In un sottogenere pensato come immoto, impenetrabile, difficile da scalfire nel suo impianto fondamentale, come può essere il funeral doom, vi è in verità una enorme vastità di vedute e interpretazioni.
Chi lo frequenta con una certa assiduità sa cogliere nelle formazioni che lo suonano tante piccole peculiarità differenti, o addirittura approcci radicalmente diversi gli uni dagli altri. Ovviamente, anche all’interno della discografia di una medesima band possono accadere tante cose diverse, portando a stravolgimenti non da poco da una pubblicazione alla successiva.
I georgiani Ennui, nome di nicchia ma importante all’interno del filone, sono riusciti a passare da quello che è forse l’album più difficile e arcigno della loro lunga carriera – “End Of The Circle” – a uno di quelli che potremmo consigliare per approcciarsi al funeral doom, con limitate paure di venirne brutalmente respinti.
“Qroba”, per i canoni di queste sonorità, è infatti un contenitore di emotività tutto sommato lineare nel suo sviluppo, scorrevole, non semplice nel senso comune che intendiamo dare alla musica, ma sicuramente dalla forte comunicatività: merito di una composizione e un’interpretazione che valorizza le melodie, il respiro dei singoli brani e un’attenzione all’orecchiabilità di fondo.
Non una torsione stilistica traumatizzante, per chi già conosceva e apprezzava il quintetto di Tbilisi, piuttosto una nuova interpretazione di uno stile che rimane possente, greve, addolorato eppure segnato in questa occasione di uno sguardo meno torvo, di una musicalità più incline a entrare in immediata comunicazione col prossimo.
Il leader degli Ennui, il cantante/chitarrista David Unsaved, ci accompagna in questo mondo di complesso, fascinoso dolore, con il tono di un cantastorie degli inferi che non ha alcuna volontà di spaventarci, quanto di farci ammirare tutti gli aspetti della sua creatura.
“QROBA” ARRIVA A OLTRE SETTE ANNI DA “END OF THE CIRCLE” ED È RELATIVAMENTE DISTANTE DA QUEL DISCO. SE INFATTI “END OF THE CIRCLE” ERA ABBASTANZA IMPENETRABILE, DENSO E SUFFOCANTE, “QROBA” È MOLTO PIÙ FACILE DA COMPRENDERE, PIÙ DINAMICO E CON UN SUONO NETTAMENTE PIÙ LUMINOSO. PERCHÉ AVETE PORTATO GLI ENNUI VERSO QUESTA DIREZIONE?
– Vero, “Qroba” può dare l’idea di essere più accessibile di “End Of The Circle”. Non si è trattato di una decisione calcolata da parte nostra. Riflette semplicemente come mi sentivo mentre scrivevo il disco. Nel passato sono stato spesso interessato allo spingermi verso la complessità. Ho sperimentato con riff cupi, aggressivi e qualche volta con idee strutturalmente molto dense.
C’è stata una forte influenza da parte di gruppi come gli Esoteric nel modo in cui approcciavo la pesantezza e l’atmosfera. Mentre scrivevo “Qorba”, il mio modo di pormi alla musica era differente. Mi sono trovato immerso completamente nel doom metal. Col tempo ha smesso di essere per me un genere musicale ed è divenuto un vero e proprio stato mentale. Ascoltavo doom metal tradizionale, spendendo del tempo in posti tranquilli, pensando alla malinconica bellezza dei paesaggi, guardando anche nel frattempo opere cinematografiche dal ritmo molto lento. A causa di tutte queste attività, la complessità tecnica e le strutture molto ostiche sono diventate per me meno importanti. Ciò che contavano a quel punto erano l’umore, lo spazio e la chiarezza emotiva di quello che intendevo suonare.
Non lo descriverei come un cambiamento radicale nella nostra direzione musicale. È semplicemente la forma presa dal disco in quel momento. Il prossimo potrebbe essere completamente differente. L’ispirazione tende arrivare in una forma che non sempre ti aspetti, e non devi cercare in nessun modo di forzarla.
COSA SIGNIFICA “QROBA” E PERCHÉ PENSAVI FOSSE UN TITOLO ADATTO AL VOSTRO QUINTO DISCO?
– “Qroba” può essere tradotto dal georgiano come ‘sbiadimento’ o ‘scomparsa’. Descrive la graduale sparizione della luce.
In poche parole, il significato del titolo è abbastanza semplice. Sulla copertina puoi vedere una figura, impersonificante la morte, mentre sta rubando il sole. È un’immagine raffigurante la luce, la speranza, nell’atto di essere rubate dal nostro mondo.
Se guardo alla realtà odierna, spesso percepisco come il mondo stia sprofondando sempre di più nell’oscurità. Guerra dopo Guerra. Una nuova guerra inizia semplicemente per porre fine alla precedente. Si compiono infiniti sacrifici in nome di idee vuote e astratte, che alla fine si rivelano prive di qualsiasi significato.
Si afferma spesso che l’oscurità precede l’alba. In questo caso, si ha l’impressione che l’alba non giungerà mai. “Qroba” parla proprio di questo, della sensazione di guardare la luce che lentamente sparisce.
ANDIAMO PIÙ IN PROFONDITÀ NEI CONTENUTI DEL DISCO: “QROBA” PARTE CON “ANTINATALISM” E IN ESSA POSSIAMO COGLIERE IMMEDIATAMENTE UN DUALISMO NELLE ATMOSFERE PIUTTOSTO MARCATO, CHE RITORNERÀ IN ALTRI PUNTI DELLA TRACKLIST. QUI ALTERNATE SEZIONI ETEREE E DILATATE CON ALTRE NETTAMENTE PIÙ AGGRESSIVE, DINAMICHE E IN QUALCHE MANIERA PURE ORECCHIABILI.
“ANTINATALISM” È IN FONDO DIRETTA E NON COSÌ OPPRESSIVA, COME AVETE LAVORATO PER DARLE FORMA E PERCHÈ L’AVETE POSTA COME OPENER DI “QROBA”?
– Non direi ci fosse un piano preciso dietro l’alternanza di sezioni aggressive e altre molto soft ed eteree. La canzone si sviluppa con naturalezza, ha preso questa forma da sola, mentre la scrivevo. L’introduzione e il tema melodico principale prendono spunto, in parte, da antichi inni cattolici, specialmente “Pulcherrima Rosa”. Volevo re-intereptare quella solenne, quasi sacrale melodia, attraverso il linguaggio del doom metal atmosferico.
In alcuni frangenti, lo stato d’animo del brano può ricordare alcune cose degli Shape Of Despair degli ultimi lavori. Nella parte centrale, sono invece tornato a riff heavy e possenti tipici degli Ennui. Proprio per il suo bilanciamento tra atmosfera e un tipo di pesantezza molto riconoscibile, tipica del nostro stile, abbiamo pensato fosse ottima come apertura di “Qroba”.
IN “BECOMING VOID” POSSIAMO PERCEPIRE UNA MONUMENTALE ELEGANZA, CI SONO ALCUNI MOMENTI CHE CON POCHE NOTE DESCRIVONO UN INTERO MONDO, ABBINANDO SENSO DI VASTITÀ, DI ORIZZONTI SMISURATI, E UNA CRISTALLINA PESANTEZZA. COME SIETE RIUSCITI, A TUO PARERE, A RENDERE RELATIVAMENTE IMMEDIATE QUESTE SEZIONI ATMOSFERICHE, CONSENTENDO ALL’ASCOLTATORE DI APPREZZARE SENZA SFORZO IL PARTICOLARE FEELING CHE INTENDONO EVOCARE?
– “Becoming Void” è una composizione abbastanza datata. La musica è stata scritta addirittura nel 2016. Per “Qroba” ho pensato di andarla a rivisitare, rifinire la struttura e riscrivere completamente i testi. Sono sempre stato completamente immerso in quel tipo di passaggi atmosferici. Ho sperimentato con questi approcci soprattutto su “End Of The Circle”, da allora sono diventati un habitat naturale per me.
A volte interrompo volontariamente il flusso narrativo e permetto alla musica di respirare per conto suo, attraverso lunghe fasi strumentali costruite attorno a lente, ripetitive melodie. In quei momenti mi piace immaginare paesaggi, immagini pacifiche, frammenti di memoria. Crea spazio per l’ascoltatore per formarsi nella sua mente le sue, di immagini, al posto che sentirsi raccontare da qualcun altro cosa dovrebbe vedere e sentire.
MOLTE VOLTE IN PASSATO LA MUSICA DEGLI ENNUI HA AVUTO COLLEGAMENTI CON RIFERIMENTI LETTERARI. VOLEVO SAPERE SE CIÒ FOSSE AVVENUTO ANCHE PER “QROBA” E IN CHE MISURA QUESTI RIFERIMENTI AVESSERO INFLUENZATO I TESTI.
– Per quest’album ci sono corrispondenze molto strette con la letteratura e la storia georgiana. In “Decima”, “Down To The Stars” e “Mokvda Mze” abbiamo utilizzato poemi del poeta e pubblicista Konstantine Makashvili, il padre di Maro Makashvili.
Maro Makashvili era una giovane donna morta durante l’invasione sovietica del 1921, in seguito è divenuta un simbolo di sacrificio e resistenza contro l’occupazione sovietica. Le poesie di suo padre sono permeate da un dolore insopportabile, dalla disperazione e da una sorta di intensità emotiva quasi allucinatoria. Non parlano del senso di perdita in modo distaccato. Si percepisce proprio la distruzione interiore di chi scrive.
Per quanto mi riguarda, la verità delle emozioni è fondamentale. Alla luce di quello che sta accadendo attualmente nel mondo, non si riesce a sentire questi testi come qualcosa legato al passato. Suonano dolorosamente attuali, vitali. Per questo ci sembravano così rilevanti per “Qroba”.
In “Antinatalism” e “Becoming Void”, invece, i testi li ho scritti io. In questi due casi non so indicarti degli specifici autori che mi abbiano influenzato direttamente.
Nel caso di “Antinatalism”, si tratta di un’idea filosofica che andava sedimentando dentro di me, dopo aver letto alcune riflessioni e pensieri su quanta crudeltà, dolore, assurdità esistano nel mondo. A un certo, si inizia a pensare che probabilmente il non essere nati sarebbe stato il destino più misericordioso per un essere umano.
“Becoming The Void” ha un significato più esistenziale. Racconta del dissolversi, dello sparire, del graduale movimento verso la non-esistenza. In un certo senso, qui il testo si ispira alla semplicità e quell’idea di definitezza che riuscivano a dare gli epitaffi degli antichi romani. Volevo una conclusione dal tono quieto e pacifico, al posto di una dall’atmosfera drammatica.
RITENGO CHE LE LINEE VOCALI SIANO ABBASTANZA ORECCHIABILI, SONO UTILIZZATE NON SOLO PER DIRE QUALCOSA, MA PROPRIO PER CATTURARE L’ATTENZIONE E COINVOLGERE. HAI POSTO PARTICOLARE ATTENZIONE A COME LE LINEE VOCALI DIALOGANO CON LA MUSICA, AL FINE DI INFONDERE DINAMISMO E SCORREVOLEZZA A OGNI CANZONE?
– Quest’album contiene intenzionalmente meno linee vocali. Fin dall’inizio ho immaginato di avere meno growl, testi più corti, e spazi più ampi lasciati alle melodie e all’atmosfera. Desideravo che gli strumenti respirassero e si caricassero della maggior parte del peso emozionale.
L’unico aspetto sul quale ho prestato stretta attenzione è stato proprio il suono della voce. Ho cercato di mantenerla bassa, quasi monotona, qualcosa che assomigliasse più a una presenza distante che a un elemento dominante all’interno della musica.
IN ALCUNE CIRCOSTANZE, SI PERCEPISCONO ALCUNE SFUMATURE DI SUONO CHE SEMBRANO PROVENIRE DA “OCTOBER RUST” DEI TYPE O NEGATIVE, CON ALCUNI EFFETTI CHE RICHIAMANO UN USO DELLE TASTIERE DALL’ARIA SOLENNE, ANCHE SE LE TASTIERE POI DI FATTO NON CI SONO. VOLEVO QUINDI CHIEDERTI QUANTO FOSSE VOLONTARIA O MENO QUESTA ASSONANZA CON I TYPE O NEGATIVE.
– Vero, le tastiere non ci sono, tranne nell’outro dell’ultima traccia, ma a volte si ha quella sensazione, durante le parti più atmosferiche e impalpabili. Nonostante il mio grande rispetto per i Type O Negative, ogni possibile analogia che una persona potrebbe riscontrare con loro sarebbe assolutamente non intenzionale. Allo stesso tempo, non sarei sorpreso se qualche influenza apparisse inconsciamente nella nostra musica.
Type O Negative sono una di quelle band che inevitabilmente lasciano un segno in molto musicisti. L’album contiene alcune piccole eco di artisti che mi hanno ispirato nel corso degli anni. Se qualcuno dovesse percepire un’eco distante di “October Rust, lo prenderei semplicemente come un complimento.
COSA AVVIENE ALLA TUA MUSICA DURANTE UN CONCERTO? COME CAMBIA A TUO AVVISO IL MODO IN CUI ESSA IMPATTA SUGLI ASCOLTATORI?
– Durante un concerto la musica inevitabilmente cambia un pochino. Alcune cose diventano più heavy, più fisiche. Le dinamiche delle canzoni sembrano differenti, quando sono suonate di fronte a un pubblico e tramite un impianto sonoro molto potente.
Qualche volta cambiamo intenzionalmente alcune parti, rispetto alle versioni in studio. In alcuni punti acceleriamo leggermente, in altri rallentiamo per avere un’atmosfera più tesa, oppure più inquietante.
Le performance live consentono alla musica di respirare in maniera diversa. Come ciò influenza gli ascoltatori, penso sia un’esperienza estremamente individuale, anche se ritengo che la maggior pesantezza del suono e la mutevolezza delle dinamiche renda l’esperienza ancora più intensa e immersiva.
LE BAND DOOM METAL ESTEUROPEE COME GLI ENNUI SEMBRANO POSSEDERE UN FEELING SPECIALE, NEL MODO IN CUI DESCRIVONO SCENARI DESOLATI. COME DESCRIVERESTI L’INFLUENZA DEL TERRITORIO DAL QUALE PROVENITE SULLA MUSICA CHE SUONATE?
– A un primo sguardo, la Georgia potrebbe apparire come un luogo luminoso e gioioso. È un bel paese con una storia antica, una ricca cultura e un forte senso di ospitalità. Peccato sia solo un lato della medaglia: chi è cresciuto qua negli anni ’90 e nei primi 2000 ricorda una realtà molto differente. C’erano conflitti regionali, una guerra civile, anni di collasso economico e carenze energetiche.
Molte persone hanno vissuto un periodo storico durante il quale la vita di tutti i giorni era piena di incertezza e instabilità. Sono esperienze che inevitabilmente modellano la tua percezione del mondo. Non direi che la nostra musica è una diretta conseguenza di quegli eventi, ma certamente hanno lasciato un segno nel modo in cui percepiamo l’atmosfera, la malinconia e la desolazione. Quando cresci in un posto dove la storia e le difficoltà della vita sono sempre presenti, diventano parte del tuo panorama emotivo.
Contemporaneamente, c’è una forte corrente di tristezza e introspezione che attraversa il nostro patrimonio musicale e culturale. La musica tradizionale georgiana nasconde una quieta tristezza sotto la sua bellezza superficiale. Forse questa mescolanza di storia, paesaggi naturali e memoria culturale trova naturalmente spazio nella musica che creiamo.
COLLEGANDOMI ALLA PRECEDENTE DOMANDA, RITIENI CHE PROVENENDO DA ALTRE ZONE DELL’EUROPA, PER ESEMPIO LA SCANDINAVIA, OPPURE LA GERMANIA, IL REGNO UNITO, AVRESTE POTUTO OTTENERE MAGGIOR ATTENZIONE DA PARTE DEL PUBBLICO METAL?
– Penso che probabilmente sarebbe stato più facile, sì. Stare in un paese con una scena metal più ampia, come i paesi del nord Europa, oppure Germania, Regno Unito, ci avrebbe dato maggiori opportunità e visibilità. La geografia un suo ruolo lo gioca, quando viene il momento di andare in tour, per questioni di networking e banalmente l’essere più vicini al centro della scena, oppure più distanti.
Allo stesso tempo, il posto dal quale proveniamo dà agli Ennui una certa specifica identità. La Georgia non è abitualmente associata al funeral doom, e probabilmente questo cambia un po’ la nostra prospettiva.
Insomma, è una situazione ambivalente: da un lato, arrivare da una parte più centrale dell’Europa ci avrebbe reso più facile l’attività, ma dobbiamo anche considerare che la nostra origina è una parte fondamentale di quello che siamo.
SENZA SENTIMENTI COME LA ‘ENNUI’ (IN ITALIANO ‘NOIA’) LA BAND E, IN UNA PROSPETTIVA PIÙ GENERALE, IL FUNERAL DOOM POTREBBERO ESISTERE?
– Penso che il funeral doom possa esistere anche senza la presenza di quella specifica sensazione, ma probabilmente senza di essa perderebbe qualcosa di essenziale. Per me questo tipo di musica è strettamente collegato a un determinato stato mentale, piuttosto che a uno stile di musica codificato.
La parola ‘ennui’ di per sé non significa semplicemente ‘noia’ secondo il significato che le diamo nella vita di tutti i giorni: è più simile a una quieta consapevolezza del vuoto, una sorta di stanchezza esistenziale. Una sensazione che trova il suo naturale approdo in una musica lenta, pesante e contemplativa. Senza emozioni come quella, il funeral doom potrebbe esistere come stile, ma rischierebbe di essere soltanto una collezione di riff e ritmi.
Ciò che gli dà vera profondità è la sua atmosfera interiore, quello che sta dietro il suono. In quel senso, il nome Ennui descrive ancora benissimo lo spazio emozionale da dove la musica scaturisce.
PER CHIUDERE: SE DOVESSI RAPPRESENTARE L’INTERA DISCOGRAFIA DEGLI ENNUI CON UNA SOLA CANZONE, QUALE SAREBBE?
– “Becoming Void”.

