EPHRAT – Venti Da Oriente

Pubblicato il 11/12/2008 da
 
Si chiamano Ephrat, e sono in realtà la creatura dell’omonimo leader Omer Ephrat. Innamoratosi del metal dei Metallica e del progressive rock degli Yes, ha raccolto le proprie idee e si è prodigato nella stesura dei pezzi che vanno a comporre il debutto su InsideOut Records, intitolato “No One’s Words”. Prodotto da Steven Wilson dei Porcupine Tree, l’album offre uno spaccato del progressive rock attuale, ancora limitatamente acerbo sotto alcuni aspetti, e mostra potenzialità che in futuro potranno essere sviluppate al meglio. La parola a Omer…
 
 

SIETE NUOVI NELLA SCENA PROGRESSIVE, QUINDI PRESENTATEVI PURE AI LETTORI DI METALITALIA.COM…
“Questa band è nata in modo diverso dalla maggior parte delle altre; devi sapere che inizialmente il tutto era nato come un mio progetto solista, Omar Ephrat Project. Ho registrato tutto da solo, scritto tutto da solo, ma una volta visto il risultato mi sono immediatamente reso conto che sarebbe stato meglio generare una band al completo. Volevo esplorare il lato più progressive rock della mia musica, e questo mi è stato possibile solo aggiungento elementi diversi. Solo con una band vera puoi avere un suono caldo, perché affittando musicisti sappiamo tutti che il rischio è quello di avere un disco perfetto ma glaciale”.
 
NELLA REALIZZAZIONE DELL’ALBUM SEI ENTRATO IN CONTATTO CON STEVEN WILSON, LEADER DEI PORCUPINE TREE E COMPAGNO NEI BLACKFIELD DEL TUO CONTERRANEO AVIV GEFFEN. COME MAI NON HAI FATTO NULLA CON L’ARTISTA ISRAELIANO?
“Aviv è una pop star qui da noi. La sua musica è ottima, ma totalmente diversa dalla nostra, per cui, non avendo nulla in comune, artisticamente parlando, non ho ritenuto opportuno contattarlo e chiedergli una sua eventuale disponibilità”.
 
COME HAI DICHIARATO SUL TUO MYSPACE, IL LAVORO DIETRO ALL’ALBUM E’ DURATO DUE LUNGHI ANNI. COME MAI COSI’ TANTO TEMPO?
“Se consideri solamente il tempo trascorso in studio e quello di stesura, ci sono voluti solo quattro mesi. Il resto del tempo è stato necessario per prendere le decisioni del caso: se formare o no una band, a quali etichette spedire il mio lavoro, quali produttori contattare. Una volta completato il tutto, ho potuto spedire il mio lavoro alla InsideOut, che ha distribuito l’album attraverso i suoi canali”.
 
“NO ONE’S WORDS”, PUR ESSENDO IL TUO DEBUTTO, E’ GIA’ UN DISCO COMPLESSO, STRATIFICATO, E NECESSITA DI NUMEROSI ASCOLTI PER ESSERE COMPRESO APPIENO. UN’OTTIMA COSA PER UN PROGSTER NASCENTE COME TE, NON CREDI?
“Sicuramente! Ho cercato di non essere influenzato dai gusti della gente, perché in tal modo avrei sicuramente fallito. Ho voluto solo farmi guidare dai miei gusti, dalle mie passioni, dai miei eroi musicali. Non ho voluto pensare al pezzo in termini di lunghezza, complessità o quant’altro. Tutto è nato nel modo più spontaneo possibile, puoi starne certo”.
 
CARATTERISTICA CHE SPICCA DOPO QUALCHE ASCOLTO, ALLE ORECCHIE PIU’ ESPERTE, E’ LA GRANDE INFLUENZA CHE GLI YES HANNO ESERCITATO SUL TUO MODO DI SCRIVERE…
“Finalmente! Sei il primo giornalista che se ne accorge, e sono felice finalmente che qualcuno ci sia arrivato. Sono un grandissimo fan degli Yes, ed ho iniziato a comporre in modo assiduo quando ho ascoltato il loro capolavoro ‘Close To The Edge’, affascinato da come ogni pezzo su quell’album sia così diverso dagli altri, e da come comunque abbiano saputo conservare così tanta personalità. Un trasformismo inquietante, ma allo stesso modo incoraggiante. Da lì è partito il mio mondo musicale. Ed ho capito che i miei insegnanti avevano torto: secondo loro, matematicamente parlando, essendo sette le note (in realtà sappiamo che, complessivamente contando i semi-toni arriviamo a dodici), ad un certo momento le idee cesseranno di nascere, perché tutto sarà già stato detto, e tutto sarà già stato suonato. Ecco, grazie a gruppi come gli Yes ho capito che ciò non corrisponde al vero”.
 
PARLAVI DEI TUOI INSEGNANTI: VISTO CHE SUONI DI TUTTO, PER QUALI STRUMENTI HAI PRESO LEZIONI?
“Quando ero giovane i miei genitori mi hanno costretto a prendere lezioni di flauto e pianoforte, per darmi una formazione classica. Non ero un grande appassionato di musica classica, ma non avevo ancora trovato una mia collocazione. Non appena mi è capitato di ascoltare i Metallica, tutto è cambiato radicalmente. Era come un sogno divenuto realtà: la complessità della musica classica, con l’energia della musica metal. Quello era il mio genere!”.
 
TORNANDO ALL’ALBUM, E AI SUOI OSPITI ILLUSTRI, DOBBIAMO FORSE VEDERE LA PARTECIPAZIONE DI DANIEL GILDENLOW DEI PAIN OF SALVATION E DI PETRONELLA NETTERMALM DEI PAATOS COME UNA MOSSA PUBBLICITARIA?
“Ti devo dire di no, ovviamente, ma d’altronde lo sapevi bene che non avrei potuto fare altrimenti (ride, ndR). Petronella è stata una idea di Steven Wilson, io non sapevo neanche chi fosse. Quando ha sentito la mia musica, mi ha suggerito di ascoltare i Paatos, perché ha ritenuto che fosse una band simile a quello che avevo in mente per la mia. Una volta che ho ascoltato il loro lavoro, sono stato immediatamente ispirato dalla sua voce. La canzone dove canta Petronella, ‘Haze’, pur durando otto minuti, è stata scritta in meno di cinque minuti. Per quando riguarda Daniel, è stata una mia idea. E’ uno dei pochi artisti nell’ambito del progressive rock che sta dicendo davvero qualcosa di nuovo ed interessante. L’ho contattato per questo, per vedere cosa potesse scaturire da una collaborazione con un musicista tanto dotato. Ha accettato, ed eccolo cantare uno dei suoi testi su un mio disco”.
 
COME CI SI TROVA A SUONARE PROGRESSIVE IN ISRAELE? COM’E’ LA SCENA DALLE TUE PARTI?
“Israele è uno stato davvero piccolo, per cui non ci sono molte band famose qui. Devi sapere che qui ci sono quasi più musicisti che fan, ed è questo il problema. Ci sono troppi musicisti. A Tel Aviv, se lanci una pietra nella strada, sei sicuro che colpirai un musicista. Poi, sai, qui siamo in guerra da cinquant’anni, e quindi poca gente si interessa alle band, perché i problemi sono ben altri. Come vedi, una situazione del genere rende il tutto molto più diverso di come può essere lì da voi”.
 
CREDI CHE I TUOI TESTI SIANO STATI IN QUALCHE MODO INFLUENZATI DALLA CONDIZIONE DI GUERRA CHE STATE VIVENDO?
“No. O meglio non nel senso comune. Credo che mi abbiano influenzato nel senso che voglio parlare di tutt’altro, voglio che almeno nei miei pezzi non si respiri quell’atmosfera plumbea che spesso ci assale qui in Israele. Credo che sia più opportuno per me ignorare completamente questa realtà”.
 
CREDI CHE VERRAI MAI IN TOUR IN EUROPA?
“Non abbiamo pianificato ancora nulla, perché è difficile trovare locali e promoter che vogliano prendersi il rischio di promuovere una band come la mia. Ci vorrebbe molta gente nella produzione, ed avremmo bisogno di molte più risorse delle altre band che si affacciano a questo mondo. Speriamo quindi che l’album vada bene, e che questo ci possa dare la possibilità in futuro, magari dopo il prossimo album, di guardarci intorno e vedere un po’ dove potremmo essere accolti positivamente”.
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