Otto anni: tanto è passato dall’uscita di “Eonian”, l’ultimo album di inediti dei Dimmu Borgir, e in un’industria discografica che premia la costanza e punisce il silenzio, i norvegesi hanno sempre fatto di testa loro.
La band di Shagrath e Silenoz ha sempre seguito il proprio istinto, costruendo in una carriera ormai più che trentennale, un monumento al black metal sinfonico che, almeno nella prima metà della loro storia, pochi hanno saputo eguagliare per ambizione e grandiosità.
Ora, con un nuovo album finalmente in uscita, segnato dall’abbandono di Galder e dal ritorno del produttore Fredrik Nordström, i Dimmu Borgir si ripresentano con qualcosa che vuole essere, allo stesso tempo, un ritorno alle proprie radici, ma anche un capitolo completamente nuovo da cui ripartire con rinnovato vigore.
L’immagine del Serpente, simbolo di saggezza e di trasformazione, capace di mutare pelle in un processo di eterno rinnovamento, sembra la metafora ideale per descrivere una band che si è evoluta fino addirittura a perdersi, per poi, forse, ritrovarsi. Abbiamo parlato di tutto questo con Silenoz, chitarrista e cofondatore della band, raggiunto per farci raccontare il processo che ha portato a questo ritorno, tra filosofie orientali, scelte sempre in controtendenza e un tour autunnale che porterà in giro per l’Europa tre pesi massimi del metal estremo.
I DIMMU BORGIR ORMAI SONO UNA BAND CHE NON SEGUE LE NORMALI TEMPISTICHE DELL’INDUSTRIA DISCOGRAFICA. CONSIDERANDO CHE “ABRAHADABRA” È DEL 2010, QUESTI SIGNIFICA CHE NEGLI ULTIMI SEDICI ANNI AVETE PUBBLICATO UNA MEDIA DI UN DISCO DI INEDITI OGNI OTTO ANNI.
– Sai, noi non decidiamo a tavolino quanto tempo ci vorrà per pubblicare un nuovo album. Ci mettiamo il tempo che serve, fondamentalmente.
Certo, otto anni non sono pochi tra un disco e l’altro, ma come hai detto anche tu, noi non siamo una band che segue la programmazione dell’industria discografica e di chiunque altro. Non possiamo preoccuparci di quello che vuole la gente in ogni momento, ma siamo contenti di avere finalmente un nuovo disco in uscita.
Poi, va detto che se si escludono gli anni del Covid, il risultato è un po’ meno di otto anni, ma non importa, è vero che ci prendiamo il nostro tempo.
PRIMA DI PASSARE A PARLARE DEL NUOVO ALBUM, VORREMMO CHIEDERTI QUALCOSA SULL’ABBANDONO DI GALDER, CHE È TORNATO A DEDICARSI AI SUOI OLD MAN’S CHILD. CHE COSA HA PORTATO A QUESTA SEPARAZIONE E COME AVETE RIORGANIZZATO LA BAND SENZA DI LUI?
– Devo dire la verità, non è stata una grossa sorpresa quando Galder ci ha detto che voleva focalizzarsi al 100% sugli Old Man’s Child. Piuttosto sono sorpreso che non fosse successo prima, ma questa è un’altra storia.
Non abbiamo dovuto fare molto per riorganizzarci, perché lui non era molto coinvolto nel processo di scrittura del nuovo disco. Qualcosa c’è, ovviamente, ma il grosso del lavoro di composizione dell’album è ricaduto sulle spalle mie e di Shagrath, una cosa che per certi versi ci riporta agli inizi della band, dove eravamo noi a fare la maggior parte del lavoro. A dispetto di quello che possa pensare la gente, è sempre stato così, siamo sempre stati noi a mettere sul tavolo il maggior numero di idee.
Niente di nuovo, quindi, anzi, forse questo ci ha solo permesso di essere più a fuoco, sai com’è, quando ci sono troppi galli nel pollaio, bisogna per forza scendere a dei compromessi. A conti fatti, quindi, è stato un bene per l’album.
QUINDI COME LAVORATE DI SOLITO? È UN PROCESSO CREATIVO SOLITARIO, IN CUI CIASCUNO SVILUPPA LE PROPRIE IDEE, OPPURE SCRIVETE LE CANZONI ASSIEME?
– Non abbiamo una formula specifica, a volte ci troviamo e capita che nasca qualcosa sul momento, altre volte invece ciascuno lavora in maniera indipendente dall’altro, sviluppando idee in solitaria. A quel punto ci incontriamo quando pensiamo di avere qualcosa di interessante da proporre e ripartiamo da lì. Questo è sempre stato il metodo che abbiamo usato, fin dagli esordi.
Ovviamente oggi è molto più semplice scambiarci idee e materiale a distanza, ma tante idee nascono davvero alla vecchia maniera, lavorandoci assieme sul momento. Credo sia la soluzione migliore, quella più dinamica, perché da una parte ti permette di pianificare e lavorare con metodo, ma dall’altra lascia intatto quel senso di imprevedibilità che è importante avere.
E IN QUESTO SCENARIO CHE RUOLO HA IL RESTO DELLA BAND? HANNO UN LORO RUOLO NEL DARE FORMA ALLE VOSTRE CANZONI?
– Certo, credo di poter dire, senza timore di essere smentito, che chiunque abbia mai suonato su un nostro disco abbia contribuito con i propri spunti e la propria personalità al sound delle canzoni. Questo disco non fa eccezione e il resto della band ha avuto voce in capitolo, contribuendo al risultato finale con il proprio apporto.
Ad esempio, io non sono eccezionale a suonare le tastiere, quindi quando si arriva a dover dare forma ad un arrangiamento con le tastiere, solitamente mi confronto con Gerlioz, il nostro tastierista, che prende le mie idee di base e le elabora. Io cerco di guidarlo, dandogli una direzione rispetto a quello che volevo ottenere e lui traduce tutto in partiture più organiche. È un metodo di lavoro consolidato e di solito fila tutto liscio come l’olio.
E poi ovviamente abbiamo anche un nuovo chitarrista, Damage, che è entrato molto tardi in questo processo e tuttavia ha avuto totale libertà per ciò che concerne ad esempio gli assoli o cose così, perché è importante che ciascuno possa dare la propria impronta alle canzoni. Lo stesso per il basso di Victor Brandt: lui suona dal vivo con noi già da diversi anni, ma è stata la prima volta che ha potuto registrare le parti di basso per i provini di un nuovo album dei Dimmu Borgir.
CONSIDERANDO CHE ALCUNE CANZONI RISALGONO ADDIRITTURA AL 2018 O AGLI ANNI DELLA PANDEMIA, QUESTE, UNA VOLA COMPLETATE, RIMANGONO FERME IN UN CASSETTO IN ATTESA DI ESSERE PUBBLICATE O TORNATE SPESSO SUL MATERIALE PIÙ VECCHIO PER LIMARE O AGGIUSTARE QUALCOSA?
– Diciamo che può succedere qualunque cosa, fino a quando non arriviamo al mixaggio e al mastering dell’album.
Alcune canzoni sono effettivamente piuttosto vecchie e ce le siamo rimbalzate a vicenda per un po’ di tempo, aggiustando qua e là. La cosa buona è che questo scambio continuo fa sì che per noi siano ancora fresche, tutto sommato.
PERÒ ALLO STESSO TEMPO COME FATE A DARE UNITÀ ALL’ALBUM, IN MODO CHE NON SIA TROPPO FRAMMENTATO? IN FONDO ASCOLTANDO L’ALBUM NON SI HA LA SENSAZIONE NETTA DI AVERE A CHE FARE CON MATERIALE PROVENIENTE DA SESSIONI COMPLETAMENTE DIVERSE.
– Credo sia parte del nostro DNA, i Dimmu Borgir suonano come i Dimmu Borgir, anche quando proviamo a sperimentare qualcosa di diverso.
La band resta comunque l’espressione delle persone coinvolte e nel corso degli anni siamo arrivati a sviluppare uno ‘stile’, diciamo – non mi viene in mente una parola più adatta al momento.
È una sorta di filo conduttore che unisce tutti i nostri lavori: una parte del materiale del nuovo album, ad esempio, ha dei rimandi alle nostre origini, penso proprio ai nostri primi tre album, ai riff di chitarra o a certe soluzioni delle tastiere. Anche questa è una cosa che aiuta a mantenere una certa varietà, il nuovo album è come se andasse a toccare tutte le ere della band.
IN QUEST’ALBUM, POI, C’È UN ULTERIORE RITORNO AL PASSATO, VISTO CHE AVETE AFFIDATO NUOVAMENTE LA PRODUZIONE A FREDRIK NORDSTRÖM. COME È STATO PER VOI TORNARE A LAVORARE CON LUI E COME HA CONTRIBUITO A DARE FORMA AL SUONO DEL DISCO?
– Tornare a lavorare con Fredrik era qualcosa che aspettavamo davvero con entusiasmo, una volta deciso di collaborare di nuovo. Fin da quando ha realizzato il remix per l’edizione anniversario di “Puritanical Euphoric Misanthropia”, abbiamo pensato: perché non prendere in considerazione l’idea di fare l’album con Fredrik? Dopotutto aveva già lavorato con noi su parecchi dischi in passato, e con ottimi risultati. Lui sa come dovrebbe suonare un nostro disco, o perlomeno sa come non dovrebbe suonare. E lo sappiamo anche noi.
Non volevamo impelagarci nella ricerca di un nuovo ingegnere del suono, un nuovo studio o cose simili, volevamo rivolgerci a qualcuno che conoscesse la nostra musica, che la conoscesse dal nostro punto di vista. Alla fine, quindi, non posso che dirmi soddisfatto della scelta.
PASSANDO INVECE ALLE TEMATICHE DELL’ALBUM, QUAL È IL SIGNIFICATO DEL SERPENTE?
– Credo che il serpente sia stato frainteso nel corso dei millenni, per via della componente religiosa. È sempre stato associato alla paura, alla morte, alla distruzione, ma per noi è un simbolo completamente diverso. Per noi è una figura che rimanda alla saggezza, alla conoscenza. Anche la sua capacità di mutare pelle è un parallelismo che possiamo ritrovare anche nei nostri dischi, dove ogni volta è come se ripartissimo da capo.
Quindi sicuramente il serpente ha una forte valenza simbolica per noi, tant’è che l’abbiamo usato più volte anche nei dischi passati, è un’immagine verso la quale sentiamo una forte connessione.
È un concetto che ha a che fare anche con l’alchimia: l’iniziato deve fare un grande lavoro su se stesso, usare disciplina e controllo per trasmutare il buio e l’ignoranza in saggezza. Ecco, quindi, che il serpente diventa un concetto perfetto per descrivere l’approccio dei testi delle canzoni di questo disco.
NELLE NOTE CHE ACCOMPAGNANO IL DISCO CI SONO ANCHE ALCUNE TUE DICHIARAZIONI CHE FANNO RIFERIMENTO ANCHE AD ALTRE FILOSOFIE, SOPRATTUTTO ORIENTALI.
CITI IL SERPENTE KUNDALINI, IL FATTO CHE QUESTO SIA L’ANNO DEL SERPENTE NEL CALENDARIO CINESE, PARLI DEI CHAKRA… HAI QUALCHE INTERESSE NELLE FILOSOFIE ORIENTALI, IN GENERALE?
– Sì, ho molti interessi in tutto ciò che possa arricchirmi a livello spirituale. Considero la nostra spina dorsale come una sorta di antenna, il Sole è elettrico e la Terra è magnetica, questo ci rende una sorte di conduttori di energia. Si potrebbe parlare a lungo di queste filosofie, ma credo anche che le discipline orientali siano state anche mal interpretate da noi occidentali. Mi piacerebbe che alcuni dei concetti inseriti nei testi riescano in qualche modo a cambiare una certa visione ottusa che abbiamo di queste filosofie.
BENISSIMO, ALLORA ADDENTRIAMOCI UN PO’ NEL NUOVO ALBUM E PARTIAMO PROPRIO DAL PRIMO SINGOLO “ULVGJELD & BLODSODEL”: COSA LO RENDE COSÌ RAPPRESENTATIVO DELL’ALBUM DA SCEGLIERLO COME APRIPISTA?
– Ci piaceva l’idea di avere nuovamente una canzone in norvegese, è una cosa che avevamo già fatto in passato e, anzi, i nostri primi due dischi sono interamente in norvegese.
È stato stimolante recuperare quel modo di scrivere e ci sembra che abbia funzionato alla grande, tanto che nell’album c’è anche un’altra traccia in norvegese (“Silk Minnes En Alkymist”, ndr).
Entrambe le canzoni poi sono scritte con un’accordatura standard, un tipo di accordatura che usavamo soprattutto agli inizi della nostra carriera, e questo ha dato loro un certo approccio ‘vecchia scuola’, che richiama il nostro passato, ma il tutto riletto con sound moderno e attuale. In definitiva volevamo fare qualcosa di diverso, di coraggioso e magari è stato anche un po’ sciocco presentarci da subito con una canzone in norvegese dopo otto anni dall’ultimo album, ma tant’è. È così che facciamo. Ci piace metterci alla prova e non scegliamo mai la via più semplice.
GUARDANDO IL VIDEO DELLA CANZONE, SI POSSONO NOTARE DIVERSI ELEMENTI GENERATI CON L’IA. NEL MONDO DEI VIDEOCLIP STA DIVENTANDO ABBASTANZA UNO STANDARD, DATO CHE PERMETTE DI OTTENERE DEI RISULTATI CHE, DIVERSAMENTE, COSTEREBBERO UNO SPROPOSITO. QUAL È LA TUA OPINIONE SULL’APPLICAZIONE DI QUESTI STRUMENTI? STANNO AVENDO UN IMPATTO ENORME SULLE NOSTRE VITE, IN UN MODO O NELL’ALTRO.
– Personalmente non sono un grande fan dell’IA, non la utilizzo e non ne sento la necessità. D’altra parte, ne riconosco l’utilità, cos’è l’IA, in questo caso? L’equivalente degli effetti speciali. È come guardare il film del “Signore Degli Anelli”, anche Gollum non è reale. Si tratta solo di un espediente per dare forma all’immaginario che vuoi ritrarre. In fondo, un video non è altro che un piccolo film e in quali film non si usa nemmeno un po’ di questa tecnologia, o di CGI o cose simili. In generale, comunque, sono convinto che i video sia molto figo e che rappresenti a pieno quell’approccio old-school che volevamo recuperare.
INVECE LA SCELTA DEL SECONDO SINGOLO A NOSTRO PARERE È STATA PERFETTA. “ASCENT” È UNO DEI BRANI MIGLIORI DEL DISCO, DOVE SI SENTE BENE QUESTO DESIDERIO DI RECUPERARE UNA PARTE DELLA VOSTRA EREDITÀ, CON RIMANDI A UN DISCO COME “SPIRITUAL BLACK DIMENSION”.
– È una canzone diretta, nel senso che è aggressiva e brutale, ma ha comunque degli elementi atmosferici importanti. Penso che sia un ottimo esempio di quel dinamismo che cerchiamo di raggiungere nelle nostre canzoni e di cui ti parlavo prima. È vero che ha dei richiami ai nostri vecchi lavori e penso sia una grande canzone per aprire l’album, dopo la traccia di introduzione.
UN’ALTRA CARATTERISTICA DELL’ALBUM È LA PRESENZA, IN MOLTE TRACCE, DI UN SENSO DI MALINCONIA, DI DECADENZA, PUR MANTENENDO QUELLO STILE MAESTOSO CHE VI CONTRADDISTINGUE. PENSO AD ESEMPIO AL BRANO STRUMENTALE CONCLUSIVO, “GJOLL”.
– Sì, credo sia importante riuscire ad includere tutti gli stati d’animo che noi proviamo come esseri umani. I pensieri, le emozioni, le sensazioni cambiano. Viviamo alti e bassi e anche i momenti più luminosi, col tempo si spengono. Riuscire a coprire tutto lo spettro, dal dolce all’amaro, per noi è fondamentale.
CAMBIANDO COMPLETAMENTE ARGOMENTO, VOLEVAMO CHIEDERTI UNA COSA RIGUARDO ALLA PERFORMANCE CHE AVETE TENUTO ALL’INFERNO FESTIVAL DEL 2024, DURANTE LA QUALE SONO SALITI SUL PALCO TJODALV, ICS VORTEX E MUSTIS. SONO MOLTI I FAN CHE VORREBBERO RIVEDERVI ASSIEME IN MANIERA PERMANENTE. È QUALCOSA CHE AVETE MAI PRESO IN CONSIDERAZIONE?
– Penso che una reunion con i vecchi componenti della band sia davvero fuori questione, però occasioni come quella dell’Inferno sono divertenti e siamo sempre stati a favore quando se n’è parlato. Non era nemmeno la prima volta, è già successo in passato. Quindi quando l’occasione è stata propizia e aveva senso farlo, l’abbiamo fatto volentieri e ai fan è piaciuto.
PARLANDO INVECE DEL FUTURO, IL PROSSIMO AUTUNNO SUONERETE IN ITALIA, A MILANO, ASSIEME A BEHEMOTH E DARK FUNERAL. COSA PUOI DIRCI DI QUESTO TOUR? SARETE VOI A CHIUDERE LA SERATA, OPPURE I BEHEMOTH?
– Questa è una bella domanda, perché formalmente si tratta di un tour da co-headliner; quindi, penso che dipenderà dal mercato di ogni singolo paese. Abbiamo già condiviso un tour sia con i Behemoth che con i Dark Funeral e penso sia fantastico poter portare finalmente questi tre titani in un unico tour. È un progetto a cui lavoriamo già da un po’ e non vediamo l’ora di iniziare.
PERSONALMENTE HO UNO SPLENDIDO RICORDO DI UNA VOSTRA DATA DEL 1999 CON I DARK FUNERAL, A MILANO, AL RAINBOW CLUB, UN LOCALE STORICO CHE PURTROPPO NON ESISTE PIÙ. C’ERA NICK BARKER ALLA BATTERIA, ALL’EPOCA DI “SPIRITUAL BLACK DIMENSION”
– Ah, certo, credo fosse proprio il primo tour di Nick con noi, si unì alla band poco prima dell’inizio del tour di “Spiritual”.
DOPO TANTI ANNI NEL MUSIC BUSINESS HAI ANCORA QUALCHE SOGNO DA REALIZZARE?
– Se provo a tornare con la memoria a quando ero bambino, avrò avuto cinque-sei anni, eppure già mi mettevo davanti allo specchio e facevo finta di essere in una band. Credo, quindi, che a livello subconscio io abbia sempre voluto fare questo e ho seguito questo sogno fin da allora. E lo faccio ancora.
Un pensiero a cui mi aggrappo spesso è che, per quanto nella vita succeda di tutto, per me la cosa più importante e poter continuare ad essere creativo e lavorare con la mia musica. E questo è quello che sto facendo ogni giorno.


