ERGOT – Decade al nero

Pubblicato il 29/12/2025 da

Fra le uscite più interessanti di questo 2025, in ambito black metal, possiamo senza dubbio annoverare anche il ritorno sulle scene, dopo dieci lunghi anni di assenza. dei triestini Ergot, forti di un nuovo album (sintomaticamente intitolato “Decade”) che ha fatto segnare un notevole step evolutivo per quanto riguarda la proposta del progetto.
Abbiamo raggiunto il mastermind della band, Lord Ergot, per farci raccontare passato, presente e futuro della sua creatura, in un botta e risposta in cui la parola d’ordine è stata, senza dubbio, ‘introspezione’.



BENVENUTO SU METALITALIA.COM, E COMPLIMENTI PER IL NUOVO ALBUM “DECADE”, SEGNALATO HOT ALBUM SU QUESTE COLONNE. COME SUGGERISCE IL TITOLO, QUESTO NUOVO LAVORO ARRIVA A BEN DIECI ANNI DI DISTANZA DAL PRECEDENTE “VICTIMS OF OUR SAME DREAMS”, VOSTRO FULL-LENGTH DI DEBUTTO.
VUOI RACCONTARCI COS’È SUCCESSO IN CASA ERGOT NEL CORSO DI QUESTI DUE LUNGHI LUSTRI?
– Grazie per l’attenzione. Nonostante Ergot sia nato come one-man band, non ho mai avuto l’intenzione di mantenerlo tale. Dopo l’uscita del primo full-length mi ero subito messo alla ricerca di musicisti interessati a portare il progetto su un palco. In parte ci eravamo riusciti: abbiamo suonato all’Eresia Metalfest, un festival che continuo a stimare molto e che negli anni è cresciuto parecchio. Purtroppo, poco dopo, molti dei membri coinvolti si sono trasferiti all’estero per motivi di lavoro.
Vista la giovane età di allora, era naturale che ognuno iniziasse a dare priorità alla propria stabilità e al proprio percorso professionale, quindi la cosa è stata comprensibile.
Mi sono ritrovato a fare i conti con la situazione; in quel periodo stava prendendo forma il mio side-project H, con cui è uscito il debut “Dominus Draconis”. Anche in quel caso però, per volontà dell’altro componente coinvolto, non è stato possibile sviluppare un’attività live. Terminata quell’esperienza, ho iniziato a tornare sui miei passi e a comporre quello che sarebbe diventato il materiale di “Decade”. C’è stata anche una parentesi come session guitarist negli Absentia Lunae, con cui abbiamo suonato due date.
Poi è arrivato il Covid, che ha complicato la vita a qualsiasi progetto. Proprio grazie a quella collaborazione ho conosciuto Bestia, batterista dallo stile solido, molto attivo e conosciuto sulla scena, che ha dato la sua disponibilità per le registrazioni del nuovo album. In parallelo, nonostante la distanza, Lorenzo (bassista del progetto) ha continuato a essere una presenza costante e determinante nella stesura dei brani. Con questa triade abbiamo iniziato le registrazioni con naturalezza, senza pensare troppo alla direzione che il progetto avrebbe preso.

QUESTO NUOVO ALBUM PRESENTA ALCUNE NOVITÀ PIUTTOSTO EVIDENTI RISPETTO A “VICTIMS OF OUR SAME DREAMS”, DAL PUNTO DI VISTA STILISTICO. L’APPROCCIO ISOLAZIONISTA, MOLTO VICINO A QUELLO DEI PRIMI BURZUM, SEMBRA ESSERSI ARRICCHITO DI SONORITÀ MOLTO PIÙ VARIEGATE TANTO NEI COSTRUTTI ATMOSFERICI QUANTO NELL’USO DELLE MELODIE, CHE ORA RISUONANO DI SENTORI RICONDUCIBILI ALLA SCENA SVEDESE (PRIMI SHINING, MA ANCHE I WATAIN E I FUNERAL MIST PIÙ INTROSPETTIVI).
SI TRATTA DI UNA SCELTA DELIBERATA, O DELLA NATURALE EVOLUZIONE DEL TUO PERCORSO ARTISTICO? TI RITROVI, IN QUESTE COORDINATE STILISTICHE?
– Sicuramente l’approccio di “Victims Of Our Same Dreams” era più sperimentale e risentiva dei limiti della mia prima esperienza in studio. In questo ultimo lavoro, invece, c’è stato un lavoro più mirato, atto a cogliere in modo più preciso l’essenza delle composizioni, con un’attenzione particolare agli arrangiamenti e ai dettagli atmosferici.
L’evoluzione stilistica che vi si può cogliere è stata naturale: le sonorità si sono arricchite di melodie più dense e di costruzioni atmosferiche più complesse, con richiami alla scena svedese, che stimo profondamente ; i primi Shining, i Watain, i Funeral Mist, sono tutti gruppi validi, che hanno inevitabilmente influenzato i miei ascolti.
A dare ulteriore profondità al materiale è stato il contributo di Claudio Stor, il cui lavoro al pianoforte e l’apporto alla costruzione delle atmosfere ha arricchito notevolmente il risultato finale, in termini di sound, aiutando a creare un equilibrio tra melodie, tensione e introspezione. Accanto a questo, anche la produzione (pur realizzata in studio) ha seguito un’impostazione volutamente sperimentale. Abbiamo cercato un suono che si discostasse un pò dai canoni più rigidi del genere, lasciando spazio a influenze provenienti da tutta la varietà di ascolti da cui mi lascio attraversare, tanto nei momenti di immersione musicale quanto nella semplice quotidianità; un mosaico di suggestioni che ha guidato la costruzione delle atmosfere, senza mai perdere il legame con l’intenzione originaria.
Questo approccio ci ha permesso di mantenere l’essenza isolazionista dei primi lavori, pur espandendo l’orizzonte sonoro e la capacità evocativa dell’album.

UNA COSA CHE NON È CAMBIATA, NEL CORSO DI QUESTI DIECI ANNI, È L’INDOLE RADICALMENTE INTROSPETTIVA (A TRATTI AL LIMITE DEL DEPRESSIVE) DELLA VOSTRA PROPOSTA: DA DOVE NASCE QUESTA PREROGATIVA? QUAL È IL TUO MODO DI INTENDERE LA FILOSOFIA E L’ATTITUDINE BLACK METAL?
– Credo che l’indole introspettiva non sia mai stata una scelta consapevole, quanto piuttosto una conseguenza naturale del mio modo di vivere e interpretare la musica.
Per me il black metal non è un contenitore estetico né un insieme di codici da rispettare, ma una forma di espressione che permette di scavare negli strati più profondi (e spesso scomodi) della propria interiorità. Non ho mai cercato di abbracciare la componente depressive come etichetta, ma è inevitabile che certe sfumature emergano quando si scrive in un contesto di isolamento creativo, lasciando che la musica diventi un mezzo per confrontarsi con ciò che normalmente si preferirebbe ignorare.
Per quanto riguarda la mia visione del black metal, la vedo come un’attitudine prima ancora che un genere: un rifiuto dell’artificio, un bisogno di sincerità brutale, una ricerca che non guarda all’esterno ma verso l’interno. In questo senso, l’introspezione non è un orpello stilistico, ma il cuore pulsante di ciò che faccio: è un modo per mettere a nudo fragilità, dubbi e ossessioni e trasformarli in qualcosa di tangibile, senza la pretesa di dare risposte, ma con l’urgenza di lasciare una traccia sincera del proprio passaggio.

PENSI CHE SI POSSA ANCORA PARLARE DI ‘ATTITUDINE BLACK METAL’, NEL 2025, O RITIENI CHE LO SPIRITO PRIMIGENIO DEL GENERE SIA ORMAI SOLO UN RICORDO DEGLI ANNI D’ORO?
– Dipende molto da cosa si intenda per ‘attitudine black metal’. I tempi sono cambiati e anche le persone si muovono in contesti diversi. Oggi pochi possono permettersi di vivere esclusivamente della propria musica: spesso è necessario confrontarsi con le esigenze della vita quotidiana, trovare un equilibrio tra doveri e desideri, tra realtà e urgenza interiore.
L’attitudine non è quindi una costante esterna, ma qualcosa che si coltiva dentro, nel modo in cui si sceglie di affrontare la propria esperienza, le proprie ombre e i propri limiti. In questo senso, l’attitudine black metal può ancora esistere, ma non come rigidità esteriore o imitazione di formule storiche. Esiste in chi affronta la musica come un bisogno essenziale, un mezzo per sondare le profondità dell’animo e confrontarsi con ciò che spesso si tenta di ignorare.
Lo spirito primigenio non è sparito, ma si manifesta in modi più sottili, personali, intrecciando vita e arte in un equilibrio fragile ma vitale. Per Ergot, questa attitudine si traduce nel cercare sempre sincerità e radicalità, senza scendere a compromessi con se stessi, anche quando le circostanze esterne impongono limiti o vincoli pratici. È una tensione costante tra mondo interiore e realtà, e proprio in quell’attrito nasce la musica.

UNO DEGLI ASPETTI PIÙ INTERESSANTI DI QUESTO NUOVO CAPITOLO DELLA STORIA DEGLI ERGOT È LA SCELTA DELL’ITALIANO COME LINGUA ESCLUSIVA PER LA STESURA DEI TESTI: COM’È MATURATA QUESTA DECISIONE? SENTIVI IL BISOGNO DI ESPRIMERTI CON UN LINGUAGGIO PIÙ INTIMO E PIÙ VICINO ALLA TUA ESSENZA?
– La scelta di scrivere interamente in italiano è stata un passaggio naturale e quasi inevitabile. Già nel lavoro precedente avevo inserito un’unica traccia in italiano, e nel tempo si è visto come questo approccio riuscisse a comunicare in modo più diretto e immediato, ricevendo un riscontro significativo rispetto al resto del materiale. Queste osservazioni hanno solo confermato ciò che sentivo già internamente: l’italiano è la lingua più adatta per esprimere la mia visione e le mie emozioni. Oltre alla scelta della lingua, ho cercato anche un cantato che restasse radicato nel black metal, ma comunque comprensibile.
Non volevo limitarmi alle sonorità estreme che spesso rendono incomprensibile il lessico; mi sembrava importante che i miei connazionali potessero comprendere le parole, come segno di rispetto e di dialogo diretto attraverso la musica. Dopo anni di lavoro in contesti dove l’inglese domina, ho sentito il bisogno di tornare a un linguaggio che fosse davvero mio, capace di rendere sfumature, ritmi e sonorità difficili da trasporre in un’altra lingua.
L’italiano mi mette in contatto diretto con le immagini e le emozioni che voglio trasmettere, rendendo la comunicazione più immediata e intima. Non si tratta di una scelta estetica o concettuale, ma di un’esigenza profonda: l’italiano diventa lo strumento attraverso cui Ergot può parlare con la propria voce più autentica, senza filtri, con tutta la tensione e la vulnerabilità che caratterizzano la musica che scrivo. Questo non esclude che in futuro possano esserci lavori in inglese, magari meno personali e più orientati a contesti differenti, ma per “Decade” l’italiano era la lingua necessaria.

LE LIRICHE DELL’ALBUM SONO LEGATE DA UN CONCEPT O DA UN PRECISO AMBITO TEMATICO? LA LORO STESURA È SUCCESSIVA ALLA CREAZIONE DELLA MUSICA, O SONO STATE LE PAROLE A FORNIRE L’HUMUS SU CUI SVILUPPARE I RELATIVI BRANI?
– Le liriche di “Decade” nascono da un intreccio tra esperienza vissuta e riflessione interiore. Non si tratta di un concept rigido, ma di un percorso che esplora la tensione tra la vita quotidiana e le dimensioni più sottili dell’animo umano: sogni, desideri, fragilità, intuizioni.
Dal punto di vista visivo, mi sono spesso lasciato ispirare da opere capaci di catturare l’angoscia e la meraviglia dell’esistenza, come, ad esempio, “L’Incubo” di Füssli; opere in cui inquietudine e sogno si fondono in immagini potenti e quasi tangibili, capaci di parlare direttamente all’animo. Tematicamente, i testi nascono anche da riflessioni filosofiche e letterarie sull’introspezione, la follia come specchio della ragione e la tensione tra impulso creativo e disciplina.
La Natura, in questo contesto, assume un ruolo quasi divino e assoluto, al di sopra delle costruzioni e delle ambizioni umane, delle scorrettezze e delle vanità. Accanto a essa, la Giustizia rappresenta un principio guida, un equilibrio immutabile con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi. Per quanto riguarda il processo creativo, prima scrivo la musica e poi, riascoltandola, mi lascio guidare dall’immaginazione e dall’ispirazione per sviluppare i testi, cercando di mantenere una certa spontaneità, pur influenzata dalle suggestioni filosofiche e letterarie accumulate nel tempo.
L’unione tra parola e suono è pensata per rendere tangibile l’esperienza emotiva, creando un dialogo costante tra ascoltatore e mondo interiore.

LA NATURA DELLE ONE-MAN BAND È SPESSO ‘EREMITICA’; È COSÌ ANCHE PER GLI ERGOT, O INTRATTIENI RELAZIONI CON ALTRE REALTÀ DELLA SCENA, LOCALE E NON? C’È QUALCHE PROGETTO CHE SEGUI CON PARTICOLARE INTERESSE? QUAL’È, A TUO AVVISO, LO STATO DI SALUTE DELLA SCENA BLACK ITALIANA E INTERNAZIONALE?
– Ho sempre cercato di mantenere contatti con altre realtà della scena, anche se in modo selettivo. La mia curiosità non si limita a ciò che è evidente: ciò che più mi affascina sono le parti nascoste, i dettagli sottili, ciò che sta dietro alle apparenze e che racconta veramente la vita di un progetto o di una persona.
Appena posso, partecipo a concerti, vicino o lontano, per ascoltare, osservare e dare il mio sostegno a chi mette passione nella musica. Credo che anche il semplice atto di presenza sia un gesto di rispetto e di condivisione. Accanto alla scena live, però, esiste un’altra dimensione altrettanto importante: quella più ‘passiva’, fatta di ascolto e contemplazione.
Vedo sempre più persone avvicinarsi ai vinili, collezioni che crescono e si arricchiscono, e anch’io attribuisco un grande valore a questo tipo di fruizione. Spesso è l’ascolto in solitudine, o durante una passeggiata in un bosco con le cuffie, che permette di entrare davvero nei dettagli della musica e di percepirne le sfumature più intime.
Per quanto riguarda lo stato della scena, credo ci sia una tensione costante tra due mondi: da un lato eventi grandi e curati, con nomi affermati, dall’altro realtà più piccole e underground che, nonostante lo sforzo di locali e label, faticano a emergere. Spesso ci si trova davanti a sound non sempre all’altezza, partecipazione limitata e pubblico più interessato alla socialità che all’ascolto vero. In questo contesto, forse è più importante dedicarsi a poche cose fatte bene, con cura e passione, piuttosto che disperdere energie in iniziative che non rendono giustizia alla musica.
Detto questo, il diffondersi sempre più frequente di concerti underground rappresenta comunque un segnale positivo: è la prova che la passione e la dedizione continuano a trovare terreno fertile, alimentando una scena viva e in costante fermento.

TU VIENI DA TRIESTE, CITTÀ DI FRONTIERA DALLA STORIA A DIR POCO TRAVAGLIATA: PENSI CHE LE VIBRAZIONI CULTURALI DI UN LUOGO COSÌ RICCO DI SUGGESTIONI ABBIA IN QUALCHE MODO INFLUENZATO IL PERCORSO ARTISTICO DEGLI ERGOT?
– Crescere a Trieste significa vivere in un luogo sospeso, al crocevia di culture, storie e confini. La città stessa, con la sua geografia di porto e frontiera, porta in sé un senso di apertura e di inquietudine, un continuo confronto tra orizzonti diversi e tensioni storiche che, volenti o nolenti, lasciano il segno. Questa condizione ha inevitabilmente influenzato il mio percorso artistico.
Le atmosfere urbane, i paesaggi marittimi e collinari, i contrasti tra luce e ombra, così come la memoria storica presente in ogni angolo, si riflettono nella musica e nei testi: un’attenzione costante ai dettagli, un’attrazione verso l’introspezione e verso ciò che sta al di là della superficie. Trieste mi ha insegnato a percepire il mondo con uno sguardo più complesso, a trovare bellezza nelle contraddizioni e profondità nelle cose apparentemente ordinarie.
Tutto questo, mescolato alle letture e alle riflessioni personali, contribuisce a creare le atmosfere che caratterizzano Ergot: dense, introspettive, spesso sospese tra realtà e sogno, tra inquietudine e meraviglia.

SONO PREVISTE DATE LIVE, PER LA PROMOZIONE DI “DECADE”? SENTI IL DESIDERIO DI PORTARE QUESTI BRANI SU UN PALCO? HAI GIÀ DEI PIANI, PER IL FUTURO DEL PROGETTO?
– In questo senso, negli ultimi mesi, qualcosa si è mosso in modo spontaneo, quasi simbolico. Il primo batterista con cui avevo condiviso gli inizi del progetto è tornato in zona e, appena ha saputo del nuovo album, si è fatto risentire. Da lì abbiamo deciso di incontrarci e provare insieme i nuovi brani. A questo si è aggiunto un nuovo chitarrista, mentre il bassista, pur vivendo all’estero, rientra periodicamente in città.
Se tutto continuerà a muoversi in questa direzione, non escludo la possibilità di qualche data nella seconda parte del prossimo anno, anche se preferisco non dare certezze finché tutti i tasselli non saranno davvero al loro posto.
Mi piacerebbe inoltre aggiungere che, sebbene il progetto sia nato dalla mia volontà in momenti di solitudine e riflessione, la creazione di questo album è stata tutt’altro che un percorso isolato. Io mi sono occupato delle chitarre e dei cantati principali; in alcune piccole parti vocali ha contribuito anche il bassista. La batteria è stata curata, come detto, da Marco ‘Bestia’ Dal Pastro, mentre gli abbellimenti atmosferici e le parti di pianoforte sono stati forgiati insieme al maestro Claudio Stor. La terza traccia, invece, porta la firma compositiva del già citato bassista Lorenzo Metilli. Tutto questo rende l’idea del movimento che si sta creando attorno a Ergot: un progetto che continua a nascere da me, ma che sta crescendo grazie a una forza collettiva sempre più vitale.

PICCOLA CHIOSA PROMOZIONALE DA CUI OGNI MODESTIA È BANDITA. LASCIA UN MESSAGGIO AI NOSTRI LETTORI: QUALI SONO, A TUO AVVISO, I PUNTI DI FORZA DI “DECADE”, E PERCHÈ UN ASCOLTATORE CHE ANCORA NON CONOSCESSE GLI ERGOT DOVREBBE SCEGLIERE DI DARGLI UN’OPPORTUNITÀ? QUALE APPORTO POTREBBE DARE QUESTO ALBUM ALLA SCENA BLACK ATTUALE? C’È, A TUO AVVISO, UN VUOTO CHE QUESTO ALBUM POTREBBE RIEMPIRE?
– “Decade” è un viaggio interiore, un percorso tra silenzio e rumore, tra oscurità e luce, dove ogni nota e ogni parola sono state scelte per parlare con sincerità. Chi ascolta Ergot troverà autenticità, introspezione e un mondo costruito con precisione, dove le emozioni prendono forma e significato. Per me, questo album significa anche condividere una parte di me stesso, impressa nell’opera.
In una scena spesso dominata dalla quantità e dall’apparenza, “Decade” si distingue per la sua profondità. Non è solo un album da ascoltare, ma un’esperienza da vivere. Starà all’ascoltatore cogliere i messaggi nascosti e le sfumature velate; certamente non è mirato alla gente comune, ma a chi è disposto a scavare oltre la superficie.
Per chi ancora non conoscesse gli Ergot, questo disco potrebbe rappresentare un invito a esplorare territori sonori e simbolici che vanno oltre il già sentito. Penso che questo album possa offrire un contributo originale alla scena, riempiendo un vuoto fatto di introspezione e cura artistica e riportando al centro il valore dell’oscurità come spazio di riflessione e trasformazione.

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