FERUM – La trasformazione continua

Pubblicato il 24/01/2023 da

Nel 2018 avevano lanciato una prima avvisaglia mortifera, lasciando trasparire un interessante tasso di miglioramento futuro. E i pronostici della vigilia non si sono fatti attendere: lo scorso agosto i Ferum hanno finalmente timbrato l’esordio ufficiale, pubblicando “Asunder/Erode”, un album in grado di consolidare l’ondata death metal borchiata old-school dall’undreground americano, con un occhio particolare puntato sui Cianide, abbinata ad un tasso di melodia sulfurea capace di ampliare la morbosità di questo primo viaggio, preparato a puntino dal terzetto italo/estone. Ed è con la leader del gruppo, la chitarrista e cantante Samantha, che abbiamo approfondito ulteriormente la creatura Ferum (l’intervista è stata realizzata nel mese di agosto), dai cambiamenti logistici avvenuti in formazione sino ai punti cardine del loro nuovo lavoro. Buona lettura!

CIAO SAMANTHA E GRAZIE PER LA DISPONIBILITA’. PRIMA DI ADDENTRARCI NEL NUOVO ALBUM, FACCIAMO UN BREVE PASSO INDIETRO. UNA DELLE NOVITA’ IN SENO ALLA VOSTRA BAND E’ SICURAMENTE IL TUO TRASFERIMENTO IN TERRA ESTONE. QUANDO HAI MATURATO LA SCELTA DI ‘ABBANDONARE’ LA NOSTRA PENISOLA?
– Ciao ragazzi, grazie a voi per l’invito: è un piacere essere nuovamente vostra ospite.
Nel 2020 mi ritrovavo con un bel bagaglio esperienziale di nove anni trascorsi a Bologna e uno in Finlandia, in cui ho studiato, fatto ricerca, lavorato, suonato, viaggiato. Ho iniziato a maturare l’idea che il cerchio si stesse chiudendo e, alla fine, ho sentito che era il momento di cambiare.
Molte persone mi hanno chiesto perchè me ne stessi andando. Ho notato la tendenza di molti a supporre che ci siano delle problematiche dietro ai trasferimenti, soprattutto all’estero, e che andarsene sia legato al non avere un lavoro o non riuscire a trovarlo in Italia. Non escludo che sia vero per molti, ma non è stato il mio caso. Lavoro e mi mantengo da sola da tanti anni, per cui reputo la stabilità economica un fattore importantissimo, ma solo quello non basta. Volevo di più. Quindi ho barattato la sicurezza del posto fisso per l’incertezza di una nuova avventura, assumendomi la responsabilità del rischio. Grazie alla mia formazione accademica e all’esperienza maturata in ambito aziendale, sapevo che avrei trovato un buon posto anche altrove, e così è stato. Certo, trasferirmi in Estonia in piena pandemia, da sola e senza conoscere nessuno non è stato semplice: iniziare un nuovo lavoro, ambientarsi, fare nuove conoscenze, avere a che fare con la burocrazia locale, tutto ovviamente in una lingua che non è la tua, richiede tanta forza di volontà, pazienza e apertura mentale. Ma tirando le somme, penso che non avrei potuto fare scelta migliore, nonostante non sia stata la più facile: sono molto felice per come stanno andando le cose.

A PROPOSITO, QUALI SONO LE PRINCIPALI DIFFERENZE CHE HAI TROVATO TRA LA SCENA METAL ESTONE E QUELLA TRICOLORE?
– Parlare solo delle differenze principali è riduttivo, perchè si finisce per escludere una marea di elementi che influenzano direttamente e indirettamente la questione. Intendo perciò questa risposta come una mera e incompleta introduzione al discorso. Le ‘principali differenze’ che mi sono subito saltate all’occhio sono la densità di popolazione e l’attitudine. In Estonia ci sono 1,3 milioni di abitanti in totale, a differenza degli oltre 59 milioni in Italia. Nonostante sia un posto piccolo, il metal gira parecchio qui. A Tallinn ci sono concerti underground settimanalmente, nelle altre città gli eventi sono più sporadici, ma non mancano. Un elemento limitante è che suonano spesso le stesse band, c’è meno introito a livello internazionale. Ma c’è chi si rimbocca le maniche per organizzare eventi underground con band da fuori, me compresa, quindi spero che in futuro ci sia sempre più apertura in tal senso. A livello attitudinale, c’è più individualismo qui. Molte persone vanno ai concerti da sole, vedono il concerto e se ne vanno. Eccezioni a parte, andare ai concerti non è un momento per socializzare e fare baldoria, ma un momento per ascoltare musica e bere. C’è una cultura dell’alcol molto forte, ma noto che chi è interessato solo a bere tende a frequentare altri posti, o comunque va a bere prima del concerto. Ad esempio, non mi è mai capitato di vedere estoni raggruppati a bere fuori dai locali, senza pagare il biglietto se c’è un concerto dentro. Le uniche volte in cui ho visto fare queste mosse, guarda caso, erano persone del Sud Europa (ride, ndr). Questo individualismo si riflette in qualche modo anche sulla gestione delle band. Molti musicisti stanno chiusi in sala prove per scrivere e provare i pezzi, quando sono pronti li suonano live nei locali della loro zona, fanno l’upload online su qualche piattaforma, stampano da soli il merch e lo fanno girare giusto tra amici e conoscenti. In molti casi, sembra esserci interesse marginale nella cura dei progetti dal punto di vista della promozione; a volte è un peccato, perchè ci sono band valide e uno non sa neanche che esistono, salvo scoprirlo per caso. Poi vabbè, ci sono pure casi di band che gestiscono il lato promozionale in modo molto discutibile… tra i due estremi non so quale sia il più deleterio.

PARLIAMO QUINDI DI “ASUNDER/ERODE”: QUAL E’ IL SIGNIFICATO DI QUESTO TITOLO? QUALI SONO LE TEMATICHE AFFRONTATE NEL DISCO?
– “Asunder” significa ‘separare’, ‘dividere’, ‘spezzare’. Deriva dall’inglese antico, è un termine arcaico e non molto usato oggi. Riflette esattamente il concetto di separazione che ho in mente, separazione violenta. ‘Erode’ è semplicemente ‘erodere’, e lo vedo come una conseguenza della separazione. Le parole sono un elemento importante per me, mi affascinano da sempre. Quando trovo parole che mi trasmettono qualcosa, voglio portarle con me e rivestirle del mio significato. L’ho fatto in diversi modi, ci ho dedicato anche il mio percorso universitario, ho una magistrale in linguistica, e mi è venuto naturale continuare a farlo anche nei Ferum. I testi, ad esclusione della poesia e di “The Undead Truth”, sono riflessioni sui temi della separazione, appartenenza, gestione degli errori, desolazione, accettazione, capacità di saper lasciar andare. Tematiche con le quali ognuno di noi fa i conti, in un modo o nell’altro, quotidianamente. Niente di astratto, tutto molto semplice nella sua reale brutalità.

COME SI SONO SVOLTE LE REGISTRAZIONI? IL VOSTRO BASSISTA MATTEO HA RAGGIUNTO TE ED ARE A TALLINN OPPURE HA LAVORATO A DISTANZA?
– Io e Are abbiamo lavorato sul disco a Tallinn presso il Sügis Productions (ex Walter Productions), lo studio di registrazione di Are. Io ho registrato voce e chitarra ritmica, Are si è occupato di batteria, chitarra solista e synth. Matteo ha registrato il basso a Bologna, Are ha poi fatto il mix dell’album completamente in analogico. Abbiamo infine inviato tutto a Dan Swanö per il mastering.

A CARICARE ULTERIORMENTE LA FORZA DEL VOSTRO ALBUM C’E’ SICURAMENTE LA COPERTINA FIRMATA DA PAOLO GIRARDI: COME E’ NATA LA COLLABORAZIONE CON L’ARTISTA MARCHIGIANO? CI AIUTI A DEFINIRE I TRATTI PRINCIPALI DELLA SUA OPERA?
– Ho spiegato a Paolo la mia idea di separazione violenta ed erosione e gli ho detto che volevo due gemelle siamesi con grembo smembrato e feto morente. L’idea, come ho spiegato anche sul portale di “And Justice for Art” (sito che si occupa dell’arte in rapporto agli artwork dei gruppi metal, ndr), era di rappresentare il dolore della dualità: un’entità pensata come singola, ma che in realtà contiene due facce e due personalità già alla nascita, come i gemelli siamesi. Due facce della stessa medaglia, unite dalla natura ma divise dalla realtà, capaci di creare qualcosa (il feto) ma destinate alla separazione ed erosione. Con un’entità terza che agisce, quasi nascosta: ci sono due braccia estranee che tirano i resti della pancia, quasi aggrappandosi ad essa. Oltre alla parte concettuale, ho dato carta bianca a Paolo, fidandomi ciecamente di lui. E difatti, il risultato è stato ancora piu sorprendente di quanto avessi mai potuto immaginare. I dettagli, i colori, le sfumature: adoro ogni elemento di quel quadro. Sono felice di aver scelto Paolo per questa copertina, oltre ad avere un talento incredibile è anche una persona gentilissima, alla mano, vera. Il lavoro di Paolo è stato poi di ispirazione per Mike Erdody (Acid Witch, Temple of Void), che ha disegnato l’artwork per la cassetta: una versione old-school del dipinto, uscita benissimo. Sono molto contenta di entrambi i risultati.

I CIANIDE SONO ANCORA UNA VOLTA PROTAGONISTI NEL VOSTRO LAVORO. IN “VERGENCE” LA COVER DI “FUNERAL”, IN “ASUNDER/ERODE” TROVIAMO MIKE PERUN COME SPECIAL GUEST NEL BRANO “THE UNDEAD TRUTH”. COME E’ AVVENUTA QUESTA UNIONE DI FORZE?
– I Cianide hanno apprezzato molto la nostra cover, e ci hanno supportato tante volte in vari contesti. Uno di essi è stato la foto promozionale del loro ultimo EP, dove Mike indossa la maglia di “Vergence”, oltre a ringraziarci nel booklet. Non puoi capire l’emozione che ho provato quando l’ho vista! Non capita spesso che uno dei gruppi che ti hanno influenzata maggiormente ti sponsorizzi così, spontaneamente. Come ho già detto, i Cianide sono uno dei motivi per cui i Ferum esistono, e ho voluto omaggiarli anche nell’album. Ma non volevo ripetermi facendo un’altra cover, per cui ho pensato ad un modo diverso di fare un tributo. Ho proposto a Mike di cantare su un pezzo, e lui ha accettato immediatamente. Non un pezzo qualunque: ho scritto l’intero testo come risposta all’intero album “The Dying Truth” (non a caso, l’ho chiamato “The Undead Truth”). Quindi si tratta di un tributo più ‘elaborato’ e personale, e sono contenta che Mike sia stato subito entusiasta della collaborazione. Per me è una grande soddisfazione averlo avuto come guest, adoro la sua voce, timbro riconoscibilissimo e unico.

PARLIAMO DI “MONOLITHIC ACQUIESCENCE”. E’ UNA MIA IMPRESSIONE O VI SONO DEI RIMANDI ALLA MITICA “BLACK SABBATH”?
– Assolutamente, e la cosa è stata molto spontanea. L’intero disco è pieno di rimandi alla musica che ascolto, e che di conseguenza si riflette su ciò che scrivo.

COME NEL PRIMO EP, AVETE CHIUSO IL DISCO RENDENDO OMAGGIO ALLA POESIA ITALIANA. QUESTA VOLTA E’ TOCCATO A MONTALE, CON UNA SCELTA DI CLEAN VOICE ED UN BRANO MOLTO INTIMO. CI PUOI DESCRIVERE COME E’ NATA LA STRUTTURA DEL PEZZO?
– È l’ultimo pezzo che abbiamo registrato, e sono arrivata in studio sapendo solo di volere questa poesia come conclusione dell’album. A differenza degli altri pezzi, che ho curato fino all’ultimo dettaglio, non avevo nulla di pronto a livello musicale. Ho riscritto la poesia a mano su un foglio e ho iniziato a leggerla, e mi sono ricordata di un momento simile molti anni prima, non in studio di registrazione, in un altro contesto. L’ho voluto immortalare così, nonostante registrare la voce in clean sia totalmente fuori dalla mia comfort zone musicale. Abbiamo fatto due take, una di prova e l’altra è quella che senti sul disco: è praticamente improvvisata, letta come l’ho sentita, spontanea. L’ho tradotta ad Are, e insieme abbiamo creato l’arrangiamento, incluse le sequenze del martello che rompe lo specchio.

LA TUA VOCE, SAMANTHA, IN QUESTO LAVORO RISULTA ANCORA PIU’ CONCRETA ED ARCIGNA. COME HAI LAVORATO DA QUESTO PUNTO DI VISTA?
– Prima dello stop dovuto alla pandemia abbiamo suonato molto dal vivo: fare prove e concerti mi ha aiutata molto ad acquisire consapevolezza a livello vocale. Ho sempre avuto un approccio molto spontaneo alla voce: non forzo nulla, voglio che sia l’espressione naturale del mio sentire. Quando sono entrata in studio per registrare l’EP nel 2018 non avevo alcuna esperienza, mai registrata la voce prima. Non è stato semplice, e il poco tempo che ho avuto a disposizione non ha di certo aiutato. Il risultato è stato una voce immatura sull’EP, ma comunque vera e straziante, quindi ho accettato il compromesso. Ma sapevo di poter fare di meglio, e così è stato sul full-length. Non si smette mai di imparare e migliorare.

FERUM CHE, RISPETTO ALL’ESORDIO, HANNO GUADAGNATO IN MATURITA’ E SICUREZZA. COME VALUTI QUESTO SALTO DI QUALITA’?
– È la normale evoluzione del progetto. Sarebbe facile rimanere appollaiati sullo stesso risultato, e riproporlo. Evolversi vuol dire uscire dalla zona di comfort ed esplorare nuovi elementi, pur rimanendo nel genere che vogliamo suonare. Sicuramente un fattore che ha influito enormemente in questo ‘salto di qualità’ è l’ingresso di Are nella line-up: è un polistrumentista e produttore musicale davvero talentuoso. Il fatto che la musica sia il suo mestiere, ha aiutato a tradurre nella pratica anche le idee che non sapevo neanche come spiegare. Inoltre, è specializzato in post-produzione analogica: uno dei pochi rimasti, visto che quasi tutti i produttori contemporanei lavorano solo in digitale, ormai.

C’E’ MOLTO OLD-SCHOOL IN “ASUNDER/ERODE” MA ANCHE UNA SENSAZIONE DI FRESCHEZZA D’INTENTI. QUAL ERA IL VOSTRO OBIETTIVO IN QUESTO VOSTRO ESORDIO SULLA LUNGA DISTANZA?
– Fare musica in modo spontaneo e senza fronzoli. L’obiettivo era uscire con un prodotto che rispecchiasse la nostra crescita, una fotografia sonora di ciò che siamo oggi. Volevamo che uscisse quest’anno e in tutti i formati. L’offerta di Avantgarde Music è arrivata nel momento giusto e nel modo giusto: loro sono il top, e fare parte della loro nuova branca death metal Unorthodox Emanations ci rende molto fieri. Per non parlare del fatto che in un momento come questo, dove ci sono ancora ritardi immensi nella produzione dei vinili, loro sono riusciti a farci avere i vinili in tempo per la data che avevamo scelto per la release, ovvero l’Helsinki Death Fest ad agosto. Questo è solo uno dei tanti motivi che ci rendono molto felici della collaborazione con Avantgarde Music/Unorthodox Emanations: non avremmo potuto scegliere di meglio. Per la versione su cassetta, invece, abbiamo accettato l’offerta dell’americana Dystopian Dogs, realtà underground molto interessante capitanata da Mike Erdody (Temple of Void, Acid Witch) e Victor Ruiz (Sauron, Harbringer). Anche il loro lavoro è stato eccelso.

IN UN’INTERVISTA DI DUE ANNI FA, CI DISSI CHE DIETRO AL NOME FERUM SI CELAVA UN MOSTRO CHE STAVA LENTAMENTE PRENDENDO FORMA. A CHE PUNTO SIAMO CON LA TRASFORMAZIONE?
– La trasformazione è la costante.

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