DREARINESS – Distanze che feriscono

Pubblicato il 15/06/2022 da

I romani Dreariness hanno alle spalle ormai dieci anni di attività, tre album ed un EP e propongono una commistione molto personale tra blackgaze e post-metal. La loro nuova opera in studio, “Before We Vanish”, colpisce in modo particolare per la forte componente emozionale, sempre in bilico tra dolore e rivincita, un ascolto difficile ma altrettanto appagante che segna un altro passo nel processo di crescita della band.
In questa intervista con la cantante Tenebra e con il chitarrista/tastierista Gris parliamo del nuovo disco, oltre che del passato e del futuro di questa interessante realtà italiana.

BENVENUTI SU METALITALIA.COM. POICHE’ SI TRATTA DELLA PRIMA INTERVISTA SUL NOSTRO PORTALE, POTETE PRESENTARVI E RACCONTARE LA VOSTRA STORIA?
– Ciao e grazie per lo spazio! Dreariness è un progetto nato nel 2012, quando due dei membri fondatori, Gris e Torpor, suonando in un altro progetto, Misere Nobis, si trovarono a scrivere dei brani distanti rispetto a quanto stavano facendo, e sentirono l’esigenza di far nascere una nuova creatura che potesse dar libero sfogo a queste sonorità, meno violente ma molto malinconiche. Per dar voce a questa nuova creatura, si è scelto di affidare il compito a Tenebra, con il quale si è avuto subito un forte feeling e con la quale abbiamo trovato anche un fortissimo affiatamento su come poter far evolvere il progetto negli anni a venire. Infatti sin da subito si è deciso di spogliarci di etichette, vincoli, paure del cambiamento, e abbiamo deciso semplicemente di dare in pasto i nostri sentimenti a questa nuova entità, lasciando che ce li rigettasse contro ogni volta nella forma che più ritenevamo opportuna. Inizialmente nati con questo semplice scopo, abbiamo solo successivamente deciso di portare la nostra musica sui palchi e, con l’avvicendamento di numerosi musicisti turnisti a supportare il nostro lavoro, siamo man mano arrivati ad includere alcuni di loro nella nostra formazione attuale.

“BEFORE WE VANISH” E’ UN CONCEPT ALBUM I CUI I PEZZI SONO ISPIRATI AL “DILEMMA DEL PORCOSPINO” DI SCHOPENHAUER. CE NE POTETE PARLARE? COME VI E’ VENUTA QUESTA IDEA? PRENDETE SPESSO SPUNTO DALLA FILOSOFIA?
– A dire il vero no, non crediamo di poterci ritenere legati alla filosofia né tantomeno di prendere spunto particolarmente da essa, piuttosto spesso cerchiamo di riportare nella nostra musica qualcosa che in qualche modo sentiamo nostro. Nell’album non ritroverete un trattato di filosofia, quanto piuttosto il nostro personale racconto e visione di ciò che causa l’avvicinamento ad un altro individuo. Alcuni tra noi hanno sentito questa tematica in maniera fortemente personale, e a volte è stato anche causa di forte stress in fase di scrittura. Abbiamo cercato di trarne vantaggio anche per prendere coscienza di alcuni lati del nostro essere e in un certo senso scriverne è stato anche una liberazione.

NEI VOSTRI BRANI SEMBRANO CONVIVERE LA DISPERAZIONE E LA SPERANZA. COME FATE A MANTENERE QUESTO EQUILIBRIO TRA IL LATO OSCURO E QUELLO PIU’ LUMINOSO DELL’ESSERE UMANO? QUESTA AMBIVALENZA RIFLETTE IN QUALCHE MANIERA ANCHE IL VOSTRO MODO DI ESSERE?
– Speranza e disperazione danno un’idea di passività e di attesa. Ci piace di più concentrarci su sensazioni concrete come il dolore e la rivalsa. Il senso di parlare di tematiche profondamente dolorose è sempre quello di trovare il modo di rendere la sofferenza almeno utile. L’autocommiserazione è solo patetica se non è coerente. Per quanto riguarda l’oscurità e la luce abbiamo sempre rappresentato entrambi gli aspetti in ogni album, dato che sono dipendenti l’uno dall’altro (“You’re the dark needed to see the stars” dal brano “Essence”). Nella vita reale si attraversano spesso entrambi, ma senza che debbano necessariamente essere legati a positività o negatività. Ed in equilibrio si rimane solo se si riesce ad avere più attenzione possibile a tutte le sfumature che esistono tra tutte le polarizzazioni.

C’E’ STATO UN PEZZO CHE AVETE COMPOSTO PER PRIMO E CHE E’ SERVITO AD INDIRIZZARE IL DISCO IN UNA CERTA DIREZIONE?
– L’album contiene pezzi molto diversi tra loro che hanno avuto origine in momenti molto diversi, ma che abbiamo voluto utilizzare per creare una rappresentazione coerente di come eravamo e come siamo diventati, sia musicalmente che nella vita reale. In ordine temporale “Drain” sarebbe il pezzo più antico, ma l’idea del disco si è generata attorno a “Rehash”, che ha attirato a sé altri brani vecchi e ne ha generati di nuovi.

PENSATE CHE LA MUSICA IN GENERALE, E LA VOSTRA IN PARTICOLARE, POSSA AVERE UN EFFETTO CATARTICO?
– Quello di lasciare una sensazione di purificazione è lo scopo finale per cui facciamo e distribuiamo musica. Entrare in contatto anche con le sensazioni peggiori che si possano provare serve appunto a ricalibrare la nostra percezione, che altrimenti viene completamente alterata dalle routine. Inoltre, serve a conoscere e comprendere ciò che non si è mai visto o incontrato. O che non è stato notato o su cui non si è riflettuto abbastanza. Lo stimolo che vogliamo creare è volto alla purificazione dalla passività e dall’ignoranza, che sporcano i nostri comportamenti.

TRA LE CANZONI DI “BEFORE WE VANISH”, “EXHALE”, L’ULTIMA IN SCALETTA, SEMBRA ESSERE QUELLA CON UN MOOD PIU’ POSITIVO, COME UNA SORTA DI VIA DI USCITA. C’E’ UN SIGNIFICATO DIETRO A QUESTA SCELTA?
– “Exhale” è effettivamente l’espulsione finale del disagio presente in tutto il disco e la guarigione dalle ferite. Il senso di positività che si avverte, però, è effimero, perché in realtà la soluzione è stata la rinuncia alla sensibilità, l’abituarsi al dolore che comunque ci spetta in quanto esseri viventi. Per questo proseguire significherà rinunciare comunque a parte di sé, che può essere qualcosa di positivo se quella parte avesse ucciso. Ma è comunque una automutilazione, un abbandono di una parte di sé a cui si è legati. La soluzione non vuole indirizzare verso positività o negatività. È semplicemente una possibile scelta di cui ci si assumerà il rischio e le responsabilità.

LA PRESTAZIONE DI TENEBRA, ESPRESSIVA, POETICA MA ANCHE FEROCE, VI HA SICURAMENTE PERMESSO DI FARE UN ULTERIORE PASSO AVANTI. AVETE LAVORATO MOLTO SU QUESTO ASPETTO? PENSATE CHE SIANO POSSIBILI ALTRI SVILUPPI?
– Abbiamo lavorato tantissimo sui testi, sulle voci, sulle metriche, sull’espressività e, anche se si potrà migliorare ancora dato il suo infinito talento da cui peschiamo, in questo album ha superato se stessa ben oltre le aspettative di chiunque.

TRA “FRAGMENTS” E “BEFORE WE VANISH” AVETE PUBBLICATO L’EP “CLOSER”, PIU’ LEGATO ALL’ELETTRONICA. COME E’ NATO? RESTERA’ UN CASO ISOLATO NELLA VOSTRA DISCOGRAFIA O SI TRATTA DI UN’ESPERIENZA CHE AVETE IN PROGRAMMA DI RIPETERE?
– “Closer” è nato dall’esigenza di restare uniti e fare musica nonostante il lockdown. Eravamo a casa a combattere contro la solitudine, contro la monotonia, quindi abbiamo deciso di non porre limiti alla nostra creatività, giocando con tutte le nostre possibili influenze musicali, utilizzando i pochi mezzi che avevamo a disposizione per poter creare qualcosa in casa e volevamo che rappresentasse un po’ quel distacco che si era venuto a creare per cause di forza maggiore. Così, dalle nostre case, abbiamo deciso di dare alla luce un EP elettronico. Nel nostro immaginario è perfettamente coerente con le intenzioni che ci poniamo. Magari può non esserlo altrettanto per un ascoltatore, ma a noi questo non spaventa, finché rimaniamo fedeli alla nostra volontà di poterci esprimere sinceramente, il modo in cui lo facciamo è ridotto ad una mera formalità a cui non diamo la minima importanza. Quindi per il momento niente in programma, ma assolutamente non da escludere, anche perché ci siamo divertiti molto nel realizzarlo.

LE VOSTRE INFLUENZE SEMBRANO ESSERE MOLTO VARIE E SPAZIARE ANCHE AL DI FUORI DEL METAL. POTRESTE SCEGLIERE CINQUE DISCHI CHE HANNO CONTRIBUITO IN MODO DETERMINANTE ALLA VOSTRA FORMAZIONE?
– Eccoli:
Forest of Shadows – “Departure”
The Cure – “Disintegration”
Amesoeurs – “Amesoeurs”
Agalloch – “Ashes Against The Grain”
Faith No More – “King For A Day…Fool For A Lifetime”

CON LE NUOVE AGGIUNTE, LA VOSTRA FORMAZIONE CONSTA ORA DI SETTE ELEMENTI. PENSATE DI AVER TROVATO L’ASSETTO DEFINITIVO? COME SUONERETE DAL VIVO CON COSI’ TANTI MUSICISTI?
– Attualmente non ci manca nulla e pensiamo di aver trovato l’assetto definitivo. Il problema di suonare dal vivo ci riguarda relativamente. La nostra musica ha bisogno di questi elementi, attualmente, di conseguenza i contesti dovranno essere adeguati. Non siamo dell’idea che ci si debba adeguare a qualsiasi situazione pur di aver fatto presenza o numero. Viene prima di tutto la musica e la nostra soddisfazione, che è di conseguenza anche quella di chi ci verrebbe ad ascoltare. Questa macchina per funzionare al meglio, in questo momento, ha bisogno di questi sette elementi, ognuno di loro ha un ruolo ben definito. Ad esempio per quanto riguarda le batterie, Torpor continua a scrivere come ha sempre fatto e ad essere un parte importantissima di questo progetto, ma essendosi trasferito all’estero abbiamo bisogno di qualcuno che suoni le sue parti ed allo stesso tempo Luca alla batteria arricchisce e rimodella il tutto quando ci mette mano. Lo stesso si può dire di Valerio con le chitarre, suonare e provare i brani in sala con Gris ha guidato a modellare alcune parti e ad ottimizzare il lavoro che si è poi portato in studio, inoltre è una spalla molto forte sul palco. Infine, Roberto è il nostro storico produttore, cura i nostri suoni, spesso ci instrada e, quando abbiamo sentito il bisogno di inserire una nuova componente vocale, abbiamo approfittato delle sue capacità di cantante, che si sposano perfettamente con quelle di Tenebra. E’ diventata una famiglia allargata, ma non sarà di certo il palco a farci sentire stretti.

LA VOSTRA MUSICA VIENE DEFINITA CON TERMINI DIFFERENTI QUALI BLACKGAZE, POST-METAL, DEPRESSIVE BLACK METAL, SHOEGAZE. IL FATTO CHE QUESTE DEFINIZIONI SIANO COSI’ NUMEROSE E’ INDICE DELL’ECLETTICITA’ DELLA VOSTRA PROPOSTA. SE VI CHIEDESSERO DI DESCRIVERE CIO’ CHE SUONATE COSA RISPONDERESTE?
– Anche se convenzionalmente ‘blackgaze’ è ciò che nel tempo ci si è riuscito ad accostare più facilmente, Dreariness è un sentimento. Definire il grigiore che ci portiamo dentro sarebbe veramente sminuirlo. Lasciamo le etichette agli altri, per noi non sono così importanti, e il fatto che ce ne siano così tante accostate al nostro nome pensiamo lo possa abbondantemente testimoniare.

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