Tornano con un’energia ed una voglia di suonare incredibile i quattro romani autori di un thrash senza fronzoli ma senza respiro.
C’erano una volta gli Enemynside, un gruppo che era, per certi versi, ‘sovra-esposto’, onnipresente alle serate romane che si basavano su un suono più classico. Figli moderni di sonorità provenienti direttamente dalla Bay Area, sono rimasti sempre lontani dal fascino facile ed accattivante del suono partorito dalla Scandinavia. Segue un silenzio durato circa due anni… un silenzio forzato causato dalla lunghissima gestazione di questo “Let The Madness Begin…” che, in una fredda sera di marzo, ci accingiamo ad ascoltare negli ormai attivissimi studi della Temple Of Noise. In poco più di tre quarti d’ora si riversa sui padiglioni auricolari dei presenti in una sala (piena, a dimostrare l’attesa per l’album) che inizia a tremare quando l’opener “Suddendly Maud” inizia con il suo incedere a mo’ di carro armato. Stessa senzazione produce “Bad Junk”, tratta da un vecchio demo, (“se non la suoniamo ora non la suoneremo più!“, hanno poi risposto i ragazzi quando è stata posta loro la domanda “perché avete tirato di nuovo fuori questo pezzo?”), mentre la seguente “Ex-X-Es” la potete già ascoltare sul sito della band. Ma il CD sembra esser fatto di marmo, non di una semplice materia plastica, ed i titoli si susseguono, uno più pesante dell’altro, fino alla conclusiva “Hatestone”, forse il pezzo più pesante dell’intero album, tanto che, al suo termine, sembra quasi di sentire la necessità di alzarsi in piedi e controllare se tutte le ossa siano nello stesso posto in cui le avevamo lasciate un’ora prima. Difficile dare dele impressioni a caldo dopo un solo ascolto, ma di certo la band ha partorito un album corposo, pieno, pesante ma sopratutto compatto, che non lascia molta aria al povero ascoltatore indifeso. “Lo sappiamo, ma è l’unica scelta possibile: questo è quello che ci piace suonare, abbiamo tentato di distribuire i pezzi in modo da alleggerire ogni tanto la pressione… volevamo anche inserire la cover di “Diggin the Grave”, ma abbiamo rinunciato… non è il momento di farci pubblicità con una cover, vogliamo solo suonare la nostra musica“, ha detto Matteo Bellezza (chitarra) parlando dell’album. Questo è effettivamente quello che i quattro hanno più di ogni altra cosa messo in evidenza: la voglia di farsi sentire e di cercare di capire se l’album sia complessivamente bello, al di là dei giudizi tecnici o delle analisi del singolo brano. Voglia di suonare, voglia di portare davanti al pubblico nuovi pezzi… Le basi per riuscirci ci sono tutte.
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