DODECAHEDRON – Quando la geometria spiega la pazzia

Pubblicato il 06/06/2017 da

Un viaggio tormentato nell’ambizione, nella conoscenza, nella sete di potere. Un’analisi di come il desiderio di essere sempre più forti, più intelligenti, colti contenga il seme del progresso ma pure della degenerazione, perché nell’idea del miglioramento si annida, pericolosamente, la volontà di annientare chi si frappone fra l’individuo e il suo successo personale. Per i detrattori i Dodecahedron, nel descrivere un tema così intellettualmente impegnativo, hanno a loro volta peccato di superbia e scritto un disco pretenzioso e confuso, con troppi elementi in campo e senza una direzione precisa. Opinioni legittime. Per quanto ci riguarda, invece, il secondo full-length dei cinque olandesi ha portato un percettibile miglioramento rispetto agli spunti ancora incompleti dell’esordio omonimo, consegnando alle tenebre un gradevolissimo saggio di violenta pazzia sonora, declinata in formulazioni che toccano black metal, doom, ambient, avanguardia, progressive, post-metal. Il principale songwriter Michel Nienhuis, chitarrista della formazione, ci guida all’interno di “Kwintessens” e del mondo malato, contorto, per molti aspetti incomprensibile dei Dodecahedron. Buoni incubi. 

PRESENTATE IL DISCO COME UNA STORIA DI ILLUMINAZIONE, AZIONI MEGALOMANI E GRANDI VISIONI CHE GLI UOMINI NON SANNNO DOMINARE. ALLA FINE, ACCADE UN’IMMANE TRAGEDIA. POTRESTE ENTRARE NEL DETTAGLIO DEL CONCEPT? COME SI CONNETTONO LE DIVERSE PARTI DELLA TRACKLIST PER COSTRUIRE TUTTE ASSIEME L’INTERA STORIA?
“Il dodecaedro è uno dei cinque solidi platonici. Essi sono forme geometriche tridimensionali, formate da linee tutte uguali fra loro, che possiamo rintracciare a differenti livelli nel mondo naturale e incorporano alcuni significati sacri. I primi quattro solidi platonici sono spesso considerati simboli per i quattro elementi naturali, mentre il dodecaedro rappresenterebbe l’universo. Noi cerchiamo di comunicare tutte le sensazioni universali attraverso la nostra musica e i nostri testi. Ho cercato di connettere le cinque tracce chiave una con l’altra, richiamando alcune soluzioni musicali all’interno di brani differenti, per rinforzare la loro connessione. L’album parla della quintessenza, quella che innegabilmente è la forma di verità più alta, dove tutte le cose s’intrecciano, o comunque tu lo voglia descrivere, confluiscono tutte le esperienze e le sensazioni. Nelle liriche descriviamo la fame dell’uomo per il miglioramento, il desiderio di evolvere, di ottenere sempre di più ad ogni costo. I solidi platonici fungono qui da metafora, per descrivere qualcosa che è sfuggito di mano ed è divenuto incontrollabile. Per passare da uno stadio primitivo a uno complesso gli uomini ricercano conoscenze e soprattutto il potere che esse consentono di ottenere. Per raggiungere grandi traguardi un individuo è disposto ad uccidere, torturare, qualsiasi cosa pur di arrivare dove vuole. Tutte le vicende umane, alla fine, approdano a una qualche tragedia”.

I TITOLI DELLE TRACCE PRINCIPALI, ESCLUSI QUINDI GLI INTERLUDI, PRENDONO IL NOME DI UNA FIGURA POLIEDRICA. ANCHE IL VOSTRO MONIKER SI RIFERISCE A UNA FIGURA GEOMETRICA. DA COSA DERIVA IL VOSTRO INTERESSE PER LA GEOMETRIA?
“Quando ho cominciato a pensare a come far diventare il nuovo album più strutturato e coeso, ho analizzato come potessero interagire musicalmente questi cinque poliedri utilizzati nei titoli dei pezzi. Mi interessano i poliedri per i significati che portano con sé, possono essere degli ottimi strumenti per la composizione. I numeri posso essere interpretati musicalmente in molti modi diversi. Prima di affrontare la scrittura di un brano mi pongo domande del tipo: ‘Quanti lati ha? Quante linee ha un singolo lato? Quante linee s’incontrano in un singolo punto?’. Le risposte a queste domande mi danno tre numeri, che mi guidano ad essere il più creativo possibile con le informazioni a disposizione. Quando hai tre numeri per ogni singola forma geometrica disponibile, possiedi un numero infinito di possibilità, capire quali siano le migliori è a volte fonte di grande indecisione. Ma grazie a questi numeri, le mie intuizioni e un’idea generale su come le canzoni dovrebbero suonare, riesco a gestire l’intera architettura del disco”.

QUALI SONO I COLLEGAMENTI FRA IL PRIMO ALBUM E “KWINTESSENS”? CHE COSA VOLEVATE CAMBIARE E NON VOLEVATE ASSOLUTAMENTE RIPETERE?
“I bisogni che guidano la creazione di nuova musica sono sempre gli stessi. Sentiamo ancora il bisogno di andare a fondo nelle più cupe profondità delle nostre anime e osservare cosa ci troviamo dentro, confrontarci con tutto ciò e tradurlo in musica e testi. Il concept elaborato per ‘Kwintessens’ rappresenta la maggiore differenza fra i due album. Il primo è una collezione di materiale scritto in circa cinque-sei anni, non c’è una correlazione ideologica fra le singole canzone, ad eccezione della trilogia ‘View From Hverfell’. In ‘Kwintessens’ ogni elemento ha una connessione con qualcos’altro, è un album più coeso e vi sono idee molto forti che scorrono dall’inizio alla fine”.

IN “KWINTESSENS” LO SVILUPPO DI OGNI CANZONE È NERVOSO, PSICOTICO, MA È UN CAOS IL VOSTRO CHE RISPONDE A UN METICOLOSO LAVORO DI RIFINITURA E AGGIUSTAMENTO PER PRODURRE UNA TERRIBILE COLLISIONE DI BLACK METAL, NOISE, AMBIENT, PROG, DOOM. COME RIUSCITE A RIMANERE IN BILICO FRA MUSICA E PURO RUMORE, CHE È IL RISCHIO CHE SI CORRE QUANDO SI MANEGGIA MUSICA COSÌ CONTORTA COME LA VOSTRA?
“È un metodo freddo e chiaro quello che ci consente di giungere alla pazzia. È necessario agire secondo un piano preciso, perché altrimenti l’oggetto del processo creativo non avrebbe alcun valore artistico. Per noi è importante che vi sia una ragione per tutte le cose che accadono. C’è un motivo perché certe parti suonano estremamente caotiche, o perché una canzone è più ordinata, oppure perché il disco termina in una certa maniera. Per questo motivo il nostro secondo album è riuscito meglio del primo. Detto questo, interpretare una data combinazione di suoni come musica o rumore bianco è un fatto solo e soltanto individuale”.

VOI COME BAND AFFERMATE, E NOI COME ASCOLTATORI CE NE ACCORGIAMO, CHE “KWINTESSENS” È UNA SINGOLA COMPOSIZIONE SEPARATA IN DIVERSI MOVIMENTI, CHE DIVENGONO CAPITOLI DI UNA SINGOLA STORIA. PENSO ANCHE CHE OGNI TRACCIA POSSEGGA LA SUA IDENTITÀ E UNA FORZA INTRINSECA. AVETE LAVORATO FIN DALL’INIZIO GUARDANDO A UN GRANDE DISEGNO COMUNE, OPPURE SIETE PARTITI DALLE SINGOLE PARTI E AVETE CERCATO SOLO IN UN SECONDO TEMPO DI FARLE INCONTRARE E DIALOGARE L’UNA CON L’ALTRA?
“Vi è stato un grande disegno complessivo ben visibile ai nostri occhi fin dal principio. Una delle prime fasi ad essere completate è stata proprio la tracklist. In quel momento, ‘Interlude’ era l’unica traccia già terminata. Sapevo che avrebbe avuto uno spazio nell’album, ma che non sarebbe stata una delle canzoni principali, perché era stata scritta prima che elaborassi il concept. Nella scrittura ho seguito delle regole che ho imposto preventivamente a me stesso, cercando allo stesso tempo di introdurre dei riferimenti musicali incrociati fra i brani”.

CREDO ABBIATE DATO LA GIUSTA ATTENZIONE AGLI INTERLUDI, RICCHI DI SUONI DIFFERENTI E CON UNA SOLIDA STRUTTURA, NON SIAMO IN PRESENZA DI MINUTI DI RUMORE AVENTI UNA VAGA O NULLA CONNESSIONE CON LE TRACCE CANTATE. COME AVETE LAVORATO PER OTTENERE UN FLUIRE LOGICO DELLA MUSICA PER TUTTA LA DURATA DI “KWINTESSENS”?
“La storia sottostante è la chiave di tutto. ‘An Ill-Defined Air of Otherness’ ritrae un certo stato di perfezione, potere assoluto e illuminazione. ‘Finale’ suggerisce nel titolo che il termine del percorso, in verità si rivela essere una fase di transizione. Un purgatorio di suono che comprende temi di tutte le altre canzoni del disco, che serve solo a scoprire che era tutto un inganno e l’abisso reale ma inevitabile doveva ancora giungere. Deludente, ma appropriato per la nostra specie”.

CHE COSA TI FA VENIRE IN MENTE LA PAROLA PROGRESSIVE? QUALI CONNESSIONI VEDI FRA QUESTA DEFIINIZIONE E I DODECAHEDRON?
“La parola ‘progressive’ mi suggerisce l’idea di progresso, quelli che noi stessi abbiamo compiuto in ‘Kwintessens’ rispetto al nostro debut. Anche se è abbastanza bizzarro usare tale termine nel nostro contesto. In parte è così perché le persone, erroneamente, tendono ad associare la parola ‘progressive’ a musica dal livello tecnico molto avanzato, e che non per forza si associa a proposte che esplorano nuovi modi di fare musica. Pensa ai Dream Theater, da tutti considerati un gruppo progressive metal, anche se dal mio punto di vista non c’è alcuna idea di progressione in quanto suonano, utilizzano da trent’anni sempre gli stessi stratagemmi, che a loro volta si basano su metodi vecchi di almeno un secolo. Dovrebbero essere considerati ‘conservativi’ i Dream Theater invece che ‘progressivi’”.

CHE PESO PUÒ ESSERE DATO ALLA VOSTRA VISIONE ARTISTICA, IL FATTO CHE PROVENIATE DA UN POSTO COME TILBURG, SEDE DEL FAMOSO ROADBURN, IN PASSATO DEL NEUROTIC DEATHFEST E ORA DI UN ALTRO IMPORTANTE FESTIVAL DEDICATO AL METALE ESTREMO QUALE IL NETHERLANDS DEATHFEST? CHE TIPO DI AMBIENTE CULTURALE È PRESENTE IN CITTÀ?
“A Tilburg l’ambiente culturale underground è molto vivo. Tilburg è una città con una solida working class, dovuta a una fiorente industria tessile, e considerate le sue dimensioni abbastanza contenute ha un fervore culturale sorprendente, vi sono molte band interessanti e vi si organizzano molti festival di rilievo. Questo ambiente così vivo ha contribuito fortemente alla nascita dei Dodecahedron; l’intera band si è formata quando ho conosciuto le persone giuste in occasione dell’Incubate Festival del 2009. È in occasioni simili che persone con visioni artistiche affini hanno l’occasione di incontrarsi e collaborare. Mi rammarico del fatto che il consiglio comunale di Tilburg non sia così convinto della validità culturale di queste manifestazioni e abbia tagliato drasticamente i fondi per l’Incubate”.

NELLA BAND, CHI HA L’APPROCCIO PIÙ ESTREMO E ‘METAL’, E CHI INVECE TENDE A GUARDARE A SONORITÀ SPERIMENTALI E CHE ESULANO DA UNA PROSPETTIVA PRETTAMENTE ROCK E METAL?
“Tutti quanti abbiamo un tipo di ispirazione simile e molto ampia allo stesso tempo, che va dall’extreme metal all’elettronica, a certa musica classica contemporanea di nicchia, o all’ambient”.

DI COSA NECESSITATE PER POTER RIPRODURRE DAL VIVO QUELLO CHE COSTRUITE IN SALA PROVE E STUDIO DI REGISTRAZIONE? È NECESSARIO CAMBIARE QUALCOSA NEGLI ARRANGIAMENTI E NELLA STRUMENTAZIONE PER ADATTARE I PEZZI ALLA SITUAZIONE CONCERTISTICA?
“Non è facile portare dal vivo la nostra musica. Ci sono stratificazioni importanti per definire l’atmosfera, dobbiamo per forza utilizzare alcune tracce registrate per integrare quanto suoniamo. Alcune parti vengono modificate, ma la struttura principale rimane la stessa. Le sezioni di chitarra vanno studiate bene, perché in alcuni punti sui dischi ve ne sono più di due contemporaneamente a dialogare. Questo comporta il dover cambiare alcuni arrangiamenti dal vivo”.

NELLA VOSTRA MUSICA POSSIAMO SENTIRE ECHI DI DEATHSPELL OMEGA, BLUT AUS NORD, GNAW THEIR TONGUES, CULT OF LUNA… QUALI SONO I GRUPPI CHE PERCEPITE PIÙ VICINI A VOI E QUALI SONO LE PRINCIPALI INFLUENZE NON-METAL CHE AVETE SUBITO?
“Una delle nostre influenze più importanti è il compositore ungherese Gyorgy Ligeti. Se ascoltassi i suoi lavori ‘Atmosphéres’ e ‘Lontano’ capiresti cosa voglio dire. Le band che hai nominato ci piacciono molto, ma non va tralasciata l’importanza che hanno avuto per il nostro percorso pionieri come i Meshuggah. Compagini aventi sonorità cupe e cariche di groove come Kickback e Indian sono egualmente fondamentali per noi, così come l’inventore della tecnica dei feedback multipli, Jaap Vink”.

C’È UNA BAND CHE SECONDO STA PRODUCENDO QUALCOSA DI REALMENTE ORIGINALE E INNOVATIVO NELLA SCENA METAL E CHE NON STA AVENDO FINORA IL SEGUITO CHE MERITA?
“Non so quanta attenzione abbiamo per il momento, comunque ritengo gli Skáphe decisamente meritevoli di un ascolto. I Ggu:ll, una band sludge/doom di Tilburg, sono una realtà underground notevole, così come i nostri compagni di label Zhrine”.

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