EPHEL DUATH – Attraverso gli occhi di un cane

Pubblicato il 21/02/2009 da
 
Gli Ephel Duath sono una delle realtà nostrane più apprezzate fra le band che tentano un approccio più sperimentale al metal. Purtroppo recentemente Luciano ha dovuto rinunciare al suo impegno nella band; ai tempi dell’intervista però ne faceva ancora parte, e abbiamo quindi chiacchierato con entrambi i membri a proposito del nuovo disco e di altri argomenti legati alla band…

“THROUGH MY DOG’S EYES” È UN CONCEPT ALBUM SULLA VITA VISTA DAGLI OCCHI DI UNCANE. CHE COSA VI HA PORTATO A TRATTARE UN SIMILE CONCEPT E DI CHE COSA PARLAIN PARTICOLARE? AVETE IN MENTE DI CONTINUARE COI CONCEPT?
Davide: “Innanzi tutto era una scommessa. Siamo sempre stati interessati a metterciin discussione, cercando di fare qualcosa che ci impegni un po’ più del necessario.Come concept è abbastanza ambizioso… abbiamo cercato di comporlo da un puntodi vista di pura fantasia, anche perché non è chiaro cosa passi per la testa diun cane, sebbene tanti lo studino. E’ stata un’esperienza appagante e molto divertente.Pensiamo di essere riusciti a individuare quello che volevamo fare all’inizio,è tutto nato parallalamente alla musica – addirittura quasi prima della musicastessa. Abbiamo lavorato in un modo particolare, poiché abbiamo scritto dei racconti,da cui sono state prese alcune frasi; queste frasi hanno poi composto i testi,testi che volevano mantenere l’impronta e la radice del racconto stesso. Le frasisono state usate quasi come dei motti promozionali. Abbiamo scelto il cane perchéè un animale nudo di fronte alle proprie emozioni, come siamo stati nudi noi inquesto disco, dal punto di vista sia musicale che lirico. E’ un disco per cuiabbiamo composto veramente tanto, ma abbiamo mantenuto solo quello che era secondonoi la cosa migliore per il disco stesso, spesso lasciando fuori cose veramentebuone… volendo ce n’è un altro pronto! Per quanto riguarda il futuro non sose continueremo coi concept, vedremo”.

UNA VOLTA AVEVATE UN BASSISTA E ANCHE UN CANTANTE PER LE VOCI PULITE. DA QUALCHETEMPO INVECE LA LINEUP SI È STABILIZZATA ATTORNO A VOI DUE. PER QUALE MOTIVO?
Davide: “Perché è ancora più difficile dare qualcosa in più essendo sempre meno. Abbiamovisto anche suonando dal vivo senza bassista che la cosa ci impegnava in manieramolto maggiore perché bisogna dare qualcosa in più”.
Luciano: “Negli ultimi due anni abbiamo fatto tour in Europa come formazione a tre (chitarra,batteria, voce), quindi il basso è una cosa che avevamo già metabolizzato primadi iniziare a fare questo disco, le canzoni sono nate già così”.
Davide: “E la mancanza del basso non è stata per nulla cammuffata. È una frequenzache abbiamo deciso di omettere, cercando comunque di dare uno dei suoni più pienie più rock che abbiamo mai avuto”.

PENSATE DI CONTINUARE COSÌ ANCHE IN FUTURO?
D.: “Sì, almeno per la promozione del disco”.
L.: “Be’, mai dire mai, conoscendoci! A noi piace cambiare, perché altrimenti nonè divertente, non si hanno nuovi input. Avere nuovi membri poi è sempre un’influenzain più, insegna delle cose, ti fa capire quello che non ti piace. Quindi per oraè così, diciamo che per questo disco sarà così. Magari nel prossimo disco diventeremouna big band!”.

L’INGRESSO IN FORMAZIONE DI MARCO MINNEMANN HA IN QUALCHE MODO INFLUENZATO ILPROCESSO CREATIVO?
D.: “Minnemann ha lavorato seguendo quello che gli abbiamo chiesto di fare, perchéha l’abilità e la capacità di fare – penso – quasi tutto con la batteria. Se tuchiedi a Minnemann di fare jazz, non ti suona un jazz accettabile: ti suona unvero accompagnamento jazz. La stessa cosa la può fare nel rock. Noi gli abbiamochiesto di suonare come un John Bonham un po’ più tecnico… e lui l’ha fatto!”.
L.: “Le parti le ha composte lui però… quindi non è stato un session man. Hapartecipato attivamente alla composizione delle parti di batteria”.
D.: “Noi gli abbiamo dato la struttura e tutte le chitarre. Una volta che ci haspedito i file di batteria noi poi abbiamo ri-lavorato tutto sulle parti stesse”.
L.: “Quindi dentro questo disco c’è anche l’impronta di Minnemann. Non gli abbiamodetto ‘Fai questo, metti quello’. Quello che interessava a noi è che lui desseil suo contributo artistico, perché ne ha parecchio!”.
D.: “Sebbene il disco e la musica siano nostri, ci andava che la sua abilità nellostrumento diventasse qualcosa di importante nel disco”.

COME SIETE ARRIVATI A COLLABORARE CON LOU CHANO E STEFANO FERRIAN DEGLI PSYCHOFAGIST?E CON BEN WEIMAN?
L.: “La collaborazione con Lou Chano è nata perché innanzitutto ci piace la musicaelettronica, fatta coi campionatori, le macchine. Diciamo che Lou Chano ci haentusiasmato perché a differenza degli altri beatmaker hip hop che vanno a pescarenel soul, nell’r’n’b, nel funk, lui va a pescare nel nostro stesso bacino, cioènelle colonne sonore, nell’heavy metal, nel metal classico, per fare dei pezzirap. Quindi questa cosa ci ha affascinato, il voler citare una fonte diversa perfare un altro tipo d’arte… cioè da una cosa bianca tirarne fuori una nera. Inun certo senso è quello che facciamo anche noi coi nostri strumenti in mano. Poil’abbiamo conosciuto e c’è stato anche un feeling a livello umano, siamo statida lui a Roma e abbiamo lavorato insieme al brano. Abbiamo scelto lui innanzitutto perché il brano richiedeva un certo tipo di tocco ‘à la Lou Chano’, è perquesto che l’abbiamo scelto. Quel brano un po’ oscuro… un po’ ‘boombastico’allo stesso tempo, cioè con accordi grossi, che fa muovere un po’ la testa, eraperfetto per lui. Con Stefano poi la collaborazione è nata perché in quel branopensavamo a un fiato, ma non un fiato suonato in maniera jazz, come già avevamofatto nei brani nei dischi vecchi. Volevamo un fiato suonato da un grinder! Questoè quello che volevamo, te lo dico francamente! Non volevamo la finezza del fiatojazz, volevamo un fiato… violentato! E lui è entrato in pieno nel mood del pezzo!.Ogni collaborazione non è nata per il nome, per portare vendite, perché per noinon ha senso, non ha senso per il modo in cui siamo abituati a fare musica. Lostesso vale per Ben Weiman dei Dillinger Escape Plan. Il brano strumentale deldisco, Bark Loud, al quale lui ha collaborato, era perfetto per il tipo di elettronicache lui suona. Non volevamo la solita base elettronica bella, godibile; volevamoqualcosa di elettronico ma anche disturbante. Volevamo questa contrapposizionetra chitarra bella da sentire, goduriosa, e la sua elettronica spigolosa, dura.Questo è il motivo per cui abbiamo scelto lui, oltre chiaramente a conoscerloperché abbiamo fatto un tour insieme nel 2005”.

PER LA PRIMA VOLTA AVETE REGISTRATO A ROMA, PRESSO GLI OUTER SOUND STUDIOS DIGIUSEPPE ORLANDO (NOVEMBRE, KLIMT 1918). CHE COSA VI HA PORTATO LÀ?
D.: “Abbiamo registrato negli studi di Giuseppe Orlando perché è in gamba, perchéè un ottimo tecnico del suono e perché è un batterista. Siamo entrati in studiocon le idee chiarissime, ogni tipo di nota, voce, arrangiamento e suono. Peròci andava di avere un produttore come lui che ha un ottimo orecchio, e che comunquenell’arco della registrazione stessa fosse l’anello che mancava, perché lui èun batterista, io sono un chitarrista e Lucio è un cantante, quindi si è ricreatoin studio un trio che alla fine è anche quello che poi sentite anche sul disco.Ed è stato importante, perché abbiamo avuto tante discussioni, ci siamo urlaticontro, siamo arrivati a livelli di stress fantastici, però molto produttivi.È stata veramente una bella esperienza…è venuto esattamente, anzi meglio, dicome volessimo”.
L.: “E’ come ce lo immaginavamo!”.
D.: “Abbiamo mantenuto ogni cosa che ci eravamo prefissati, e abbiamo miglioratomolte altre…è un disco molto onesto, e per fortuna siamo riusciti a farlo così”.

COME MAI AVETE SCELTO PROPRIO MIKA JUSSILA (HIM, NIGHTWISH) PER IL MASTERING?
D.: “Perché Mika lavora spesso con Giuseppe Orlando, è molto professionale, e riescenon solo a farti la produzione metal che può vendere mezzo milione di copie, mariesce anche a dare anche quella spinta e quel volume che serve nella masterizzazionesenza toccare il suono, che è una cosa abbastanza difficile. E l’ha fatto. Noiavevamo sentito per venti giorni il pre-master, praticamente il mix fatto da Giuseppe,e quando siamo arrivati ad ascoltare la versione masterizzata abbiamo pensato:’ha tutto più volume, i picchi escono meglio, è tutto più caldo, e ha tre voltela botta di prima!’. È stata una grandissima soddisfazione ascoltare il master,per me molto di più che ascoltare il prodotto uscito dallo studio, perché erotalmente cotto dalle sessioni… quando è arrivato il master mi sono emozionatoveramente, perché era come doveva essere. Da un certo punto di vista eravamo ancheintimoriti, perché quello è uno studio parecchio metal! Mi sono immaginato unsuono Nightwish, iper professionale; invece ha mantenuto quello che volevamo.Era anche un disco abbastanza delicato da masterizzare perché, sebbene ci sianopochi elementi da tenere a bada, c’è un livello di frequenze che poteva esserealterato facilmente, a causa della mancanza del basso; invece sono molto soddisfattodel risultato finale”.

QUANTO CONTA LA TECNICA STRUMENTALE NEGLI EPHEL DUATH? MI SEMBRA CHE LE VOSTRECOMPOSIZIONI PRESENTINO ANCHE MOLTA ATTENZIONE ALLA SCELTA DELLE NOTE E ALL’ ARMONIAGENERALE…
D.: “In questo disco è stato bello poter lavorare con una persona tecnica comeMinnemann… tecnico nel senso che era in grado di poter fare quello che gli chiedevamo.Minnemann non fa Minnemann nel disco, fa un batterista rock che suona da Dio,che suona con grande groove, però non fa peripezie. Non siamo francamente attaccatialla tecnica, anche perché io non sono assolutamente un chitarrista tecnico. Ditecnico nel disco c’è la volontà di suonare qualcosa di proprio, c’è l’amore disuonare quello che è anche l’unica cosa che ci riesce, perché suoniamo quello,non proviamo a fare qualcosa di particolare: è solo che quello che ci viene fuoriè così. Un’influenza mostruosa per me, talmente forte che quasi non posso ascoltarlo,è Gustavo Santaolalla, un compositore di colonne sonore che ha musicato moltifilm di Alejandro González Iñárritu: Amores Perros, ad esempio. Per me è la cosapiù toccante che abbia mai sentito. Mi ha sconvolto da subito, una cosa mostruosa.Ho cercato di creare una formula mia per dare un’idea di mediterraneità, che hodentro di me, perché mia madre è di Napoli e quindi qualcosa sento… In questodisco abbiamo inserito questa mia influenza più di prima, ed è una cosa moltospontanea e molto vera, molto sincera, verace, che viene dalla pancia; è la piùgrossa soddisfazione da parte mia, da chitarrista, sentendo le chitarre del disco”.

QUALI SONO LE VOSTRE INFLUENZE MUSICALI?
D.: “Penso che vengano dai diversi ascolti che abbiamo. Ci sono influenze nellamusica estrema, nella musica elettronica… per esempio io ultimamente sto ascoltandodelle cose power pop che sono secondo me – da un punto di vista melodico – incredibili,tipo i The Ting Tings. Sono da un punto di vista della composizione del brano,e della melodia che c’è dietro, cose quasi geniali secondo me, sebbene il pubblicosia uno dei più terrificanti che ci sia, i vestiti fluorescenti non si possonovedere! Però certe cose sono grandiose… e poi la fusione che riescono ad otteneretra strumento analogico ed elettronico ha dell’incredibile”.
L.: “A me piace la non-musica! Che sia metal, che sia punk, roba estrema; insommala musica non accademica. Quella che fa dire a molte persone ‘ehi, ma questa nonè musica!’. Diciamo che mi ha sempre affascinato quello più che il bravissimomusicista. Poi bisogna differenziare cosa ti ha influenzato e cosa ascolti, perchéio posso ascoltare anche i Beatles e i Rolling Stones – e mi piacciono tanto -però non mi vanno a influenzare. Quello che mi va a influenzare è quello che pensopossa andare a cozzare con quello che ho dentro… quindi punk, metal, hardcore,hip hop, tutta la non-musica. Per intenderci, hai presente q.uella che farebbedire al tuo professore di musica direbbe ‘questa non è musica, è un’accozzagliadi suoni!’? Ecco, a me piace quella!”.
D.: “A me influenzano anche cose che ascolto, ma non sentirei di portarne l’influenza.In certi passaggi penso ‘Mi piacerebbe creare un’armonia che vada in una direzionediversa da quella a cui sono solito’, e per arrivarci posso anche pensare a sonoritàche vengono da generi che io di solito non ascolto…”.
L.: “Molte volte le influenze sono a livello subconscio… qualcuna la scegli,altre scelgono te! Non è sempre tutto voluto: per dire, a me piacerebbe essereinfluenzato da un grandissimo cantante, bisogna però vedere poi se effettivamenteè così”.

TRA LE BAND DEL PANORAMA METAL, QUALI SENTITE PIÙ VICINE A VOI?
D.: L’ultimo disco dei Meshuggah mi piace veramente tanto, anche il nuovo degliOpeth mi piace parecchio. Secondo me il cambio di lineup è stato grandioso, soprattuttoil batterista, il nuovo non è neanche paragonabile. Anche il chitarrista nuovosecondo me è molto migliore del precedente. Poi mi piacciono molto gli Slipknot,qualcosa dei Gojira, i Job For A Cowboy, i Dillinger Escape Plan, gli Every TimeI Die, i Poison The Well, i Converge! Poi i Doomriders… poi qualcosa di piùprog-ish, gli Zombi, i Red Sparowes, i Pelican, anche gli High On Fire”.

IN CHE COSA IL NUOVO LAVORO È UN DISCO DEGLI EPHEL DUATH E IN CHE COSA SI DISCOSTADAI LAVORI PRECEDENTI?
D.: “E’ un’evoluzione nella scommessa di poter mantenere la radice di quello chesiamo, in termini di strutture, di arrangiamenti, di sonorità, ma renderlo accessibile,godibile, già dal primo ascolto. Prima bisognava dare al gruppo una soglia diattenzione che era per pochi; adesso no, sinceramente”.
L.: “Sì, ci sono meno elementi, però è comunque un disco degli Ephel Duath. Ticito un esempio: prendi ‘Breed’, a metà canzone c’è un passaggio che potrebbeessere benissimo su ‘The Painter’s Palette’! È sempre fatto da noi, anche se èmeno arzigogolato rispetto ai dischi vecchi perché siamo cresciuti. Anche perquanto riguarda il primo pezzo, ‘Gift’, ti posso dire che la parte centrale potrebbebenissimo stare su ‘Pain Necessary To Know’. Quindi direi che è diverso non tantonei riff ma nella struttura. Per intenderci, se prima c’erano sette cambi di tempoe il brano durava sei minuti, abbiamo deciso di farlo durare tre minuti e di averemeno cambi di tempo, poiché il cambio di tempo è quello che secondo noi portavavia un po’ l’ascoltatore dal vivo. Se c’è un pezzo lento, poi uno veloce, poiuno lento, magari uno è un po’ straniato, non riesce tanto a divertirsi. Potreicomunque citarti migliaia di passaggi del disco nuovo che se messi vicino a ‘ThePainter’s Palette’ o a ‘Pain Necessary to Know’ ci starebbero da dio. Abbiamoaggiunto anche nuove influenze, tipo il blues, che è un’influenza godibile, bellada sentire. Quindi è sì un disco nuovo e c’è stata sì crescita, ma la crescitaè dalla stessa mano”.
D.: “Comporre un pezzo strutturalmente difficile, paradossalmente, non è difficile.E’ molto, molto più difficile comporre qualcosa che sia godibile non solo perte che lo suoni ma anche per l’ascoltatore. Questa è una cosa veramente molto,molto difficile da fare. Il pop è uno dei livelli più alti di sforzo musicale,senza dubbio… è mostruoso, ci sono certe cose pop sconvolgenti”.

POSSIAMO QUINDI PARLARE DI UN AVVICINAMENTO ALLA FORMA CANZONE?
D.: “Be’, la forma canzone non c’è ancora!”.
L.: “Non c’è una strofa, poi un ritornello, poi una strofa; è sempre abbastanzalibero. Magari un pezzo parte con una strofa, poi c’è un ritornello, e poi unostacco, un bridge lunghissimo che in una struttura pop non esiste. Sempre conmolte virgolette, visto dalla nostra prospettiva, è ‘più pop’. Per uno che ascoltaMetallica o Slipknot, è sempre comunque una struttura un po’ complicata… perchi è più avvezzo a musica sperimentale è più accessibile, ecco. Pensiamo chequesto disco abbia entrambi gli elementi, sia l’elemento sperimentale, sia unaforma più organica della canzone. Quindi puoi goderne, puoi addirittura ballicchiare,diciamo! Se sei però un chitarrista, o un batterista a cui piace la tecnica eil passaggio complesso, li troverai comunque! C’è del pane sia per chi non è avvezzoa musica molto fuori dai canoni sia per un ascoltatore più vicino a queste sonorità”.

IN GIRO SI LEGGE CHE NON VI PIACE MOLTO SUONARE DAL VIVO…
L.: “Chi ha detto questa eresia! In realtà, penso che pochi gruppi italiani suoninoquanto noi all’estero. In Italia purtroppo facciamo poche date perché non siamocatalogabili in un genere particolare, però abbiamo suonato dal nord della Norvegiafino al Portogallo e all’Europa dell’est, ovunque. Negli ultimi tre anni abbiamofatto circa duecento concerti! In sede live ci piace rileggere i pezzi passaticon l’attitudine del nuovo disco e, vedendo le reazioni delle persone, direi chefunzionano! Comunque scrivilo, che noi amiamo suonare live! In Italia purtropposuoniamo poco appunto perché non siamo facilmente inquadrabili, ma abbiamo suonatoin festival con gruppi come Coldplay, Massive Attack e altri esponenti di generidiversissimi! Per esempio abbiamo suonato in Repubblica Ceca con gente come Mayheme Napalm Death, e la risposta del pubblico era assolutamente positiva!”.

È TUTTO, GRAZIE DEL TEMPO CONCESSOCI!

D., L.: “Grazie a voi!”.

 
 
 
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