DRAWN AND QUARTERED – Il lavoro del Diavolo non è mai finito

Pubblicato il 09/07/2025 da

A quattro anni da “Congregation Pestilence”, i Drawn and Quartered sono tornati per ricordarci che lo scettro di un certo tipo di death metal americano è posto saldamente nelle loro mani, anche a fronte di un rispetto e di una popolarità non certo paragonabili a quelli di colleghi illustri come Immolation e Incantation, o di realtà più giovani e quotate provenienti dai cataloghi Dark Descent, Profound Lore e 20 Buck Spin.
Anzi, con il nuovo “Lord of the Two Horns”, pubblicato lo scorso mese dalla sempre affidabile Nuclear Winter, la presa del quartetto di Seattle sull’underground ‘che conta’ si è fatta ancora più forte e autorevole, in virtù di un songwriting da annoverare fra i più lucidi e ispirati in carriera.
Un disco che elabora la scuola più torva e spigolosa del genere facendo leva sia su un approccio a dir poco furioso e ‘no compromise’, sia su una visione che, fra le tenebre, lascia emergere una sensibilità e una capacità di gestione notevolissime, fungendo quasi da sintesi perfetta del passato su Moribound e della fase presente inaugurata dall’altrettanto ottimo “The One Who Lurks”.
Un comeback che, insieme a Chaos Inception, Corpus Offal e Teitanblood, può già essere annoverato fra i dischi death metal del 2025, il cui valore ci ha praticamente obbligati a contattare Kelly Shane Kuciemba – chitarrista e membro fondatore della band – per un dovuto approfondimento…

LA PRIMA COSA CHE COLPISCE DELL’ALBUM È LA SUA INTENSITÀ, ACCOMPAGNATA DA UN APPROCCIO RITMICO MOLTO VELOCE. È STATA UNA SCELTA CONSAPEVOLE FIN DALL’INIZIO O È QUALCOSA CHE È EMERSO SPONTANEAMENTE DURANTE LA SCRITTURA?
– Questo disco è nato per essere così. L’abbiamo scritto apposta per essere suonato a tutta velocità. Il nostro batterista è un vero pazzo! Ci abbiamo messo un paio d’anni a provare i pezzi, finché non sono diventati inarrestabili, una macchina da guerra.

CON L’ARRIVO DI BRANDON CORSAIR ALLA SECONDA CHITARRA, QUESTO È ANCHE IL PRIMO ALBUM INCISO COME QUARTETTO DAI TEMPI DI “MERCILESS HAMMER OF LUCIFER” DEL 2007. HA AVUTO MODO DI CONTRIBUIRE ATTIVAMENTE AL SONGWRITING? SECONDO TE, QUANTO È IMPORTANTE PER UNA BAND DI VETERANI INSERIRE FORZE FRESCHE NEI PROPRI RANGHI?
– Quando abbiamo iniziato a lavorare a “Lord of Two Horns”, la scrittura era già in corso, quindi Brandon non ha preso parte né alla composizione né alle registrazioni. All’epoca suonavamo già insieme in altri due gruppi, quindi eravamo tutti piuttosto impegnati. Farlo entrare in corsa non avrebbe avuto senso. Dovevamo preparare i live di Draghkar, Serpent Rider e Drawn and Quartered, e io stavo anche lavorando all’uscita di un disco con i Plague Bearer.
Ogni band è un caso a sé. A parte il primo album dei Drawn and Quartered, abbiamo sempre scritto musica per due chitarre.
Nel corso degli anni ci sono stati diversi altri chitarristi, ma spesso ho fatto tutto da solo. Ora, con l’idea di suonare più concerti e fare più tour, aveva senso aggiungere un secondo chitarrista. Brandon è qualcuno con cui ho già lavorato, con cui ho registrato, suonato dal vivo… c’è fiducia, sappiamo che possiamo fare affidamento l’uno sull’altro. È entrato perché ama la nostra musica e vuole farne parte.
Se suoni in una band per oltre trentatrè anni, prima o poi è inevitabile dover inserire nuovi elementi se vuoi andare avanti. Per anni non abbiamo fatto tour, quindi non c’era un’esigenza reale. Ma ora le cose sono cambiate: ci aspettano festival importanti e tour più lunghi. L’ingresso di Brandon segna l’inizio di una nuova era per noi.

NEGLI ULTIMI DIECI ANNI, IL DEATH METAL SPORCO E CAVERNOSO È LETTERALMENTE ESPLOSO A LIVELLO UNDERGROUND. DA UN LATO, LEGGENDE COME INCANTATION E IMMOLATION HANNO RAGGIUNTO UNA POPOLARITÀ MAI VISTA PRIMA; DALL’ALTRO, BAND COME DISMA E DEAD CONGREGATION SONO DIVENTATE PUNTI DI RIFERIMENTO PER UNA NUOVA ONDATA DI MUSICISTI. IN TUTTO QUESTO, SEMBRA CHE VOI SIATE RIMASTI UN PO’ AI MARGINI, LONTANI DAI RIFLETTORI CHE SPESSO ACCOMPAGNANO ETICHETTE COME DARK DESCENT O PROFOUND LORE. CI HAI MAI RIFLETTUTO SU? HAI UN’IDEA DEL PERCHÉ?
– Le cose stanno come stanno. Nella vita ottieni ciò che ti meriti. Se vogliamo di più, dobbiamo lavorare di più: fare dischi migliori, suonare meglio, promuoverci meglio, gestire meglio la band, avere un’immagine più curata, un suono più potente. Ma noi siamo ancora qui. E siamo ancora pericolosi.
C’è ancora tanto che vogliamo realizzare. Questo album ne è la prova. Stiamo crescendo. E crescere è l’unica alternativa a morire. La storia dei Drawn and Quartered è tutt’altro che finita.

A PROPOSITO DI DEAD CONGREGATION: “LORD OF THE TWO HORNS” ESCE PER NUCLEAR WINTER DEL LORO LEADER, ANASTASIS VALTSANIS. CHI HA CONTATTATO PER PRIMO CHI? DA QUANDO AVETE ANNUNCIATO QUESTA COLLABORAZIONE, HAI NOTATO UN AUMENTO D’INTERESSE VERSO LA BAND?
– Anastasis mi scrisse già nel 2004, mandandomi un demo e una lettera per proporsi come etichetta per i Drawn and Quartered. All’epoca la sua band si chiamava ancora Nuclear Winter. Noi però eravamo sotto contratto con Moribund Records, ma avevo in mano un EP dei Plague Bearer che diventò poi il 7’’ “Rise of the Goat”, pubblicato proprio da lui.
Anni dopo, finito il contratto con Moribund, abbiamo fatto uscire “Feeding Hells’ Furnace” per Nuclear Winter. Io e Anastasis ci sentiamo da anni, così, quando stavamo cercando un’etichetta per il nuovo disco, gli ho fatto ascoltare i brani. Lui si è offerto subito di pubblicarlo e ci è sembrata la scelta giusta. Oggi il death metal è pieno di musicisti talentuosi, etichette valide, artwork incredibili. È più facile che mai fare un disco che suoni bene. La concorrenza è spietata. Per noi è un onore poter far parte di tutto questo. Se lavorare con una certa etichetta può incuriosire qualcuno e spingerlo ad ascoltarci, ben venga.

NEGLI ULTIMI ANNI SEATTLE È DIVENTATA UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER LA SCENA UNDERGROUND DEATH METAL, GRAZIE A BAND COME FETID, MORTIFERUM, CEREBRAL ROT E CAUSTIC WOUND. MA QUANDO AVETE INIZIATO, NEI PRIMI ’90, SEATTLE ERA ANCORA SINONIMO DI GRUNGE. COSA SIGNIFICAVA, PER UNA BAND COME LA VOSTRA, PROVENIRE DA UNA CITTÀ CON QUELL’IMMAGINE?
– Anche allora c’erano band incredibili, solo che molte non ce l’hanno fatta o non hanno lasciato il segno. Il fenomeno grunge, per me, è stato solo una manovra dell’industria musicale per eliminare l’hair metal, ormai fuori moda. Hanno investito milioni per far sembrare enormi dei gruppi da bar piuttosto grezzi.
Il metal in quel periodo era diventato ridicolo, senza mordente, ma io trovavo comunque il grunge mediocre. Ero un fan dell’heavy classico: Iron Maiden, Judas Priest… band che sapevano suonare. Poi il mondo ha cambiato direzione. È stato un colpo di fortuna per alcuni, un piano premeditato per altri. Fatto sta che il metal era diventato mainstream e imbarazzante.
Non ho mai comprato un disco grunge. Alcuni pezzi di Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam o Nirvana mi piacciono, li ho anche visti dal vivo. Ma, onestamente, li trovavo un po’ raffazzonati.
Non frequentavo i locali dove suonavano queste band, non mi interessavano. Volevo il metal. E trovo ridicolo che, dopo tutti questi anni, mi venga ancora chiesto “Perché non suoni come i Pearl Jam?”. Perché non voglio fare rock classico di seconda mano, semplice.
Vuoi una sfida? Prova a suonare gli Slayer o i Suffocation. Non sto dicendo che “Smells Like Teen Spirit” non sia un gran pezzo — lo è. Ma davvero, sono stanco di rispondere a questa domanda. Ogni singola intervista. È una specie di scherzo cosmico. Potrei evitarla con una risposta secca, ma preferisco farmi una bella sfuriata. Non è forse più divertente?

RESTANDO AGLI ANNI ’90, CHE RICORDI HAI DI QUEL PERIODO, SIA DA FAN CHE DA MUSICISTA ATTIVO NELLA SCENA? ALL’EPOCA, IN EUROPA E NEGLI USA, IL DEATH E IL BLACK METAL SEMBRAVANO VERE E PROPRIE FILOSOFIE DI VITA, A VOLTE PERSINO PERICOLOSE. PENSO AI RACCONTI CHE CIRCOLANO ANCORA OGGI SUI CONCERTI DI DEICIDE, PROFANATICA, MORBID ANGEL…
– All’inizio non c’erano molti concerti in giro. Nei primi ’90 qualche tour passava da qui, ma spesso neanche lo sapevo. Mi piacevano il black e il thrash, e ho scoperto il death metal proprio mentre stavo formando la band.
Solo verso metà anni ’90 hanno cominciato ad arrivare più gruppi in città, e noi abbiamo aperto per molti di loro.
All’epoca il metal non era lo ‘spazio sicuro’ che è oggi. Nessuno si preoccupava di essere controverso o offensivo. Ma alla fine era tutta gente tranquilla, che voleva solo divertirsi. Se era uno stile di vita, di certo non era sostenibile a lungo. Prima o poi tutti devono crescere.

QUALCHE ANNO FA HAI RIPORTATO IN VITA IL PROGETTO PLAGUE BEARER, COSA CHE NESSUNO SI ASPETTAVA PIÙ. COSA TI HA SPINTO A RISPOLVERARE QUEI BRANI? E COME TI FA SENTIRE SUONARLI, RISPETTO AL MATERIALE DEI DRAWN AND QUARTERED?
– Tutto è nato grazie al Famine Fest di Portland. Era il 2017. Un mio amico, Chris ‘Nukes’ Nucala, chiese se i Drawn and Quartered potessero suonare a Seattle per quella data.
In tutta risposta, ho rimesso insieme dei brani dei Plague Bearer, coinvolgendo anche altri membri dei D&Q, come sempre.
In origine, nel ’92-’94, i Plague Bearer erano un progetto death metal. Poi, quando li ho riattivati nel ’99, ho iniziato sperimentare con vari stili. Ad ogni modo, abbiamo assemblato una line-up completa e preparato un set misto, con brani da tutta la discografia.
Successivamente, abbiamo anche registrato tutto quello che suonavamo dal vivo e, nel 2023, ne è uscito un disco su Nameless Grave Records, l’etichetta di Brandon e Andrew Lee dei Ripped to Shreds, “Summoning Apocalyptic Devastation”.
Ora stiamo lavorando al nuovo materiale, proprio mentre rispondo a questa intervista. I pezzi vecchi sono divertenti da suonare. C’è dentro thrash, black, death e doom. I nuovi brani sono più coerenti, più tecnici e originali. Cerchiamo di differenziarci dai Drawn and Quartered. Io ed Herb (Burke, anche voce e basso dei D&Q, ndr) usiamo nomi d’arte, costumi… è tutta un’altra atmosfera.
Con i Drawn and Quartered siamo sempre più impegnati con tour importanti, mentre con i Plague Bearer c’è ancora tanta strada da fare.
Per me è una fortuna poter suonare dal vivo in più band. Se qualcuno non può fare un tour, non devo sostituirlo: suono con un altro dei miei progetti.
Avrei voluto che la mia band fosse come i Beatles o i Black Sabbath: quattro amici per sempre. Ma la realtà è diversa, bisogna essere flessibili.
Comunque sia, è bellissimo poter registrare e suonare la mia musica. E poterlo fare in più band è un privilegio.

C’È UN DISCO DELLA VOSTRA DISCOGRAFIA A CUI SEI PARTICOLARMENTE LEGATO E CHE, SECONDO TE, MERITEREBBE DI ESSERE RISCOPERTO?
– Ogni volta che registro, voglio fare il miglior disco possibile. Sempre. A volte voglio superare quello precedente, altre volte farlo diverso ma comunque valido. Ogni nostro album è il preferito di qualcuno. Non vivo nel passato. Siamo sempre stati un gruppo underground, su etichette piccole, con budget minimi e poche vendite. Ma quando qualcuno ci scopre, spesso diventa un fan vero e cerca di recuperare tutto il resto.
Con Nameless Grave Records stiamo ristampando i vecchi dischi in vari formati. Alcuni usciranno per la prima volta su vinile o cassetta. Sono affezionato a tutti, e mi fa sempre piacere sapere che qualcuno li sta scoprendo adesso. È un bel momento per me.
Mi sento fortunato e grato di poter fare musica con amici e di avere gente che viene ai concerti e compra i nostri dischi.

TI PIACE SCOPRIRE NUOVI ARTISTI O PREFERISCI RESTARE FEDELE AI CLASSICI?
– Le mie radici musicali vengono da un certo periodo. Per me tutto parte dai Black Sabbath… e ancor prima dai Beatles. Suono in diverse band, passo tanto tempo a provare e registrare. Per questo, spesso, preferisco il silenzio o ascoltare qualcosa che non sia metal. I classici li ascolto perché sono memorabili. Oggi ci sono dischi tecnicamente incredibili, pieni di riff, ma spesso non mi lasciano nulla.
Ho visto e suonato con i miei idoli. Sono diventato un po’ cinico. La mia energia va su prove, dischi, concerti… scopro band nuove ai festival, o quando suoniamo con loro. Mi arrivano consigli da amici o fan. La musica è ottima, i gruppi sono bravissimi… ma se non resta impressa, non durerà. Non mi interessa essere a tutti i costi il più tecnico o il più veloce. Voglio solo scrivere pezzi che restino in testa, che ti tornino in mente. Gli estremi piacciono, ma è la melodia che vince sul lungo periodo.

DOPO TUTTI QUESTI ANNI, COSA SIGNIFICA PER TE SUONARE DEATH METAL?
– Il death metal crea dipendenza. È quello che faccio. E non lo dò mai per scontato. Potrebbe finire tutto da un momento all’altro. È musica impegnativa, anche fisicamente, almeno nel modo in cui la suoniamo noi. È un onore e un privilegio poterlo fare, anche solo a questo livello. Mi dà uno scopo. Non importa cosa pensano gli altri o quali siano i risultati. Ognuno ha bisogno di una sfida, di un obiettivo. Ho avuto tanti hobby, ma questo è ciò che ho scelto di portare avanti. Niente è successo da un giorno all’altro. Con un po’ di talento e tanto lavoro sono arrivato fin qui. E non ho ancora finito: c’è ancora tanto da fare.

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