DIRGE – Di post-metal, arte ed eternità

Pubblicato il 04/02/2019 da

Torna il doom celeste dei Dirge con il nuovo Lost Empyrean, in cui la dimensione sonica ed espressiva della band francese è diventata sinonimo di un post-metal che ha dalla sua decadi di esperienza, storia e qualità, seppur sempre relegate ancora troppo spesso ad un nome rimasto sfortunatamente piuttosto nascosto. I Dirge rientrano a pieno titolo, infatti, in quelle band che prima di tutti sono riuscite a proseguire i territori sperimentali dei Neurosis e farne un qualcosa di diverso e personale. In compagnia del chitarrista Stèphane L., entrato in formazione nel 2001, vediamo di tracciare alcune coordinate per raccontare il fenomeno Dirge e comprendere cosa giace dietro la loro proposta musicale, a pieno titolo rientrante nel grande calderone della produzione artistica tout court. Forse, per superare tempo e spazio e restare ad aeternum.

VOI SIETE CONSIDERATI DEI VERI E PROPRI PIONIERI DEL POST-METAL, INSIEME AD ALTRE GRANDI BAND COME NEUROSIS, AD ESEMPIO. COME VI VEDETE IN QUESTO STATUS, OGGI, DOPO TANTI ANNI A COMPORRE MUSICA DI QUESTO TIPO?
– Beh, sicuramente essere considerati pionieri suona bene, è decisamente la ricompensa di un’intera carriera; forse è vero poiché siamo stati tra i primi a scavare il patrimonio dei Neurosis, insieme ad Isis, Sludge o i Breach nel loro ultimo album, ma non credo che questo ‘status’ dia automaticamente talento o genialità. Abbiamo dovuto lavorare duramente in questi anni, abbiamo dovuto reinventare noi stessi per essere quello che siamo oggi. Sicuramente l’esperienza ci ha dato delle armi, ma non ci adagiamo sugli allori dell’essere considerati ‘pionieri’: sarebbe senza senso e improduttivo. Però, sai, la maggior parte della gente non sa nemmeno che noi abbiamo fatto da testa di ponte per alcune cose che poi sono state etichettate come ‘post-hardcore/post-metal’. E ci va bene, non c’è alcuna amarezza. Essere pionieri è una cosa, essere pertinenti e fare bene nel nostro campo artistico è un’altra, molto più importante per noi.

COSA È IL POST-METAL PER VOI OGGI?
– La definizione di post-metal è molto vaga e offuscata, almeno dalla nostra prospettiva. Sicuramente perché ci porta indietro in un periodo in cui la gente, i media e gli organizzatori degli eventi non sapevano come etichettare la nostra musica, non sapevano dove collocarci nella mappa del metal. Eravamo ‘così e’ non abbastanza ‘cosà’. Oggi le cose sono molto più chiare: l’etichetta ‘post’ permette a tutti di ritrovarsi in una grande nebulosa di band che suonano più o meno una musica oscura, pesante, intensa, doom, crepuscolare, progressiva, sperimentale… dal black metal allo sludge. Considerando la scena post-metal pura, un sacco di band tentano da quindici anni di emulare il sound dei Cult Of Luna, il che ha portato a una produzione di album accademici ed evitabili. Però c’è anche un sacco di bella roba che è apparsa in questi anni, come i Minsk o gli Amenra. Per i Dirge, almeno, capisco come molta gente ci inserisca in questa categoria, non abbiamo problemi nell’essere considerati post-metal (in un certo modo facilita anche le cose), ma ad essere onesti non sentiamo veramente di far parte di questa scena.

RABINDRANATH TAGORE DISSE: “ATTRAVERSIAMO L’INFINITO IN OGNI ISTANTE; INCONTRIAMO L’ETERNITÀ IN OGNI SECONDO” E HO PENSATO POTESSE ESSERE UN PERFETTO SOMMARIO PER IL VOSTRO NUOVO “LOST EMPYREAN”. AVETE TENTATO DI DIPINGERE L’INFINITO COME VIAGGIO MUSICALE IN QUESTO NUOVO LAVORO? O, ALMENO, QUALE È STATO L’OBIETTIVO RAPPRESENTATIVO PRINCIPALE?
– Il termine ‘assoluto’, la ricerca dell”assoluto’ rappresenta bene “Lost Empyrean” rispetto ai nostri precedenti lavori. Ciò è interessante perché, secondo me, l’Arte in sé tenta di essere la rappresentazione dell’eternità, esprimendo i suoi più profondi sentimenti, paure, emozioni, creando una pièce musicale, un film, una scultura, un quadro. Un modo per incidere il nostro io profondo nel marmo del tempo e dello spazio. Che lo si voglia o no. Penso che questo possa essere l’obiettivo principale di ogni forma d’arte.

I VOSTRI PANORAMI CELESTIALI E MUSICALI SONO PARTE DI UNA RICERCA SONORA CHE AVETE SEMPRE TENTATO DI APRIRE ED AMPLIARE. CON “LOST EMPYREAN” LO SPAZIO DELLA PRODUZIONE RIVELA UNA GRANDE ATTENZIONE PER QUESTO PROCESSO. 
– Come al solito abbiamo cercato di lavorare separatamente sul primo riff e sulle strutture, poi abbiamo raccolto parti e prime bozze di canzoni su cui abbiamo successivamente lavorato nel corso del 2016 e 2017. La forma definitiva di “Lost Empyrean” ha assunto consistenza ben lontano dal nostro volere. Tutte le decisioni sono state prese nel momento specifico, sugli umori e sui pareri dell’attimo, come nei lavori precedenti. Ci piace lavorare in questo modo. Sia le forze telluriche che la dimensione celestiale sono colonne portanti di quello che sono i Dirge. Queste due componenti primarie sono strettamente collegate, intrecciate come radici di un singolo albero. Non siamo interessati a produrre un monolite granitico a livello di suono, né siamo interessati a descrivere particolarmente spazi aperti o grandi montagne, almeno in modo passivo. Non vogliamo nemmeno annegare in un lirismo romantico o fragile. C’è un sottile bilanciamento tra luce ed oscurità, anima e corpo. Diciamo che i Dirge ruotano attorno ad un centro di gravità che è un equilibrio di terra e cieli. Il potente DNA di questo album è dovuto, però, sicuramente al lavoro straordinario di Raphël Bovey dietro il mix. Ha fatto un gran lavoro con le sette tracce, riuscendo a rendere i Dirge nella loro essenza, inserendo un lavoro sui suoni maggiore rispetto al passato.

QUALI SONO STATE LE MAGGIORI FONTI DI ISPIRAZIONE PER IL NUOVO ALBUM? SIA A LIVELLO MUSICALE CHE LETTERARIO…
– Le liriche di “Lost Empyrean” portano le stesse idee di sempre (vuoto, perdita, infinito, l’ineluttabilità del tempo che passa, colpe, dubbi, etc.) ma sono sviluppate da diversi punti di vista. Ogni nuovo album contiene retrospettive e cambi di punto di vista che solo il tempo, l’età e l’esperienza possono portare (a patto di ascoltare veramente chi si è). Questo è assolutamente come la nostra musica: il nucleo deve rimanere lo stesso ma tutto il resto è in movimento, in evoluzione, in cambiamento. Musica e temi, suoni ed idee, materia e anima, tutto deve rimanere ‘vivo’. Ma non vorrei parlare delle liriche, non mi piace vivisezionarle, non voglio che siano disincarnate da una semplice spiegazione senza senso. La gente dovrebbe essere libera di trovare la sua interpretazione.

QUALE E’ LA TUA CANZONE PREFERITA DEL NUOVO ALBUM? E PERCHE?
“Lost Empyrean” per la sua forma pulita e piuttosto liquida, e per la sua dinamica accattivante. E “Sarracenia” per le atmosfere. Sono contento del fatto che siamo riusciti a ricreare questo Eden selvaggio e questo oppio velenoso di fragranze che avevo in mente quando ho scritto questa canzone. Mi piacciono anche entrambi i testi.

MAGARI NON SI PUO’ CONSIDERARE VERA E PROPRIA ‘SCENA MUSICALE’, MA IN FRANCIA CI SONO OTTIME BAND CHE POSSONO RIENTRARE NELLA CATEGORIA POST-METAL COME DECLINE OF THE I, CELESTE, YEAR OF NO LIGHT E MOLTE ALTRE. QUALE E’ LA VOSTRA RELAZIONE CON QUESTA SCENA?
– Non dico che non ci sia una scena post-metal francese poiché il termine rimane molto restrittivo per tutti i generi suonati da questa nebulosa francese (gli Hangman’s Chair non suonano come i Celeste,  i P.H.O.B.O.S. non suonano come i The Great Old One, gli Huata o gli Ovtrenoir). Però si, anche se non c’è una categoria ben definita (nel senso proprio della parola, come la scena grunge di Seattle, quella Death metal della Florida o di Manchester), diciamo che c’è più che altro uno spirito francese che accomuna tutte queste musiche alternative, oscure, intense, emozionali e pesanti, e forse anche una volontà specifica di rompere barriere e suonare diversi dagli altri, cercando di creare nuove cose, osando in forma e contenuto: i Proton Burst o i Supuration l’hanno fatto col death metal negli anni Novanta, i Blut Aus Nord o i Deathspell Omega hanno fatto lo stesso col black metal. Noi band francesi non prestiamo molta attenzione a ciò, non c’è una vera interazione tra le band di Parigi, Bordeaux o Lyon. Non c’è una vera e propria grande famiglia francese e noi ce ne siamo comunque tenuti sempre al di fuori.

 VI VEDREMO PRESTO IN ITALIA?
– Non so come, ma non abbiamo mai suonato nel vostro paese.

 

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