DIĜIR GIDIM – Una magnifica cripta di stelle

Pubblicato il 11/01/2023 da

Il ritorno del misterioso progetto Diĝir Gidim, sul finire dello scorso anno, è coinciso con un piccolo exploit per il panorama black metal italiano. Un’opera nel quale il duo composto da Utanapištim Ziusudra (strumenti) e Lalartu (voci), già autore di un solido esordio nel 2017, ha saputo mettersi in mostra attraverso un distillato di suoni avvolgenti e siderali, frutto dell’incontro tra un certo tipo di scuola degli anni Novanta (dagli Emperor ai Blut Aus Nord) e un approccio più moderno, progressivo e venato di etnicismo (impossibile, in questo senso, non pensare ai Cult of Fire o ai ‘cugini’ Death Karma), che non a caso ha portato anche la critica internazionale a puntare gli occhi sulla band e sul suo immaginario mesopotamico. Anche spogliato della sua componente misterica, comunque, sempre utile di questi tempi per innescare l’hype, “The Celestial Macrocosmic Scale and the Shimmering Path of the Supreme Regulator” è e resta un ottimo disco di black metal melodico e atmosferico, consigliato a tutti coloro che vedono nel metal estremo un mezzo grazie a cui viaggiare con la fantasia, motivo per cui ci è sembrato quantomeno doveroso provare a contattare i due schivi musicisti…


BENVENUTI SULLE PAGINE DI METALITALIA.COM. PRIMA DI ADDENTRARCI NELLA DISANIMA DEL NUOVO DISCO, FACCIAMO UN PASSO INDIETRO E RIPERCORRIAMO LA GENESI DEL PROGETTO DIĜIR GIDIM. QUANDO, COME E PERCHÉ AVETE DECISO DI UNIRE LE FORZE E DARE VITA A QUESTA ENTITÀ MUSICALE?
Utanapištim: – Diĝir Gidim nasce nel 2014 dall’esigenza reciproca di poterci esprimere liberamente, non soltanto da un punto di vista musicale, ma anche per ritrovare una nostra dimensione di equilibrio interiore. Dopo un confronto, abbiamo appurato che il modo migliore per esorcizzare alcuni momenti difficili vissuti da entrambi in passato fosse quello di intraprendere un viaggio artistico e introspettivo. Per compierlo, dovevamo tornare a sentirci realmente collegati con noi stessi, saper accettare il buio e la luce, attraverso un concept che ci riportasse al primordiale, distaccandoci dalla realtà spersonalizzante che ci circonda. L’ego, la maschera che indossiamo quotidianamente, viene alimentata dalle continue contaminazioni che la società ci sottopone. L’Arte tutta, ma in questo caso la musica, ci distoglie da questa alienazione quotidiana. La scelta di includere tematiche basate sull’antica Mesopotamia (anche reinterpretate, in alcuni casi) ci lega totalmente a questo viaggio primordiale, dato che tali civiltà possono essere viste come il principio di tutto.

COME VEDETE OGGI IL VOSTRO ESORDIO “I THOUGHT THERE WAS THE SUN AWAITING MY AWAKENING”? IN CHE MODO PENSATE SI DIFFERENZI DAL NUOVO ALBUM DA UN PUNTO DI VISTA CONCETTUALE E STILISTICO?
Utanapištim: – Come dicevo, il nostro primo lavoro ha avuto un’importanza fondamentale. Passando però a un’analisi musicale, esso esprime un concetto di Caos totale. È un lavoro molto istintivo, che rispecchia pienamente lo stato interiore in cui mi trovavo. In quel contesto, il Caos era prevaricante. Il preludio della fine di una stella nel cosmo, che aspetta di rinascere a nuova vita. Da qui, è evidente il motivo per cui fosse così schizofrenico, oscuro e intrinsecamente dissonante. Allo stesso tempo però, se paragonato al nostro ultimo lavoro, lo trovo più immaturo. Anche il nuovo album presenta delle parti simili, ma ha anche delle sezioni più eteree, oltre a comunicare meglio quelle che sono le nostre idee musicali. Vi percepisco più equilibrio e consapevolezza, che è proprio ciò che entrambi, individualmente, abbiamo raggiunto in questi cinque anni. È un viaggio segnato dall’alternanza fra castigo ed elevazione. Per quanto riguarda l’aspetto concettuale, ho lasciato completamente le redini a Lalartu, che ha subito compreso bene le mie (poche) indicazioni e intenzioni, lasciandosi trasportare dalla musica. Aggiungo che, a parer mio, ha svolto un ottimo lavoro.
Lalartu: – “I Thought…” può essere certamente categorizzato come un primo atto dedito a spianare la strada a “The Celestial…”, ma nonostante l’attitudine del progetto sia rimasta sostanzialmente integra, non si può negare che ora vi sia una più intensa e solida comunicazione con l’ascoltatore. Abbiamo, in modo del tutto naturale e ispirato, sia da un punto di vista musicale che lirico, ‘smussato’ e ‘umanizzato’ il nostro linguaggio, pur mantenendo comunque intatti i nostri iter comunicativi. Semplicemente, Utanapištim si è occupato di tessere egregiamente la veste a cui io poi ho dato la parola. Nessuno di noi interferisce nell’operato dell’altro, non ve n’è ragione. Quando Utanapištim mi ha consegnato il suonato, tutto era già perfetto; ho dovuto solo scrivere i testi e riprodurli in studio. L’intero processo è stato molto naturale. Nei Diĝir Gidim funziona così.

ARRIVIAMO QUINDI A PARLARE DI “THE CELESTIAL…”. IL DISCO SI CARATTERIZZA PER UN FORTE INCREMENTO DELLA COMPONENTE MELODICO-ATMOSFERICA (IN UN’ACCEZIONE VICINA A CERTI CLASSICI DEGLI ANNI NOVANTA); SI È TRATTATO DI UN PASSAGGIO NATURALE O IL TUTTO È FIGLIO DI UNA PIANIFICAZIONE DI FONDO?
Utanapištim: – È stato un passaggio naturale, che si è poi sviluppato ulteriormente durante la composizione in un arrangiamento più pianificato. Ho composto e registrato la parte strumentale in due mesi, ma di base tutto quello che si sente nell’album fa parte del nostro bagaglio musicale. In passato, anche se in maniera più acerba, sono stato il principale compositore di progetti dall’animo melodico, motivo per cui il tutto è avvenuto con molta naturalezza. Non siamo ragazzi. Sulle spalle (chi più, chi meno, fra noi due) abbiamo una certa esperienza. Amiamo molti i grandi classici, senza però avere una mentalità ottusa. Nutriamo un grande amore per la musica e siamo persone di ampie vedute. Questo penso sia un punto di forza della nostra collaborazione. Provenire da un periodo storico in cui la musica si scopriva tramite lo scambio di parola e musicassette, in cui ci voleva reale passione, ci tiene ancorati stilisticamente a quel periodo.

OLTRE ALLA BONTÀ DELLA SCRITTURA, CREDO CHE UNO DEI PUNTI DI FORZA DI “THE CELESTIAL…” SIANO LE VOCI DI LALARTU…
Utanapištim: – Per quanto mi riguarda, pur rispettando le opinioni di tutti, credo che Lalartu sia uno dei migliori cantanti del panorama estremo. A dire il vero apprezzo molto anche il suo cantato in pulito, tanto che ho insistito parecchio affinché ne facesse uso sul secondo atto del nuovo album. È estremamente versatile, professionale e affidabile.

A GIUDICARE DAL NUMERO DI COMMENTI E RECENSIONI ONLINE, SEMBRA CHE IL NUOVO LAVORO STIA SUSCITANDO UN CERTO INTERESSE. VI ASPETTAVATE QUESTA ACCOGLIENZA?
Lalartu: – Chiaramente, la cosa non può che farci piacere. Significa che il lavoro svolto è degno di nota, e che per questo viene apprezzato. Ovviamente, quando componi un album, l’accoglienza che potrà ricevere è la cosa a cui meno pensi, in quanto è sempre un tiro di dadi (a patto che si parli di qualcosa di vero, sincero, e non costruito a tavolino per andare a colpo sicuro e ottenere così consensi facili). Motivo per cui siamo soddisfatti di come stia andando il tutto.

L’ARTWORK DI LUCIANA NEDELEA È UN ALTRO ELEMENTO INTERESSANTE. QUAL È IL SUO SIGNIFICATO E IN CHE MODO LO SCENARIO RAFFIGURATO SI INTERSECA AI TESTI?
Lalartu: – Luciana è un cavallo di razza, un’artista capace di tradurre la musica in immagini attraverso una sensibilità e una conoscenza/competenza della materia non da tutti. L’artwork simboleggia il concetto di creazione dato dalla presenza di simbologie assiro-babilonesi prettamente cosmogoniche, dove il braciere ardente ai piedi della piattaforma cultuale Ziqqurat divide la rappresentazione mia e di Utanapištim in veste di traghettatori attraverso il viaggio descritto nel disco. Un lavoro fantastico da parte sua, proseguito anche nell’artwork che troverete sul retro del booklet. Ci tengo a sottolineare anche i lavori fantastici che ha realizzato per il primo disco dei Diĝir Gidim e per “Itima”, secondo full del mio progetto solista Titaan.

LA SCELTA DI RICORRERE ALLA NUMEROLOGIA ROMANA PER QUANTO RIGUARDA I TITOLI DELLE CANZONI HA ANCH’ESSA SIGNIFICATO PRECISO?
Utanapištim: – In realtà, il nuovo album è come se fosse un’unica traccia, nella quale musica e testi formano un lungo viaggio. È stato pensato in tal modo. La scelta di non usare titoli per le singole parti, e di suddividere l’opera in atti, non ha alcun significato preciso, se non appunto quello di dare una suddivisione al disco. I numeri romani (per ora) non sono stati banditi, quindi, visto che sono stati usati ampiamente nel corso della Storia della musica, ne abbiamo fatto ricorso. Colgo l’occasione per specificare che non hanno alcun tipo di connotazione politica. Lo dico perché, ahimè, questa domanda mi è stata posta in privato. Il nostro progetto non ha niente a che vedere con la politica, e noi ci occupiamo di musica e concetti totalmente estranei a quella sfera. Consiglio, a chi ha certe priorità, di concentrarsi sulla valutazione delle proposte artistiche, piuttosto che cercare ossessivamente di attribuire significati politici all’arte. La quotidianità è già inquinata da certe tematiche. Almeno quando ascoltate musica, cercate di distaccarvene. Valutate il reale valore artistico. La musica può anche essere usata per comunicare idee politiche, certo, ma non è proprio questo il caso. Guardate meno i vostri piedi mentre camminate, e alzate la testa al cielo. Potreste scoprire un altro mondo, trovare nel cosmo il vostro macrocosmo, non quello che vi viene indottrinato.

LA PRODUZIONE È MOLTO CURATA, MA NON SIAMO RIUSCITI A REPERIRE INFORMAZIONI SU CHI SE NE SIA OCCUPATO, O SU DOVE ABBIA AVUTO LUOGO…
Lalartu: – Le registrazioni delle linee vocali e il mixing/mastering dell’intero disco si sono svolti presso lo ADSR Decibel Studio, in quel di Busto Arsizio, dal grandissimo e competentissimo (nonché amico) Carlo Meroni, ormai colonna portante nella produzione di musica estrema (e non) ad altissimi livelli.
Utanapištim: – Carlo, oltre ad essere un amico, ha la grande capacità di comprendere esattamente cosa desideriamo. Come sempre, ho registrato le tracce strumentali nel mio studio casalingo, e quando gliele ho consegnate per il resto del lavoro ha trovato subito la quadra che mancava e che avevamo in mente. In parte, è come se fosse un membro aggiunto del progetto. Sono molto soddisfatto del suo lavoro.

COSA VI AFFASCINA MAGGIORMENTE DEI POPOLI E DELLA SPIRITUALITÀ DELL’ANTICA MEZZALUNA FERTILE? COME SIETE ENTRATI IN CONTATTO CON GLI ELEMENTI DI QUESTE CULTURE? INOLTRE, AVETE MAI AVUTO MODO DI VISITARE QUEI LUOGHI?
Lalartu: – Sicuramente la lettura, diventata poi un elemento vissuto in maniera a dir poco maniacale, soprattutto da me. Ha dato il via al tutto, partendo dal classico poema “Enūma eliš” sino agli scritti di Zecharia Stichin. Quella che inizialmente era solo pura curiosità, si è poi tramutata in un reale e infinito viaggio spirituale-filosofico attraverso gli insegnamenti degli Antichi (perché fondamentalmente è questo di cui parliamo). La creazione del Tutto attraverso i concetti di Teogonia, Cosmogonia e Teomachia; si tratta comunque di tematiche non riassumibili, né esplorabili in un’unica risposta, ma presenti in ogni nota e parola contenuta nei testi dei Diĝir Gidim. Non abbiamo ancora avuto modo di visitare gli antichi territori mesopotamici, ma Utanapištim mi ha fatto scoprire delle realtà della sua terra natia dove sono racchiuse innumerevoli similitudini e simbologie legate a quell’universo solo apparentemente perduto.

COS’È IL BLACK METAL PER I DIĜIR GIDIM? QUAL È STATO IL VOSTRO PRIMO APPROCCIO CON QUESTA MUSICA?
Utanapištim: – Per me, è la forma di espressione più primordiale della natura umana. Il primo approccio, nel 1997, con la musicassetta prestatami di “Transilvanian Hunger”. Ho subito capito che quella proposta si sarebbe sposata perfettamente con la mia assoluta incapacità di comunicare, di stare in un contesto sociale-collettivo senza provare un fastidio costante. In quegli anni non si era certo social come lo si è adesso, e ci si sentiva davvero compresi dall’oscurità espressa da certi album.
Lalartu: – Penso che il black metal sia un genere estremamente intimo ed introspettivo, assolutamente non per tutti se lo si vuole sentire proprio e, soprattutto, per quello che è e che dovrebbe essere. Per quanto mi riguarda, credo sia una forma musicale non aggregativa e riconducibile ad una specifica condizione personale ed emotiva, dedita alla singolarità e alla solitudine. Per questo molti anni fa ne venni colpito e rapito. Forse è il black metal che sceglie te, e non viceversa.

DIĜIR GIDIM RESTERÀ UN PROGETTO IN STUDIO O STATE VALUTANDO LA POSSIBILITÀ DI ESIBIRVI DAL VIVO?
Lalartu: – Diĝir Gidim nasce quasi più come progetto filosofico che musicale, e per diverso tempo l’aspetto live non è mai stato preso in considerazione. Ad oggi invece qualche idea in merito ci è venuta, ma essendo una realtà nata in studio, molto personale e formata unicamente da Utanapištim e me, trovare altri elementi che possano integrarsi appieno nella sfida non è sicuramente una cosa facile. Crediamo però che tutto possa accadere, quindi chissà…

I CINQUE MIGLIORI DISCHI BLACK METAL DI TUTTI I TEMPI, E PERCHÉ…
Utanapištim: – Emperor – “Anthems to the Welkin at Dusk”. Il motivo… devo proprio trovare un motivo? Semplicemente immenso.
Ulver – “Bergtatt”. Ho sempre apprezzato il connubio raw, crudo, pagano, con parti acustiche stupende. Un altro capolavoro indiscusso.
Negura Bunget – “‘N’ Crugu Bradului”. Lo trovo molto riconoscibile e personale, e penso sia il loro lavoro migliore, nonostante “OM” si difenda comunque bene. Questo disco però non ha alti e bassi; è come se si venisse trasportati dall’inizio alla fine. È composto anch’esso da brani molto lunghi, oltre i dieci minuti, che trattano singolarmente ogni stagione dell’anno.
Alcest – “Souvenirs D’un Autre Monde”. Capacità di osare. Quando lo ascoltai per la prima volta rimasi letteralmente pervaso da un senso di distacco dal nostro mondo. Un ritorno alla pura fanciullezza e alla profonda nostalgia per un mondo invisibile, a cui probabilmente tutti siamo legati ma che non vediamo, nascosto da un velo. Emotivamente stupendo, ‘oltre’ tutto quello che veniva prodotto in quel periodo, ha saputo rompere schemi e cliché.
Borknagar – “The Olden Domain”. Potrei dire solo una parola: ‘Garm’. L’intera proposta è eccelsa, ma la capacità di variare di Garm mi ha fatto capire quanto un cantato, anche pulito, possa creare una contrapposizione emotiva di livello in un contesto di musica estrema.
Lalartu: – La mia top 5 non sarà originalissima, e non per forza i dischi che la compongono rientrano fra i migliori di sempre, ma queste sono le band che da ragazzino mi hanno cambiato la vita in termini di black metal e di musica in generale:
Emperor – “In the Nightside Eclipse”
Immortal – “Pure Holocaust”
Enslaved – “Frost”
Rotting Christ – “Thy Mighty Contract”
Impaled Nazarene – “Tol Cormpt Norz Norz Norz”

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