EPHEL DUATH – La forza e il dolore

Pubblicato il 15/12/2005 da

In quello che generalmente si definisce “l’underground” non sempre il coraggio paga. A volte perchè chi l’underground lo “rispetta” e “supporta” con fede dogmatica necessita di definizioni e certezze altrettanto dogmatiche. A volte perchè chi l’underground dovrebbe renderlo un po’ meno “sepolto”, le case discografiche, non sembra interessato a guardare oltre le bio prefabbricate e le next big things. Gli Ephel Duath sembrano essere nemici di queste due posizioni. Tanto dei puristi storditi quanto dei talent scout. Per questo, e per il loro innegabile talento, gli Ephel Duath sono oggi un gruppo che conta per chi necessita di stimoli più che di certezze.

ALLORA, DAVIDE, PARLIAMO UN PO’ DI “PAIN NECESSARY TO KNOW”. MI SEMBRA CHE IL SUONO DI QUESTO NUOVO DISCO SIA PIU’ SPORCO, MENO CHIRURGICO, IN QUALCHE MODO MENO AGGRESSIVO…
“Non sono d’accordo sul fatto che sia meno aggressivo. Credo che il modo in cui abbiamo prodotto le chitarre le renda decisamente potenti. Posso dire che è esattamente il suono che avevo in mente, soprattutto per quanto riguarda la chitarra, ma anche per il resto. Credo che la differenza principale rispetto all’album precedente stia nel fatto che ‘Pain Necessary To Know’ ha una maggiore dinamica, una maggiore presenza di sfumature. Ho deciso di registrare una sola linea di chitarra, con pochissime sovarincisioni, per ottenere sonorità più viscerali, più riproducibili dal vivo; nel complesso è un disco molto istintivo, decisamente meno ‘commerciale’, se così si può dire, del suo predecessore, che aveva un suono più accessibile”.
 
UNA CARATTERISTICA IMMEDIATAMENTE EVIDENTE ALL’ASCOLTO E’ CHE LA VOCE PULITA, PRESENTE IN “THE PAINTER’S PALETTE” E’ SPARITA, LASCIANDO SPAZIO ALLE SCREAMING VOCALS…
“Per un periodo ho cercato un cantante che potesse rimpiazzare quello che si occupava delle clean vocals, ma poi ho rinunciato e ho deciso di continuare a lavorare solo con Luciano…”.
 
MI SEMBRA CHE L’USO STESSO DELLA VOCE SIA PROFONDAMENTE MUTATO. E’ UN ELEMENTO MENO PRESENTE E DIFFICILMENTE ASSOCIABILE A STRUTTURE “CLASSICHE” COME STROFA O RITORNELLO. HAI MAI PENSATO A TRASFORMARE GLI EPHEL DUATH IN UN PROGETTO STRUMENTALE?
“In effetti la voce in questo album segue traiettorie molto poco prevedibili. Prendi, ad esempio, ‘Vector, Third Movement’: in quel pezzo la voce fa un’apparizione piuttosto breve, ma è come se rimanesse in agguato per tutto il brano, quasi dovesse ricomparire da un momento all’altro. Questo era il tipo di feeling che cercavo. Per quanto riguarda la tua domanda sulla possibilità di trasformare gli Ephel Duath in un progetto strumentale: non trovo che sia una scelta plausibile al momento. Nonostante in molti mi abbiano fatto notare che i brani del nuovo album avrebbero ragione di esistere anche senza voce, credo che si tratti di un elemento fondamentale e caratterizzante per il nostro suono”.
 
GLI EPHEL DUATH NASCONO COME DUO, PER POI DIVENTARE UNA BAND A TUTTI GLI EFFETTI E INFINE TRASFORMARSI IN UN TRIO. COME FUNZIONANO LE COSE ORA? PENSI CHE GLI EPHEL DUATH DEBBANO ESSERE CONSIDERATI UNA BAND O UN TUO PROGETTO?
“Dopo l’esperienza come duo, volevo fortemente formare una band. Purtroppo dopo ‘The Painter’s Palette’ uno dei cantanti ha lasciato gli Ephel Duath, mentre il batterista si è allontanato subito dopo le registrazioni di quest’ultimo album, senza neanche sentire il prodotto finiti. Attualmente mi sento di dire che la formazione è stabile e che, dopo diverse messe a punto, abbiamo trovato la nostra armonia come trio. Dal vivo ci aiuterà il batterista degli Infernal Poetry, ma per il momento la nostra intenzione è di restare un terzetto”.
 
SIETE UNA BAND CHE TENDE A MUTARE MOLTO RAPIDAMENTE E IN MODO IMPREVISTO IL PROPRIO APPROCCIO E LE PROPRIE SOLUZIONI; PENSATE CHE QUESTO MODO DI LAVORARE INTERESSI ALLA EARACHE O FORSE L’ETICHETTA INGLESE COMINCIA A STARVI UN PO’ STRETTA?
“Sono convinto che la Earache non sia un’etichetta che fa per noi. Si sono sempre dimostrati piuttosto diffidenti di fronte ai cambiamenti che proponevo e spesso ho ricevuto da loro mail piuttosto preoccupate del fatto che spingessi la band ‘troppo in là’. Anche la struttura interna dell’etichetta è simile a quella di una major: un giorno trovi una persona in un ruolo, il giorno dopo c’è già qualcun altro. Non è un ambiente confortevole per noi, tanto più che non mi piace fare promozione e odio le interviste; se fosse per me mi limiterei a registrare l’album”.
 
AVETE SUONATO PARECCHIO DAL VIVO IN GIRO PER L’EUROPA ULTIMAMENTE; PENSI CHE IL LIVE SIA UNA DIMENSIONE CHE VI RAPPRESENTA?
“Non amo particolarmente il live, il contatto con la gente. Il più delle volte chi assiste ai nostri concerti e non ci conosce rimane stupito o deluso dalle cose che facciamo. Altre volte dobbiamo sorbirci i maniaci della tecnica che ci fanno diecimila domande sulla strumentazione, sull’amplificazione…”.
 
PERO’ IMMAGINO CHE IL TOUR CON I DILLINGER ESCAPE PLAN NON SIA STATO SPIACEVOLE…
“No, in effetti è un’esperienza che ci ha insegnato molto sotto molti punti di vista…”.
 
MI SEMBRA CHE LA STAMPA, SOPRATTUTTO QUELLA INGLESE, ABBIA SEMPRE AVUTO LA TENDENZA AD ACCOMUNARVI AI DILLINGER ESCAPE PLAN; COME RISPONDI ALLA COSA?
“E’ un paragone lusinghiero, ma non credo che gli Ephel Duath abbiano qualcosa in comune con i Dillinger Escape Plan. Innanzitutto loro hanno un background hardcore che noi non abbiamo. Vengono da quella scena e sono legati ai valori di quella scena, come il loro pubblico che è per lo più composto da fan dell’hardcore. E’ vero, siamo entrambi gruppi che scrivono musica complessa, intricata, ma credo che i nostri approcci siano del tutto differenti”.
 
IL VOSTRO SUONO, IN EFFETTI, TENDE PIU’ MARCATAMENTE ALLA FRAMMENTAZIONE, ALLA COMPULSIONE, RISPETTO AL LORO…
“Sì, è una scelta del tutto cosciente. Credo che per comunicare il sentimento di angoscia che ci interessa interpretare si debba ricorrere a questo genere di songwriting molto ‘fratturato’. Da un lato scelgo coscientemente di evitare la ripetitività, la reiterazione di certe forme, dall’altro l’istinto mi porta a scrivere brani angoscianti e compulsivi”.
 
CREDO CHE CON QUESTO DISCO ABBIATE TROVATO UN EQUILIBRIO DAL PUNTO DI VISTA DELLA DURATA DEI BRANI; QUASI COME SE AVESTE SCOPERTO IL SEGRETO DELLA SINTESI…
“E’ un complimento che accetto volentieri. Abbiamo imparato la sintesi dal tour fatto con i Locust, che in questo sono maestri”.
 
COSA MI PUOI DIRE DELL’ASPETTO CONCETTUALE DELL’ALBUM; DI COSA TRATTANO I TESTI? A COSA SI RIFERISCE IL TITOLO?
“L’album non è propriamente un concept, ma il significato di fondo dei testi è che il dolore mi ha portato a capire l’importanza che la musica riveste nella mia vita. Ho subito un distacco da tutto negli ultimi due anni, ho abbandonato diverse strade in favore della musica e attraverso il dolore ho realizzato che la musica è ciò che davvero conta per me”.
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