ETERNITY’S END – Rinascita, controllo e potenza

Pubblicato il 25/04/2019 da

Si tratta senza dubbio di prodotti di nicchia, destinati alle orecchie di un pubblico non eccessivamente vasto, ma è innegabile che entrambi gli album del progetto speed/power metal del fenomenale chitarrista teutonico Christian Munzner, divenuto famoso grazie alla sua militanza in band principalmente di genere technical death metal, siano da annoverare tra le uscite di genere più riuscite, fomentanti e ricche di spunti che abbiamo avuto la fortuna di poter ascoltare e recensire negli ultimi anni. Proprio con lui abbiamo insistentemente voluto parlare, per ragioni che vanno anche molto oltre dalla pura e semplice argomentazione di un nuovo album o di una carriera musicale, arrivando a sfociare anche in questioni personali, di cui una in grado potenzialmente di accomunare le vicende vissute dal buon Chris, con quelle invece di chi vi sta scrivendo. La cosa più piacevole, in tutto ciò, è stato trovare in Chris non solo un interlocutore davvero loquace, brillante, piacevole e quasi grato dell’opportunità di potersi aprire con noi, ma anche un vero e proprio amico disposto a rendersi disponibile nel momento del bisogno. Inutile ribadire quindi l’immensa emozione provata al momento di mettere per iscritto queste parole, ed è anche per questo che concludiamo in fretta l’introduzione, in modo da arrivare presto al dunque. Buona lettura!

CIAO CHRIS, È DAVVERO UN IMMENSO PIACERE POTER PARLARE CON TE. PRIMA DI ENTRARE NEI MERITI DEL RECENTISSIMO “UNYIELDING”, VORREMMO SAPERE DA TE: QUAL È STATO IL PROCESSO CHE HA PORTATO ALLA NASCITA DEL PROGETTO POWER METAL ETERNITY’S END?
– Ciao a te e a tutti i lettori! Potrà sembrare strano per buona parte di coloro che si sono avvicinati alla mia musica nel corso degli anni, tenendo conto del fatto che gran parte della mia carriera si è svolta all’interno di formazioni tecniche ed estreme come gli Obscura, gli Spawn Of Possession o i recenti Alkaloid, pur avendo fatto qualche comparsata in tantissimi progetti diversi, anche di stampo più thrash come i Paradox o, addirittura, dalla natura più melodica ed epica come i Majesty o i Serious Black. La verità, tuttavia, è che, pur essendo un amante della bella musica in generale e di più o meno tutto ciò che appartiene al filone del metal, il mio amore più grande è sempre stato rivolto verso il power metal, l’epicità, le atmosfere sognanti e lo shred di matrice classica. Va quindi da sé che fosse da parecchio tempo che avevo in mente di mettere in piedi qualcosa di simile, in grado di incarnare quello che era ormai un sogno che portavo nel cassetto da tempo; l’occasione si è presentata finalmente circa cinque anni fa, anche se il primo album “The Fire Within” è divenuto disponibile sul mercato solo due anni dopo. Per fare ciò, avevo bisogno di musicisti volenterosi, talentuosi e, soprattutto, dotati di una mentalità sufficientemente aperta. Naturalmente, la scelta principale è ricaduta su alcuni compagni ed ex compagni di band, cui ho poi integrato altri talenti provenienti da svariati angoli non solo della musica, ma anche del mondo. Volevo che fosse un progetto serio, che impegnasse diverse tra le menti a parer mio più dotate della scena internazionale, e spero di essere riuscito a raggiungere l’obbiettivo.

IL NUOVO ALBUM SI DISCOSTA IN PARTE DAL PREDECESSORE, COME TI SENTIRESTI DI DESCRIVERE LE DIFFERENZE PRINCIPALE TRA DUE LAVORI COSÌ RIUSCITI?
– Le prime differenze che vale la pena analizzare sono quelle più visibili anche ad occhio nudo, ovvero i cambiamenti avvenuti all’interno della formazione: abbiamo infatti reclutato Phil Tougas in veste di secondo chitarrista, dopo un predecessore in cui la sei corde veniva imbracciata solo da me, e sostituito Linus Klausenitzer al basso con quell’uomo di mondo che è Mike LePond, la cui esperienza in un’infinità di progetti è ormai divenuta leggenda da tempo (ridiamo, ndr). Tuttavia, da quel punto di vista, il cambiamento più evidente è senz’altro quello alla voce, dal momento che sostituire uno come Ian Parry non è stato un compito semplice, ma posso dire di aver trovato la migliore alternativa in Iuri Sanson. Musicalmente parlando, invece, abbiamo voluto proporre qualcosa di leggermente più vecchia scuola, con un’impronta di carattere heavy metal più evidente e un guitar work ispirato perlopiù ai grandi chitarristi iconici dello shred anni ’80. Inoltre, anche l’elemento epico è stato incrementato, sia nei testi che nelle atmosfere, in modo da valorizzare un concept che prende tanto dalla fantascienza, quanto dal fantasy più battagliero. In sostanza, se amate il power metal in qualsiasi sua forma, qui abbiamo cercato di mettere un po’ tutto ciò che era lecito utilizzare.

VISTO CHE LO HAI NOMINATO, APPROFITTIAMO PER RINGRAZIARTI PER AVER RIPORTATO IURI SOTTO I RIFLETTORI DOPO LA SUA ROTTURA CON GLI HIBRIA. COME SEI ENTRATO IN CONTATTO CON LUI?
– Aggiungo una piccola correzione a quanto detto nella risposta precedente: in verità già nel primo album avrei voluto avvalermi della collaborazione di quello che considero uno dei vocalist più talentuosi al mondo, ovvero Iuri Sanson, che purtroppo non era disponibile per via della sua attività nei brasiliani Hibria, con cui ha definitivamente chiuso i rapporti dopo l’uscita del loro ultimo album. Per me da una parte apprendere di questa notizia fu una delusione, essendo un grande fan degli Hibria da sempre (il loro primo album “Defying The Rules” è uno stramaledetto capolavoro!), ma d’altra parte questo mi ha dato il la per potergli rinnovare la mia proposta, una volta cessata la collaborazione con Ian Parry. Fortunatamente, a sto giro è andata meglio e Iuri ha accettato con immenso piacere; e, francamente, ascoltando il risultato non potrei essere più entusiasta del lavoro svolto.

PER QUANTO POSSA ESSERE EVIDENTE, RITIENI QUINDI CHE LA PRATICA DELLO SHREDDING RICOPRA UN RUOLO IMPORTANTE ALL’INTERNO DELLE TUE ULTIME PRODUZIONI?
– Sì, si potrebbe volendo dire che, in un certo senso, con quest’album io abbia voluto porre quasi una sorta di omaggio a tutto quel filone musicale che ruota attorno al concetto di shredding, o almeno alla sua connotazione più classica, pur apprezzando io stesso delle metodologie e delle applicazioni più moderne. Ho voluto riporre in “Unyielding” svariati elementi di richiamo a chitarristi come Yngwie Malmsteen o Paul Gilbert, prendendo infatti fortemente in riferimento gli album di gente come i Racer-X o gli Steeler. Andando avanti col tempo anche il chitarrismo è cambiato ed è giusto tenere sempre sotto controllo l’andamento più recente, ma non bisogna dimenticare le origini e le versioni originali delle pratiche strumentali che tanto amiamo.

COME GIUSTAMENTE DA TE AFFERMATO, IL TUO STILE PERSONALE PESCA UN PO’ DA DIVERSE FONTI; ALCUNE PIÙ CLASSICHE, MENTRE ALTRE DECISAMENTE PIÙ MODERNE. TI DEFINIRESTI UN CHITARRISTA E/O UN MUSICISTA TENDENZIALMENTE POLIEDRICO?
– Un po’ come la mia carriera può in un certo senso dare a intendere, la varietà è qualcosa che ha sempre fatto parte del mio bagaglio personale, sia come musicista che come fan e collezionista di musica. Perciò, ho sempre cercato di arricchire le mie competenze chitarristiche con numerose connotazioni stilistiche differenti, prendendo come riferimento ad esempio un virtuoso come Greg Howe, il quale non è solo uno dei miei chitarristi preferiti, ma anche uno di quelli più difficili da collocare come filone d’appartenenza: nella sua carriera è passato dal rock, al blues, al fusion, fino anche al metal in alcune sue performance, riuscendo a ottenere un’identità propria quasi del tutto slegata da un settore prestabilito. Io, personalmente, mi sono sempre dedicato alla musica metal in diverse sue sfumature, pur prediligendo apparentemente l’estremo, ma come ho detto prima il mio vero amore è il power metal da sempre, e a livello compositivo ho sempre adorato sfruttare quelle melodie così piene che da sempre lo contraddistinguono come genere.

QUESTO TUO DISCORSO È BEN RICONOSCIBILE NEL MOMENTO IN CUI SI ASCOLTA IL TUO ALBUM SOLISTA “BEYOND THE WALL OF SLEEP”, IL QUALE SEMBRA QUASI CAMBIARE GENERE IN OGNI CANZONE, NONOSTANTE L’EVIDENTE FILO CONDUTTORE. ERA L’EFFETTO CHE VOLEVI DARE?
– Il fatto che tu abbia notato questa caratteristica mi riempie il cuore di gioia! Effettivamente, la mia intenzione, quando mi misi a lavorare su quell’album, era proprio quella di renderlo una summa di tutti gli stili musicali che da sempre considero i più preziosi per la mia formazione. Si può passare tranquillamente da un brano simil-power, ad un altro più vicino al death, passando per qualcosa di relativamente più soft; naturalmente, tutto con una forte connotazione progressive necessaria ad amalgamare e accomunare ogni singolo elemento applicato.

SULLA BASE DI QUANTO DETTO FINO AD ORA, QUALE CAPITOLO REPUTERESTI IL PIÙ IMPORTANTE PER QUELLA CHE È ORA LA TUA CARRIERA?
– Mi permetto di dartene tre di capitoli: il primo è, senza dubbio, il momento in cui, nonostante la mia giovane età, sono stato reso parte della famiglia legata ai Necrophagist, che mi hanno voluto con loro al momento di lavorare sull’album “Epitaph”, il che ha rappresentato non solo un’esperienza formativa e soddisfacente, ma anche un discreto trampolino di lancio per me e per le mie doti personali. Il secondo non può che essere il mio periodo negli Obscura, che in maniera similare mi ha permesso di girare moltissimi palchi e dare un contributo concreto non solo a un album, ma a un’intera parte di discografia di una band dotata comunque di un buon nome all’interno della scena. Infine, credo di aver finalmente trovato la mia realizzazione come musicista al momento di dedicarmi alle mie produzioni soliste e, da lì, a progetti come gli stessi Eternity’s End, basati esclusivamente su ciò che io desidero da me stesso e dalla mia musica. Finalmente posso dire di star applicando ciò che ho sempre sentito dentro, con uno stile che mi appartiene fino in fondo. Questo è il motivo per cui suggerisco sempre ai giovani musicisti di accettare i giusti compromessi, ma senza dimenticare la propria natura e i propri amori musicali più genuini.

QUALCHE RISPOSTA FA HAI AFFERMATO DI ESSERE UN APPASSIONATO E COLLEZIONISTA DI MUSICA, OLTRE CHE UN MUSICISTA. CREDI CHE ANCHE QUESTO SI POSSA CONSIDERARE UN FATTO IN PIÙ NEL TUO BAGAGLIO PERSONALE?
– Sì, nella maniera più assoluta! Come penso saprai, molti musicisti professionisti, una volta raggiunti determinati livelli, si dimenticano totalmente del loro amore per la musica in generale, degnando di attenzioni solo la propria, arrivando quasi a dimenticarsi di un dettaglio fondamentale: non si finisce mai di imparare e di prendere ispirazione! Spesso mi domando come sia possibile continuare a rilanciare se stessi, senza dedicare mai del tempo all’ascolto di ciò che il mercato musicale propone; magari facendo una capatina all’interno del sottobosco, dato che non si sa mai cosa si può trovare. Io sinceramente continuo ad amare follemente il metal e la musica in generale, e non perdo occasione per spendere soldi in dischi di band più o meno affermate, non solo nella speranza di trovare qualche spunto interessante, ma semplicemente perché è qualcosa che mi piace fare. Inoltre, dovrebbe essere parte della filosofia del musicista la volontà di darsi supporto a vicenda, altrimenti chiunque cominci a produrre musica propria dovrebbe anche smettere di comprare dischi o andare ai concerti, il che ha francamente poco senso anche per ragioni umane, oltre che di mercato.

VENIAMO ORA A UNA DOMANDA MOLTO PERSONALE, SU QUALCOSA CHE CI ACCOMUNA ENTRAMBI: TE LA SENTIRESTI DI RACCONTARE LA TUA ESPERIENZA CON LA DISTONIA FOCALE?
– E’ la prima volta che posso davvero parlare di questo argomento con qualcuno che lo conosce veramente, avendo sofferto tu della stessa patologia, per questo sarò felice di condividere con te la mia storia. Tutto ha avuto inizio durante i lavori sull’album degli Oscura “Omnivium”, durante i quali la mia attività come chitarrista era divenuta abbastanza stressante, anche per ragioni provenienti dall’esterno della musica. Ad un certo punto ho iniziato a percepire un disturbo legato il movimento di due dita sulla tastiera della chitarra, e col tempo questo è peggiorato rendendomi davvero complicato riuscire a suonare com’ero abituato a fare fino a poco tempo prima. Questo ha anche decretato la mia uscita consenziente dalla band, che comunque mi è rimasta vicina in quel periodo così buio, che sembrava quasi non finire mai ed era inevitabile che prendere in mano la chitarra fosse quasi accostabile ad un incubo. Fortunatamente, non ho voluto darmi per vinto, e col tempo ho accettato la cosa e ho agito in modo da correggere man mano la mia postura e il mio movimento, arrivando quasi a stravolgerla per poterla rendere nuovamente funzionale.

CHE TIPO DI APPROCCIO MENTALE E PRATICO HAI SCELTO DI APPLICARE PER RISOLVERE IL PROBLEMA?
– Purtroppo si sa che la distonia non è un qualcosa che si può eliminare, ma ci si può lavorare affinché diventi impercettibile o comunque non fastidiosa per la buona riuscita di un’esecuzione. Sicuramente l’accettazione e la voglia di lottare per non andare a fondo hanno giocato un ruolo fondamentale, così come la consapevolezza che questo magari avrebbe peggiorato alcuni lati della mia tecnica, ma potenzialmente mi avrebbe potuto dare il La per migliorarne molti altri. A livello pratico, voglio essere sincero: ogni due settimane, più o meno, un presunto signor genio in giro per il mondo si inventa un nuovo modo per curare la distonia, basato non si sa bene su quali dimostrazioni scientifiche. La verità, per come la vedo io, è che non esiste una maniera unica ed effettiva, ma sta al musicista che contrae il disturbo trovare la sua via per risolvere il problema, sia per quanto riguarda l’applicazione sullo strumento, sia per tutto ciò che ruota attorno al processo mentale. Sicuramente l’iniezione di botulino ha aiutato a inibire il movimento alieno, ma tutto il resto ho dovuto applicarlo io, sicuramente facendo molta fatica, ma al momento in cui riesci nuovamente a esprimerti con la chitarra senti un senso di soddisfazione dentro che non ha eguali. Inutile buttarsi per terra, meglio impegnarsi affinché un nostro momento di debolezza possa diventare un’arma in più nel nostro arsenale, un’ulteriore dimostrazione della nostra forza di volontà. Questo è ciò che dico a tutti coloro che soffrono del nostro stesso disturbo, mentre a te faccio presente che, d’ora in poi, se mai avrai bisogno di aiuto su questo, sai dove contattarmi.

GRAZIE CHRIS, GIÀ SOLO CON QUESTE PAROLE DAI UN AIUTO INDESCRIVIBILE. PRIMA DI CHIUDERE, TI ANDREBBE DI ACCENNARE QUALCOSA SUI TUOI PIANI PER IL FUTURO?
– Figurati, grazie anzi a te per la bellissima intervista e per le domande davvero interessanti e, per certi versi, uniche nel loro genere. Comunque sì, comincio facendo presente che ho intenzione di portare il progetto Eternity’s End in giro per il mondo, appena sarà possibile, mentre nel frattempo mi dedicherò alla promozione dell’ultimo album degli Alkaloid “Liquid Anatomy”, che ci auguriamo di poter proporre anche in Italia per una data il prima possibile.

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.