato discografico è in grado di assimilare. In un panorama come questo credo che il minimo che un musicista possa fare sia assumere un atteggiamento critico prima di tutto verso il materiale che lui stesso scrive, cercando di comprendere con la massima onestà intellettuale cosa vale la pena di essere pubblicato. Il silenzio che c’è stato fra ‘Lowest Shared Descent’ e ‘Thanatology’ ci è servito per poter raccogliere le forze e il materiale che ci ha permesso di scrivere dei brani credibili prima di tutto per le nostre orecchie. Per me un mezzo di espressione come la musica non rappresenta un esercizio di stile ma una cosa fottutamente seria. Una faccenda di vita o di morte”.
Omar: “C’è da dire che la ricerca delle tematiche è stata piuttosto lunga nonchè altrettanto dettagliata. Solitamente quando si parla di morte si fa presto a cadere nel banale, soprattutto quando si tratta di musica estrema, il che è l’ultima cosa che avremmo voluto ottenere da questo disco. Speriamo di essere riusciti nell’intento, insomma”.

COME E’ NATO “THANATOLOGY”? QUAL E’ IL BACKGROUND, E A COSA STAVATE ASPIRANDO, E COSA VI HA ISPIRATI PRECEDENTEMENTE E DURANTE LA STESURA DEL DISCO?
Enrico: “Per me ‘Thanatology’ è nato dall’esigenza di documentare un percorso che mi ha portato ad acquisire una maggiore consapevolezza su quello che stava accadendo nella mia vita. L’album ha come tema la via che porta alla morte intesa non come cessazione delle funzioni biologiche ma come momento di cambiamento, di evoluzione di un individuo. Ogni volta che cambi perdi qualcosa che ti sta a cuore, a cui sei costretto a rinunciare per evolverti. Quando si rovescia un equilibrio c’è sempre un prezzo da pagare affinchè un nuovo ordine venga ristabilito. Una delle cose che penso che ci abbia ispirati di più è la condizione sociale che stiamo vivendo nel nostro paese, verso il quale provo un profondo disgusto. In questi anni abbiamo assistito sotto gli occhi di tutti allo svuotamento del senso dei principi fondamentali di questa repubblica. Dietro la lucente e falsamente rassicurante facciata, la partitocrazia decide al posto dei cittadini che sono diventati degli zombie anestetizzati che faticano a riappropiarsi della propria dignità. Lo Stato nella sua essenza ha cessato gradatamente di esistere. Di fatto non viviamo più in una stato democratico da diversi anni. Questo processo, anche se non tutti se ne rendono ancora conto, ha modificato dalle fondamenta l’identità di questo paese. In questo momento di forte confusione per la nazione credo fortemente che ci sia una grande necessità di elaborare un lutto per riuscire ad andare oltre la fase in cui ci troviamo. ‘Thanatology’ parla esattamente di questo: del processo che porta all’accettazione di una perdita, sia essa riconducibile al singolo individuo o ad un gruppo più allargato di persone come nel caso della società italiana”.

LE LIRICHE E I CONCEPT DEI VOSTRI LAVORI – SE CI SONO – COPRONO TEMATICHE BEN PRECISE O RICORRENTI, OPPURE DECIDETE AL MOMENTO COSA TRATTARE?
Enrico: “Non credo che i nostri testi abbiano delle tematiche ricorrenti, per lo meno non in modo intenzionale. Il momento di scrittura dei testi per me è molto viscerale e istintivo. Di solito prima scrivo e poi mi rendo conto dei temi che ho toccato e da quel momento inizio a lavorarci fino a quando non raggiungo un risultato che ritengo ottimale. Per me un testo è buono quando sento che mi colpisce allo stomaco. La maggior parte delle volte solo dopo qualche tempo che ho scritto un testo capisco veramente ciò che quelle parole stanno cercando di esprimere”.

SIETE CONTENTI DEL RISULTATO FINALE? SE POTESTE TORNARE INDIETRO CAMBIERESTE QUALCOSA?
Enrico: “Siamo assolutamente soddisfatti del risultato finale. Ovvio che con il senno di poi forse alcune cose le cambierei ma solo perchè sono un eterno insoddisfatto”.
Omar: “Avrei voluto rodare i pezzi in un contesto live prima di andare a registrare. Ma, nonostante ciò, siamo riusciti ad ottenere ad ogni modo un risultato complessivo soddisfacente”.

COME VI TROVATE CON LA RIOT SEASON? PENSATE CHE ìSBARCHERETEî MAGGIORMENTE ALLíESTERO GRAZIE A QUESTO SODALIZIO?
Enrico: “Riot Season è un’ottima etichetta. Siamo contenti e orgogliosi di essere nel suo rooster e fino ad ora tutto si è svolto nel migliore dei modi. Essendo inglese e ben distribuita, credo che sicuramente permetterà a noi e alla nostra musica di mettere il naso fuori dall’Italia più facilmente”.

SEMBRA CI SIA UN ABISSO STILISTICO TRA “THANATOLOGY” E IL PRECEDENTE “LOWEST SHARED DESCENT”. SIETE DACCORDO?
Enrico: “Concordo che ci sono delle evidenti differenze fra i due dischi. Un brano come ‘A Teardrop On Your Grave’ ad esempio costituisce una bella novità per noi. Nello stesso tempo però credo che ‘Thanatology’ nel complesso ci abbia semplicemente permesso di esplorare e approfondire degli aspetti del nostro suono che erano già presenti in ‘Lowest Shared Descent’. Pezzi come ‘Clopixol’, ‘Abyss Heart’ o ‘The Same Breath’ non li percepisco così distanti dalle atmosfere che abbiamo cercato di creare nel nuovo disco. Sicuramente in ‘Thanatology’ si è affievolita la nostra componente HC per dare spazio ad una maggiore lentezza e pesantezza. Inoltre credo che lo ‘stile’ di un gruppo sia qualcosa che vada al di là delle semplici coordinate musicali. Secondo me si sente che il risultato finale ha il nostro marchio. Abbiamo cercato di infondere nei brani di ‘Thanatology’ la stessa intensità che abbiamo messo in quelli di ‘Lowest Shared Descent’ e spero che chi ha amato il nostro primo album se ne accorga”.

PENSATE CHE IL CAMBIO STILISTICO – SE SIETE DACCORDO CHE CI SIA – ABBIA COMPROMESSO I IL GRADIMENTO DI CHI VI HA SEGUITI FINO AD ORA?
Enrico: “Sicuramente chi si aspetta un ‘Lowest Shared Descent Vol. II’ sarà deluso. Avevamo bisogno di proseguire il nostro percorso continuando ad esprimerci nel modo più libero possibile. Questo fondamentalmente è lo stesso criterio di base con il quale è stato realizzato LSD e credo che rappresenti il presupposto migliore con il quale potevamo scrivere dei nuovi brani”.
Omar: “Il cambio stilistico è una conseguenza di ciò che la vita ci pone davanti ogni giorno. Se noi stessi cambiamo, di conseguenza cambierà anche la musica che componiamo. Ovviamente è da mettere in conto che il cambiamento può anche non essere apprezzato”.

COM’Eí STATA LA RISPOSTA DEL PUBBLICO AL NUOVO ALBUM FINO AD ORA, E CHE VALENZA LE DATE?
Enrico: “Per ora la risposta del pubblico in sede live è stata ottima e la cosa non può che lusingarci. Il feedback che riceviamo ai concerti è il momento di confronto con l’esterno che teniamo maggiormente in considerazione come band”.
Omar: “In realtò Enrico voleva dire che il feedback che riceviamo ai concerti è il momento di conforto – nel senso che se finiamo i concerti in modo che poi ci sembra di vivere in un film muto, probabilmente il live è andato come doveva andare!”.

A PROPOSITO DI CAMBIAMENTI, SECONDO VOI E’ MEGLIO PERSEVERARE SENZA SBAVATURE O REINVENTARSI SBAGLIANDO?
Enrico: “Perseverare sbagliando”.
Omar: “Sbavare perseverando”.

IL NOISE ROCK ìPUROî PER VOI Eí UN CAPITOLO CHIUSO? O PENSATE CHE UN RITORNO ALLE SONORITA’ DI “LOWEST SHARED DESCENT” NON SIA DA ESCLUDERE IN FUTURO?
Enrico: “Personalmente ho sempre pensato ai Dead Elephant come a una band di musica heavy ma non ci interessa proporci come una band ‘di genere’. La musica dei Dead Elephant deve essere per natura musica ‘che libera’ prima di tutto noi che la suoniamo. Questa è la nostra unica prerogativa quando scriviamo nuovo materiale. Tentare di esprimere qualcosa di urgente, cercando di farlo nella maniera più diretta possibile. Non ci muoviamo mai in modo premeditato. Tutto si svolge in modo molto naturale e istintivo, quindi per il futuro nessuna possibilità è da escludere”.

SI SENTONO MOLTE INFLUENZE DOOM ED AMBIENT IN “THANATOLOGY”. C’E’ UN MOTIVO PARTICOLARE ALLA BASE DI QUESTI ELEMENTI SEMPRE PIU’ VISTOSI NEL VOSTRO SOUND?
Enrico: “Confrontarsi con questi linguaggi musicali è stata una scelta fortemente legata al tema che abbiamo cercato di trattare nel disco. In questo senso credo che sia stato determinante sul risultato finale il fatto di essere stati fortemente influenzati dalle marce funebri italiane per questo lavoro. Un patrimonio culturale tipico del nostro paese che calzava a pennello con lo spirito di ciò che abbiamo tentato di realizzare. A parer mio quelle sono le composizioni più doom che siano state mai partorite in Italia. Almeno nella loro essenza”.

IL TERMINE “POST-ROCK” ORMAI E’ ENTRATO NEL LINGUAGGIO QUOTIDIANO. COSA NE PENSATE? VI SENTITE VICINI A QUESTO “MOVIMENTO”?
Enrico: “In tutta onestà non mi sento parte di nessun movimento musicale. Non vedo un grande fermento in questo senso. Probabilmente se i Dead Elephant fossero stati attivi alla fine degli anni ’70 forse sarebbero stati una band punk. Ma allo stadio attuale sarebbe completamente anacronistico avere una posizione di questo tipo dato che come ‘movimento’ il punk è stato completamente assimilato dall’industria musicale al punto che è diventato un genere come tutti gli altri. Esattamente come il post rock che, a mio parere, non ha mai avuto le caratteristiche di un vero e proprio ‘movimento’ perchè non è mai stato in grado di esprimere contenuti relativi al modo di vedere e interpretare la realtà”.

PRO E CONTRO DI ESSERE UNA METAL BAND UNDERGROUND IN ITALIA. COME GIUDICATE LA SITUAZIONE DEL METAL E DEL ROCK PIU’ SPERIMENTALE NEL NOSTRO PAESE?
Enrico: “Per ora la musica estrema o sperimentale in Italia non gode di una grande diffusione, a differenza di ciò che avviene in altri paesi europei. Inoltre l’Italia non gode di un’adeguata considerazione all’estero, nonostante abbia esportato molte band valide. Credo che questo sia prima di tutto un pregiudizio culturale. La situazione italiana rispetto alle band è ottima. Ci sono molti gruppi che apprezziamo e stimiamo per il percorso musicale che stanno portando avanti”.

QUALI BAND DEL BEL PAESE APPREZZATE MAGGIORMENTE?
Enrico: “Fra quelle che sono ancora attive ai giorni nostri le prime che mi vengono in mente in questo momento sono Lento, Zu, Lucertulas, Cani Sciorrì, Treehorn, The Secret, Psychofagist, Morkobot, Ruggine, Movie Star Junkies, ma ce ne sono molte altre…”.

AVERE I GIUSTI RICONOSCIMENTI IN UN PANORAMA ODIERNO COSI’ POPOLATO COMPORTA SPESSO DEI COMPROMESSI. SECONDO VOI E’ MEGLIO RIMANERE FEDELI A SE STESSI ANCHE A COSTO DI MANCARE DELLE OPPORTUNITA’, OPPURE E’ MEGLIO ADATTARSI E CEDERE AI COMPROMESSI IN FAVORE DI MAGGIORE VISIBILITAí?
Enrico: “La propria identità non si svende. Non credo che ci siano opportunità di fare grossi soldi con la musica, soprattutto per gruppi come Dead Elephant. Il music businness com’è stato pensato fino ad oggi è fallito. E’ una nave che di fatto sta finendo di affondare…”.
Omar: “Ora come ora ho come l’impressione che ci sia una prevalenza di band che cede a compremessi in favore di una futile e soprattutto effimera visibilità. A parer mio conviene molto di piu’ essere fedeli a se stessi soprattutto perchè ne va della propria soddisfazione personale”.

COSA SCEGLIERESTE, SE VE NE FOSSE DATA L’OCCASIONE, TRA LO STARE PER MESI IN TOUR IN GIRO PER IL MONDO O LO STARE A CASA CON LE VOSTRE VITE E LE VOSTRE FAMIGLIE?
Enrico: “Non credo che qualcuno esterno alla band sia in grado di fornire questo genere di ‘occasioni’. Queste cose avvengono prima di tutto perchè hai la volontà di farle e ti metti nelle condizioni affinchè questo possa accadere, non perchè qualcuno semplicemente te le propone. Non è un premio, ma una scelta dettata dalla necessità e dal desiderio. Quello che cerchiamo di fare è effettuare delle scelte concrete e modificare il corso delle cose per farle andare dove vogliamo noi, non sperare che qualcosa accada come per magia. La speranza è solo una forma di controllo sociale, una favola che ci hanno raccontato. Qualcosa che ci hanno fatto credere per tenerci sotto controllo. Se desidereremo stare in tour per mesi non credo che qualcuno sarà in grado di impedircelo”.
Omar: “Più che di occasione parlerei di intenzione, che è legata alla volontà di ognuno. L’intenzione dei Dead Elephant tende maggiormente verso il girovagare per mesi”.

TRE ALBUM A TESTA CHE VI HANNO CAMBIATO LA VITA E PERCHE’…
Enrico: “Temevo questa domanda. E’ davvero impossibile darti una risposta esaustiva ma ci provo lo stesso: MC5 – ‘Kick Out the Jams’: uno dei primi dischi rock che ho sentito. Mi ha fatto l’effetto di un pugno in piena faccia. Rapeman – ‘Two Nuns and a Packmule’: un esempio chiarificatore della forza dirompente che può avere un power trio chitarra-basso-batteria. Mi ha aperto gli occhi a tutto un universo di musiche rock pesanti che sfuggivano ad una definizione classica. Joy Division – ‘Unknown Pleasure’: questo album mi ha fatto comprendere che era possibile esprimere attraverso la musica sensazioni che non pensavo neppure di essere in grado di provare”.
Omar: “Nirvana – ‘Nevermind’: è l’album che mi ha avvicinato alla musica rock, e in particolare alla batteria.
King Crimson – ‘In the court of Crimson King’: questo invece è stato il disco di iniziazione verso il prog, se così lo si vuole intendere in questo caso, il quale ha ampliato di ulteriori soluzioni la mia concezione di musica e il mio stile di suonare. Slint- ‘Spiderland’: è una delle prime cose che ho ascoltato che non segue fedelmente alcun clichè. E’ un album che esprime emozioni. E’ l’album che mi ha fatto capire che catalogare la musica è di per sè inutile”.

GRAZIE MILLE, RAGAZZI, SE C’E’ QUALCOSA CHE VOLETE DIRE AI LETTORI DI METALITALIA.COM, SPARATE PURE!
Omar: “Dead Elephant suck!”.
Enrico: “Credete solo a quello che vi dice la musica che sentite con le vostre orecchie”.

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