FLEURETY – ‘Avanguardia’ in quale senso?

Pubblicato il 31/12/2017 da

Una delle band più folli partorite dalla Norvegia di inizio anni Novanta, in grado al tempo di lasciare a bocca aperta (o perplessi) i black metaller più intransigenti. Dopo un esordio che fu una vera pietra miliare del genere, infatti, i Fleurety presero una via assolutamente personale che rendeva persino risibile la definizione di ‘avantgarde’, prima di sparire del tutto dai radar per lungo tempo – fatta salva una serie di 7″ ben poco pubblicizzati e ancora meno classificabili, recentemente raccolti sotto l’adeguato titolo “Inquietum”. Con “The White Death” il duo torna a proporci un album di inediti efficace, intenso, ovviamente schizoide, e nelle righe che seguono il disponibile Svein Egil Hatlevik ci racconta com’è nato, cos’è successo in casa Fleurety negli ultimi anni e cosa pensa delle etichette musicali facilmente affibbiate.

(Intervista raccolta dall’autore per Rock Hard di novembre, e qui pubblicata in forma completa. Ringraziamo Rock Hard per la gentile collaborazione)

SONO PASSATI DICIASSETTE ANNI TRA QUESTO E IL VOSTRO PRECEDENTE ALBUM, INTERROTTI SOLO DALLA PUBBLICAZIONE DI UNA SERIE DI 7″. COSA VI HA SPINTO A TORNARE “A TEMPO PIENO” SULLE SCENE?
– Abbiamo registrato questo album perché è qualcosa che volevamo fare da molto tempo. Viviamo in diversi continenti, e avremmo potuto registrare un album su internet, scambiandoci file a distanza, ma non è così che volevamo fare le cose in questo caso; il desiderio era di creare davvero un album insieme, trovandoci nella stessa stanza. Ci sembrava più giusto così. Quindi abbiamo impiegato molto tempo per trovare la giusta occasione e quando ho avuto a disposizione una casa qui a Oslo dove potevamo lavorare giorno e notte, creando e registrando questo album, ecco che finalmente è accaduto.

ALLA LUCE DI CIÒ, CONFESSO CHE I SINGOLI CITATI RECENTEMENTE RACCOLTI IN “INQUIETUM” CI SEMBRAVANO UN’ESPRESSIONE MOLTO SCHIZOFRENICA DEI VOSTRI IMPULSI MUSICALI; ERA ABBASTANZA DIFFICILE TROVARE UN SUONO COMUNE, TRA LORO: POSSO CHIEDERTI COME ERANO NATI?
– Quelle canzoni sono una raccolta di musica che abbiamo composto dal 1993 al 2015. La prima canzone di “Inquietum” è una ri-registrazione del 2004 della prima canzone della nostra demo “Black Snow”, che abbiamo pubblicato nel 1993. L’ultima canzone è stata completata nel 2015, appunto: è un lasso di tempo enorme, ci sono almeno 15 musicisti ospiti, che contribuiscono a modellare ogni canzone, portandole anche in diverse direzioni – e sono registrate in diversi studi. “Inquietum” è sì un album, ma anche una sorta di compendio, che mostra la varietà delle nostre idee e soluzioni. Ho detto che l’ultima canzone è stata completata nel 2015? Beh, lo è. Sono più di venti anni compressi in quarantacinque minuti.

ALL’OPPOSTO, LA SENSAZIONE È CHE QUESTO “THE WHITE DEATH” RAPPRESENTI UNA SINTESI DEGLI ESPERIMENTI PIÙ FOLLI GIÀ ESPRESSI SU “DEPARTMENT OF APOCALYPTIC AFFAIRS” E SUL VOSTRO STRAORDINARIO ESORDIO “MIN TID SKAL KOMME”, CHE PER CERTI VERSI ERA PIÙ VICINO A COME IL BLACK METAL VENIVA INTESO AL TEMPO. SEI D’ACCORDO?
– Come ho già detto, Alex e io viviamo in continenti diversi. Questo rende difficile aggiornarci tra noi, bere un paio di birre e ascoltare musica, parlare di piccole e grandi questioni riguardanti la band. Quando nel 1998 abbiamo registrato “Department of Apocalyptic Affairs”, eravamo ancora allineati su tutto: musica, film, o la marca di whisky che preferivamo. Quindi suppongo sia stato più facile avventurarsi nell’esperimento musicale rappresentato da quell’album. Molta musica è etichettata come ‘sperimentale’, ma nel 99% dei casi è una stronzata. La maggior parte delle volte, nel contesto del black metal, sperimentale è solo una parola per definire “qualcosa che non suona come i Bathory”. Ma “Department of Apocalyptic Affairs” era metodicamente sperimentale, nel senso che avevamo solo un’idea molto vaga di come l’album avrebbe suonato alla fine. Abbiamo provato un nuovo approccio lasciando che le canzoni fluissero e che prendessero forma così – o almeno questo approccio era nuovo per noi nel 1998. Ma eravamo ancora perfettamente allineati, appunto, tanto che avremmo potuto scrivere tutto senza allontanarci dalla nostra ‘zona di comfort’, per così dire. Per “The White Death” siamo tornati a metodi più familiari, lasciandoci anche influenzare da come facevamo le cose quando eravamo adolescenti: questo è un metodo di collaborazione che sapevamo essere gestibile. Quindi per noi il nuovo album è estremamente vicino allo stesso processo che aveva portato a “Min Tid Skal Komme”, ma tenete presente che ci sono anche enormi differenze: un esempio è come il songwriting su “The White Death” sia meno provocatorio, in un certo senso; ci siamo concessi un certo grado di ripetizione e circolarità in ogni canzone che non avremmo mai accettato nei primi anni Novanta.

COME BAND SIETE CONSIDERATI PARTE DELLA COSIDDETTA SCENA AVANT-GARDE METAL. MA TU COME DEFINIRESTI IL ​​VOSTRO PERCORSO MUSICALE?
– Noi facciamo musica nello stile dei Fleurety. Penso che una volta che siamo stati etichettati come avant-garde metal, saremo considerati una band di quel tipo a prescindere da quello che faremo. Se non ricordo male, Tom G. Warrior usò il termine avant-garde metal per descrivere il suo lavoro con i Celtic Frost da “To Mega Therion” in poi. E anche se i Celtic Frost sono tra le bande che hanno influenzato notevolmente le nostre idee su cosa il black metal può e deve essere, non suoniamo molto simili a loro. Continuo a sorprendermi per quanto poco ci vuole per essere considerato originale o avanguardista, quindi penso che saremo avanguardisti dal punto di vista della maggior parte delle persone per tutto il tempo in cui continueremo a suonare.

COME IN PASSATO, NELL’ALBUM CI SONO DIVERSI OSPITI, SPECIALMENTE DIETRO IL MICROFONO, COSA CHE CONTRIBUISCE AD UNA RESA (QUASI) OPERISTICA. AVEVATE PENSATO A UNA SORTA DI CONCEPT ALBUM O COMUNQUE A UNA NARRAZIONE INTERCONNESSA TRA I BRANI?
– No, per questo album abbiamo cercato di fare otto canzoni a sé stanti, ma quando le metti in un certo ordine e le ascolti di seguito, emerge in effetti una certa narrazione. Non c’è modo di evitare questo, ed è il bello di quando poi decidi la tracklist. Non ci siamo ispirati all’opera (penso e spero!), ma forse in alcuni casi alle canzoni popolari e in altri a certi spoken words.

E C’È ANCORA CARL-MICHAEL EIDE COME OSPITE: È UNA COLLABORAZIONE ORMAI CONSOLIDATA, TRA VOI.
– Stiamo giusto discutendo di fargli suonare il basso sul nostro prossimo album, e se sarà d’accordo, credo che farà anche alcune linee vocali. È un amico di entrambi da tantissimi anni, e ha anche suonato il basso a un paio di concerti dei Fleurety alla metà degli anni Novanta. Quindi, sì.

RESTANDO AL VOSTRO RAPPORTO CON ALTRI MUSICISTI, IN PASSATO AVETE COLLABORATO RISPETTIVAMENTE CON MAYHEM E DØDHEIMSGARD, SOLO PER CITARE UN PAIO DI GRUPPI. SIETE ANCORA IN CONTATTO CON LORO? QUALI SONO OGGI I VOSTRI LEGAMI (E PUNTO DI VISTA A RIGUARDO, SE POSSIAMO CHIEDERLO) CON LA SCENA BLACK METAL?
– Siamo in effetti ancora in contatto con loro. Al momento mi sto impegnando a completare un album che ho fatto con il chitarrista dei Mayhem, Teloch: la band si chiama Umoral e abbiamo registrato un album parecchio tempo fa che spero appunto di poter finire quest’anno. Per quanto riguarda i Dødheimsgard, recentemente sono entrato in una band chiamata Strid, dove Vicotnik suona il basso e io la batteria, quindi lo vedo ogni settimana. Oltre a questo, non credo che siamo molto aggiornati di quello che sta succedendo nella scena black metal. È molto casuale. Per dirti: gestisco uno studio, e di tanto in tanto arrivano nuove band per provare; qualche settimana fa, una band chiamata Asagraum aveva bisogno di un posto da provare, mi hanno incuriosito e sto ascoltando il loro album esattamente adesso, e devo dire che mi piace.

TI ANDREBBE DI PARLARCI DEI TESTI? DA CIÒ CHE CAPIAMO SEMBRA ESSERE UNA SPECIE DI ANALISI POSITIVISTA E ALLO STESSO TEMPO GROTTESCA DELLA SOCIETÀ.
– Non so bene cosa intendi con ‘analisi positivista’, ma se vuoi dire che c’è poco spazio per metafisica ed esperienze extra-sensoriali, direi che hai ragione. Molti dei testi di “The White Death” sono più o meno degli elenchi delle proprietà dell’argomento a cui si riferisce il titolo: questo è l’argomento, queste sono le sue caratteristiche, diciamo. Ma non è sempre così. Alcuni dei testi sono molto personali, come “Ritual of Light and Taxidermy”, che è una canzone su un istruttore di tennis polacco.

LA TRACCIA CHE CI HA COLPITO MAGGIORMENTE È “LAMENT OF THE OPTIMIST”: BRUTALE E TUTTAVIA ESTREMAMENTE PROGRESSIVE. MA ANCHE “THE SCIENCE OF NORMALITY”, CHE AL DI LÀ DELLA LINEA VOCALE SEMBRA QUASI UN PEZZO JAZZ. POTREMMO DIRE CHE, COME NEL 1995, LE ETICHETTE MUSICALI SICURAMENTE NON SI ADATTANO A VOI E ALLA VOSTRA MUSICA?
– Considero la nostra musica black metal e penso che continuerò a pensarla così. Con “Department of Apocalyptic Affairs” ci allontanammo dal black metal, ma dubito che in futuro prenderemo ancora così tanto le distanze dal genere. Però… è come con il Cristianesimo: gli insegnamenti di Gesù sono interessanti, ma la gente li interpreta in maniera troppo restrittiva.

DOVREMMO ASPETTARE ANCORA A LUNGO PER UN NUOVO ALBUM O RITIENI CHE PER I FLEURETY È TEMPO DI RIMANERE A TEMPO PIENO SULLE SCENE?
– Non ci sarà bisogno di aspettare altri 17 anni. Nelle nostre speranze ci sarà un altro album entro due o tre anni.

ULTIMA DOMANDA: AVETE INTENZIONE DI SUONARE DAL VIVO, IN FUTURO?
– Dateci ‘un’offerta che non possiamo rifiutare’, e potrebbe benissimo accadere. Non abbiamo alcuna fretta di fare concerti, per ora preferirei aumentare il nostro ‘catalogo’ di canzoni, prima di iniziare a suonare dal vivo. E dovrebbe essere in un ambiente ben definito, non in un piccolo club di una città a caso; dovrebbe trattarsi di qualcosa di speciale.

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