ENZO AND THE GLORY ENSEMBLE – Cantare domande

Pubblicato il 12/05/2020 da

Il terzo album di Enzo And The Glory Ensemble si è decisamente mostrato all’altezza delle aspettative e ci ha fatto piacere ricontattare l’autore per approfondire vari aspetti dell’album. Ne è venuta fuori una chiacchierata che conferma come anche questo sia un lavoro molto profondo, che affronta temi spirituali e sociali, dove tutto è curato nei minimi dettagli, ma che mira, più che a dare risposte preconfezionate, a stimolare l’ascoltatore a porsi delle domande.

NELLA NOSTRA PRECEDENTE INTERVISTA, QUANDO TI AVEVAMO CHIESTO SE IL SECONDO ALBUM AVREBBE FATTO PARTE DI UNA TRILOGIA, CI AVEVI SCHERZATO SU, DICENDO CHE LA STAMPA SI ASPETTAVA IL TERZO ALBUM NEL NOME DELLO SPIRITO SANTO PER COMPLETARE IL SEGNO DELLA CROCE: ADESSO ARRIVA NON PROPRIO LO SPIRITO SANTO MA IL TERZO ALBUM S’INTITOLA “IN THE NAME OF THE WORLD SPIRIT”, COSA CI DICI A RIGUARDO?
– Un viaggio che ha subito variazioni, a prova che nulla è stato pianificato a tavolino. Volli dare al primo album un titolo che recitasse l’inizio di una preghiera, contenuto effettivo di quel disco. Dopo “In The Name Of The Father”, il pregar cantando si affiancò alla necessità di una mentalità più orizzontale, per fissare gli occhi del prossimo. “In The Name Of The Son” stava più con i piedi per terra, attento a quelle diversità che non vanno schiacciate in nome di una sola verità, ma permeate dalla stessa apertura con cui il Dio cristiano s’incarna e scende quaggiù a parlare a tutti. Per quanto assurdo, foste voi giornalisti a farmi notare quanto mi stesse accadendo: “Stai facendo una trilogia col segno della croce!”. Presi atto di trovarmi in una trilogia trinitaria work in progress, me ne assunsi la responsabilità e decisi di terminarla con criterio: nel nome del Padre si prega, nel nome del Figlio si prega con più concretezza, ma nel nome dello Spirito Lui ti ispira e tu parli, ragion per cui l’ultimo lavoro, a differenza dei precedenti, riporta un solo passo biblico a fianco ad undici testi del tutto inediti.

SEMPRE RICHIAMANDO LA NOSTRA PRECEDENTE INTERVISTA, CI DICEVI CHE NON AVEVI PIU’ NOTIZIE DEL CANTANTE DEL CONGO WEZA MOZA E DEL SUO CORO, TEMENDO CHE POTESSERO ESSERE SUCCESSE COSE GRAVI, DATO CHE ERANO SCOMPARSI SENZA PIU’ RISPONDERE AI MESSAGGI: ABBIAMO VISTO CHE NELL’ALBUM SI CITA NUOVAMENTE LA COLLABORAZIONE CON QUESTO CORO, PUOI DUNQUE DARCI BUONE NOTIZIE?
– Purtroppo non ho notizie da dare in merito. Alcuni anni fa fui contattato da Weza Moza, corista di Kinshasa, che mi propose di coinvolgere la corale di cui faceva parte. In pochi giorni tutti i ritornelli di “In The Name Of The Son” erano pronti, eccetto “Te Deum”, rimasto a metà e faticosamente completato da noi. Scomparsi senza tracce al punto da impensierirmi, tenendo conto della realtà congolese di cui all’epoca andai ad informarmi. Non seppi il nome del coro, così optammo per “Weza Moza Gospel Choir” in suo onore. Il progetto corale dell’ultimo album è partito selezionando ventidue voci afro tra le molte richieste nei messaggi della fanpage, più le sovrapposizioni vocali di due miei allievi. Per scelta sia continuativa che simbolica, abbiamo convalidato il nome “Weza Moza Gospel Choir”, certi di poterlo utilizzare in futuro.

ANCORA A PROPOSITO DI QUESTI CORI, GIÀ IN PASSATO AVEVI ACCENNATO ALL’IDEA DI CREARE UNA SORTA DI GOSPEL METAL: PUOI SPIEGARCI IN COSA CONSISTEREBBE? QUESTO NUOVO LAVORO E’ STATO CONCEPITO PROPRIO IN QUESTA DIREZIONE?
– L’idea di un gospel coerentemente miscelato al power in realtà mi frulla in testa sin da ragazzino. C’è potenza in entrambi. Visceralità, tribalismo, drammaturgia, spiritualità, descrittività, son caratteri che riconosco in ambedue. Uniti, credo possano aver qualcosa da dire o, meglio, potenziare le tante caratteristiche in comune. Amplificare sentimenti e stati d’animo, infatti, è necessario in un concept che percorre territori dell’anima, il regno dello Spirito. Ragion per cui tribale e sacro, folklore e sincretismo, animalità e dramma, potenza e delicatezza possono fondersi unicamente in questa miscela, spontanea alle orecchie del sottoscritto.

LA MIA SENSAZIONE E’ CHE NEL DISCO CI SIA UN RICORSO SEMPRE MAGGIORE A SONORITA’ MEDIORIENTALI MA NON SOLO, DIREI PIU’ IN GENERALE ETNICHE O SI POTREBBE ARRIVARE A PARLARE PERSINO DI WORLD MUSIC: POSSIAMO TROVARE DUNQUE UNA CONNESSIONE TRA QUESTO “WORLD SPIRIT” E UNA SCELTA PIU’ DECISA PER QUESTE SONORITA’?
– ‘World spirit’ e ‘World music’ sono la stessa cosa in un piccolo romanzo musicale che non osa pretese di verità assoluta; tuttavia, cerca punti in comune tra culti e miti di più terre, tra la biografia di un singolo e la storia di un popolo, tra le idee di un credente e di un ateo. Le domande che gli uomini pongono alla realtà in tante lingue ed epoche, a noi interessano più delle risposte, forse perché nella natura di quel domandare può esservi già risposta. A rispondere è il cuore di chi ascolta, ‘dopo’ aver ascoltato, per cui noi ci limitiamo a viaggiare, ‘cantare domande’ e il disco è un diario di bordo di tale viaggio, un punto interrogativo alle orecchie del fruitore.

TROVO CHE IL DISCO SIA COMUNQUE ALQUANTO VARIO E DENOTI UNA NOTEVOLE RICCHEZZA DI INFLUENZE: COME RIESCI PERO’ AD OTTENERE UN EQUILIBRIO TRA INFLUENZE E STILI COSI’ DIVERSI? E’ UN PROCESSO NATURALE CHE AVVIENE IN FASE COMPOSITIVA O AL CONTRARIO E’ IL RISULTATO DI UNA RICERCA ED UN IMPEGNO COSTANTE PER OTTENERE UN OBIETTIVO CHE TI SEI PREFISSATO?
– Credo che in brani come “Nothingness (It’s Everyone’s Fate)” e “Last Weep”, il senso di omogeneità di molte influenze sia spontaneo, essendo brani nati già così, un po’ in Africa, un po’ in India, un po’ nell’heavy metal. In altri momenti dell’album, ad esempio “I’ll Add More” e “Psalm 13 (Tell Me)” qualche paesaggio sonoro è più ragionato, su richiesta del testo. In totale, come avviene in ogni lavoro complesso, non c’è una scelta unica. Ciò che è costato ben più impegno è stato un elaboratissimo intreccio tematico: passando di strumento in strumento, le principali melodie dell’album vengono rielaborate e continuamente riproposte addirittura più di ottanta volte in tutto lo scorrere del disco, senza che l’ascoltatore se ne renda neanche conto se non dopo ripetuti ascolti. Infatti pochissimi critici se ne son finora accorti. Per eguali motivi di natura simbolica, anche le durate numeriche dei brani hanno un perché, richiamando sempre 33 e 44 nei millesimi di secondo e nei secondi. La durata complessiva dell’album è di 1:33:333. Vezzo quasi esoterico, anche nei precedenti album.

ANCORA UNA VOLTA HAI COLLABORATO CON GARY WEHRKAMP: QUAL E’ STATO IL SUO RUOLO, IN PARTICOLARE? SE NON SBAGLIO DOVREBBE ESSERSI OCCUPATO ANCHE DELLA PRODUZIONE.
– Nel 2014 Gary riconobbe nelle demo del primo album qualcosa in cui credere, dopodiché il suo impegno assiduo è stato, in un certo senso, produrre il suono: sgrossare le tante idee per conferir loro un’omogeneità sia musicale che audio. Un lavoraccio. Più volte mi diceva: “Qui c’è qualcosa da togliere ma non so cosa, perché mi sembra tutto necessario”. Man mano m’invitava a concentrarmi al cuore delle idee, ma il centro del suo lavoro è stato aiutarmi a raggiungere, album dopo album, quell’equilibrio tra suoni – soprattutto frequenze – di cui brani tanto corpulenti avevano bisogno.

NEL DISCO TROVIAMO AL SOLITO UN CAST STELLARE, CON VECCHIE CONOSCENZE MA ANCHE CON NUOVI VOLTI RISPETTO AGLI ALBUM PRECEDENTI: QUALI SONO DUNQUE LE NOVITA’ IN TAL SENSO?
– Era il 15 luglio 2018 quando Mark Zonder, ascoltando la demo “Last Weep”, mi fece notare quanto le idee del basso alludessero al tocco di Philip Bynoe. Dannatamente vero. “Lo contatterò”, disse, e Philip aderì. Vedi, è questo il criterio con cui ormai da anni decidiamo un po’ tutti chi coinvolgere, fino a diventare ben diciotto elementi, coristi ed orchestrali esclusi. Oltre alle special guest di sempre, abbiamo alcuni ingressi significativi come, appunto, Bynoe (Steve Vai, Slash), i bravissimi Francesco Romeggini e Maria Londino degli S91, l’eccellente voce e drumming di Mr. Jack (Ironheart) – un acquisto a dir poco eccellente – e le eccezionali Clara People e Claudia Coticelli.

LA COPERTINA DEL DISCO E’ ALQUANTO PARTICOLARE, IN QUANTO RAFFIGURA DELLE FORMICHE NEL DESERTO ATTORNO AD UN DIAMANTE: COSA AVETE INTESO RAPPRESENTARE?
– Ci sarebbe molto da raccontare più che altro, poiché la cover racchiude praticamente i miei ultimi anni di vita e credo racchiuda la storia di tanta gente che in qualche modo passa per l’esperienza del deserto, di un vuoto in cui ci sentiamo un po’ gettati da qualcuno o qualcosa di distratto che non ha saputo custodire con sufficiente gelosia una preziosissima pietra, quale ognuno di noi è. Laddove nessuno immaginerebbe esserci un diamante arrivano esseri piccoli, umili, semplici. La formica è un insetto laborioso, organizzatissimo, instancabile, ragion per cui in casa ne troviamo così tante (risate, ndr.). Cerca cibo, non ricchezze. Bisogna essere un po’ diamanti gettati nel deserto per esser rivalutati da chi sa cercare. Bisogna essere un po’ formiche se desideriamo qualcosa di veramente prezioso e brillante. Questo discorso vale anche con noi stessi, qualora volessimo scoprire qualcosa di prezioso nel profondo del nostro animo.

HAI GIA’ PUBBLICATO IL VIDEO DI “LAST WEEP”, DEDICATA AL GRANDE VIAGGIATORE IBN BATTUTA: CI RACCONTI QUALCOSA DI QUESTO BRANO, DI QUESTO PERSONAGGIO E DELLA REALIZZAZIONE DEL VIDEOCLIP?
– Ibn Battuta è un’ottima formica, uno che nel deserto ci sa stare e scopre il più prezioso dei diamanti: dialogare con gente di cultura diversa, forse meno ostile di come ce ne parlano. Il testo di “Last Weep” riassume un po’ il contenuto di tutto l’album: calpestare suoli oltre le colonne d’Ercole ove le nostre fedi, credenti o atee che siano, non sanno rispondere, portando nella bisaccia null’altro che una certezza: la Verità non è un’area geografica circoscritta in un rito e una tradizione e, se infinito è, risposte arrivano da lontano e da vicino. Viaggiare e ascoltare reciprocamente, senza ribadire, arricchisce entrambi; insieme si compie un passo in avanti verso il cielo. La realizzazione del videoclip ha molto stimolato noi tutti. L’intuizione di vagare in paesaggi naturali è stata unanime, ciascuno si è scelto la propria fetta di madre natura: Gary la roccia e l’acqua, Nicholas la foresta, io e Brian il bosco e il fuoco, Mr. Jack l’aria aperta di notte. Direi esserci i famosi quattro elementi alchemici, passando per i quali si giunge alla conoscenza, secondo antiche mitologie.

IN EFFETTI DI SOLITO I TUOI TESTI SONO MOLTO PROFONDI E MOTIVO DI RIFLESSIONE, PER CUI MERITEREBBERO UN APPROFONDIMENTO. PER RAGIONI DI SPAZIO NON E’ OVVIAMENTE POSSIBILE, PERO’ TI VORREI CHIEDERE SE VUOI DEDICARE QUALCHE PAROLA PER QUALCUNO DI ESSI CHE RITIENI PIU’ SIGNIFICATIVO, GIUSTO PER STIMOLARE ULTERIORMENTE LA CURIOSITA’.
– Come anticipato prima, il concept cerca punti in comune tra multietnie, tra fedi e non fedi, tra la biografia di un uomo comune e la storia di un popolo. Spicca senz’altro “Nothingness (It’s Everyone’s Fate)”, confronto tra la vicenda della cattura dei neri e quella sorta di esperienza d’esilio da noi stessi, dovuta alle minacce di emarginazione imposte dalla società.
“The Bronze Age” è ambientato in un’epoca in cui non si concepivano divinità dedite ad altri popoli oltre il proprio. I Patriarchi vinsero battaglie senz’armi, comprovando l’universalità del Signore degli Eserciti. Gli Ebrei si riappropriavano della terra natia, identità occupata da un forestiero. Interessante che le epopee di quell’epoca cominciarono ad assumere specularità metaforica: c’è ancora un nomade armato in noi, incline a saccheggiare la terra del nostro cuore.
In “One Reason” infine mi chiedo: se fossimo solo un insieme di fenomeni, se la nostra coscienza, quella sensazione di esser vivi, di esser noi, fosse solo l’illusorio effetto di un archivio psichico… se non esistessimo veramente, insomma, secondo le mentalità più scettiche, perché ci offende così tanto quando ci vien detto nel quotidiano? Perché ci mortifica esser strumentalizzati e trattati come usa e getta? Perché ci fa tanto male esser considerati ‘cosa’ e non ‘chi’? Forse perché la nostra indole rivendica un’anima? Se dunque ci fosse la prospettiva di esser dotati di ‘spirito vivo’ Dio sarebbe plausibile? È solo una domanda, tuttavia degna di ricerca, di un viaggio. Proficua occasione di dialogo con il diverso, a parer nostro.

CI TROVIAMO PURTROPPO IN UN PERIODO MOLTO COMPLICATO A CAUSA DEL CORONAVIRUS: COME STAI VIVENDO QUESTO TERRIBILE MOMENTO E CHE RIPERCUSSIONI PENSI POSSA AVERE SULLA TUA ATTIVITA’ ARTISTICA E SUL MONDO DELLA MUSICA IN GENERALE?
– Suono, leggo, m’informo, rifletto, prego; soffro i limiti alla mia libertà come tutti. Musicalmente, essendo nato, costruito, prodotto e promosso via web, il mio progetto non sta riportando danni, potendo navigare come sempre, malgrado la penalizzazione del mercato musicale globale sia innegabile. Tuttavia, avverto la sensazione che la temporanea lontananza da frette, traffico, intasamento e stress, dovuta alla costrizione domestica, stia rendendo la gente momentaneamente più ricettiva, concentrata: insomma, credo sia il momento in cui, se hai qualcosa da dire e lo dici, verrai ascoltato per davvero. Ne approfitterei.

CON “IN THE NAME OF THE WORLD SPIRIT” SI CONCLUDE UNA SERIE DI TRE ALBUM (SEMPRE CHE NON POSSIAMO CONSIDERARLA UNA TRILOGIA): INTENDI PROSEGUIRE CON IL PROGETTO DEL GLORY ENSEMBLE? QUALI SONO LE TUE IDEE IN CANTIERE PER IL FUTURO? E’ TUA INTENZIONE MANTENERE UNA LINE-UP COSI’ AMPIA?
– Rispondo alla domanda con una domanda: dopo il segno della croce cosa si fa? Quello sarà esattamente ciò che faremo (risate, ndr.).

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