FLOOR JANSEN – La musica come guida

Pubblicato il 23/08/2026 da

Versatilità, capacità indiscussa, potenza vocale, amore sfrenato per la musica e tanto, tanto studio. Questa potrebbe essere la spremuta del curriculum di Floor Jansen: una personalità che, nonostante il suo sconfinato talento, è sempre rimasta abbastanza nascosta nella scena metal delle ultime decadi.
Dopo anni passati calcando i palchi più importanti del pianeta con compagini quali After Forever, ReVamp, Star One e, ovviamente, Nightwish, la cantante olandese sembra aver deciso di percorrere la strada dell’artista solista: il risultato è una visione musicale ancora nuova, dove il metal più pesante delle vite passate si mescola in una dimensione più intima ed introspettiva sfociando in “Paragon”, il primo vero lavoro indipendente della Jansen.
L’abbiamo incontrata poco prima del suo show allo Sweden Rock 2026, dove ci ha regalato la bella intervista di seguito, in cui si racconta e ci racconta un po’ di più della sua vita, la corrente situazione con i Nightwish, i progetti futuri e la sua personale lotta con quel mostro nero chiamato cancro.
Una bella chiacchierata in cui una sorridente e gentilissima Floor ci accoglie nel suo mondo, saltuariamente distratta dalle note dei The Gathering – grande influenza della cantante – che si esibiscono sul palco vicino e non possono fare a meno di attirare piacevolmente la nostra attenzione.

IL TUO ULTIMO ALBUM SOLISTA, “PARAGON”, È STATO UN ALLONTANAMENTO DELIBERATO DAL SYMPHONIC METAL, VERSO UN SUONO PIÙ MELODICO, QUASI POP E INTROSPETTIVO. PUOI RACCONTARCI DI PIÙ SU QUESTA SCELTA?
– Diciamo che questa carriera solista mi è caduta addosso quasi per caso, in Olanda. Stavo partecipando a un programma TV olandese che ha generato una risposta enorme nel paese. In seguito a questo successo mi sono arrivate proposte di concerti, TV, radio, tutto insieme (ride, ndr).
È stato divertente, e da lì mi sono detta: “forse dovrei iniziare a scrivere qualcosa, forse dovrei far uscire qualcosa di personale”.
Poi è arrivata la pandemia, ero a casa, e ho iniziato a elaborare l’idea più seriamente. Mi trovavo seriamente a pensare all’opzione di avere una carriera solista parallela ai Nightwish. Mi sembrava un’idea interessante e, soprattutto, qualcosa di diverso da fare; se fai dischi metal da venticinque o trenta anni, è bello anche provare qualcosa di completamente diverso, senza muoverti nello stesso territorio in cui mi muovo già con i Nightwish. Ecco, è stata una scelta di quel tipo.
A quel punto la domanda successiva è stata “se non parliamo di metal, quale sarà il mio sound?”.
Da lì mi ci sono voluti alcuni anni per trovare la mia vera voce e le sonorità che volevo trasmettere. “Paragon” è nato così.

CON LA PAUSA DEI NIGHTWISH CHE TI HA DATO PIÙ TEMPO, COME È CAMBIATO IL PROCESSO DI SCRITTURA QUANDO HAI INIZIATO A LAVORARE SEGUENDO I TUOI RITMI, SENZA BAND E SENZA SCADENZE PRESSANTI? PUOI CONDIVIDERE QUALCOSA CON NOI RIGUARDO IL NUOVO ALBUM IN CANTIERE?
– Partiamo dal fatto che la pausa con i Nightwish è iniziata dopo “Paragon”, che è uscito proprio nel mezzo di un tour mondiale con la band – grazie pandemia per aver scombussolato ogni programma (ride, ndr).
In quel periodo avevo tutto addosso contemporaneamente, ed è nata l’esigenza di prendermi una pausa. Più suonavo dal vivo, anche come solista, più mi rendevo conto che, nel profondo, sono sempre stata una metallara, e quel mondo mi mancava non poco.
Con i Nightwish fermi, ho potuto suonare set più heavy e portarli anche fuori dai confini olandesi. Anche la scrittura è cambiata di conseguenza, perché mi mancavano le sonorità più pesanti che avrei sempre voluto sperimentare e riabbracciare. “Come suona Floor se non usa il sound sinfonico?”: questa domanda me la sono posta spesso.
Da lì è nato qualcosa che è ancora decisamente metal, ma meno improntato su elementi orchestrali. I brani del nuovo disco sono molto più compatti nella struttura; non li definirei pop, ma strutturalmente sono diversi da “Paragon”. Il sound però è molto, molto più pesante, decisamente a livello metal.

CON I NIGHTWISH SEI UNA VOCE DENTRO UNA MACCHINA MOLTO SPECIFICA E ORMAI STORICA. INVECE, DA SOLISTA, CONTROLLI TUTTO IL CICLO ARTISTICO. QUALE PARTE DI QUESTO CONTROLLO TOTALE SI È RIVELATA PIÙ DIFFICILE DEL PREVISTO?
– Vero, all’interno dei Nightwish io non compongo ma ho comunque una carriera che è iniziata quando ero una teenager, e solo dieci o dodici anni di questa sono stati con i Nightwish.
Quando penso al mio lavoro, sono abituata ad avere più responsabilità nelle mie mani e non limitarmi solo al ruolo di cantante.
In questa dimensione mi trovo bene e, in un certo senso, apprezzo la libertà perché posso pianificare le cose in modo più adatto alla vita che ho ora. Se tutto questo fosse successo quando avevo vent’anni, probabilmente avrei affrontato tutto diversamente; ma ora ho più di quarant’anni, ho due figli, ho una vita e una famiglia. E, come se non bastasse, con i Nightwish siamo comunque rimasti attivi producendo dischi e promuovendoli in giro.
Quindi è fondamentale riuscire ogni tanto a essere padrona del proprio programma e del proprio tempo e, ad essere sincera, apprezzo molto la libertà creativa che ne deriva. Amo cantare il repertorio dei Nightwish, l’ho sempre fatto, ma scrivere qualcosa da zero, creare qualcosa nella sua totalità partendo dal nulla, è un’esperienza che dà moltissime soddisfazioni.

TI CONOSCIAMO DA ANNI ANCHE GRAZIE ALLE TUE COLLABORAZIONI CON ARJEN LUCASSEN. IN PARTICOLARE NEL BRANO “WE’LL NEVER KNOW” HAI CANTATO QUALCOSA DI MOLTO TENERO E NARRATIVO, LONTANO DAL CANTATO METAL A CUI CI AVEVI ABITUATA. QUANDO UNA COLLABORAZIONE DEL GENERE SI PRESENTA ALLA TUA PORTA, COSA TI SPINGE AD ACCETTARE? COSA DEVE AVERE UNA CANZONE PERCHÉ TU VOGLIA METTERCI LA TUA VOCE?
– Beh, sicuramente il nome dell’artista gioca un ruolo fondamentale nella decisione. Però, alla fine, è la musica che mi guida e la fa da padrona.
Certo, mi fa sempre piacere conoscere nuovi artisti e collaborare con altre persone, ma se non mi piace la canzone mi sento frenata perché, alla fine dei giochi, voglio dare il 100% e quello deve venire dal cuore; se non sento il brano, non riesco a cantarlo.
Le canzoni che canto devono, in qualche modo, vibrare con me, devo sentire un feeling e una chimica che mi permette di eseguire il brano al meglio e, al contempo, divertirmi mentre lo faccio.
Questo è sempre stato il metro di giudizio che ho seguito quando ho dovuto accettare o rifiutare una collaborazione. Spero di avere sempre la possibilità di scegliere in base a questi parametri, spero di poter sempre essere nella condizione di vedere la musica come guida.

SEI STATA SORPRENDENTEMENTE APERTA RIGUARDO LA TUA LOTTA CON IL CANCRO ATTRAVERSO IL TUO BLOG E NELLE TUE INTERVISTE. HAI SEMPRE EVITATO CHE LE PERSONE NE PARLASSERO SOTTOVOCE.
MOLTI ARTISTI SCELGONO IL SILENZIO QUANDO SI TROVANO AD AFFRONTARE UN DOLORE DEL GENERE, TU INVECE HAI SCELTO LA STRADA OPPOSTA. PERCHÉ HAI RITENUTO GIUSTO APRIRTI SU QUESTO TEMA? E, ORA CHE IL PEGGIO È PASSATO, SENTI CHE IL MODO IN CUI NE PARLI SIA CAMBIATO?
– Credo che il motivo principale sia stato che non sapevo di essere malata, non sapevo di avere qualcosa dentro di me che potesse rendermi malata. Nel momento in cui il tumore è stato scoperto non sentivo niente dal punto di vista fisico. Quello che percepivo era la minaccia di qualcosa che poteva svilupparsi senza essere rilevato.
Ai nostri giorni abbiamo sistemi efficaci per individuare un cancro in tempo, ci sono i controlli mammografici annuali, offerti a molte donne, almeno nella società occidentale, ci sono innumerevoli screening medici che possono essere fatti.
Penso che proprio perché la prevenzione sia così accessibile, si tenda a rimandarla. Quante vole ci siamo detti: “non sento niente, sto bene“. Magari siamo impegnati con la vita di tutti i giorni e non ci pensiamo abbastanza, oppure forse ne abbiamo paura e non vogliamo avere a che fare con un promemoria della nostra mortalità; quindi saltiamo un controllo, poi un altro e poi un altro ancora.
Dopo questa esperienza penso sia fondamentale che le donne – ma tutte le persone, più in generale – si prendano cura del proprio corpo, perché questi problemi possono presentarsi a chiunque. Prima pensavo fosse qualcosa che non mi sarebbe mai capitato, mi sentivo immune a queste cose, quasi inattaccabile, e invece è successo; la diagnosi precoce salva la vita, come è successo a me.
All’epoca non lo sapevo, ma la mia storia col cancro è diventata una storia a lieto fine. Vorrei che le persone capissero che il cancro non significa necessariamente morte, e nel momento in cui ricevi la diagnosi è importante anche sentire le storie di chi ce l’ha fatta e ne è uscito bene; è una cosa che dà forza, è una cosa che mi ha dato forza.
In fine penso che in un mondo dove tutto sembra così superficiale, anche le brutte notizie fanno parte della nostra vita perché nessuno attraversa la vita vivendo solo cose belle da condividere sui social. Anche per questo motivo ho scelto di parlarne; non voglio fingere di essere qualcosa che non sono, sono sempre stata una pessima bugiarda e la mia malattia non mi ha cambiata sotto questo punto di vista.

TI SEI SEMPRE MOSSA TRA AMBIENTI MOLTO DIVERSI COME GRANDI PALCHI METAL, FORMAT TV COME “BESTE ZANGERS”, E I TUOI SHOW DA SOLISTA. PENSI CHE IL RAPPORTO CON LA TUA VOCE CAMBI A SECONDA DEL CONTESTO? CANTI DIVERSAMENTE IN UN’ARENA RISPETTO A QUANDO TI ESIBISCI DAVANTI AD UN PUBBLICO PIÙ INTIMO?
– A dire il vero no, non credo di cambiare poi molto in base al contesto; il vero cambiamento lo percepisco in base alla location in cui mi trovo e alla durata della performance.
Me ne sono resa conto l’altro giorno, ad esempio, di ritorno dalla Repubblica Ceca, dove abbiamo fatto due date come ospiti speciali dei Sabaton proponendo un set da circa quaranta minuti.
L’approccio che devo seguire in questi casi è diverso rispetto a quando devo reggere un concerto di un’ora e mezza o due. Sui palchi più grandi, con molto pubblico e un impatto sonoro importante, tendi a ‘ingrandirti’ anche tu, vuoi sovrastare tutto con la tua presenza fisica e finisci per cantare troppo forte. Questo l’ho percepito molto bene quando ho cantato in teatro, dove invece le dimensioni sono diverse e quindi l’equilibrio deve cambiare, esattamente come devo modulare l’energia che metto nella mia voce.
La TV di solito è un capitolo a parte, perché il pubblico è particolare: c’è comunque un pubblico dal vivo, ma è intimo, piccolo, molto controllato, non spontaneo come può essere un concerto metal; quindi, anche qui, diverse dimensioni richiedono un diverso approccio.
Cantare in diversi ambienti però mi spinge ogni volta a tirare fuori qualcos’altro di me stessa e a migliorarmi – se interpreto una cover o un pezzo breve ho pochi minuti per fare centro, quindi devo essere dentro al pezzo fin dal primo istante. Un set di quarantacinque minuti, o più lungo, mi da più tempo per riscaldarmi e rende la performance decisamente più flessibile.
Una cosa è certa però, dal punto di vista vocale: bisogna sempre essere ‘dentro’ il pezzo quando si canta. L’approccio mentale cambia un po’, ma la voce deve sempre essere presente e ben focalizzata su quello che si fa.

PARLANDO DEI NIGHTWISH, LA BAND È STATA CHIARA SUL FATTO CHE LO STOP AI CONCERTI È UNA PAUSA, NON UNA FINE, MA I MOTIVI SONO RIMASTI VOLUTAMENTE VAGHI. DAL TUO PUNTO DI VISTA, DI COSA HANNO DAVVERO BISOGNO I NIGHTWISH PER TORNARE A SUONARE DAL VIVO, E SENTI CHE QUESTO MOMENTO STIA ARRIVANDO? INSOMMA, QUANDO VI RIVEDREMO SUL PALCO?
– Ok, questa me l’aspettavo, ci hai provato! (Ride, ndr)
Ad essere totalmente sincera, non c’è molto altro da dire: alcune volte queste cose succedono e le band hanno bisogno di passare un periodo lontane dai palchi; queste cose richiedono tempo non vanno forzate.
Vedremo cosa succederà in futuro, ma non sono in grado di condividere altre informazioni su questa faccenda.

Artista:NIGHTWISH | Fotografo: Matteo Musazzi | Data: 06 Dicembre 2022 |Venue: Fiera Milano | Citta’: Milano

C’È UNA VERSIONE DELLA TUA CARRIERA IN CUI IL PROGETTO SOLISTA CRESCE COSÌ TANTO DA DIVENTARE L’ATTIVITÀ PRINCIPALE INVECE DI UN SIDE PROJECT? È UNA POSSIBILITÀ REALE NELLA TUA TESTA, O L’EQUILIBRIO NIGHTWISH/ CARRIERA SOLISTA È QUALCOSA A CUI TIENI A MANTENERE?
– Dipenderà tutto da cosa succederà con i Nightwish, non posso davvero prevedere il futuro in quel senso. Non vorrei mai dover scegliere un’unica strada, mi piacerebbe rimanere versatile e avere più binari davanti a me.
Dipenderà anche molto da come questo mio nuovo disco verrà percepito e come si evolverà la mia visione musicale. Ad oggi non sono in grado di dare una risposta netta a questa domanda, me ne preoccuperò a tempo debito e, non preoccupatevi, vi terrò sicuramente informati. (Ride, ndr)

DIMENTICA PER UN ATTIMO IL PROSSIMO IMPEGNO DISCOGRAFICO – QUANDO IMMAGINI LA VERSIONE DI FLOOR JANSEN CHE VUOI ESSERE TRA CINQUE ANNI, DAL PUNTO DI VISTA ARTISTICO, COSA VEDI? COSA VORRESTI VEDERE NELLA TUA VITA CHE NON RIESCI ANCORA A VEDERE?
– Spero di mantenere l’equilibrio tra i tour e la vita privata, quella è la sfida più grande che ho sempre dovuto affrontare. Vorrei riuscire a fare quello che faccio ora, le cose che mi piacciono davvero, essere capace di dire no a ciò che non posso o non voglio fare, focalizzarmi sulle cose che per me importanti e farle il meglio possibile.
Tendo sempre a focalizzarmi sulla prossima mossa e su un arco temporale che posso gestire e provare ad influenzare. Ecco, questa è la versione di me tra cinque anni, non tra cinquanta, quella è un’altra storia. (Ride, ndr)

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