DEVIN TOWNSEND – Una fotografia lunga dieci anni

Pubblicato il 02/06/2026 da

C’è un disco che, nella discografia recente di Devin Townsend, aleggiava come una promessa: ne avevamo sentito parlare sulle nostre pagine già nel 2019, all’epoca di “Empath”, quando l’artista canadese ci confidò di stare lavorando a un album orchestrale intitolato “The Moth”. Da allora sono passati sette anni, durante i quali Devin non si è fermato un istante tra album in studio, live, improvvisazioni, progetti ambient… Eppure quel progetto ha continuato a maturare, come una falena chiusa nel suo bozzolo.
Oggi che “The Moth” ha finalmente spiegato le ali, ci sembrava doveroso tornare a parlarne direttamente con il suo autore.

Ne è uscita una chiacchierata lunga e sorprendentemente intima, in cui Devin ci ha raccontato la genesi monstre di un’opera che lo ha costretto a rimettersi a studiare da capo, a reimparare a scrivere musica, a far parlare la stessa lingua a duecento persone tra orchestra e coro. Ma ci ha aperto anche le porte del suo vissuto personale: il burnout che lo aveva portato a un passo dalla depressione e la decisione di fermarsi per rimettere in ordine la propria vita.
Perchè “The Moth”, in fin dei conti, parla di un artista che si mette a nudo e che, arrivato al culmine di un progetto durato una vita, ci confessa che il suo prossimo passo, semplicemente, sarà prendersi cura di sé e delle persone che ama. Buona lettura.

CIAO DEVIN, È UN PIACERE RIAVERTI QUI SULLE NOSTRE PAGINE. È PASSATO QUALCHE GIORNO, MA SIAMO ANCORA IN TEMPO PER FARTI GLI AUGURI DI BUON COMPLEANNO! (L’INTERVISTA SI È TENUTA L’11 MAGGIO E IL COMPLEANNO DI DEVIN È IL 5 MAGGIO, NDR)
– Yeee, ora sono vecchio! Cioè, ero già vecchio, ma ora ancora di più!

PERÒ SEI MENO VECCHIO DI QUANTO TU STESSO IMMAGINASSI: HO VISTO UN TUO POST SUI SOCIAL MEDIA IN CUI DICEVI DI AVER APPENA COMPIUTO CINQUANTACINQUE ANNI, MENTRE INVECE NE HAI CINQUANTAQUATTRO.
(Ride, ndr) Quello è stato il miglior regalo di compleanno che potessi ricevere! Ho passato gli ultimi sei mesi a pensare ‘quest’anno ne faccio cinquantacinque’ e di punto in bianco, buon compleanno, sono solo cinquantaquattro! Mi sono sentito subito più giovane!

PERFETTO. ORA PARLIAMO DEL TUO NUOVO ALBUM, MA VORREMMO INIZIARE DA QUALCOSA CHE CI DICESTI IN OCCASIONE DELL’INTERVISTA SEGUITA ALLA PUBBLICAZIONE DI “EMPATH”, NEL 2019.
IN QUELL’OCCASIONE TI AVEVAMO CHIESTO QUALCHE DETTAGLIO IN PIÙ SU UNA CANZONE, “WHY?”, CHE AVEVA UN FEELING DA MUSICAL DI BROADWAY. FU ALLORA CHE CI DICESTI COME, GIÀ DA QUALCHE ANNO, FOSSI AL LAVORO SU UN DISCO ORCHESTRALE INTITOLATO “THE MOTH”. CONTANDO DA LÌ SONO PASSATI GIÀ SETTE ANNI: È VERAMENTE UN PROGETTO CHE PARTE DA LONTANO.

– Sì, il tutto ha avuto inizio tanti, tanti anni fa, quando ero un ragazzo. Essendo cresciuto negli anni Settanta e Ottanta, sono venuto spesso a contatto con i grandi musical di quegli anni, come “Jesus Christ Superstar”, “Il fantasma dell’opera”, “West Side Story”, “Popeye”. Da bambino ne ascoltavo tantissimi, perché piacevano ai miei genitori, e quando iniziai a fare musica pensavo che prima o poi mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di simile. È stato poi una decina di anni fa che, per la prima volta, mi sono trovato a pensare di fare qualcosa di concreto in questo senso.
“The Moth” è nato così: l’avevo immaginato come un disco oscuro e complesso, tranne che per il finale. Aveva a che fare con il trauma, doveva comunque essere heavy, ma appena ho iniziato a dargli una forma ho dovuto subito accantonarlo. Mi sono accorto velocemente, infatti, che per realizzare un progetto simile dovevo innanzitutto imparare come farlo.
Non avevo mai realizzato niente di queste dimensioni: avevo già lavorato a orchestrazioni, ma di cinque-sei elementi, non di centinaia di persone. Quindi mi sono messo a studiare, ho assunto degli insegnanti che mi hanno insegnato la teoria musicale. Non l’avevo mai studiata prima, se non in maniera molto superficiale.

Non sapevo come lavorare a un progetto simile senza che mi costasse una fortuna: rischiavo di sprecare tempo prezioso in una sessione con l’orchestra, per il semplice motivo che non avevo le competenze nemmeno per comunicare con i musicisti. Per diversi anni mi sono occupato solo di quello, di riuscire a far suonare a un’orchestra “Mary aveva un agnellino” (una filastrocca per bambini molto semplice, ndr). Dopodiché ho iniziato a lavorare con certi software e con degli hardware che non avevo mai usato prima, e solo a quel punto mi sono messo davvero a pensare a come realizzare il progetto vero e proprio.
La prima cosa che ho capito è che avrei avuto bisogno di un team di persone che mi aiutassero ad articolare le varie parti mentre ero impegnato in altro, e questa è forse la cosa che mi ha portato via più tempo in assoluto. Considera che fino a quel momento non avevo ancora scritto una nota; o meglio, avevo un paio di canzoni abbozzate, ma fino a lì si trattava davvero solo di imparare.
Poi, circa cinque anni fa, dopo uno show acustico che ho fatto ad Amsterdam, mi ha avvicinato il direttore della Netherlands National Orchestra & Choir. Mi disse che potenzialmente avrebbe potuto avere accesso a dei fondi statali per un progetto orchestrale, in cui avrebbe reinterpretato in chiave sinfonica della musica del mio catalogo. A quel punto fui io a proporgli di fare invece “The Moth”, e lui, dopo un paio di giorni, accettò, a patto di riuscire a stare dentro scadenze ben precise, perché il tutto doveva combaciare con la disponibilità dell’orchestra. Io gli dissi “ma certo, perfetto!”, mentre in realtà stavo pensando “oh, merda!”. Il periodo immediatamente successivo è servito a organizzare la logistica, e poi mi sono messo a comporre la musica. È stato molto interessante perché, sai, nel frattempo andavo in tour e registravo altre cose (avrò pubblicato dieci dischi nel mezzo…): non potevo dedicarmi full time a “The Moth”.

È MOLTO INTERESSANTE IL FATTO CHE TU ABBIA, DI FATTO, DOVUTO IMPARARE COME SCRIVERE MUSICA ORCHESTRALE. PUOI DARCI QUALCHE DETTAGLIO IN MERITO? COME FUNZIONA: LA MUSICA VIENE COMPOSTA IN DIGITALE, SU DEI SOFTWARE DEDICATI, E POI TRADOTTA IN PARTITURE PER L’ORCHESTRA?
– Si può procedere in molti modi. Io avevo due arrangiatori che hanno lavorato con me. Essenzialmente mi occupavo di scrivere una linea melodica, partendo da un MIDI o anche semplicemente dalla voce, e poi passavo il tutto a loro. Quella era già la traccia musicale di base, e finché non venivano cambiati la struttura, gli accordi o la lunghezza, c’era comunque spazio per il loro intervento.
Quella che si instaura, quindi, è una collaborazione in cui io fornisco delle partiture di base e loro si occupano di orchestrarle. Me le rimandavano indietro, io le approvavo e le mandavo al direttore d’orchestra. È un metodo di lavoro stimolante, perché a volte quello che mi tornava era qualcosa che non mi piaceva del tutto, o non era come l’avevo in mente io, ma altre volte diventava a sua volta fonte di ispirazione, andando ad alimentare il progetto stesso. Fa tutto parte di quella curva di apprendimento di cui ti parlavo. È uno scambio continuo, e il bello è che la prossima volta che farò un disco orchestrale non ci vorranno altri dieci anni!

E QUINDI SONO QUESTI ARRANGIATORI CHE POI PREPARANO LE PARTITURE PER I SINGOLI STRUMENTI?
– Quella, in realtà, è un’altra persona ancora. Io e gli arrangiatori componiamo, prepariamo gli arrangiamenti e mettiamo tutto assieme; poi il lavoro passa a un’altra persona, che traduce in spartito tutte le parti orchestrali, ce le rimanda, noi le revisioniamo, vediamo se ci sono errori e diamo conferma. E così, avanti e indietro, finché non è tutto perfetto. Amico mio, non avevo davvero idea di come funzionasse questo mondo. Pensavo fosse tutto più semplice, ma non esiste un pulsante che schiacci e l’orchestra inizia a suonare…
È un processo enorme, e alla fine il manoscritto con tutte le partiture di “The Moth” era un tomo gigantesco, che oltretutto abbiamo dovuto rivedere duecento volte, il tutto con dei costi fuori di testa. Per me, alla fine, l’impegno profuso nella scrittura sarà stato del 5% rispetto a quello speso per far sì che duecento persone parlassero la stessa lingua!

QUINDI, PER CERTI VERSI, POSSIAMO DIRE CHE MOLTI PASSAGGI DELLA TUA CARRIERA RECENTE TI HANNO PROGRESSIVAMENTE PORTATO A “THE MOTH”? PENSIAMO AD ESEMPIO AL CONCERTO SINFONICO IN CUI HAI ESEGUITO TUTTO “OCEAN MACHINE”, OPPURE ALLO STESSO “EMPATH”, CHE AVEVA DELLE PARTI ORCHESTRALI PIÙ PRONUNCIATE, MA ANCHE CERTE ATMOSFERE AMBIENT CHE HAI ESPLORATO CON IL PROGETTO DREAMPEACE. “THE MOTH” È COME SE FOSSE UN ALBUM DI DEVIN TOWNSEND AL QUADRATO: C’È TUTTO QUELLO CHE CARATTERIZZA LA TUA MUSICA.
– Sì, sono tutte esperienze che si influenzano a vicenda. Però c’è una cosa che vorrei sottolineare, e cioè che io non so quello che faccio. O meglio: so come fare ciò che voglio, ma non so quello che faccio. So che è una strana dicotomia, ma una cosa che so per certo è che ogni progetto ha una conseguenza su quello successivo.
Ad esempio, se ho appena realizzato qualcosa di molto semplice, di solito, quando mi rimetto a scrivere, vengono fuori cose più complesse; se invece ho fatto qualcosa di molto complicato, il nuovo materiale tende a essere più calmo, mentre quello dopo ancora sarà più rumoroso e potente.
Ma tutto questo non succede perché decido di prendere una direzione piuttosto che un’altra: è che mi annoio a fare sempre le stesse cose. Se ho appena finito di scrivere un disco heavy, la mia reazione è “dio mio, ho bisogno di una pausa”. Il risultato di tutto questo è che la mia carriera, la mia vita, tutti gli album, sono connessi in un unico processo.

CON UNA GENESI COSÌ LUNGA, TI SEI MAI TROVATO A RICOMINCIARE DA CAPO SU UNA O PIÙ CANZONI PERCHÉ, CON IL PASSARE DEL TEMPO, TU STESSO ERI CAMBIATO E QUINDI QUELLO CHE TI ENTUSIASMAVA TRE ANNI PRIMA POI TI ERA VENUTO A NOIA?
(Ride, ndr) Ogni giorno! E se pensi al numero di cambiamenti che accadono non solo nelle nostre vite, ma proprio nel mondo, letteralmente in una settimana, è qualcosa di straordinario. Ora pensa a dieci anni… La mia vita è cambiata tre o quattro volte nel mezzo. Quindi quello che ho scelto di fare è stato tenere dei paletti, dei punti fermi, per “The Moth”. Qual è il tuo obiettivo per questo disco? Cosa stai cercando di fare? Bene, vuoi scrivere un musical, una heavy metal opera; la vuoi complessa, deve avere una certa atmosfera, e così via.
Quando ho avuto l’idea per “The Moth” avevo chiare delle sensazioni, ed è quelle che ho tenuto come punti fermi; però mi è capitato di lavorare su qualcosa anche per tre mesi e poi dover cestinare tutto.
Tempo fa stavo tenendo un seminario e qualcuno mi ha chiesto se avessi qualche consiglio da dare a chi volesse cimentarsi in un lavoro del genere. Ho risposto che, secondo me, è importante imparare che ci sarà sempre qualcosa che andrà storto, qualcosa che andrà a rotoli; perché se non ne sei consapevole, il rischio è di avere sempre paura di investire tempo ed energie in qualcosa che potrebbe fallire. Così non ci provi nemmeno, e questo ti impedisce di raggiungere ciò che c’è OLTRE il fallimento, dove invece sta il successo. Devi avere la volontà di provarci, con tutto il cuore, sapendo che potrebbe anche non funzionare. Non è una cosa da poco, e ci sono tante persone che semplicemente non ci riescono, che di fronte a questo rischio dicono “no, non posso farlo”. Io, invece, riesco a tollerare un certo senso di fallimento, o come vogliamo chiamarlo. Fa parte del mio lavoro, e va bene così.

LA METAFORA DIETRO A “THE MOTH” È ABBASTANZA CHIARA: È UN DISCO CHE PARLA DI METAMORFOSI, DI TRASFORMAZIONE INTERIORE. MA C’È ANCHE UNA STORIA VERA E PROPRIA NEL DISCO, OPPURE I BRANI HANNO TESTI PIÙ A CARATTERE FILOSOFICO?
– Sì, diciamo che “The Moth” funziona su due piani di lettura. Da una parte è come se fosse un film in formato audio, che parla di un artista, che sarei io, almeno in questa prima versione. Io ricopro il ruolo, ma non è che parli espressamente di me: parla di un artista, uno qualunque, che si ritrova bloccato a causa di processi mentali da cui non riesce a staccarsi, e che, quando finalmente ci riesce, si rende conto che la possibilità di uscire da quel sentiero era sempre stata a sua disposizione. Gli serviva solo un po’ di compassione e di amore verso se stesso. Questa è la chiave di lettura più universale; poi però c’è una trama vera e propria, con un manoscritto che abbiamo preparato e che usa la metafora del viaggio dell’eroe.
È una storia in dodici parti, che parla di un protagonista di nome Orion, di un antagonista che si chiama Tick, di due Regine a capo di altrettante fazioni in guerra… Quindi, da una parte sì, c’è una storia vera e propria, ma dall’altra si tratta solo del dialogo interno di una persona che vive la sua vicenda personale.
La storia, però, non sarà inclusa nel disco, perché già così è stato abbastanza complicato: ho solo creato l’ambientazione, e tutto ciò che chiedo al pubblico è di seguire la storia attraverso i testi delle canzoni; non ho voluto complicare troppo le cose. Se poi “The Moth” dovesse avere abbastanza successo e le persone volessero vederne una rappresentazione dal vivo, allora sì, la storia completa ce l’abbiamo. Se invece non sarà un successo, pazienza: sarà solo un altro disco.

SAREBBE BELLO UN INTERO SPETTACOLO…
– Beh, sì, noi abbiamo tutto, e con i giusti investimenti potremmo farne uno spettacolo davvero bello; ma non voglio essere così arrogante da pensare che questa storia meriti per forza un tipo di rappresentazione del genere. Se ci saranno le opportunità, saremo pronti.

NELLE NOTE INTRODUTTIVE ALL’ALBUM LEGGEVAMO CHE INIZIALMENTE IL DISCO AVREBBE DOVUTO CHIUDERSI CON UNA NOTA PIÙ IRONICA, QUASI A STEMPERARNE LA SERIETÀ. POI HAI CAMBIATO IDEA: COME MAI?
– La prima cosa che prendo in considerazione, oggi, prima di iniziare un nuovo progetto, è se ci credo o meno, se posso supportarlo al meglio e se posso essere credibile nel raccontarlo, qualora gli altri non dovessero capirlo. L’obiettivo primario, per me, è essere d’aiuto alle persone, non distruttivo. Voglio che quello che faccio, anche se si tratta di musica oscura, sia in un certo senso al servizio degli altri, e non peggiori ulteriormente le cose.
All’inizio, quando scrivo, mi limito a fare ciò che viene spontaneo in quel momento, senza pensarci troppo, senza prendermi responsabilità. Lo stesso è successo con “The Moth”, che aveva un finale più sarcastico, quasi nichilista, ok? Ma ben presto mi sono reso conto di quanto lavoro sarebbe costato realizzarlo, e ho iniziato a domandarmi se avesse senso riversare così tante energie in quel genere di messaggio. Se il messaggio che vorrei tradurre in forma artistica diventasse “siamo tutti fottuti, fregatene, non provarci nemmeno”, perché dedicarci così tanto impegno? Quindi mi sono dovuto fermare e chiedermi: è davvero questo in cui credi, o sei solamente stanco?
È stato allora che ho capito che quella era l’occasione per veicolare un messaggio diverso, ed era importante cambiarlo in qualcosa che non fosse sarcastico, che non avesse una morale, un messaggio, una missione… Quello che volevo dire, in realtà, è soltanto che non abbiamo risposte certe: siamo esseri umani. Altro non sappiamo. Ed è diventato un concetto su cui mi sentivo di investire molte energie, perché è una dichiarazione che posso sostenere. Se qualcuno mi fermasse e mi dicesse “ehi, quindi quello che vuoi dire, alla fine, è che non sappiamo niente?”, gli risponderei “sì, è esattamente così”. Non ne so un cazzo di niente.
Pensa invece se l’ultima canzone fosse una lista di cose che, secondo me, l’umanità dovrebbe fare per convivere serenamente, o cose di questo genere, e qualcuno mi chiedesse di spiegargliele: gli direi “oh no, non sono qualificato per fare una cosa del genere”. Ed è vero, non lo sono affatto.
Ho le mie esperienze soggettive, certo, ma il rischio era di prendere queste esperienze personali e trasformarle in qualcos’altro, quasi come se fossi un predicatore. Per tutto il tempo, invece, ho continuato a confrontarmi con le persone che mi hanno aiutato nella stesura di questa narrazione, per assicurarmi che non fosse così. Chiedevo: ma ha senso per te questa cosa che ho scritto? Ti sembra troppo arrogante, troppo pretenziosa? Volevamo solo essere sicuri che, in qualunque modo fosse finita questa storia, avremmo potuto difendere ciò che avevamo scritto. È questo il motivo per cui ho voluto cambiare il finale.

CHIARISSIMO, DEVIN. TORNANDO INVECE ALLA PARTE MUSICALE, NELL’ALBUM CI SONO DIVERSI OSPITI. C’È ANNEKE, CHE ORMAI È QUASI UNA PRESENZA FISSA NEI TUOI ALBUM E CHE HA FATTO UN LAVORO STRATOSFERICO, COME AL SOLITO; MA VORREMMO CHIEDERTI DI UN’ALTRA OSPITE, LYNN WU DEGLI OU. IL LORO DISCO, AL QUALE HAI COLLABORATO ANCHE TU, È ECCEZIONALE, E LEI È UNA CANTANTE DI INCREDIBILE TALENTO. COME SEI FINITO A COLLABORARE CON UNA BAND CINESE?
– Perché è musica interessante! Vedi, quando la gente mi manda della musica da ascoltare, nella maggior parte dei casi è musica che mi ricorda altro. Mi dicono “ehi, prova ad ascoltare la mia musica”, e io penso: questi sembrano gli Opeth, questi i Meshuggah, questi i Tool, e così via. È raro che mi capiti qualcosa di innovativo, e questo lo rende immediatamente interessante, perché che senso ha sprecare tante energie per creare qualcosa che già esiste? Qualche giorno fa, appunto, una band mi ha mandato del materiale e sembrava davvero di sentire i Tool: ho pensato che, anche se avessimo fatto qualcosa di fantastico, sarebbe stato comunque già sentito. Ecco perché non faccio molta musica con altri artisti: non perché non ce ne siano di bravi, solo che non sono la persona giusta per loro.
Quando invece gli OU mi hanno mandato le loro canzoni, le ho trovate subito interessanti. C’erano alcuni rimandi, ma mai troppo evidenti, e poi, ovviamente, c’era la voce di Lynn. Ha delle capacità aliene. In origine, quando stavamo iniziando a lavorare a “The Moth”, la parte della Musa era affidata a una ragazza molto giovane, ma poi abbiamo dovuto rinunciare perché, che tu ci creda o no, non riuscivamo a incastrarci con i suoi impegni scolastici!
Quindi ho dovuto cercare in fretta qualcun altro e, casualmente, avevo appena finito l’album con gli OU: così l’ho proposto a Lynn. Vuoi sapere una cosa divertente?

CERTO!
– Mi è capitato di visitare la Cina, ho collaborato con aziende cinesi, è un paese che mi piace molto. Hanno una cultura molto interessante, le persone sono molto piacevoli, ma, ecco, io non so una parola di cinese! Giusto “xie xie”, grazie. E anche Lynn sa dire soltanto “grazie” in inglese. Quindi io avrei dovuto spiegarle quale fosse il suo ruolo e come avrebbe dovuto interpretarlo, e lo facevamo attraverso le app di traduzione simultanea sullo smartphone.
Le dicevo: ecco, in questo punto la Musa dovrebbe guardare Orion, dovresti avere questo tipo di reazione, e lei ascoltava la traduzione in mandarino. Poi lei mi faceva delle domande e io le ascoltavo in inglese, e così via! È stato tutto molto divertente.
Anche quando abbiamo fatto il concerto con l’orchestra, abbiamo dovuto metterle negli auricolari una traccia in mandarino, che partiva tre minuti prima del suo ingresso e le raccontava cosa stesse facendo o dicendo il mio personaggio in inglese. La cosa bellissima che ne è emersa è che le tematiche del disco le erano assolutamente familiari, e lei le ha fatte subito sue, perché ci sono concetti simili anche nel buddismo e, in generale, nella società cinese. Quindi, in un certo senso, eravamo sempre connessi da un punto di vista artistico, pur senza poterci capire a parole.

“THE MOTH” È CHIARAMENTE UN DISCO CHE TROVA LA SUA DIMENSIONE IDEALE QUANDO VIENE ASCOLTATO PER INTERO: NON È UNA RACCOLTA DI CANZONI. PERÒ, SE CI CONCEDI UN PARAGONE CON LA TRADIZIONE ITALIANA DELL’OPERA, CI SONO DIVERSE ARIE DIVENTATE CELEBRI A PRESCINDERE, COME AD ESEMPIO IL “NESSUN DORMA” DI PUCCINI. SECONDO TE, IN “THE MOTH” C’È UN BRANO CHE POTREBBE AVERE UN PERCORSO SIMILE, MAGARI DIVENTANDO UN PUNTO FERMO DEI TUOI CONCERTI TRADIZIONALI?
– Sì, o meglio: per certi versi tutte le canzoni potrebbero avere una vita propria fuori dall’opera. Se dovessi sceglierne una, probabilmente sarebbe “Lexin”, che però non ha quasi nulla di orchestrale: è una strana canzone metal mescolata con l’elettronica… forse anche “Home At Night”, “Orion” o “Stained Hearts”
…Sai cosa? Questo è stato davvero il mio primo tentativo: ci ho messo dieci anni anche solo a capire come far funzionare la logistica, e ho imparato tantissimo. La prossima volta non ci metterò così tanto e, chissà, magari metterò dei prerequisiti perché le canzoni possano essere adattate ai concerti; ma per questa volta sono contento così, anche solo perché alla fine tutto funziona.

ARRIVARE ALLA CONCLUSIONE DI UN VIAGGIO COSÌ LUNGO DEVE LASCIARE UNA STRANA SENSAZIONE. SE PER CERTI VERSI QUESTO DISCO PUÒ CONSIDERARSI IL VERTICE DEL TUO PERCORSO ARTISTICO DEGLI ULTIMI ANNI, QUALI NUOVI OBIETTIVI TI STAI PONENDO PER IL FUTURO? ESISTE GIÀ QUALCOSA CHE POSSA DIVENTARE IL TUO PROSSIMO “THE MOTH”?
– La salute. Penso che sia questo il mio prossimo progetto. È raro che io pensi alla mia musica in termini di pianificazione, quindi non lo so. So che vorrei rifare qualcosa di simile in futuro, so che voglio seguire i miei interessi e so anche che i miei interessi possono variare velocemente.
Ecco perché non spreco molto tempo a fare piani per il futuro; ma sicuramente voglio concentrarmi sulla mia salute fisica e mentale. Vorrei impegnarmi affinché, in un mondo così caotico e squilibrato, io possa prendermi cura di me, del mio corpo, della mia famiglia, dei miei amici. E se, nel farlo, nascerà della buona musica, beh, fantastico!

IN EFFETTI, TEMPO FA AVEVI ANNUNCIATO CHE TI SARESTI PRESO UNA PAUSA ANCHE DALL’ATTIVITÀ LIVE. UNA PAUSA CHE, TRA L’ALTRO, È GIUNTA A TERMINE, VISTO CHE HAI ANNUNCIATO UN TOUR. PERCHÉ AVEVI SENTITO QUESTO BISOGNO?
– Voglio essere onesto: ero andato in burnout. E il burnout non è una cosa da prendere sottogamba, non te ne liberi schioccando le dita. Se sai un po’ come funziona, in questi casi è proprio una condizione patologica, uno scompenso chimico che ti porta alla depressione, e io stavo andando in quella direzione. In più si sono sommate tante altre cose: i miei ragazzi se ne sono andati di casa, mi sono separato da una relazione che durava da tanto, i miei genitori hanno avuto problemi di salute, e anche i miei cani, ho avuto pure qualche problema finanziario… Insomma, ero stato così tanto in tour e alla fine dovevo stare dietro a così tanta merda che mi sono detto: se non mi prendo almeno un anno per mettere a posto tutti questi casini, non sarò mai in grado di godermi il fatto di andare in tour. E l’ho fatto: sono tornato a casa e ho provato a risolvere quello che poteva essere risolto.
Ora, con “The Moth” in uscita e il potenziale che potrebbe avere dal vivo in futuro, ho pensato di provare a fare qualcosa di diverso: volevo provare a rappresentare quello che faccio, e anche a spiegarlo, in un contesto più intimo.
Non ci crederai, ma l’ispirazione mi è venuta dal video di uno di quegli artisti di strada che fanno la one-man band: c’era questo tizio che si era costruito tutto un sistema di leve, con la batteria sulle spalle, e suonava con tutto il corpo, con le ginocchia, con le braccia… Ho pensato che sarebbe stato divertente! Ho provato a immaginare come realizzare qualcosa di simile, ma in digitale.
Penso che sarà un bel modo per presentarmi nuovamente di fronte a un pubblico, e sarà qualcosa che le persone non avranno mai visto. Era arrivato il momento di tornare: sono uscito da questo periodo buio, ho risolto un po’ dei miei problemi, sia familiari che economici, e mi sento pronto.

UN’ULTIMA DOMANDA, DEVIN. L’UNIONE TRA LA MUSICA ROCK (O METAL) E QUELLA ORCHESTRALE HA PRODOTTO ALCUNI RISULTATI STRAORDINARI NELLA STORIA. QUALI SONO I MIGLIORI, SECONDO TE?
– Ce ne sono tantissimi! Però l’importante è che non sia come in quei casi in cui l’orchestra viene semplicemente appiccicata sopra a qualcosa che già esiste. Ti faccio un esempio: quello che fece Michael Kamen con “Comfortably Numb” (dei Pink Floyd, ndr) diventava parte della canzone stessa, mentre l’uso dell’orchestra in “S&M” dei Metallica, alle mie orecchie, suona come qualcosa di separato.
Esempi in cui questi due linguaggi si uniscono davvero sono molti dei musical degli anni Settanta, come “Jesus Christ Superstar”; ma anche nel metal: ricordo che la prima volta che ascoltai quello che fanno i Dimmu Borgir pensai che fosse figo.
E possiamo trovare ottimi esempi lungo tutta la storia del rock: “Live And Let Die” di Paul McCartney, ad esempio. Penso che il motivo per cui la musica heavy metal può essere complementare a quella orchestrale sia che fa qualcosa, alle basse frequenze e all’intensità, che non puoi ottenere unicamente con le parti orchestrali, quantomeno non in quel modo. Credo ci sia molto potenziale per far coesistere questi due mondi: è stato solo il mio primo tentativo.

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