DHG – Black Mental

Pubblicato il 25/04/2007 da
 
 
Disperavamo della rinascita dei DHG (ex Dodheimsgard) e il fatto stesso che la band capitanata da Yousaf Parvez avesse deciso di tornare sulle scene ci era sembrata un’ottima notizia. Un album come “Supervillain Outcast” è una notizia ancora migliore. Abbiamo parlato con il leader della band di come si faccia a realizzare un disco tanto interessante dopo otto anni di stop.
 

COME MAI CI SONO VOLUTI OTTO ANNI PER DARE UN SUCCESSORE A “666 INTERNATIONAL”?
“So che può sembrare strano, ma l’album è pronto dal 1999. Sarebbe dovuto uscire prima di “666 International”, ma poi le cose sono cambiate e questo è stato rimandato. Pensavo comunque che “Supervillain Outcast” sarebbe stato pronto per essere stampato entro due anni dall’uscita di “666 International”, ma ancora una volta ci sono stati dei contrattempi e non tutto è andato come doveva. In ogni caso credo che tutto ciò che ha a che vedere con l’arte dovrebbe avere una vita propria e non dovrebbe poter essere controllato. Così è stato per questo album; ci sono voluti otto anni, ma il risultato mi soddisfa appieno.”
 
IMMAGINO CHE ALCUNI BRANI SIANO MOLTO VECCHI E ABBIANO SUBITO DIVERSE RISCRITTURE…
“Alcune canzoni risalgono al 1998. I pezzi più vecchi sono stati cambiati molto poco negli anni; credo di aver sviluppato una specie di affezione per quei brani e faccio fatica a ritoccarli. Ho lavorato molto di più sui pezzi più recenti.”
 
NON SENTI LA NECESSITÀ DI PRODURRE UN ALBUM DEL TUTTO NUOVO, CON MUSICA COMPOSTA SOLO NELL’ULTIMO PERIODO?
“Credo di trovarmi nella situazione ideale ora. Dalla mia prospettiva “Supervillain Outcast” è un disco che suona come tutto quello che abbiamo fatto finora e che aggiunge qualcosa. Forse si tratta del disco giusto al momento giusto. Dopo otto anni mi è sembrato giusto produrre un album che avesse il suono dei DHG ma che non fosse riconducibile a un periodo particolare della nostra produzione. Ho già pronto il nuovo album e anche questo sarà al contempo simile e diverso dagli altri. Come ti dicevo, questa è la situazione ideale: ho appena fatto un disco che credo sia il migliore della mia carriera, ma mi sento in grado di farne uno ancora più bello. Per un artista è la posizione migliore.”
 
MI SEMBRA CHE LA STRAVAGANZA DI “666 INTERNATIONAL” SIA STATA IN QUALCHE MODO IRREGIMENTATA IN QUESTO NUOVO DISCO…
“Dopo un disco come “666 International” non avevo intenzione di pianificare niente, perché con un disco così particolare alle spalle, ogni tipo di progetto sarebbe stato disonesto. Mi sono detto: ‘Yousaf, non programmare niente, fallo e basta!’.”
 
I CAMPIONI SONO STRAORDINARI E ANCHE LA PRODUZIONE MI SEMBRA PERFETTA PER UN ALBUM DI QUESTO TIPO; COME HAI LAVORATO SU QUESTI ASPETTI?
“Per “666 International” avevo assunto una persona perché si occupasse delle parti elettroniche e dei samples, mentre per questo nuovo lavoro ho fatto tutto io e ho dovuto imparare a farlo. Credo che gli effetti e i campioni suonino più organici, forse anche perché sono entrambi una mia creatura. Trovo che il suono sia più coeso e che le chitarre e gli effetti lavorino veramente insieme anziché essere due cose interessanti che accadono in contemporanea. Per quanto riguarda la produzione, credo di aver realizzato un album che suona come piace a me: gli strumenti hanno il proprio spazio ma suonano bene insieme. A un certo punto della lavorazione ho capito che solo io avrei potuto mixare questo disco, perché continuavo ad aggiungere canali, effetti e strumenti in un ordine che era chiaro solo a me!”
 
POSSIAMO DIRE CHE IL RISULTATO FINALE SIA QUINDI ESTREMAMENTE VICINO ALLA TUA VISIONE INIZIALE?
“Sì, è così. Trovo interessante l’aspetto della produzione e della registrazione. La musica non è solo suonare la chitarra o la batteria. Credo sia importante anche mettere i vestiti giusti alla propria musica; per questo credo che il mixaggio sia un momento importantissimo.”
 
QUALE PENSI SIA IL PRINCIPALE MESSAGGIO DELL’ALBUM?
“L’album parla dell’autorealizzazione e della soddisfazione dei propri desideri. Si tratta di realizzare il proprio potenziale, sfruttare al massimo sé stessi anziché accontentarsi del proprio posto in una società che si basa sul

l’autoconservazione e sull’istituzione dello status quo. Si nasce per devolvere la vita al governo: si lavora sessant’anni e poi si va in pensione. Per me l’arte è un punto di vista diverso su questa situazione: è la dimostrazione che c’è anche altro. Assumendosi le proprie possibilità è possibile vivere per sé stessi e realizzarsi pienamente.”

 
SEMBREREBBE CHE L’ASPETTO SATANICO/THELEMICO SIA ANCORA IMPORTANTE A LIVELLO CONCETTUALE…
“I DHG rappresentano un mezzo per esprimere pensieri. Non pensieri specifici né lezioni di vita o affermazioni nette. Personalmente mi ritengo un satanista, ma non credo che questa cosa influenzi la band più di tanto. Per me essere satanisti significa anche non cercare di evangelizzare il prossimo. Un sistema spirituale deve essere personale e basato sulla vita del singolo. Il mio sistema di valori è inapplicabile, ad esempio, alla tua vita per una ragione molto semplice: siamo due persone diverse.”
 
A UN LIVELLO SUPERFICIALE, I TESTI RACCONTANO DI SUPEREROI E SUPERCATTIVI PIUTTOSTO SUI GENERIS…
“Non scrivo personalmente i testi, ma mi occupo del concept. Credo che in questo caso, con i supereroi e il tema fumettistico, ci sia molto spazio per l’ironia. Ad esempio la dicotomia tra supereroe e supercattivo ha per me grandi potenzialità. Immagina la scena di un fumetto: una ragazza viene violentata e il supereroe arriva e picchia lo stupratore. Una scena classica. Ma cosa succede se, dopo aver sconfitto lo stupratore, il supereroe decide di violentare la ragazza? Credo che contraddizioni di questo tipo possano spiegare molto del nostro mondo: proviamo a costruire strutture mentali in cui i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi, ma alla fine tutto si rimescola. Il nostro mondo è misterioso e casuale e credo che il caos si generi proprio a causa del nostro tentativo di strutturare la casualità.”
 
SIAMO NELLE MANI DEL CAOS, LA RELIGIONE E LA SCIENZA NON SERVONO A NIENTE…
“Credo di sì e credo che sia importante prendere le proprie decisioni nonostante il caos e la casualità. Più si lavora su sé stessi e sulle proprie potenzialità e più si determina il proprio destino.”
 
PENSI CHE LA GENTE VI PERCEPISCA COME UN GRUPPO “INTELLETTUALE”?
“Le recensioni dei nostri album sono sempre piuttosto filosofiche. I giornalisti cercano di vedere le cose dalla mia prospettiva ed è una cosa che mi onora. Se leggo le recensioni di un gruppo come i Motorhead, tutte dicono le stesse cose: la batteria suona così, la chitarra è troppo alta e cose di questo tipo. Sono contento che per noi l’approccio sia diverso.”
 
PRIMA PARLAVI DELL’ASSENZA DI UN PARADIGMA, DI UN CANONE. CREDO CHE IL BLACK METAL SI SIA SOSTANZIALMENTE INVOLUTO PROPRIO PERCHÉ SI È CREATO UN PARADIGMA ALL’INTERNO DELLA SCENA, UN LUOGO COMUNE AL QUALE CONFORMARSI…
“Sono d’accordo. Ed è un enorme controsenso, perché agli albori del black metal norvegese, tutti volevano affermare la propria personalità. I Mayhem avevano un suono, gli Emperor un altro e gli Enslaved un altro ancora. Tutti si preoccupavano di valorizzare la propria identità. A quel punto però sono nate molte band che pensavano di aver trovato nel black metal un paradigma al quale aggrapparsi. Credo che oggi il black metal sia in realtà la negazione di sé stesso. Il black metal è nato per esaltare l’individualismo, la creatività e la realizzazione di sé, per celebrare l’unicità. La rete di persone interessate al black metal ha creato un mercato e inevitabilmente, con l’espandersi di questo mercato, siamo stati tutti manipolati dalle sue regole.”
 
MI SEMBRA UNA TENDENZA PROPRIA DI TUTTE LE SCENE E A TUTTE LE CORRENTI ARTISTICHE “POPOLARI”…
“Credo sia inevitabile, ma d’altra parte questo crea un’ulteriore opportunità di ribellione e di opposizione. Si tratta di un equilibrio che si rinnova di continuo e che ci permette di non vivere in un mondo noioso. Sono fiero di stare dalla parte dei ribelli e della minoranza. Sono fiero di rappresentare i più importanti nell’equazione ma i meno importanti per numero.”
 
CREDI CI SIA QUALCHE BAND ALL’INTERNO DELLA SCENA BLACK METAL CHE, PER USARE LA TUA ESPRESSIONE, STA CON VOI DALLA PARTE DEI RIBELLI?
“No e non perché noi siamo particolarmente intelligenti o all’avanguardia. La scena si è ramificata in direzioni che non mi interessano. I musicisti sono molto attenti alla propria carriera, mentre quando è uscito il nostro primo album, non sapevamo nemmeno cosa significasse la parola carriera.”
 
I DHG VIVONO COMUNQUE LA CONTRADDIZIONE DI DOVERSI ASSERVIRE AD ALCUNE REGOLE DI MERCATO: PROMOZIONE, INTERVISTE, MYSPACE…
“In realtà non sono contro il mercato né mi dispiacerebbe vendere due milioni di dischi. Mi interessa l’onestà a dispetto di tutto. Non apprezzo chi plasma le proprie espressioni nel tentativo di raggiungere un certo obbiettivo in termini di carriera. Significa svilirsi. La musica che ha veramente cambiato le cose nella storia è stata quella che nessuno voleva.”
 
COME CI SI SENTE A RITORNARE SU UN PALCO DOPO QUASI DIECI ANNI?
“Sono vecchiotto e le mie ginocchia non sono quelle di dieci anni fa. Sono quasi caduto dal palco durante uno show in Olanda. Se non fai headbanging per dieci anni e poi ricominci di colpo, possono succederti brutte cose. In realtà ci divertiamo molto. Credo che si tratti di una sensazione irripetibile: ricreare la propria arte in modo del tutto transitorio, in un contesto che è qui e ora e che scomparirà per sempre. Si tratta di un’esperienza personale e dinamica che adoro. Pensa a quanto un concerto può influenzare le persone, alla potenza di questo rituale. Pensa al tizio che è salito sul palco e ha sparato a Dimebag; questo è il potenziale di un concerto. Amo la possibilità di invadere la vita della gente con la mia arte.”
 
SENTI MAI LA RESPONSABILITÀ CONNESSA AL FATTO DI TOCCARE IN MODO COSÌ PROFONDO I FANS?
“Non mi sento responsabile, perché io voglio agire sulla vita delle persone e non è una cosa per la quale mi sento in colpa. D’altra parte, l’ascoltatore ha la facoltà di mettersi nelle condizioni di essere colpito: comprare il disco, comprare il biglietto di un concerto, seguire una band. Credo che si tratti di una responsabilità che abbiamo sia noi che gli ascoltatori.”
0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.