FLEURETY – L’individualità come valore assoluto

Pubblicato il 18/03/2026 da
l 2025 ha visto celebrare i trent’anni di un debutto che, nella scena norvegese, è sempre rimasto oggetto di culto: “Min Tid Skal Komme” dei Fleurety è infatti parte di quella schiera di dischi unici e incatalogabili usciti in una Norvegia di metà anni Novanta ancora sconvolta dai primi anni del black metal, tra album destinati a diventare generazionali e tragedie umane.
Nel bel mezzo di questo tumultuoso periodo, tuttavia, alcuni ragazzini, spinti dalla voglia di soverchiare i limiti di una musica che faceva dell’ortodossia il suo credo più forte, ebbero il coraggio di valicare gli stilemi classici, tirando fuori vere e proprie perle che solo col tempo hanno rivelato tutte le loro carte.
Formatisi nel 1991, sin dai primi due demo il loro metal ha dimostrato un tocco di originalità non comune e culminata nel debutto, vera e propria perla di un modo di intendere il black metal trasversale ed espressionista, accostabile in quegli anni solamente a quanto fatto dai Ved Buens Ende con “Written In Waters” e, in parte, dai primi The Third And The Mortal.
Trent’anni dopo la pubblicazione di questo capolavoro minore, abbiamo parlato con Svein Egil Hatlevik, batterista e fondatore della band, con un passato anche nei Dødheimsgard (giusto per menzionare un’altra band della scena avant-garde) di come fosse essere parte di una band così trasversale in un contesto tanto chiuso e poco incline ai compromessi come quello della prima metà degli anni Novanta, della loro evoluzione e del possibile futuro.
BENVENUTI SU METALITALIA.COM. SONO PASSATI ORMAI TRENT’ANNI DAMIN TID SKAL KOMME, UN ALBUM CHE GIÀ ALL’EPOCA SEMBRAVA FUORI ASSE RISPETTO ALLA SCENA BLACK METAL NORVEGESE. GUARDANDO INDIETRO, CONSIDERI QUEL DEBUTTO UNA SCELTA DELIBERATAMENTE CONTROCORRENTE OPPURE SEMPLICEMENTE L’ESPRESSIONE PIÙ SINCERA DI DOVE VI TROVAVATE ARTISTICAMENTE IN QUEL MOMENTO?
– Grazie, è un piacere essere qui! Dico spesso che all’epoca, nell’ambiente black metal di cui facevamo parte, c’era una forte pressione affinché le band fossero originali, quindi questo ha sicuramente avuto un’influenza. Dovevi essere cupo, duro, minaccioso… ma allo stesso tempo non valevi assolutamente nulla se non avevi un ‘tuo’ stile.
Ripensando ai programmi giovanili della televisione norvegese e alle interviste alle band di qualsiasi genere negli anni Ottanta, quando stavamo crescendo, ho l’impressione che si parlasse quasi solo di quello: avere un proprio stile. In parte, quindi, probabilmente è esattamente ciò che succede quando si cresce in un periodo come quello.

RIASCOLTANDO OGGI L’ALBUM, QUALI ELEMENTI SENTI ANCORA COME PARTE ESSENZIALE DELL’IDENTITÀ DEI FLEURETY E QUALI INVECE TI SEMBRANO LEGATI A UNA FASE MOLTO SPECIFICA DELLA VOSTRA VITA?
– Una cosa che oggi mi colpisce molto di quell’album è la nostra resilienza alle strutture tipiche della canzone pop: eravamo fortemente contrari all’idea di scrivere brani con strofe e ritornelli, mentre oggi non sentiamo più il bisogno di prendere così nettamente le distanze dalla forma della canzone. All’epoca volevamo evitare la ripetizione. Certo, i riff potevano girare quattro o sei volte (o meglio ancora tre o cinque, visto che non ci piaceva la mentalità rock standard del contare fino a quattro o otto), ma spesso preferivamo abbandonarli dopo poche ripetizioni per passare alla sezione successiva del brano.
Dal punto di vista della scrittura eravamo probabilmente più vicini allo spirito di un disco come “A Blaze In The Northern Sky” che a quello diUnder A Funeral Moon”, per così dire.
Ricordo anche che all’epoca mi infastidiva quando i Darkthrone iniziarono a scrivere brani più ripetitivi. Nei nostri primi lavori c’era, inoltre, una forte influenza della musica folk, molto meno presente oggi ma che potrebbe potenzialmente tornare in futuro. Dopotutto la speranza è sempre quella di avere sempre abbastanza ispirazione per scrivere nuova musica.

LA SCENA NORVEGESE DEI PRIMI ANNI NOVANTA È ORMAI QUASI MITIZZATA. DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUALI ASPETTI DI QUEL PERIODO SONO STATI FRAINTESI O ECCESSIVAMENTE SEMPLIFICATI NEL TEMPO?
– Trovo difficile avere opinioni molto nette su ciò che la gente pensa oggi di quel periodo. Però nella risposta alla prossima domanda spiegherò meglio come in realtà non fosse affatto obbligatorio che la musica suonasse in un certo modo. L’idea che dovessi essere ‘cupo e cattivo’ riguardava probabilmente più il modo di comportarsi e di presentarsi socialmente che non il fatto che la musica dovesse necessariamente suonare come i Bathory.

GIÀ MOLTO PRESTO BAND COME FLEURETY E VED BUENS ENDE SEMBRAVANO POCO INTERESSATE A CONFORMARSI ALLE ASPETTATIVE ESTETICHE E IDEOLOGICHE DELLA SCENA. QUANTO ERA IMPORTANTE PER VOI MANTENERE UNA TOTALE AUTONOMIA CREATIVA, ANCHE A RISCHIO DI RIMANERE ISOLATI?
– Come accennavo prima, in quasi ogni intervista finisco per dire che rompere le aspettative e affermare la propria individualità erano in realtà valori piuttosto diffusi nell’ambiente musicale di cui facevamo parte. Questa era almeno la mia percezione allora, ed è così che la ricordo ancora oggi. In realtà il problema era piuttosto che i Fleurety erano abbastanza isolati fin dall’inizio e non avevano molti amici nella scena black metal di Oslo, né altrove.
All’epoca molte persone avevano bisogno di mettersi in mostra, e questo spesso avviene a spese degli altri. Funzionava più o meno così: “Io sono figo, guarda loro quanto sono meno fighi di me!” col risultato che, diverse volte, finivamo nel ruolo dei ragazzi poco ‘cool’, anche perché la gente raramente parla male dei propri amici. Semplicemente non c’erano molte persone che ci conoscessero davvero.

LA DECISIONE DI COINVOLGERE MARIAN AAS HANSEN (CANTANTE NORVEGESE DAL BACKGROUND JAZZ E SWING, NONCHÈ VOCE DI ALCUNI PERSONAGGI DEI FILM DISNEY) FU PIUTTOSTO INSOLITA PER IL GENERE E RICORDA UN PO’ QUELLO CHE FECE  UNA BAND COME I THE 3RD AND THE MORTAL. COME NACQUE QUELLA COLLABORAZIONE E COSA LA RESE LA SUA VOCE LA SCELTA GIUSTA PERMIN TID SKAL KOMME?
– Marian frequentava la nostra stessa scuola e si distingueva per una bravura superiore a quello che avevamo sentito fino a quel momento. Non ricordo esattamente come sia nata l’idea di coinvolgerla nell’album, ma credo che sia stato Alexander (Nordgaren, secondo membro del duo, chitarre, voce e basso, ndr) a proporlo.
In generale eravamo studenti piuttosto strani. In quel periodo l’ideale era non partecipare a nulla di sociale, stare per conto proprio, vestirsi di nero, pensare in nero e possibilmente intimidire insegnanti e compagni di classe. Quindi viene quasi da chiedersi come sia stato possibile reclutare una cantante comportandosi in quel modo… ma in qualche modo è successo lo stesso (risate, ndr).
In ogni caso è assolutamente vero che amavamo i The 3rd and the Mortal, che per noi erano una grande fonte di ispirazione. Col senno di poi considero una vera fortuna aver avuto Marian: era – ed è tuttora – una cantante molto capace.
Avremmo potuto benissimo ritrovarci con qualcuno che aveva voglia di cantare senza averne le capacità necessarie. Negli anni Novanta ci sono parecchi esempi di band simili alla nostra che hanno pubblicato dischi con cantanti di quel tipo.

Marian Aas Hansen

IL SUO CONTRIBUTO AGGIUNGE UNA DIMENSIONE FRAGILE E PROFONDAMENTE UMANA CHE CONTRASTA CON LA DUREZZA DELLA MUSICA. QUESTA TENSIONE TRA VULNERABILITÀ ED ESTREMITÀ ERA QUALCOSA CHE VOLEVATE ESPLORARE CONSAPEVOLMENTE?
-Sì e no. Alcuni aspetti di quella tensione li avevamo pensati in anticipo, ma in studio c’è stata anche molta improvvisazione. Spesso si cerca di ottenere una certa atmosfera o un certo effetto, ma oltre all’intenzione serve anche un po’ di fortuna.
Cercavamo di rendere il tutto più vulnerabile e, a volte, arrivammo persino a spostare il microfono in un punto più nascosto dello studio, in modo che noi non potessimo vedere Marian dalla regia mentre cantava. Credo che per lei in certi momenti questo approccio  un po’ fosse addirittura troppo strano, ma il risultato ne ha giovato, direi.

NONOSTANTE IL NOME STESSO DELLA BAND,MIN TID SKAL KOMME SI ALLONTANA DAI TEMI SATANICI, PAGANI O ESPLICITAMENTE ANTIRELIGIOSI TIPICI DEL BLACK METAL NORVEGESE. COSA VI PORTÒ VERSO UN APPROCCIO LIRICO PIÙ INTROSPETTIVO ED ESISTENZIALE?
-Abbiamo preso il nome della band da un demone citato nellaPiccola Chiave di Salomone” (o “Lemegeton Clavicula Salomonis”, grimorio seicentesco, ndr) come facevano molti tredicenni all’epoca – e probabilmente succede ancora oggi, a meno che non cerchino direttamente i nomi dei demoni su Google.
L’introspezione di cui parli forse deriva da una sorta di fuga dalla banalità della vita quotidiana, qualcosa che ti porta a diventare più riflessivo, il tipo di persona che guarda le nuvole o le stelle nel cielo. Si potrebbe dire che il macrocosmo rispecchia il microcosmo e viceversa.

ALL’EPOCA VEDEVATE QUESTA SCELTA TEMATICA COME UNA FORMA DI RESISTENZA SILENZIOSA ALL’ORTODOSSIA DEL GENERE, OPPURE QUELLE NARRAZIONI DOMINANTI ERANO SEMPLICEMENTE IRRILEVANTI PER CIÒ CHE VOLEVATE ESPRIMERE?
– Secondo me la tensione tra ortodossia e individualità era parte di ciò che rendeva interessante il black metal e le forme musicali affini nei primi anni Novanta e credo tutt’oggi che questo si senta nella maggior parte delle uscite tra il 1990 e il 1995. Solo intorno al 1995 il black metal ‘generico’ ha iniziato a diventare davvero un preconcetto.
Personalmente ho sempre detestato il black metal ‘copia e incolla’ da quando quello stile si è sviluppato a metà anni Novanta, anche se ovviamente esistono delle eccezioni. Non me ne viene in mente nessuna al momento, ma le eccezioni esistono sempre.
Il black metal dei primi anni Novanta era molte cose, e tra queste c’era anche una protesta contro l’uniformità che il death metal aveva raggiunto in quel periodo, con le band che suonavano chiaramente come se avessero registrato ai Morrisound in Florida e quelle con il suono tipico dei Sunlight Studio di Göteborg.
Nel 1992 non esisteva la ‘polizia di genere’ su Reddit, sai, quelli che oggi dicono che solo la musica che suona comeTransylvanian Hunger” è vero black metal.Transylvanian Hunger è uscito nel 1994, è figlio del suo tempo e sarebbe stupido continuare a rincorrere un certo suono o una certa attitudine oggi. Gli stessi Darkthrone hanno continuamente cambiato genere e lo hanno fatto immediatamente dopo quel disco.

DURANTE L’EPOCA DIDEPARTMENT OF APOCALYPTIC AFFAIRS” AVETE ABBRACCIATO UN APPROCCIO MOLTO PIÙ SPERIMENTALE E ASTRATTO. QUALI ERANO LE VOSTRE PRINCIPALI INFLUENZE IN QUEL PERIODO E COME HANNO RIDEFINITO LA VOSTRA IDEA DI COME POTESSERO EVOLVERE I FLEURETY?
– Un po’ come il black metal dei primi anni Novanta reagì all’omologazione del death metal, noi sentivamo il bisogno di prendere le distanze dall’omologazione del black metal nella seconda metà degli anni Novanta. Quell’omologazione portò anche a una certa mercificazione del genere, che si trasformò in una sorta di prodotto, un pacchetto ‘lifestyle’ acquistabile in negozio, un qualcosa che è successo a molti movimenti underground nel corso del tempo. C’era quindi una forte sensazione che tutto fosse ormai finito e che fosse arrivato il momento di andare oltre.
Musicalmente eravamo influenzati da una vasta gamma di artisti e generi diversi, in parte anche perché le tecnologie legate alla musica elettronica stavano diventando accessibili a molte più persone. Forse era semplicemente il passaggio da una forma di mercificazione a un’altra, ma all’epoca non lo vedevamo in questi termini.
In realtà spesso sono le reazioni istintive a guidarti. In ogni caso cercavamo di fondere elementi di Björk, Coil, György Ligeti, Stina Nordenstam, Frank Zappa, Arne Nordheim (importante compositore norvegese di musica contemporanea, ndr), William Burroughs, Anja Garbarek, Astor Piazzolla, David Lynch e molte altre cose che ora non mi vengono in mente, tentando di trasformare tutto questo in una qualche forma di metal.
Il risultato, come si sente chiaramente suDepartment Of Apocalyptic Affairs, finì per muoversi in molte direzioni diverse, nel bene e nel male.

CONTHE WHITE DEATH” SEMBRA CHE PARTE DELLA RUVIDITÀ BLACK METAL DIMIN TID SKAL KOMME” SIA TORNATA, MA FILTRATA ATTRAVERSO L’ESPERIENZA DEL VOSTRO PERIODO PIÙ SPERIMENTALE. COME AVETE LAVORATO PER RAGGIUNGERE QUESTO EQUILIBRIO?
-Un aspetto diThe White Death” che forse non abbiamo spiegato molto è il fatto che l’album sia stato registrato – e in gran parte scritto – nel giro di poche settimane molto intense nel dicembre 2014. È stato piuttosto stressante avere così poco tempo per scrivere e registrare tutto, e gran parte della tensione che si percepisce nel disco probabilmente deriva proprio da quei limiti molto rigidi che ci eravamo imposti.
Le registrazioni si svolsero nella mia casa di Oslo, dove ho vissuto tra il 2013 e il 2018: una vecchia casa piuttosto malridotta che un tempo ospitava uno studio radiofonico al piano terra e che era appena abbastanza grande per registrare e provare con una band. In quel periodo nacque lì una sorta di collettivo di studi condiviso da molte band diverse, durato circa cinque anni. Anche per questo l’album ha un suono piuttosto grezzo.
A quel punto il nostro bisogno di prendere le distanze dal black metal degli anni Novanta si era trasformato in un atteggiamento più maturo: non sentivamo più la stessa esigenza di dire “fanculo” a tutto l’extreme metal che ci circondava. Eravamo più rilassati e non avevamo più bisogno di definire noi stessi attraverso ciò che non eravamo.

SEMIN TID SKAL KOMME” USCISSE PER LA PRIMA VOLTA NEL 2026, PENSI CHE VERREBBE COMPRESO MEGLIO O RISULTEREBBE COMUNQUE ALTRETTANTO SPIAZZANTE?
-Oggi esce una quantità enorme di musica e la competizione per attirare l’attenzione è molto più forte. Probabilmente finiremmo semplicemente sommersi dalla massa.
Nel 1995 era un periodo completamente diverso: tutti gli occhi erano puntati sulla Norvegia, ma nel 2026 non è più così.
È anche possibile che altre band avrebbero ricevuto lo status di ‘pionieri dell’avant-garde metal’ – uso tutte queste virgolette strane perché non amo molto questa etichetta – che invece è stato attribuito a noi.

GRAZIE PER IL TUO TEMPO. PER CHIUDERE: CONSIDERANDO ANCHE LA RECENTE RISTAMPA DEL VOSTRO CATALOGO DA PARTE DI PEACEVILLE, COSA RISERVA IL FUTURO AI FLEURETY?
-In realtà non ci sono molte altre vecchie uscite da ristampare, quindi saranno soprattutto la domanda e l’interesse del pubblico a determinare eventuali nuove tirature.
È in arrivo anche una versione in vinile diInquietum” – uscito originariamente nel 2017 solo su CD – ed è possibile che sia già disponibile quando questa intervista verrà pubblicata.
Per quanto mi riguarda, ultimamente mi sto dedicando alla batteria con molta più costanza e serietà di quanto abbia mai fatto prima. Forse ha a che fare con il fatto che mi sto avvicinando ai cinquant’anni: se voglio raggiungere un livello più alto come batterista, non ho ancora molte occasioni.
Uno degli obiettivi è registrare nuovo materiale, ma non so quanto tempo ci vorrà prima che qualcosa sia completamente pronto per essere pubblicato. Con i Fleurety le cose si muovono spesso piuttosto lentamente. Grazie per l’intervista e grazie a tutti quelli che si sono presi il tempo di leggerla!

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.