FARER – Sconfinati spazi di vuoto

Pubblicato il 19/01/2021 da

Provenienti dai Paesi Bassi, i Farer hanno vergato note intrise di dolore e poca speranza nel loro primo album “Monad”. Un lavoro di lunga gestazione, frutto di una band che si è reinventata attorno all’interazione poco ortodossa di due bassi, creatrice di un suono post-metal reminiscente di Neurosis e AmenRa, ma avvolta di un’aura tutta sua. “Monad” ci descrive panorami grigiastri, di intensa e piacevolmente tollerabile solitudine, quella che ti lascia pensare, astrattamente e indefinitamente, portandoti dove non avresti mai pensato di poter giungere. Architetti di canzoni punteggiate di piccole estrosità e da un fluire narrativo unico, i Farer ci hanno investito con una variazione dei canoni post-metal molto interessante, che si diparte da cadenze conosciute, per abbracciare una severa forma di ignoto, densa, pulsante, vitale nella sua dettagliata negatività. Al gran completo nei suoi tre elementi, il gruppo ci parla di questa lunga gestazione di “Monad”, di un processo creativo profondo, voluto, al quale si è dato tutto il tempo necessario per svilupparsi, senza costrizioni di tempo né scadenze a fiaccarne gli intenti.

“MONAD” È IL VOSTRO PRIMO ALBUM, PER IL QUALE AVETE LAVORATO CIRCA DUE ANNI E MEZZO. QUALI SONO I SENTIMENTI, ESPERIENZE E CONOSCENZE CHE AVETE VEICOLATO IN QUESTO DISCO?
Sven Jurgens: – Prima di tutto, vi ringrazio per l’opportunità di raccontare di noi stessi e del nostro album. Come hai detto, abbiamo impiegato un tempo considerevole per portare a termine il disco ed ora siamo orgogliosi di aver concluso il lavoro e poter svelare a tutti la nostra musica. È gratificante poter far ‘assaggiare’ a tutti il frutti del nostro lavoro, che combina le nostre esperienze di anni, di questa e di altre band in cui abbiamo militato. Esprimiamo qualcosa che non siamo stati mai in grado di trasmettere in passato.

COME MENHIR, LAVORATE ASSIEME DAL 2013. NEL 2019, AVETE CAMBIATO IL MONIKER IN FARER. COSA AVETE REALIZZATO COME MENHIR E PERCHÈ, A UN CERTO PUNTO, AVETE DECISO DI MODIFICARE IL VOSTRO NOME?
Sven Jurgens: – Abbiamo iniziato a suonare assieme come Menhir nel 2013, proponendo un suono legato allo sludge/stoner. Non abbiamo riflettuto granché su quello che volessimo fare assieme, si trattava più che altro di suonare assieme e divertirci. E ci siamo divertiti, senza dubbio! La necessità di un cambiamento è arrivata quando ci siamo separati dal nostro chitarrista. Quando abbiamo cercato un rimpiazzo, abbiamo provato qualcosa di diverso e siamo arrivati ad Arjan (van Dalen, uno dei due bassisti/cantanti, ndR), un altro bassista. Abbiamo ripensato completamente a come dovesse funzionare il gruppo e il tipo di suono. Per un po’ abbiamo proseguito a suonare uno sludge/stoner abbastanza vicino a quello che suonavamo prima, ma ci siamo accorti che avevamo bisogno di comunicare qualcosa di nuovo. Ci siamo scambiati un po’ di idee sulla musica che ci piaceva, valutato diverse idee, infine siamo partiti con qualche sperimentazione e poco per volta abbiamo definito cosa volessimo diventare. Mentre andavamo definendo la nostra identità ci siamo decisi a dare un taglio completo col passato e a chiamarci Farer.

DESOLAZIONE, GRIGIORE, SOLITUDINE, UN SENSO DI VELATA DISPERAZIONE, È CIÒ CHE ANDATE COMUNICANDO NELL’ALBUM. IN OGNI TRACCIA, VI È UNA PROGRESSIONE D’INTENSITÀ, UN’INESORABILE, LENTA MARCIA. QUALI SONO LE IDEE PRINCIPALI DIETRO QUESTO TIPO DI STRUTTURE, CON UN ACCUMULO DI ELEMENTI CHE VA A COMPORRE, PROGRESSIVAMENTE, L’INTERO PUZZLE DI SENSAZIONI INFUSE DALLA VOSTRA MUSICA?
Sven Jurgens: – Durante il processo di scrittura, abbiamo completato un paio di versioni diverse per ogni canzone. Una volta giunti a uno schema base di un certo numero di pezzi, abbiamo revisionato il primo che abbiamo scritto, perché avesse uno stile accostabile all’ultimo che avevamo prodotto. Ciò può spiegare il tempo trascorso per ultimare “Monad”, ma può anche farti capire la sua profondità e complessità. Ogni traccia è stata scritta avendo chiaro in mente un tema fondante per ognuna: l’attraversamento dell’assoluto, il nulla dell’essere, creazione e distruzione.

Arjan van Dalen: – L’album esplora un insieme di emozioni dure e severe. Qualcosa che ti sovrasta. C’è qualcosa di molto profondo nella solitudine e nella disperazione, abbiamo cercato di tirare fuori il meglio da essere, per ‘vendicare’ queste emozioni e tradurle nelle quattro canzoni dell’album. Serve tempo perché si manifestino nel loro intero potenziale. Non c’è fretta.

IN LINE-UP CI SONO DUE BASSISTI, UN BATTERISTA, DUE CANTANTI, NESSUNA CHITARRA. PERCHÉ SIETE ARRIVATI A QUESTA SCELTA E QUALI SONO LE POSSIBILITÀ ESPRESSIVE CONSENTITE DA UNA FORMAZIONE DI QUESTO TIPO?
Sven Jurgens: – La creatività scorre libera con questo tipo di impostazione: la creatività, spesso, scaturisce proprio là dove si mettono delle restrizioni. Così accade per la musica che proponiamo, con questa line-up riusciamo a darle maggiore profondità ed enfasi sulle note basse. Abbiamo lavorato molto sulle stratificazioni di suono, e dove non siamo riusciti a ottenere i risultati voluti solo coi bassi, abbiamo aggiunto dei sintetizzatori.

Arjan van Dalen: – Ad essere sincero, non sono nemmeno consapevole di far parte di una line-up diversa da quelle che ci si è soliti attendere. Posso percepire la nostra differenza solo se penso che il grosso delle metal band hanno una formazione che non è come la nostra, di per sé invece non vedo nulla di strano in come ci siamo strutturati. Non siamo i primi a farlo né saremo gli ultimi. E non sono nemmeno sicuro che la strumentazione utilizzata per il prossimo disco sarà la stessa di “Monad”, potrebbero esserci differenze sostanziali.

COME FUNZIONA LA ‘COOPERAZIONE’ TRA I DUE BASSI? QUALI SONO LE DIFFERENZE PIÙ IMPORTANTI TRA COME SUONA UNO STRUMENTO E L’ALTRO?
Sven Jurgens: – Anche se impieghiamo due bassi, essi non lavorano affatto nella stessa maniera. In generale trattiamo uno di questi come uno strumento solista, mentre l’altro esegue pattern più regolari, quelli che si sentirebbero comunemente in un gruppo che abbia anche le chitarre. Questo significa suonare ottave differenti, equalizzazioni diverse e un set-up a sua volta diverso per effetti e amplificazione.

Frank de Boer: – Un basso è utilizzato come fosse una chitarra in una formazione con batteria, basso e chitarra. Diciamo che il basso che suono io ha meno la funzione di legarsi con la batteria e più quella di muoversi sopra la sezione ritmica, di ‘raccontare una storia’ che sia sostenuta dall’altro basso e dalla batteria.

I TITOLI DI OGNI CANZONE SONO LONTANI DA CLASSICI CLICHÈ METAL E NON SONO PROPRIAMENTE ‘COMUNI’. COSA SIGNIFICANO E QUALI SONO I TEMI DELLE LYRICS? PERCEPISCO UNO STUDIO APPROFONDITO PER LE PAROLE SCELTE, SI COMPRENDE COME I TESTI RACCONTINO DI ARGOMENTI PER VOI MOLTO IMPORTANTI E NON SIANO SOLTANTO PAROLE CHE SI ADATTANO BENE ALLA MUSICA…
Sven Jurgens: – Una volta chiarito il tema principale del disco, il suo titolo e quello delle singole tracce ci sono venuti in mente abbastanza facilmente. I titoli dei pezzi possono avere un significato evidente, nel senso che puoi leggerli e interpretarli secondo quanto sono in grado di esprimere da soli. Ma poi, all’interno di ogni pezzo, finiscono per assumere anche altri tipi di significato, che gli vengono attribuiti attraverso i nostri testi. Quei titoli, quindi, non sono stati scelti solo per cosa vogliono dire quella parole prese da sole, ma soprattutto per quello che possono trasmettere secondo la nostra personale interpretazione, che scaturisce da quanto contenuto nelle lyrics.

Arjan van Dalen: – Io arriverei a dire che la pronuncia dei titoli influenza direttamente cosa vogliano significare quelle parole. Il modo in cui suonano le parole, come fluiscono è altrettanto, se non addirittura più importante del loro significato. Il concatenarsi delle parole ci deve comunicare qualcosa di speciale. I testi hanno un inizio e una fine chiari, ma non sono lineari, perché il disco tocca emozioni primordiali, che non si possono esprimere con un pensiero coeso dall’inizio alla fine. Per questo le lyrics sono frammentate, possono sembrare un po’ slegate, come un flusso di pensiero a cui non sia stato dato un ordine ragionato. Potremmo definirli dei brandelli di materia dispersi nella tempesta.

C’È UNA SORTA DI TRIBALISMO NEL DRUMMING, CHE COSTRUISCE UNO SCHEMA RITMICO PARTICOLARE IN OGNI BRANO. QUALCOSA CHE PUÒ RICORDARE I NEUROSIS, MA SOTTO UNA PROSPETTIVA DIFFERENTE DALLA LORO. COME AVETE LAVORATO SU QUESTO APETTO DELLA VOSTRA MUSICA E QUALI SONO LE PRINCIPALI FONTI DI ISPIRAZIONE PER MODELLARE QUESTO TIPO DI STILE?
Sven Jurgens: – Il mio approccio alla batteria mi porta, per la maggior parte del tempo, a cercare di supportare la canzone nel suo insieme. Ciò significa seguire gli altri strumenti meglio che posso, ma fatto questo cerco di spingermi oltre, per aggiungere sfumature ingegnose, senza che ne risenta la struttura ritmica e la sua solidità. Puoi sicuramente mettere i Neurosis fra le mie ispirazioni per come suono la batteria, così come molte altre band hanno contribuito a farmi suonare come lo faccio attualmente. Altri act che mi hanno influenzato molto, soprattutto per quest’album, sono AmenRa, Sumac e Bell Witch.

COSA RAPPRESENTA LA COVER DI “MONAD”? DA UN CERTO PUNTO DI VISTA, NON È INASPETTATO UN SOGGETTO SIMILE PER UNA BAND POST-METAL SPERIMENTALE COME LA VOSTRA. ALLO STESSO TEMPO, L’IMMAGINE DI COPERTINA È PIUTTOSTO ENIGMATICA, NON È FACILE DA COMPRENDERE ED È DI ARDUA INTERPRETAZIONE.
Sven Jurgens: – L’artwork è opera del nostro amico Niels Verwijk (potete vedere altri suoi lavori sul suo sito https://nielsverwijk.com). Ha capito quello che volevamo esprimere con la nostra musica e il concept che vi è dietro e l’ha tradotto nell’artwork e nella foto della band al completo. Il suo artwork cattura l’approccio ricco di stratificazioni e dettagli che abbiamo tenuto nella realizzazione di “Monad”.

TECNICAMENTE, QUALI SONO I PROBLEMI PRINCIPALI NEL REGISTRARE UN ALBUM METAL SENZA L’UTILIZZO DELLE CHITARRE?
Frank de Boer: – Come ti dicevo in una domanda precedente, avere un basso che adotta le funzioni di una chitarra e uno che si comporta come un basso vero e proprio, è la nostra base di partenza. Fatta questa premessa, il lavoro consiste nel provare delle idee per verificare come si adattino nell’interazione tra i due bassi, in modo da avere sia una chiara divisione dei ruoli, sia una compenetrazione tra i due strumenti. Arjan suona con le dita, io invece uso il plettro. Inoltre, Arjan suona in prevalenza sulle corde più basse, io sto mediamente su un’ottava superiore. Già da queste precisazioni, puoi iniziare a comprendere le differenze tra noi. Andando nello specifico della strumentazione: io suono un Fender Precision, uso un amplificatore Sunn Beta Bass e un cabinet Marshall 1960. Arjan suona un vecchio Rickenbacker 4003, per l’amplificatore si avvale di un Elliot AH1000-12 e un cabinet 4×10, sempre della Elliot.

SE DOVESTE DESCRIVERE LA VOSTRA MUSICA A QUALCUNO, CERCANDO DI ENFATIZZARE LE SUE CARATTERISTICHE PIÙ IMPORTANTI, DI COSA GLI PARLERESTE?
Sven Jurgens: – Un viaggio nel regno del nulla, dove un leggero barlume di speranza si rivelerà essere solo un piccolo picco, nella lenta evoluzione del tempo e dello spazio.

PER IL FUTURO, QUALE PENSATE POSSA ESSERE L’EVOLUZIONE DEL VOSTRO SUONO?
Sven Jurgens: – Potremmo continuare sulla strada intrapresa finora, oppure trovare nuovi modi di raccontare la nostra storia. Ma chi lo sa cosa potrebbe avere il futuro in serbo per noi?

Arjan van Dalen: – Penso che alla base ci sarà sempre un suono molto pesante, ma l’approccio e l’interpretazione non saranno mai uguali, non si fermeranno a qualcosa di già fatto prima.

IL VOSTRO MONIKER SUGGERISCE CHE VOI SIATE INCLINI ALL’ESPLORAZIONE UN PO’ IN TUTTO QUELLO CHE FATE, NON SOLO MUSICALMENTE O PER L’APPROCCIO TESTUALE. IN GENERALE, CHE COSA RAPPRESENTA NELLE VOSTR VITE L’IDEA DI SPINGERSI OLTRE, ANDARE APPUNTO SEMPRE PIÙ LONTANO, COME RECITA IL NOME DEL VOSTRO GRUPPO?
Sven Jurgens: – Penso che sia molto importante mettere in discussione quello che conosci e cercare nuove strade per migliorare la propria conoscenza del mondo. L’unica costante nella vita non può che essere il cambiamento, quindi stare fermi significa per forza di cose regredire.

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